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Ricordo di Bruno Polver

Fu alla fine del 2012 l’ultima vol­ta che incon­trai, qua­si di sfug­gi­ta, Bru­no Pol­ver (1932–2017). Ave­vo appe­na chiu­so una mono­gra­fia per festeg­gia­re i suoi ottant’anni e si apri­va una mostra anto­lo­gi­ca a Casci­na Roma di San Dona­to Mila­ne­se. Un libro dun­que che dove­va trar­re un bilan­cio com­ples­si­vo di una vita arti­sti­ca che si pre­sen­ta­va sot­to più pro­spet­ti­ve: il pit­to­re, l’artefice di gran­di ope­re pub­bli­che per Nova­ra e per la pro­vin­cia, e l’animatore cul­tu­ra­le che attra­ver­so l’insegnamento e la par­te­ci­pa­zio­ne diret­ta alla vita cit­ta­di­na ave­va dato un con­tri­bu­to alla cre­sci­ta cul­tu­ra­le del­la pro­pria cit­tà. Sul­lo sfon­do, un’Italia in pie­no cam­bia­men­to con cui fare i con­ti e un mon­do arti­sti­co che bru­cia­va le tap­pe con ine­di­ta fre­ne­sia. A tut­to que­sto Bru­no assi­ste­va dal­la sua posi­zio­ne inter­me­dia, fra Mila­no e Tori­no, in un’area attrat­ta da entram­bi i capo­luo­ghi e che da entram­bi, sto­ri­ca­men­te, ave­va trat­to bene­fi­ci influs­si per la cul­tu­ra loca­le. Cer­ca­re di met­te­re insie­me la sua sto­ria cin­quan­ten­na­le signi­fi­ca­va pro­prio que­sto: capi­re quan­to e in che modo quei cen­tri aves­se­ro avu­to un river­be­ro su un’area peri­fe­ri­ca del­la geo­gra­fia arti­sti­ca del secon­do Nove­cen­to, e di come fos­se sta­ta pos­si­bi­le una rein­ven­zio­ne ori­gi­na­le di quei model­li secon­do un tem­pe­ra­men­to paca­to, capa­ce di dare una tenu­ta sen­ti­men­ta­le ai modi del­la pit­tu­ra di gesto e alle sue filia­zio­ni di ritor­no alla figu­ra­zio­ne. Allo­ra non me ne ren­de­vo del tut­to con­to, ma su quei temi con­ti­nuai a riflet­te­re anche in segui­to, anche quan­do il mio rap­por­to con Bru­no si incri­nò defi­ni­ti­va­men­te, vol­gen­do un’avventura entu­sia­sman­te in un epi­lo­go, alme­no per me, pro­fon­da­men­te dolo­ro­so. Un esi­to pro­ba­bil­men­te evi­ta­bi­le, se non fos­se sta­to irra­gio­ne­vol­men­te fomen­ta­to destan­do in entram­bi rea­zio­ni rab­bio­se e, viste a distan­za, spro­po­si­ta­te.

Ciò non toglie, tut­ta­via, che in quei pochi anni di fre­quen­ta­zio­ne, fra Nova­ra e la sua bel­la casa di Fara Nova­re­se, inter­val­la­ti da qual­che sor­ti­ta in ter­ri­to­ri limi­tro­fi alla ricer­ca di un qua­dro o per vede­re un mosai­co, da Bru­no ho mol­to impa­ra­to, rice­ven­do da lui, alme­no ini­zial­men­te, la fidu­cia neces­sa­ria per fare del libro su di lui un ban­co di pro­va di quan­to ave­vo appre­so negli anni d’università. Veni­va da lì, ad esem­pio, l’idea di dedi­ca­re due pagi­ne inte­re alla ripro­du­zio­ne di arti­co­li di quo­ti­dia­no che dava­no testi­mo­nian­za di un gran­de hap­pe­ning orga­niz­za­to da lui a metà anni Set­tan­ta, nel cen­tro di Nova­ra, quan­do era sta­to asses­so­re all’istruzione per la giun­ta demo­cri­stia­na del suo pae­se: l’eco di quel­la inva­sio­ne crea­ti­va degli spa­zi urba­ni che a Mila­no, in Tosca­na e in altri luo­ghi sta­va dila­gan­do con evi­den­ti con­no­ta­zio­ni poli­ti­che, in quel caso ave­va pre­so i toni di una gran­de festa col­let­ti­va di cui era­no pro­ta­go­ni­sti i bam­bi­ni del­le scuo­le ele­men­ta­ri per il loro ulti­mo gior­no di scuo­la. Eppu­re, guar­dan­do la stam­pa di allo­ra, il modo di rac­con­ta­re que­gli even­ti, in paro­la e in foto­gra­fia, era lo stes­so con cui altri foto­gra­fi, pro­fes­sio­ni­sti e dilet­tan­ti, in altri comu­ni sta­va­no rac­con­tan­do altri even­ti nati con lo stes­so spi­ri­to.

Non era un even­to cru­cia­le per la sua vita di pit­to­re, ma dava la dimen­sio­ne di un aggior­na­men­to su quan­to acca­de­va nel mon­do dell’arte e di una con­sa­pe­vo­lez­za di quan­te pos­si­bi­li­tà aves­se l’espressione arti­sti­ca di tro­va­re spa­zi di auto­no­mia in una dimen­sio­ne di par­te­ci­pa­zio­ne col­let­ti­va, di cui Pol­ver era sta­to, più che atto­re, il gran­de regi­sta, così come in nume­ro­sis­si­me mani­fe­sta­zio­ni nei decen­ni suc­ces­si­vi. Era anche, que­sta, una decli­na­zio­ne ori­gi­na­le di idee e ini­zia­ti­ve pen­sa­te per l’istruzione arti­sti­ca, con il desi­de­rio di rin­no­var­ne l’insegnamento con sti­mo­li con­cre­ti che uscis­se­ro dal­la didat­ti­ca fron­ta­le diri­gen­do­si ver­so una pro­get­tua­li­tà atti­va: un risul­ta­to che Pol­ver ave­va saputo rag­giun­ge­re, da inse­gnan­te ma soprat­tut­to da pre­si­de, gra­zie alle sua qua­li­tà di media­to­re capa­ce di man­te­ne­re un cli­ma di armo­nia in ambien­ti dif­fi­ci­li e tesi come quel­li del­la scuo­la, dall’Istituto d’arte di Saluz­zo al pri­mo liceo arti­sti­co di Bre­ra a Mila­no, sen­za dimen­ti­ca­re l’iniziativa in pri­ma per­so­na di fon­da­re un liceo arti­sti­co nuo­vo a Roma­gna­no Sesia. Sono dati non secon­da­ri, per­ché ren­do­no il suo pro­fi­lo più com­ples­so, con­tem­plan­do una dimen­sio­ne crea­ti­va, tut­ta risol­ta nel chiu­so del­lo stu­dio di Fara, e una dimen­sio­ne pub­bli­ca in cui non era mai man­ca­ta una com­po­nen­te socia­le fre­quen­tis­si­ma nel les­si­co del­la mili­tan­za cul­tu­ra­le di allo­ra sot­to l’insegna del­la “par­te­ci­pa­zio­ne”, pur decli­na­ta, in que­sto caso, in un’adesione al mon­do cat­to­li­co.

Accan­to a que­sto, poi, cor­re­va l’esperienza del­la pit­tu­ra, dagli anni di stu­dio a Mila­no alla fre­quen­ta­zio­ne dei “gio­va­ni” tori­ne­si, da Fran­ce­sco Caso­ra­ti a Gia­co­mo Sof­fian­ti­no, a Ramel­la e mol­ti altri che si muo­ve­va­no inve­ce nel­le sue zone. Quan­do scris­si quel­le pagi­ne su di lui ero a metà del mio per­cor­so di dot­to­ra­to di ricer­ca incen­tra­to intor­no alla ras­se­gna tori­ne­se Pit­to­ri d’oggi. Fran­cia-Ita­lia, a cui Bru­no non pre­se mai par­te, ma che aiu­ta­va a capi­re lo spi­ri­to del­la sua pit­tu­ra: una pit­tu­ra nata quan­do l’Europa par­la­va fran­ce­se e la pit­tu­ra di gesto era più “infor­mel” che “action pain­ting”. Nel caso di Bru­no, poi, la par­ti­ta di gio­ca­va fra l’ultimo “natu­ra­li­smo” e le istan­ze “astrat­to-con­cre­te”, di cui un esem­pio mol­to vici­no, di una gene­ra­zio­ne più anzia­no di lui, si pote­va rico­no­sce­re nel­la lezio­ne di Giu­sep­pe Ajmo­ne, da media­re però con accen­ni di sur­rea­li­smo che ave­va­no indot­to a par­la­re di “grif­fo­na­ge” dise­gna­to e che un gran­de cri­ti­co tori­ne­se, Albi­no Gal­va­no, negli anni Ses­san­ta ave­va let­to come «un segno cir­co­la­re o ovoi­da­le, che è ben­sì ico­ni­co». Que­sta ico­ni­ci­tà, infat­ti, era la chia­ve di vol­ta per capi­re il lavo­ro di Pol­ver: facen­do decan­ta­re quel­le espe­rien­ze di segno che ave­va­no già dato esi­ti espres­sio­ni­sti aggres­si­vi, da Rug­ge­ri (e for­se More­ni) ad Har­tung, Bru­no ave­va iden­ti­fi­ca­to nel segno la matri­ce di un’immagine, ne ave­va fat­to un moti­vo tal­vol­ta cri­stal­liz­za­to in quel­la che pote­va diven­ta­re, tan­to che così deci­si di inti­to­la­re il libro su di lui, una vera e pro­pria “ico­no­gra­fia del segno”. D’altra par­te, il pae­sag­gio di natu­ra che Pol­ver ave­va attor­no a sé appa­ri­va deci­sa­men­te con­ge­nia­le a quel tipo di tra­du­zio­ne: lo spi­ri­to di una natu­ra anco­ra ance­stra­le, non popo­la­ta da pre­sen­ze uma­ne, in cui il segno pote­va diven­ta­re seme di cam­po o fioc­co di neve, giun­co di risa­ia o tral­cio di vite, ma sem­pre avvol­ti in un’atmosfera e in un movi­men­to di pit­tu­ra rapi­da e di resa gio­io­sa. Come ave­va pro­fon­di­tà scrit­to con il con­sue­to sti­le paca­to e di pro­fon­do respi­ro Mar­co Rosci, altro gran­de nova­re­se il cui ruo­lo di inter­pre­te del con­tem­po­ra­neo meri­te­rà un gior­no di esse­re riva­lu­ta­to, quel­la di Pol­ver era una pit­tu­ra di sen­ti­men­ti, o meglio di sen­ti­men­to del­la natu­ra, con un «valo­re pla­can­te le ango­sce dell’oggi».

Non era­no man­ca­ti momen­ti di devia­zio­ne dal­la via mae­stra, spe­cie sot­to l’onda d’urto del­la Pop Art, che lo ave­va por­ta­to per un bre­ve giro di anni all’inserimento di pre­sen­ze inso­li­te e stra­nian­ti, su cui si era posa­ta l’attenzione di Pao­lo Fos­sa­ti. Ma la via mae­stra del­la ricer­ca di Bru­no era un’altra: le cam­pi­tu­re lar­ghe, la pit­tu­ra fusa in una con­ti­nua vibra­zio­ne atmo­sfe­ri­ca, l’abilità nel dare una sfu­ma­tu­ra pit­to­ri­ca e cro­ma­ti­ca agli accor­di del gri­gio come nel­la tra­di­zio­ne lom­bar­da, era­no espe­rien­ze di tra­du­zio­ne del pae­sag­gio in un movi­men­to vita­le e di inten­sa into­na­zio­ne liri­ca. La sua non pote­va esse­re una pit­tu­ra di tur­ba­men­ti, ma una pit­tu­ra di luce e di levi­tà con cui si pote­va con­vi­ve­re in un rap­por­to di par­te­ci­pa­zio­ne emo­ti­va roman­ti­co, in cui il colo­re pote­va ave­re momen­ti di improv­vi­sa accen­sio­ne come una fiam­ma­ta o i toni umi­di di una ter­ra fer­ti­le. In uno dei suoi pun­ti più alti, Bru­no era riu­sci­to a resti­tui­re quell’effetto di un pae­sag­gio lacu­stre pie­na­men­te immer­so nel­la quie­te not­tur­na, o la com­pat­tez­za ven­to­sa di un cie­lo medi­ter­ra­neo del­la Gre­cia incre­spa­to appe­na da una nuvo­la come una gran­de mac­chia di colo­re. Ma la vera lezio­ne di Pol­ver pit­to­re si pote­va capi­re per­cor­ren­do il trat­to

che divi­de Nova­ra da Mila­no con occhio dispo­ni­bi­le all’emozione rivol­to al pae­sag­gio, spe­cial­men­te nel­la sta­gio­ne in cui le risa­ie sono inon­da­te d’acqua e pun­ti­na­ta di vege­ta­zio­ne come segni di una scrit­tu­ra gestua­le sul­la super­fi­cie lacu­stre: sen­za quel­la vedu­ta una pit­tu­ra come la sua non sareb­be sta­ta pos­si­bi­le, per­ché Pol­ver fu di quei pit­to­ri per i qua­li il radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le, la dichia­ra­zio­ne pale­se di un’appartenenza geo­gra­fi­ca non era­no un trat­to di nar­ci­si­smo né un segno di loca­li­smo, ma un vero e pro­prio rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio. Era il sen­so di un vero e pro­prio “elo­gio del­la ter­ra nova­re­se”. Val­go­no allo­ra per lui, più che per altri, le paro­le de La luna e i falò di Cesa­re Pave­se, che Bru­no ave­va ben pre­sen­ti, e che for­se sono quel­le che meglio descri­ve­reb­be­ro quel sen­ti­men­to strug­gen­te che inner­va la sua pit­tu­ra: «un pae­se vuol dire non esse­re soli, sape­re che nel­la gen­te, nel­le pian­te, nel­la ter­ra c’è qual­co­sa di tuo, che anche quan­do non ci sei resta ad aspet­tar­ti».

 

 

Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, Ricordo di Bruno Polver, in "STORIEDELLARTE.com", 21 luglio 2017; accessed 18 agosto 2017.
http://storiedellarte.com/2017/07/ricordo-di-bruno-polver.html.

One Response to Ricordo di Bruno Polver

  1. Attina antonino 21 luglio 2017 at 13:10 #

    Un’analisi esat­ta dove si evi­den­zia l’Uomo e l’artista!!!

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