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Apparizioni e paesaggi di Federica De Luca

Una goc­cia di ter­so colo­re depo­si­ta­ta su una super­fi­cie bagna­ta pro­vo­ca un momen­to di espan­sio­ne effu­si­va del pig­men­to: è uno dei prin­ci­pi espres­si­vi del­la pit­tu­ra ad acque­rel­lo, o di qual­sia­si altro colo­re dilui­to al pun­to da esse­re acque­rel­la­bi­le. In que­sto modo l’artista si può assu­me­re la regia, o meglio il con­trol­lo, di un feno­me­no dagli esi­ti ina­spet­ta­ti: la mano indi­ca l’andamento di una trac­cia, e sta poi alla rea­zio­ne fra colo­re e acqua fare il resto. La regia, insom­ma, con­si­ste nel pia­ni­fi­ca­re le ope­ra­zio­ne e nel sape­re, a gran­di linee, che effet­to pos­sa sor­ti­re, pur con un ampio mar­gi­ne di impre­vi­sto, un cer­to pro­ces­so e una deter­mi­na­ta sequen­za di ope­ra­zio­ni. Il lavo­ro di Fede­ri­ca De Luca si muo­ve pro­prio su que­sta soglia: con pas­so leg­ge­ro da vita a un’immagine dia­fa­na e impal­pa­bi­le, a del­le «bol­le di luce» come le ha defi­ni­te Clau­dio Cer­ri­tel­li pre­sen­tan­do la mostra per­so­na­le Silen­zi flut­tuan­ti pres­so lo Stu­dio Masie­ro di Mila­no (10 mag­gio-16 giu­gno 2017), che coi loro «atti­mi irre­ver­si­bi­li di puro colo­re» ani­ma­no, o meglio visua­liz­za­no, «luo­ghi irrea­li che nasco­no dal­le tra­smu­ta­zio­ni del pig­men­to». Non si resi­ste infat­ti alla ten­ta­zio­ne di ricor­da­re il famo­so pre­cet­to di Leo­nar­do, che con­si­glia­va di osser­va­re le mac­chie o le muf­fe sui muri e di rico­no­scer­vi il pro­fi­lo di pae­sag­gio natu­ra­li, di nubi cari­che di piog­gia e una visio­na­ria oro­gra­fia.

Qui, for­se, si pos­so­no ribal­ta­re i ter­mi­ni del­la que­stio­ne: pen­sa­re un pae­sag­gio, tut­to inte­rio­re e tut­to ridot­to ai mini­mi ter­mi­ni del gesto, e tra­dur­lo in imma­gi­ne attra­ver­so la mac­chia. Ecco allo­ra che il pae­sag­gio, le «vet­te iso­la­te nel vuo­to del­la men­te» per usa­re un’altra feli­ce defi­ni­zio­ne di Cer­ri­tel­li, si con­fi­gu­ra come un’apparizione che si for­ma pro­gres­si­va­men­te sul­la reti­na, dopo esse­re entra­ti nel mec­ca­ni­smo e aver chia­ri­to la strut­tu­ra e l’andamento del­le linee e del colo­re. Fede­ri­ca De Luca visua­liz­za infat­ti una visio­ne in atto, come se sul­la car­ta si fos­se fer­ma­ta un’istantanea di un pro­ces­so evo­lu­ti­vo: un pae­sag­gio sot­to­po­sto a un dila­va­men­to, di atmo­sfe­ra umi­da e pio­vo­sa, ma al tem­po stes­so inve­sti­to di luce al pun­to da per­de­re defi­ni­zio­ne e diven­ta­re, più che un’apparizione, un abba­glio liri­co. D’altra par­te si trat­ta di un lavo­ro che per sua stes­sa natu­ra non può ave­re un approc­cio pro­get­tua­le alla pit­tu­ra, ma un atteg­gia­men­to di con­cen­tra­zio­ne inte­rio­re tale che, una vol­ta sgom­bra­ta la men­te e lascian­do la mano libe­ra su muo­ver­si con toc­co deli­ca­to, a que­sta basta sol­tan­to toc­ca­re la car­ta con la pun­ta del pen­nel­lo per inne­sca­re il mec­ca­ni­smo. A que­sto si arri­va sol­tan­to con gesto misu­ra­to, con poche nota­zio­ni essen­zia­li, qua­si con una disci­pli­na zen che, una vol­ta fat­to il vuo­to inte­rio­re, può lascia­re il gesto libe­ro sen­za un con­trol­lo razio­na­le. Si sareb­be ten­ta­ti di leg­ge­re tut­to que­sto nei ter­mi­ni del­la filo­so­fia orien­ta­le, com­pli­ce anche la lun­ga col­la­bo­ra­zio­ne dell’artista come assi­sten­te di Min­jung Kim, ma for­se sareb­be ridut­ti­vo, o si fer­me­reb­be all’epidermide del lavo­ro e a una pri­ma impres­sio­ne a cui sfug­gi­reb­be, inve­ce, che den­tro que­sta dia­let­ti­ca Fede­ri­ca De Luca tor­na comun­que a lavo­ra­re su una visio­ne che è tut­ta lom­bar­da, su un pae­sag­gio d’acque e di mon­ti che ha i toni umi­di del­la pia­nu­ra, sep­pur con una gam­ma di colo­ri che non è quel­la dei gri­gi del­la pit­tu­ra lom­bar­da. Non è di poco con­to nem­me­no il fat­to che l’artista abbia spes­so deci­so di cir­co­scri­ve­re il pro­prio cam­po d’azione, iscri­ven­do que­sto inter­ven­to gestua­le all’interno di for­me oblun­ghe o cir­co­la­ri, come un mono­co­lo attra­ver­so il qua­le acce­de­re a una visio­ne: anzi­ché bagna­re per inte­ro il foglio, infat­ti, l’artista ha cir­co­scrit­to quell’area come un meda­glio­ne pre­zio­so entro il qua­le il rac­con­to si svol­ge nel­la sua inte­rez­za. Un solo pun­to resta alla fan­ta­sia del frui­to­re, ovve­ro imma­gi­nar­si a qua­le sta­dio col­lo­ca­re quel­la meta­mor­fo­si, ovve­ro doman­dar­si se quel pae­sag­gio che ha di fron­te sia sul pun­to di defi­nir­si, di diven­ta­re via via più net­to e pre­ci­so, o vice­ver­sa se sia pros­si­mo a un defi­ni­ti­vo disfa­ci­men­to, bru­cia­to dal­la luce. A que­sta doman­da, natu­ral­men­te, Fede­ri­ca De Luca non rispon­de e le sue ope­re resta­no un cam­po aper­to di inter­ro­ga­zio­ne. Per lei, in fon­do, la pit­tu­ra è un gesto lie­ve del­la mano su un cam­po di can­di­do e pro­fon­do silen­zio.

 

 

Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, Apparizioni e paesaggi di Federica De Luca, in "STORIEDELLARTE.com", 17 maggio 2017; accessed 27 maggio 2017.
http://storiedellarte.com/2017/05/apparizioni-e-paesaggi-di-federica-de-luca.html.
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