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Diario dalle terre devastate. Visso, il borgo più bello d’Italia

Giovanni di Pietro dello lo Spagna, Sacra Conversazione tra san Giuliano, san Nicola da Tolentino, l'arcangelo Raffaele e Tobiolo, sant'Antonio da Padova e sant'Agostino

La Collegiata di Visso sta in piedi per miracolo anche se appare intatta. La sua ampia e luminosa facciata non ha subito danni a differenza di quella della vicina chiesa di Sant’Agostino, che ha perduto la cuspide venuta giù appena sopra il rosone. Da decenni la chiesa sconsacrata e l’attiguo convento ospitavano il Museo Diocesano che è stato svuotato subito dopo le scosse devastanti di fine ottobre. Il nicchione affrescato da Giovanni di Pietro detto lo Spagna che siamo venuti a portare via stava lì, in Sant’Agostino. Fu staccato nell’Ottocento per ragioni conservative e ricollocato in Collegiata nella parete sinistra della grande aula basilicale che, come la facciata, appare integra. Ma è un illusione. Basta sollevare lo sguardo per vedere le pareti sfiancate e solcate da fenditure profondissime che calano dall’alto, dove il soffitto barocco sembra ancora in asse ma è evidente che gli ancoraggi sono saltati in più punti . Né si capisce come tenga ancora l’abside, con la volta traversata da un reticolo di crepe spaventose e un’ampia fenditura che scende tagliando la muratura da parte a parte. E reggono ancora nell’abside gli affreschi più antichi che la Collegiata conserva, trecenteschi come quelli della parete di destra. Ampie parti del palinsesto spettano a Paolo da Visso e c’è anche un Angelucci da Mevale. Tutti hanno sofferto, presentano fessurazioni, distacchi, cadute, ma rispetto a quello che abbiamo potuto vedere da altre parti è una situazione felice perché i frammenti sono a terra, la Collegiata ha ancora il suo tetto e dunque, se la struttura tiene fino alla messa in sicurezza che prima o poi dovrà arrivare, i danni alla decorazione murale rimangono contenuti e soprattutto riparabili.

Non è possibile trattenersi dentro la Collegiata, è pericoloso, prima si esce e meglio è, dicono i Vigili del Fuoco. Prese insieme le decisioni da prendere rimangono solo loro all’interno e li lasciamo a tirar su un trabattello di oltre sei metri per raggiungere la sommità del nicchione da smontare. Attendiamo nei pressi della porta perché veniamo continuamente richiamate dentro a verificare il da farsi, stiamo lo stretto tempo che serve e siamo subito fuori. A contemplare il disastro. Dal 26 ottobre Visso è zona rossa. Nella piazzetta sfregiata dai crolli, nettata dalle macerie disposte in cumuli, regna un ordine surreale, animato solo dalla tranquilla opera quotidiana dei Vigili issati dalle gru al disopra degli edifici rovinati e che lavorano di sega e martello alle loro carpenterie a cui sono affidate le uniche, preziose messe in sicurezza che ho potuto vedere in tutta l’area del cratere e che, purtroppo, hanno una portata limitata.

Nonostante la rovina che apre squarci improvvisi sugli interni, le quinte architettoniche rinascimentali che si affacciano sulla piazza resistono in gran parte ed è sostanzialmente intatta la loro severa bellezza, tratteggiata dal disegno asciutto delle cornici in pietra. Ma come per la Collegiata si tratta di un’illusione: quanto rimane in piedi del paese è sull’orlo del crollo e praticamente tutte le facciate sono deformate dal peso della loro rovina interna. Ai vicoli non si accede, sono ancora ingombri di macerie ma la situazione appare la stessa. Non c’è modo di raggiungere da qui la chiesa di San Francesco e i bei palazzetti che si affacciano sull’Ussita, il torrente che attraversa il borgo murato con il suo allegro carico d’acque. Appena più in là corre il Nera che lo affianca e poi lo  accoglie prima di lasciare il paese. Visso è un paese bellissimo. Sta in una conca alla congiunzione di cinque valli, incastonato tra montagne disseminate da una costellazione di frazioni montane oggi semideserte ma popolose fino al primo dopoguerra. Intorno al suo borgo gravitava un mondo la cui dissoluzione è storia recente. Di quelle genti sono spariti quasi del tutto i cammini, ingoiati dalla vegetazione e quello che rimane della miriade di luoghi di devozione attorno a cui si raccoglievano rischia ora di perdersi per sempre. Dalla Val Castoriana arrivò a Visso anche mia nonna il giorno fortunato in cui mio nonno scendeva da Aschio, una frazione popolata oggi da dodici anime che era la “Villa” da cui proveniva Paolo da Visso, il grande, eccentrico maestro di queste terre. La sua Annunciazione è miracolosamente rimasta sulla lunetta del portale della Collegiata a vegliare il disastro che si va consumando tutto intorno. Giovanni di Pietro, che stava a Spoleto, arrivò invece di certo dalla Valnerina, dove andò più volte a trovar lavoro tra il secondo e il terzo decennio del Cinquecento, a Gavelli e a Scheggino. E i suoi dipinti eccoli che arrivano ora, uno alla volta, sulla piazza di Visso portati da Vigili e Carabinieri. Dovette sorprendere non poco quassù la morbida eleganza cittadina dei santi dello Spagna, i loro modi ricercati, la preziosa incorniciatura a grottesche. Le sofferte vicende conservative hanno segnato visibilmente questi affreschi ma, per quanto lacunosi e sciupati, a vederli da vicino mantengono brani di intatta freschezza, come nella lavorazione del velo di garza candida della Madonna o nella colomba dello Spirito Santo che arriva in velocità, planando nell’azzurro. Sono notazioni vivaci che, come il Padre Eterno scarmigliato e un po’ grifagno, dovevano risultare accostanti per la gente di questi posti.

Non ci vuole più di un’ora, tra tutto, a completare il recupero, a imballare e caricare i pannelli con gli affreschi dello Spagna. Lasciamo Visso in convoglio, come sempre. Ho il cuore carico di dolore. Sono passati mesi dal sisma e Visso aspetta ostinatamente di essere salvata pagando la colpa di stare ancora in piedi nonostante la rovina, di aver in qualche modo resistito. Andiamo e l’occhio mi cade sull’insegna dei Borghi più belli d’Italia che si allontana riflessa nello specchietto retrovisore dell’auto, insegna che conosco bene e che a vederla ora, sullo sfondo del disastro, pare una beffa. Perché il 2017 è stato battezzato l”Anno dei Borghi” e giusto l’altro ieri è partito lo strabiliante “storytelling dell”Anno dei Borghi”, la narrazione alternativa che ammanta e nasconde lo strazio della realtà che a quattro mesi dal sisma sta tutta qui, a Visso che resiste con la sua Collegiata, le case e i palazzi che stanno in piedi per miracolo e tutto il suo mondo ridotto in macerie tra le valli e sulle montagne. Qui a Visso, senza ombra di dubbio, il borgo più bello d’Italia.

Giovanni di Pietro dello lo Spagna, Madonna con la colomba dello Spirito Santo

Cite this article as: Elisabetta Giffi, Diario dalle terre devastate. Visso, il borgo più bello d’Italia, in "STORIEDELLARTE.com", 2 aprile 2017; accessed 27 maggio 2017.
http://storiedellarte.com/2017/04/diario-dalle-terre-devastate-visso-il-borgo-piu-bello-ditalia.html.

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2 Responses to Diario dalle terre devastate. Visso, il borgo più bello d’Italia

  1. Alberto Zaina 23 aprile 2017 at 05:56 #

    Si sa qual­co­sa del­la sor­te del meno cele­bra­to, ma mol­to carat­te­ri­sti­co “Cri­sto del­la Dome­ni­ca”, uno dei più tipi­ci esem­pi di que­sta “cate­go­ria ico­no­gra­fi­ca”, attri­bui­to allo Pseu­do Pao­lo da Vis­so da Fede­ri­co Zeri, e inse­ri­to nel cata­lo­go del “Le Chri­st du diman­che” di Domi­ni­que Rigaux? Gra­zie

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