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Diario dalle terre devastate. Un giorno a Nocelleto

Lunedì 13 febbraio è il primo giorno di missione nelle Marche colpite dal sisma, la mia destinazione è la chiesa di Santa Maria in Castellare a Nocelleto. Parto da Roma al mattino presto, conosco bene la strada perché le mie origini sono qui, ad Aschio, una frazione di Visso che sta adagiata sul versante del monte Fema rivolto alla distesa di colline al fondo della quale è possibile scorgere, anche in condizioni di visibilità poco buone, Camerino. Nocelleto è una frazione di Castel Sant’Angelo sul Nera o più semplicemente, come si dice qui, di Castello. A Castello la valle dell’alto Nera si chiude ai piedi del bastione montuoso su cui si inerpica la strada che porta alla piana di Castelluccio, tra faggete che tornante dopo tornante si diradano fino a lasciare lo sguardo libero di correre sui nudi pratoni dove in qualunque stagione la terra offre spettacoli straordinari. Ma la strada per Castelluccio ora è chiusa com’è chiusa dopo Visso la provinciale che porta a Terni. La Valnerina resta ancora tagliata in due. Quella che porta a Nocelleto è al fondo della valle e si diparte dal primo tornante della salita che va a Castelluccio inoltrandosi in una valletta secondaria stretta tra due alte pareti tappezzate di boschi fittissimi. Si dirama dalle quattro case di Nocelleto il breve cammino che conduce a un pianoro dove sono le strutture di quello che era una volta il convento francescano di Santa Maria in Castellare e della chiesa.

Arrivo verso le dieci, in leggero ritardo, i colleghi, i carabinieri e i vigili del fuoco sono già al lavoro, sono iniziati i recuperi dall’alto, attraverso lo squarcio del tetto da cui vengono calati gli uomini che imbragano le due tele appese nella parete di controfacciata. Sono in tanti. Arrivo dalla parte sbagliata, costeggiando una parete crollante, mi urlano di allontanarmi e perché diavolo sono passata di lì. Mi scuso, raggiungo i colleghi che sono alla loro terza missione nelle Marche e che vedo, con gran sollievo, padroni della situazione. Mi spiegano come si procede: via via che i pezzi vengono portati fuori e sistemati su un telo di plastica, vanno fotografati e schedati facendo riferimento a un numero unico che li identificherà in tutti gli spostamenti successivi e insieme va compilata una scheda di intervento che reca l’indice di tutte le opere rimosse e schedate. I carabinieri procedono quindi a imballare le opere che alla fine della giornata caricano sui loro mezzi. Ci sono gli uomini del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale delle Marche ad affiancarci. Si scrive in piedi perché c’è solo il prato bagnato davanti a Santa Maria in Castellare, è piuttosto scomodo ma la giornata è magnifica, alle spalle della chiesa le montagne innevate splendono contro un cielo azzurrissimo e il verde brillante dei muschi occhieggia tra la vegetazione brulla. Mi affaccio a vedere l’interno della chiesa che è come bombardata ma non entro, non ce la faccio, mi basta per il momento lo spettacolo rovinoso del campanile e della facciata, cerco di capire in quale fase del lavoro è più utile inserirmi e soprattutto cerco di riordinare le emozioni. Fatico molto a rendermi conto che c’è una corrispondenza tra l’immagine dei luoghi interiorizzata fino dalla prima infanzia è ciò che ho visto nel viaggio fino a Nocelleto: le macerie di Villa Sant’Antonio e poi di Visso, da dove si accede solo se autorizzati al deserto che conduce lungo la strada provinciale fino a Ussita e di lì a Castello. Si lavora a ritmo serrato, aiuto la collega nella compilazione delle schede tutta la mattina, vigili e carabinieri continuano a portare fuori le opere, estratte dalle macerie, rimosse dagli altari, dalla sacrestia. Non ci sono capolavori in Santa Maria di Castellare ma la carpenteria cinquecentesca è una festa di colori vivissimi, rossi e azzurri accesi da tralci e cornici dorate e anche il piccolo popolo ligneo che prende possesso del prato incanta per la sua rustica ma impeccabile grazia squillante di colore e ori alla luce piena del sole di febbraio. A fine mattina ci spostiamo tutti sul piazzale erboso che si apre davanti alle strutture di quello che era una volta il convento. I vigili del fuoco lanciano la loro scala in alto, verso il cielo e il campanile semicrollato che raggiungono in due per recuperare la campana ed è allora che comincio a entrare in contatto con il dolore. Con lo strazio della campana che viene estratta dalle macerie della sua cella per essere calata a terra e portata via da quello che resta di una comunità a cui a dato voce per secoli, arriva la coscienza delle crudeltà inferte a Santa Maria in Castellare e del suo lungo dolore. La violenza salita dalle profondità della terra per assestarsi come un colpo terribile sul tetto e squarciarlo, l’abbandono lungo quattro mesi ed ora queste mutilazioni inflitte da tutti noi per evitare che tutto si perda, dovesse arrivare un’altra scossa.

Mi decido a entrare e vedere gli interni nel primo pomeriggio. L’andirivieni di vigili e carabinieri si allenta per un po’ e dunque non sono tanto d’impiccio. Scavalcato il primo più alto mucchio di macerie che è all’ingresso della chiesa raggiungo il centro della navata da dove è possibile rendersi conto dello stato disgraziato della decorazione murale. Attraverso la luce lasciata scoperta dalla rimozione delle tele dagli altari si rivelano brani inediti della decorazione tre-quattrocentesca di Santa Maria in Castellare e mi sembrano i più antichi del palinsesto in cui posso riconoscere solo quanto spetta alla bottega di Paolo da Visso, che intorno al 1470 lasciò qui un suo politico per l’altare maggiore. Un disastro. Tra crepe profonde e larghe cadute d’intonaco quanto rimane ancora precariamente attaccato al muro conserva una vivezza cromatica quasi intatta, brillante sotto la pioggia di luce che cade dal tetto squarciato e una sorta di canto del cigno si leva dalla tenera bellezza di questi angeli al pezzo di cielo che si apre azzurro tra le travi spezzate. Uno spettacolo indimenticabile. Uno strazio. Viene a richiamarmi un vigile perché non dovrei star lì, è pericoloso. Mi aiuta a tornare indietro. Il collega porta fuori una scatola di frammenti di affresco che è riuscito a individuare tra le macerie e ha raccolto uno ad uno. Il sole tramonta, la sera scende rapida, i carabinieri cominciano a caricare. Tirare su la campana è un massacro. Vengono fermati quelli tra vigili e carabinieri che ancora estraggono dalle macerie pezzi di carpenteria, che non si rassegnano a non salvare il salvabile ma è tardi e non c’è più posto sui due grandi camion che abbiamo a disposizione. Chiudono bene il portale. Fotografiamo e schediamo le ultime cose. Fa freddo ormai e le ombre si addensano più profonde, le quinte boscose a cui guarda la facciata di Santa Maria in Castellare sono già state inghiottite dal buio. Si parla brevemente prima di partire, tutti ringraziano tutti, ci si saluta. Abbiamo lavorato bene insieme. Ora dobbiamo muoverci, il convoglio militare deve arrivare ad Ancona e procederà lentamente per non arrecare altre ferite a quanto portiamo via del corpo straziato di Santa Maria in Castellare che sta per rimanere ancora abbandonata a se stessa, con i muri lesionati, il tetto crollato e gli affreschi cadenti, affidata solo alla speranza che non ci siano altre scosse e che non nevichi e che non piova. Come se non fossimo capaci di fare altro. Non torna niente. L’intera chiesa poteva essere messa in sicurezza e provveduta di una copertura che la riparasse e gli affreschi potevano essere consolidati e velinati. Le energie scemano e con la stanchezza l’evidenza dei fatti appare nuda e ciò che accade privo di senso.

Bottega di Paolo da Visso, Angeli, Nocelleto, Chiesa di Santa Maria Castellare


Bottega di Paolo da Visso, Nocelleto, Chiesa di Santa Maria Castellare

Nocelleto, Chiesa di Santa Maria Castellare

Ci mettiamo in movimento che è notte, di nuovo si passa accanto a Castello, Ussita, Visso, Pievetorina, paesi ciechi, senza luci alle finestre, deserti di abitanti. È semideserta anche la strada provinciale, ci sorpassano e incrociamo solo mezzi dei vigili del fuoco, dell’esercito, di polizia e carabinieri. È un territorio di guerra. Il freddo è entrato nelle ossa e non c’è modo di riscaldarsi. Procediamo in convoglio, lentamente e davanti a me è uno dei camion adibito al trasporto delle opere. Riesco a distinguere la sommità di una coppia di colonne, forse quelle rosse ricoperte da tralci e grappoli d’oro, e mi si para davanti com’era il paradiso colorato di Santa Maria in Castello a Nocelleto, luogo bello fin dal nome. Il buio e la solitudine aiutano a sciogliere la tensione e sopravviene un gran senso di fatica e una tristezza sconfinata e poi la rabbia e le lacrime. Per Nocelleto e per le altre, per questo paese disgraziato.

Cite this article as: Elisabetta Giffi, Diario dalle terre devastate. Un giorno a Nocelleto, in "STORIEDELLARTE.com", 19 marzo 2017; accessed 26 luglio 2017.
http://storiedellarte.com/2017/03/diario-dalle-terre-devastate-nocelleto-il-paradiso-rovesciato.html.

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