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Fernanda de Maffei (1917-2011), la signora dell’arte bizantina

1. Fernanda de Maffei

Scorrendo l’elenco delle pubblicazioni di Fernanda de Maffei, studiosa ben nota in Italia e nel mondo per i suoi studi sull’arte bizantina e armena, si rimane colpiti dai suoi esordi, inaspettatamente rivolti alla pittura del XVIII secolo: Guardi, Lampi, Tiepolo. Se poi ci si addentra nella lettura di quelle primizie si scoprono giudizi e chiavi di lettura ancora pienamente condivisibili ma, per l’epoca, decisamente controcorrente.

2. Copertina del volume Gian Antonio Guardi pittore di figura

La sua monografia su Gian Antonio Guardi pittore di figura, in particolare, che apparve nel 1951 nelle spartane edizioni di “Vita Veronese” e fu il suo primo libro, si inserì con veemenza in un dibattito allora furibondo intorno al ruolo da assegnare al fratello maggiore nella bottega veneziana dei Guardi. La tesi di Fernanda de Maffei – benché osteggiata da Giuseppe Fiocco, in quegli anni la massima autorità in materia – finì col prevalere. Il saggio fu recensito positivamente da Byam Shaw sul “Burlington Magazine” e fu poi sostanzialmente assorbito nella fondamentale monografia sui Guardi di Antonio Morassi.

Quello della giovane studiosa trentina fu dunque un esordio battagliero e il preludio a una carriera luminosa, sorretta da un carattere pieno di energia e determinazione. I suoi studi virarono presto su epoche più antiche, dal gotico veronese agli affreschi del IX secolo della cripta di Epifanio a San Vincenzo al Volturno, fino al Codice purpureo di Rossano Calabro e alla Bisanzio dei Paleologi, che divennero i suoi temi prediletti.

3. Una pagina del Codice purpureo di Rossano Calabro

Nata a Cles il 22 maggio 1917, nel Trentino ancora sotto sovranità austriaca, aveva frequentato il Collegio “Agli Angeli” di Verona e nel 1940 si era laureata in Filosofia all’Università di Padova. Passata a Pavia, vi conseguì la laurea in Lettere con una tesi in storia dell’arte elaborata sotto la guida di Wart Arslan. Dopo aver frequentato la Scuola di perfezionamento alla Sapienza di Roma, dove frequentò le lezioni di Mario Salmi e Lionello Venturi, nel 1953 soggiornò negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio Fulbright. Intraprese quindi l’insegnamento della storia dell’arte nei Licei di Roma, finché nel 1965 iniziò la libera docenza di Storia dell’arte medievale e moderna all’Università La Sapienza. Dal 1966 partecipò alle campagne di ricerca in Turchia e in Armenia finanziate dal C.N.R. e dirette da Géza de Francovich. Nel frattempo era divenuta un’assidua collaboratrice della sezione medievale dell’Enciclopedia Universale dell’Arte, pubblicando numerose voci a sua firma.

Nel 1973 fu incaricata dell’insegnamento di Storia dell’arte bizantina all’Università di Roma e tre anni dopo divenne professore ordinario, ricoprendo la prima cattedra di Storia dell’arte bizantina istituita in Italia. Si congedò dall’insegnamento nel 1992, rimanendo tuttavia attiva nel campo della ricerca e partecipando come relatrice ai principali congressi di settore.

Il suo lavoro più importante è considerato il volume Icona, pittore e arte al Concilio Niceno II, ma fondamentali rimangono pure i suoi approfondimenti sull’arte e l’iconografia di età giustinianea. Al periodo americano risale il suo libro più controverso, Michelangelo’s lost St. John. The story of a discovery, pubblicato a New York nel 1962. Il sontuoso volume è interamente dedicato al “San Giovannino Tozzi”, una scultura in marmo di incerta provenienza e paternità, all’epoca di proprietà dell’antiquario Piero Tozzi. Incoraggiata dal critico americano Henry La Farge, Fernanda de Maffei ritenne di poter attribuire l’opera a Michelangelo, identificandola con un lavoro giovanile del maestro menzionato dalle fonti e mai rintracciato. La proposta non fu però accolta dai maggiori specialisti di scultura rinascimentale e oggi la statua (esposta alla National Gallery di Washington) è assegnata allo scultore fiorentino Giovan Francesco Susini. A posteriori si deve peraltro osservare che si tratta di una delle questioni attributive più dibattute del secolo scorso, con tentativi di attribuzione che spaziano – incredibile a dirsi – da Pierino da Vinci (Valentiner) ai modi di Thorvaldsen (Isermeyer), passando per Bernini (Parronchi).

Scarne le notizie sulla sua vita privata: non si sposò mai e visse fino al 2010 nel suo appartamento di Roma, dotato di una magnifica terrazza, non lontano da piazza Barberini. Tutti gli anni, nei mesi estivi, tornava nella sua Val di Non. E proprio a Cles ebbi occasione di farle visita, nell’antica casa sopra la farmacia di famiglia, nell’estate del 2001. La ricordo vestita di nero, con la sigaretta in mano, vivacissima nella conversazione e tagliente nei giudizi: a distanza di mezzo secolo, era ancora molto arrabbiata con Fiocco. Era stupefatta del mio interesse per la storia del suo casato – una famiglia della nobiltà rurale trasferitasi in Trentino dalla Valtellina alla fine del Cinquecento – e per i ritratti dei suoi antenati appesi lungo le scale. Nondimeno, andava fiera del suo cognome e si firmava con il de’ apostrofato.

Fernanda de Maffei si è spenta a Cles il 28 aprile 2011, all’età di 93 anni. Fino all’ultimo rimase attiva e lucidissima, circondata della stima dei colleghi e degli allievi, che nel 1996 le dedicarono una Festschrift dal titolo Bisanzio e l’Occidente. Arte, archeologia, storia: quasi una sintesi dei suoi filoni di ricerca più fruttuosi e longevi. Il suo ultimo libro, la raccolta di studi Bisanzio e l’ideologia delle immagini, è uscito postumo nel 2011 presso l’editore Liguori di Napoli, a cura di Claudia Barsanti, Alessandra Guiglia, Antonio Iacobini, Andrea Paribeni e Mauro della Valle.

4. Copertina della raccolta di saggi Bisanzio e l’ideologia delle immagini

Cite this article as: Roberto Pancheri, Fernanda de Maffei (1917-2011), la signora dell’arte bizantina, in "STORIEDELLARTE.com", 12 febbraio 2017; accessed 21 settembre 2017.
http://storiedellarte.com/2017/02/fernanda-de-maffei-1917-2011-la-signora-dellarte-bizantina.html.

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