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Promemoria per Nedda Guidi a Gubbio

  
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Impra­ti­ca­bi­le del 1971 è for­se uno degli esi­ti più noti del­la ricer­ca di Ned­da Gui­di (1927–2015): ven­ti­cin­que ele­men­ti geo­me­tri­ci in maio­li­ca a smal­to sati­na­to bian­co, cia­scu­no di 22 x 33 x 33 cm un ango­lo smus­sa­to e l’angolo oppo­sto rial­za­to come uno spe­ro­ne, dispo­sti a for­ma­re un qua­dra­to a gri­glia rego­la­re di orto­go­na­li. L’artista non ha for­ni­to un pia­no pre­sta­bi­li­to per la dispo­si­zio­ne dei sin­go­li ele­men­ti, il cui orien­ta­men­to può varia­re ad ogni mes­sa in ope­ra dell’insieme con effet­to sem­pre mute­vo­le. Da una par­te, a que­sta altez­za del suo per­cor­so, il prin­ci­pio di “ope­ra aper­ta”, con una strut­tu­ra di ele­men­ti dati varia­men­te modi­fi­ca­bi­le, sem­bra un dato acqui­si­to da par­te del­la Gui­di, che ne fa un momen­to di dis­se­mi­na­zio­ne dell’opera nel­lo spa­zio con uno svi­lup­po oriz­zon­ta­le: piut­to­sto che svet­ta­re in altez­za, la scul­tu­ra pre­fe­ri­sce una assi­mi­la­zio­ne al suo­lo, come un ele­men­to di pae­sag­gio, pur ponen­do­si come un limi­te inva­li­ca­bi­le alla pra­ti­ca­bi­li­tà del­lo spa­zio occu­pa­to. Era la via con cui la Gui­di por­ta­va le istan­ze di una impo­sta­zio­ne razio­na­le del­la scul­tu­ra nel mon­do del­la cera­mi­ca, ragio­nan­do nei ter­mi­ni dell’opera modu­la­re, repli­ca­bi­le ed espan­di­bi­le: vir­tual­men­te nul­la impe­di­reb­be di aggiun­ge­re un’altra fila di ele­men­ti, rispet­tan­do sem­pre la pian­ta qua­dra­ta dell’insieme, in una poten­zia­le esten­sio­ne all’infinito.

Impra­ti­ca­bi­le, con­ser­va­ta al Palaz­zo Duca­le di Gub­bio fra le ope­re pro­ve­nien­ti dal­la Bien­na­le di Scul­tu­ra, a cimgp9983ui il nome del­la Gui­di è lega­to a dop­pio filo per un lun­go trat­to, è però il pun­to inter­me­dio di un per­cor­so mol­to più arti­co­la­to, di cui dà con­to la bel­la retro­spet­ti­va Gesto modu­lo memo­ria cura­ta da Rober­to Bor­sel­li­ni e Loren­zo Fio­ruc­ci pres­so il Palaz­zo dei Con­so­li in occa­sio­ne del­la XXVI Bien­na­le di scul­tu­ra (2016), pro­prio nel­lo stes­so luo­go in cui quarant’anni esat­ti pri­ma Enri­co Cri­spol­ti, in occa­sio­ne del­la Bien­na­le di Gub­bio 1976, ave­va orga­niz­za­to un pri­mo “Omag­gio a Ned­da Gui­di”. Ne appa­re con evi­den­za che il per­cor­so del­la Gui­di mostra una com­ples­si­tà pro­ble­ma­ti­ca, sia lin­gui­sti­ca che con­te­nu­ti­sti­ca, che meri­te­rà ulte­rio­ri appro­fon­di­men­ti, par­ten­do pro­prio dal­le coor­di­na­te offer­te in que­sta occa­sio­ne dal per­cor­so espo­si­ti­vo e dai sag­gi dei cura­to­ri che la accom­pa­gna­no, sot­to­li­nean­do i rap­por­ti con l’arte del pas­sa­to e con la sto­ria del­la Bien­na­le (Bor­sel­li­ni) e ripro­po­nen­do una rico­stru­zio­ne ser­ra­ta dell’evoluzione sti­li­sti­ca a stret­to con­tat­to con l’evoluzione del coe­vo pen­sie­ro filo­so­fi­co e scien­ti­fi­co (Fio­ruc­ci). Quest’ultimo in par­ti­co­la­re sot­to­li­nea alcu­ni sno­di fon­da­men­ta­li, svi­lup­pan­do alcu­ne trac­ce pro­po­ste da Enri­co Cri­spol­ti nel 1976, ma soprat­tut­to sof­fer­man­do la pro­pria atten­zio­ne sugli inte­res­si dell’artista per la filo­so­fia, l’astronomia e la geo­me­tria e sul­le rica­du­te di que­ste sul­la pro­du­zio­ne arti­sti­ca: è il pun­to di ini­zio di uno stu­dio che può apri­re a una rifles­sio­ne di ancor più ampio respi­ro, ma vista da un’angolazione pri­vi­le­gia­ta, su cui ci pia­ce­reb­be leg­ge­re un sag­gio anco­ra più ampio e arti­co­la­to, maga­ri dal­la pen­na del­lo stes­so stu­dio­so.

Non è di poco con­to, in tal sen­so, il fat­to che la Gui­di aves­se discus­so una tesi di lauimgp0044rea di tema filo­so­fi­co-peda­go­gi­co sul filo­so­fo ame­ri­ca­no John Dewey, di cui era­no arri­va­te del­le eco in Ita­lia già negli anni Cin­quan­ta, dap­pri­ma in ambi­to peda­go­gi­co, pri­ma anco­ra che fos­se pos­si­bi­le leg­ge­re in tra­du­zio­ne ita­lia­na alcu­ne ope­re capi­ta­li del suo pen­sie­ro come Art as expe­rien­ce. In ogni caso, la scel­ta di posa­re la pro­pria atten­zio­ne su que­sto filo­so­fo è già indi­ce di una curio­si­tà che segue un pro­prio iti­ne­ra­rio intel­let­tua­le che non segue le let­tu­re alla moda, nem­me­no quel­le più cor­ren­ti fra gli arti­sti del­la sua gene­ra­zio­ne.

I suoi esor­di, con i “Fogli” al prin­ci­pio degli anni Ses­san­ta, sono all’insegna dell’Informale. È un momen­to in cui la scul­tu­ra di segno e mate­ria era for­se entra­ta in una risac­ca, o in cui for­se non è più una novi­tà dirom­pen­te, ma in cui il suo lavo­ro mostra­va, come sot­to­li­nea­va un’altra impor­tan­te mostra del 2015 cura­ta sem­pre da Fio­ruc­ci sul­la cera­mi­ca infor­ma­le (pri­ma tap­pa del ciclo Ter­rae pen­sa­to per Cit­tà di Castel­lo), una pos­si­bi­li­tà di svi­lup­po tut­to men­ta­le: le ulti­me bat­tu­te del­la scul­tu­ra di gesto, insom­ma, muo­ve­va­no in dire­zio­ne di una ricom­po­si­zio­ne e di un supe­ra­men­to in chia­ve razio­na­le, con un pas­sag­gio, come met­te in evi­den­za la mostra, dal gesto emo­ti­vo alla for­ma chiu­sa. Una scel­ta, que­sta, che si espri­me con­sa­pe­vol­men­te anche a livel­lo cro­ma­ti­co, quan­do l’artista, di con­tro all’azione mime­ti­ca degli smal­ti allu­mi­na­ti e fer­ru­gi­no­si dei “Fogli”, opte­rà per un colo­re anti­na­tu­ra­li­sti­co come il blu Sevrès (o blu copia­ti­vo) che è tut­to men­ta­le.

Già nei “Fogli” del 1961, comun­que, pur rima­nen­do evi­den­ti trac­ce mate­ria­li del pro­ce­di­men­to, il gesto ave­va già un valo­re di costrui­zio­ne di uno spa­zio e di un volu­me: pri­ma è emo­ti­vo, ma pre­sto diven­ta deci­sa­men­te razio­na­le. Per Cri­spol­ti, rileg­gen­do l’introduzione del 1976 ripro­po­sta nel cata­lo­go del 2016, si trat­ta­va di un gesto ele­men­ta­re e pri­ma­rio, in cui era evi­den­te «l’esercizio del gesto che inter­vie­ne a mani­po­la­re il foglio, a con­no­tar­lo di sol­le­ci­ta­zio­ni modi­fi­ca­to­rie e strut­tu­ral­men­te deter­mi­nan­ti».

Si trat­ta infat­ti di un gesto medi­ta­to, di un cal­co­lo logi­co come ele­men­to di inda­gi­ne razio­na­le: «il pia­no del foglio» scri­ve Fio­ruc­ci, «non sem­bra risen­ti­re dell’azione dell’urto e del­la pres­sio­ne gestua­le, assu­men­do piut­to­sto la for­ma di una cur­va­tu­ra del pia­no spa­zia­le, a segui­to di una pres­sio­ne con­cen­tra­ta nel­la fascia cen­tra­le del­la super­fi­cie o, in alcu­ni casi, già dall’inserimento di una mas­sa».

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Fio­ruc­ci pro­po­ne una sug­ge­sti­va simi­li­tu­di­ne fra la cavi­tà di cer­te scul­tu­re e la defor­ma­zio­ne del tes­su­to cosmi­co, di una cur­va­tu­ra spa­zia­le, secon­do la teo­ria di Ein­stein, rilan­cia­ta negli anni Ses­san­ta con una rin­no­va­ta for­tu­na del­la teo­ria del­la rela­ti­vi­tà gene­ra­le come pun­to di con­nes­sio­ne e che pote­va entra­re nel­le let­tu­re degli uma­ni­sti anche attra­ver­so la rifles­sio­ne di Enzo Paci sul­le pagi­neimgp0034 di “Aut Aut”. La Gui­di, oltre­tut­to, usa spes­so negli scrit­ti di quel perio­do il ter­mi­ne “geo­me­triz­za­zio­ne”, conia­to dal fisi­co John Archi­bald Whee­ler nel 1962. Ma la spin­ta ver­so la geo­me­tria ele­men­ta­re, se da una par­te per­met­te alla for­ma di acqui­si­re una visua­liz­za­zio­ne esat­ta, dall’altra assu­me anche, alme­no per un momen­to, un carat­te­re di voca­zio­ne archi­tet­to­ni­ca: volu­mi net­ti ed ele­men­ta­ri, dagli spi­go­li misu­ra­bi­li, sem­bra­no deli­mi­ta­re uno spa­zio vir­tual­men­te abi­ta­bi­le. Pre­sto, tut­ta­via, avreb­be avu­to la meglio una opzioimgp9995ne modu­la­re, che rapi­da­men­te por­te­rà a risul­ta­ti come Impra­ti­ca­bi­le del 1971: si trat­ta­va, pro­se­gue Fio­ruc­ci, di «riba­di­re in un con­te­sto pura­men­te razio­na­le il valo­re pri­ma­rio dell’esperienza crea­ti­va, a trat­ti ludi­ca, in cui dall’unità del modu­lo deri­va la mol­ti­pli­ca­zio­ne seria­le e dove l’unico ele­men­to rego­la­to­re del­le pos­si­bi­li com­bi­na­zio­ni è la fan­ta­sia». È que­sto, pro­ba­bil­men­te, il pun­to di tan­gen­za con la teo­ria dell’“opera aper­ta” di Eco, dive­nu­ta ormai vul­ga­ta cor­ren­te pres­so gli arti­sti, che in quel libro e nei suoi stu­di sul segno tro­ve­ran­no un pun­to di rife­ri­men­to tan­to quan­to nei libri di Gil­lo Dor­fles a caval­lo fra anni Ses­san­ta e Set­tan­ta: i pro­ble­mi del­lo spa­zio, del segno, dell’integrazione con limgp9991’ambien­te urba­no, era­no in fon­do all’ordine del gior­no. Ned­da Gui­di però non sem­bra attrat­ta dal­la dimen­sio­ne urba­na: il luo­go del­la scul­tu­ra, per lei, rima­ne lo spa­zio chiu­so, misu­ra­bi­le e acco­stan­te. Un aspet­to dida­sca­li­co, una atti­tu­di­ne all’insegnamento, sot­to­li­nea­no i cura­to­ri, è nel­la sua indo­le, anche se da con­ci­lia­re, si leg­ge sem­pre nel sag­gio intro­dut­ti­vo sul per­cor­so del­la Gui­di, con «una pre­sa di posi­zio­ne per cer­ti aspet­ti con­te­sta­ta­ria, che rispon­de al ten­ta­ti­vo di argi­na­re la pigri­zia logi­ca dei siste­mi (pre­va­len­te­men­te di pen­sie­ro, ma pro­ba­bil­men­te anche di orga­niz­za­zio­ne e di scel­te che rica­do­no sull’ambito rea­le e socia­le) attra­ver­so l’impiego del modu­lo seria­liz­za­to e alle sue infi­ni­te pos­si­bi­li­tà com­bi­na­to­rie».

Eppu­re que­sta ricer­ca non si chiu­de den­tro il pro­prio boz­zo­lo, ben­sì si apre a un dia­lo­go a distan­za che altre espe­rien­ze ita­lia­ne che segui­va­no una deri­va in sen­so “ana­li­ti­co” del­la scul­tu­ra. La Gui­di non era sola, infat­ti, nel per­cor­so di ela­bo­ra­zio­ne di una scul­tu­ra per modu­li geo­me­tri­ci com­po­ni­bi­li. Cri­spol­ti trac­cia­va infat­ti a suo tem­po una sor­ta di genea­lo­gia di quel­le inda­gi­ni, in cui Car­ri­no e Geno­ve­se era­no per lei non com­pa­gni di stra­de, ma coor­di­na­te di una costel­la­zio­ne che si inter­ro­ga sul­la que­stio­ne del modu­lo.

Que­sto, scri­ve­va Cri­spol­ti nel 1976, «vale come ipo­te­si meto­do­lo­gi­ca di una costru­zio­ne per modu­li e per­met­te di ren­de­re ele­men­ta­re e appun­to razio­nal­men­te con­trol­la­bi­le il pro­ces­so costrut­ti­vo pla­sti­co e di offrir­lo per dispo­ni­bi­le». In que­sto modo esso rap­pre­sen­ta quin­di «un ele­men­to pri­ma­rio di aggre­ga­zio­ne, che garan­ti­sce al tem­po stes­so una costru­zio­ne sot­trat­ta a even­tua­li­tà estra­nee alle pos­si­bi­li­tà offer­te dal­la ripe­ti­bi­li­tà aggre­ga­ta del modu­lo stes­so». Alla data dell’omaggio eugu­bi­no, anzi, secon­do il cri­ti­co roma­no era arri­va­ta a «un defi­ni­ti­vo chia­ri­mentimgp0056o pro­prio del decli­na­re fino in fon­do l’esercizio di cri­ti­ca alla tra­di­zio­ne cera­mi­ca, apren­do­le d’altra par­te altre e nuo­ve even­tua­li­tà di con­nes­sio­ni pro­ble­ma­ti­che nell’orizzonte del­la cul­tu­ra arti­sti d’avanguardia».

Da qui in poi, il per­cor­so si sareb­be mos­so pro­gres­si­va­men­te in dire­zio­ne di ope­ra­zio­ni con­cet­tua­li sem­pre più men­ta­li. Da una par­te avvie­ne una rinun­cia al colo­re nel­la scul­tu­ra, che vuol dire anche rinun­cia alla cera­mi­ca in favo­re del­la più ruvi­da super­fi­cie del­la ter­ra­cot­ta, che ha qua­si il valo­re di un muta­men­to antro­po­lo­gi­co, o meglio di un rav­vi­va­to inte­res­se per il tema dell’archetipo con le sue impli­ca­zio­ni sim­bo­li­che. Si pro­ce­de infat­ti ver­so una com­pli­ca­zio­ne con­cet­tua­le che appro­da alle Tavo­le di cam­pio­na­tu­ra dedi­ca­te all’iterazione fra pasta argil­lo­sa e ossi­di colo­ran­ti in quan­ti­tà varia­bi­li, mol­to simi­li, come fa nota­re Bor­sel­li­ni, alle teche dei col­le­zio­ni­sti che espo­ne­va­no reper­ti o mate­ria­li in sequen­ze tipo­lo­gi­che: è l’archeologia uno dei ter­mi­ni di con­fron­to, ma un’archeologia da non inten­der­si nell’accezione di arte clas­si­ca ben­sì come atten­zio­ne ver­so i reper­ti del­la vita mate­ria­le, versimgp0042o il fram­men­to e ver­so un arcai­smo sen­za tem­po, che dà ragio­ne di quel­la che Bor­sel­li­ni defi­ni­sce, a ragio­ne. una vera e pro­pria «osses­sio­ne tas­so­no­mi­ca».. Infat­ti, anno­ta Fio­ruc­ci, «attra­ver­so la cata­lo­ga­zio­ne e la siste­ma­zio­ne degli ele­men­ti inda­ga­ti la scul­tri­ce espri­me la cono­scen­za dell’oggetto e del­la mate­ria stu­dia­ta».

L’impulso alla seria­li­tà si è ampli­fi­ca­to, ma ha assun­to una for­ma più chiu­sa e cir­co­scrit­ta, defi­ni­ta nel­la dispo­si­zio­ne degli ele­men­ti.

«Il pro­ble­ma for­ma», scri­ve­va anco­ra Cri­spol­ti nel 1976, «è inte­so in ter­mi­ni post­con­cet­tua­li, cioè risco­per­to nel segno più sem­pli­ce e rastre­ma­to: è for­ma fisi­ca even­ta­le al di là di un vaglio con­cet­tua­le che l’ha desti­tui­ta di trion­fa­li­smo pla­sti­co. Puro segno del fare quo­ti­dia­no» da affian­ca­re alla neo­pit­tu­ra come Grif­fa, ma «il tra­guar­do intel­li­gen­te che la Gui­di si pro­po­ne e di fat­to rag­giun­ge in que­ste pro­ve più recen­ti è quel­lo di veri­fi­ca­re nel­la scul­tu­ra l’eventualità di ten­sio­ne liri­ca rare­fat­ta, ma non per­ciò meno insi­nuan­te, di momen­ti del­la “neo­pit­tu­ra”. Veri­fi­car­li in scul­tu­ra, recu­pe­ran­do vir­tua­li­tà cro­ma­ti­che intrin­se­che alla mate­ria pla­sti­ca più ele­men­ta­re e anti­ca: la ter­ra».

 

Ned­da Gui­di. Gesto modu­lo memo­ria

a cura di Rober­to Bor­sel­li­ni e Loren­zo Fio­ruc­ci

Gub­bio, Palaz­zo dei Con­so­li

fino al 15 gen­na­io 2017

Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, Promemoria per Nedda Guidi a Gubbio, in "STORIEDELLARTE.com", 7 dicembre 2016; accessed 21 febbraio 2017.
http://storiedellarte.com/2016/12/promemoria-per-nedda-guidi-a-gubbio.html.

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