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Eduard Habicher alla Biennale di Gubbio

imgp9964Sem­bra­va desti­na­ta a vin­ce­re il pre­mio del­la XXVI Bien­na­le di scul­tu­ra di Gub­bio la gran­de scul­tu­ra di Eduard Habi­cher (Mal­les 1956), che acco­glie­va i visi­ta­to­ri in visi­ta alla ras­se­gna in fon­do al cor­ti­le d’onore di Palaz­zo duca­le del­la cit­tà eugu­bi­na. Appa­ri­va subi­to evi­den­te, infat­ti, che con la sua tim­bri­ca accen­sio­ne cro­ma­ti­ca la scul­tu­ra dell’artista altoa­te­si­no era nata per il con­fron­to con l’architettura, sen­za che la solen­ne cor­ni­ce rina­sci­men­ta­le la sovra­stas­se con la sua quie­te sobria ma impo­nen­te.

Non è scon­ta­to per la scul­tu­ra di voca­zio­ne archi­tet­to­ni­ca, che il con­fron­to con gli spa­zi aper­ti non gio­chi qual­che brut­to scher­zo, spe­cial­men­te per una scul­tu­ra che ha inten­zio­nal­men­te rinun­cia­to al volu­me pie­no come limi­te o con­fi­ne di una for­ma soli­da e impe­ne­tra­bi­le, pre­fe­ren­do anzi un’apertura in dire­zio­ne del­la scul­tu­ra attra­ver­sa­bi­le se non addi­rit­tu­ra “abi­ta­bi­le”.

Esi­ste un cer­to modo di inten­de­re la scul­tu­ra che fa pen­sa­re a un dise­gno sul­la ter­za dimen­sio­ne fat­to sen­za mai stac­ca­re la pen­na dal foglio: una scul­tu­ra di strut­tu­ra e non di volu­me, che ha rinun­cia­to alla soli­di­tà del­la for­ma come con­fi­ne estre­mo di una super­fi­cie a con­tat­to con l’aria per diven­ta­re un per­cor­so, un iti­ne­ra­rio visi­vo di sali e scen­di che accom­pa­gna l’occhio lun­go una deter­mi­na­ta diret­tri­ce, come un rac­con­to. Dà

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que­sta impres­sio­ne la gran­de scul­tu­ra di Habi­cher a Gub­bio.

Ad accom­pa­gna­re la sua par­te­ci­pa­zio­ne al pre­mio, asse­gna­to a lui dal­la giu­ria all’inaugurazione del­la mani­fe­sta­zio­ne il 15 otto­bre 2016, un bre­ve com­men­to di Enri­co Cri­spol­ti -fra i cura­to­ri del­la ras­se­gna insie­me a Gior­gio Bono­mi e Bru­no Corà- che da qual­che decen­nio ne segue il lavo­ro e a cui si deve l’invito (gli altri era­no sta­ti rivol­ti a Bru­no Libe­ra­to­re, Ange­lo Casciel­lo e al com­pian­to Gian­car­lo Scian­nel­la): «In disin­vol­tu­ra di libe­ris­si­ma dislo­ca­zio­ne gra­fi­co-strut­tu­ra­le-cro­ma­ti­ca entro lo spa­zio (deci­sa­men­te appro­prian­do­se­ne in una pro­vo­ca­zio­ne imma­gi­na­ti­vo-cono­sci­ti­va nel­la sua inva­si­va qua­si ine­lu­di­bi­le evi­den­za), dal­la fine degli anni novan­ta Eduard Habi­cher invi­ta a con­si­de­ra­re pos­si­bi­li­tà e ruo­lo spa­zial­men­te qua­si dan­zan­te del­la scul­tu­ra. Qua­le sol­le­ci­ta­zio­ne con­ti­nua a una rifles­sio­ne alter­na­ti­va su con­di­zio­ni per­cet­ti­ve del nostro pre­sen­te, sul pre­sup­po­sto riscon­tro di una con­sa­pe­vo­lez­za dimen­sio­na­le pro­ba­bi­li­sti­ca nuo­va del­lo spa­zio».

Lo stes­so tito­lo asse­gna­to a quest’opera, Son­da­re la dimen­sio­ne 200­x200­x150, era orien­ta­ti­vo dell’intenzione dell’artista di por­si un pro­ble­ma spa­zia­le, ma anche di riflet­te­re in ter­mi­ni pro­pri sul­la que­stio­ne del­la scul­tu­ra monu­men­ta­le. È evi­den­te un atto di for­za nel­la tor­sio­ne di que­sta putrel­la ripie­ga­ta su se stes­sa, in modo da diven­ta­re uno spa­zio, una gab­bia aper­ta, un segno che si muo­ve nell’ambiente a cui il colo­re ros­so smal­ta­to ha tol­to quel sen­so di pesan­tez­za e di gra­vi­tà del metal­lo. Il ricor­so a un colo­re acce­so, sma­te­ria­liz­zan­te per cer­ti aspet­ti, richia­ma un rap­por­to fra scul­tu­ra e dise­gno, fra solu­zio­ne gra­fi­ca del­la for­ma e memo­rie dell’astrazione con­cre­ta, non sen­za una com­po­nen­te ludi­ca: è il ros­so smal­ta­to del­le strut­tu­re tubo­la­ri di Caro, o di alcu­ne scul­tu­re desti­na­te a col­lo­ca­zio­ni all’aperto di Gra­zia Vari­sco, che viag­gia­no su bina­ri paral­le­li e non comu­ni­can­ti con il lavo­ro di Habi­cher, ma che tut­te con­flui­sco­no, per vie auto­no­me, nell’uso del colo­re a smal­to lucen­te come espe­dien­te per nega­re il peso deimgp9969l mate­ria­le ma non la soli­di­tà del­la strut­tu­ra, che costi­tui­sce il discri­mi­ne fra que­sto capi­to­lo del­la scul­tu­ra e la vera e pro­pria scul­tu­ra “di sola linea” inau­gu­ra­ta da Melot­ti e desti­na­ta a gra­vi­da for­tu­na fra anni Cin­quan­ta e Ses­san­ta secon­do indi­ca­zio­ni post-costrut­ti­vi­ste.

imgp9955Nel caso di Habi­cher, poi, que­sto costi­tui­sce il pun­to di arri­vo recen­te di una rifles­sio­ne sul rap­por­to fra scul­tu­ra e ambien­te vota­to a un dia­lo­go diret­to di com­pe­ne­tra­zio­ne con l’architettura.

È un pun­to mol­to chia­ro del­la rifles­sio­ne di Enri­co Cri­spol­ti sull’artista, di cui ave­va già scrit­to in par­ti­co­la­re in due con­tri­bu­ti del 1989 e del 2002 di cui la moti­va­zio­ne sti­la­ta per Gub­bio 2016 costi­tui­sce una sin­te­ti­ca enu­me­ra­zio­ne.

Nel testo del 1989 Cri­spol­ti, in que­gli anni par­ti­co­lar­men­te atten­to alla gene­ra­zio­ne di arti­sti nati nei secon­di anni Cin­quan­ta e alle loro istan­ze più o meno “ana­li­ti­che” ma non refe­ren­zial­men­te rin­chiu­se su se stes­se (Gada­le­ta, Alma­gno, De Luca) ave­va fat­to i con­ti con una sta­gio­ne più aspra del lavo­ro di Habi­cher, in cui leg­ge­va la nega­zio­ne di una situa­zio­ne gra­vi­ta­zio­na­le in favo­re di una «situa­zio­ne in bili­co», sostan­zial­men­te «aerea vir­tual­men­te agra­vi­ta­zio­na­le» (1989), che tre­di­ci anni più tar­di si sareb­be cri­ti­ca­men­te chia­ri­ta in «un ben rico­no­sci­bi­le filo­ne del­la scul­tu­ra con­tem­po­ra­nea, inno­va­ti­va­men­te essen­zia­li­sta, libe­ra­to­rio in libra­zio­ni spa­zia­li apon­de­ra­li» (2002)

L’artista infat­ti ave­va rea­liz­za­to del­le strut­tu­re leg­ge­re, fat­te per esse­re sospe­se o comun­que appli­ca­te alla pare­te, come seguen­do cer­ti sug­ge­ri­men­ti costrut­ti­vi­sti di scul­tu­ra “ango­la­re” che si com­ple­ta con la pare­te a cui vie­ne appli­ca­ta che ave­va­no un ruo­lo impor­tan­te, per esem­pio, nel fon­da­men­ta­le libro di Rosa­lind Krauss sul­la scul­tu­ra. In Habi­cher, però, era pre­sen­te una non tra­scu­ra­bi­le com­po­nen­te arti­gia­na­le, che non disde­gna­va il ricor­so a quel­lo che Cri­spol­ti, a fine anni Ottan­ta, defi­ni­va un metal­lo “tec­no­lo­gi­co”: «se il metal­lo del­le strut­tu­re segni­co-spa­zia­li è tec­no­lo­gi­co, il lavo­ro inten­so di fre­sa­tu­ra e gli inter­ven­ti manua­li che di con­ti­nuo, bra­no a bra­no fasci­no­sa­men­te lo rav­vi­va­no, costrui­sco­no a loro vol­ta l’evidenza di un ope­ra­re che è dell’uomo». A dispet­to del­la logi­ca dell’oggetto tro­va­to, del­la scul­tu­ra otte­nu­ta per assem­blag­gio di pre­e­si­sten­ze, nell’artista altoa­te­si­no gio­ca un ruo­lo fon­da­men­ta­le il dato arti­gia­na­le che fre­sa, che tor­ce il metal­lo e lo pie­ga alle sue esi­gen­ze, anche quan­do lo inte­gra­va con ele­men­ti natu­ra­li come la pie­tra, por­tan­do a una «dupli­ci­tà con­cor­ren­te di rife­ri­men­to alla tec­no­lo­gia metal­li­ca e alla natu­ra­li­tà del­la pie­tra».

Già allo­ra, pimgp9951erò, il cri­ti­co rile­va­va la que­stio­ne del rap­por­to fra spa­zio dell’opera e spa­zio del­la frui­zio­ne e rispet­ti­va inte­gra­zio­ne: la scul­tu­ra, rimo­du­lan­do prin­ci­pi pret­ta­men­te archi­tet­to­ni­ci, diven­ta una soglia attra­ver­sa­bi­le, uno spa­zio che pun­ta all’integrazione e all’ingresso. «Que­sto moti­vo del pas­sag­gio» scri­ve­va nel testo del 1989, «dell’invito all’accesso, del­la soglia, in qual­che modo obbli­ga­ti rispet­to all’elemento strut­tu­ra­le incom­ben­te, ricor­re in effet­ti come una cir­co­stan­za sim­bo­li­ca di sug­ge­stio­ne com­por­ta­men­ta­le del modo di por­si spa­zia­le dell’intervento pla­sti­co di Habi­cher nel­la situa­zio­ne ambien­ta­le». I suoi inter­ven­ti «sono mira­ti insom­ma, anche psi­co­lo­gi­ca­men­te, a sca­la di spa­zia­li­tà uma­na».

Fra le istan­ze del costrut­ti­vi­smo e gli anni Ottan­ta, però, si era­no con­su­ma­te le sta­gio­ni del “con­tet­tua­le” e del “pove­ri­smo”: in tem­pi di post-moder­no, in fon­do, non resta­va che un’opzione “post-con­cet­tua­le” e “post-pove­ra”.

Arri­van­do agli anni Due­mi­la, nel­la let­tu­ra di Cri­spol­ti era com­par­so poi un nuo­vo ele­men­to, così come i tem­pi sono muta­ti e sta avan­zan­do una ten­den­za a sto­ri­ciz­za­re anche i perio­di mol­to recen­ti: sono gli anni in cui si sta insi­nuan­do quel­la che supe­ra­to il pri­mo decen­nio degli anni Due­mi­la Cri­spol­ti stes­so defi­ni­rà, una vol­ta chia­ri­to in modo defi­ni­ti­vo il pro­ble­ma, come “post-cri­ti­ca”. Il testo del 2002 dun­que ave­va anche la fun­zio­ne di chia­ri­re una linea dell’arte ita­lia­na che non ave­va il plau­so dei cana­li uffi­cia­li, ma che per coe­ren­za e con­ti­nui­tà di ricer­ca con­ti­nua­va a por­re dei pro­ble­mi al tem­po pre­sen­te. Habi­cher, infat­ti, è infat­ti «inno­va­ti­vo non eva­si­va­men­te ma in modi d’intima dia­let­ti­ca, con carat­te­ri­sti­che tipi­che del­la tra­di­zio­ne del­la scul­tu­ra con­tem­po­ra­nea avan­za­ta, ponen­do infat­ti que­stio­ni di rap­por­ti spa­zia­li, di gestua­li­tà strut­tu­ra­le, di qua­li­tà vir­tua­le d’immagine, di riscon­tro men­ta­le, di manua­li­tà e mate­ri­ci­tà». Que­sto non esse­re eva­si­vo, nel les­si­co del cri­ti­co, è dato di non poco con­to: signi­fi­ca un impe­gno diret­to nei pro­ble­mi del pre­sen­te rispet­to a pre­oc­cu­pa­zio­ni di carat­te­re esclu­si­va­men­te for­ma­le, ovve­ro signi­fi­ca con­ti­nua­re a por­re le que­stio­ni di lin­guag­gio in rap­por­to con pro­ble­mi di con­te­nu­to, elu­den­do la via del tut­to auto­re­fe­reimgp9945nzia­le, sem­pre più in voga, di un’arte che si pone esclu­si­va­men­te i pro­ble­mi del lin­guag­gio visi­vo come prin­ci­pa­le rag­giun­gi­men­to pra­ti­co.

Nel suo caso, in par­ti­co­la­re, si trat­ta­va di un rap­por­to fra segno, peso e spa­zio: Habi­cher ave­va rag­giun­to «un’estrema ridu­zio­ne del­la cor­po­si­tà del­la pro­po­si­zio­ne pla­sti­ca, in una dis­so­lu­zio­ne dun­que del­la sua pas­si­vi­tà e pon­de­ra­li­tà, a favo­re di un’articolazione segni­ca, ed even­tual­men­te anche mate­ri­ca, tra­ma­ta e qua­si dise­gna­ta nel­lo spa­zio. Una scul­tu­ra quin­di che, in tali ter­mi­ni, si fa appun­to sostan­zial­men­te segno nel­lo spa­zio, aerea, even­tual­men­te ener­ge­ti­ca o espli­ci­ta­men­te dina­mi­ca». Ma ciò che più con­ta, per lui, è che «Habi­cher è imma­gi­na­ti­va­men­te un insi­nua­to­re di dub­bi (ope­ran­do fra i diver­si livel­li di per­ce­zio­ne e ideo­lo­gia). Dub­bi sul­la natu­ra del­lo spa­zio, imma­gi­nan­do­la aper­ta e ipo­te­ti­ca in una con­si­sten­za fles­si­bi­le, modi­fi­ca­bi­le, appro­pria­bi­le, per­so­na­liz­za­bi­le. Dub­bi sui para­me­tri, sui con­fi­ni del­lo spa­zio; dub­bi insi­nua­ti da una mes­sa in cau­sa del­lo spa­zio attra­ver­so un’ambiguità d’immagine».

Ed anche quan­do la linea si è fat­ta spes­sa, il trat­to gra­ve e archi­tet­to­ni­co, Habi­cher è rima­sto uno scul­to­re di linea, di una linea dan­zan­te, abi­ta­bi­le, attra­ver­sa­bi­le.

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Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, Eduard Habicher alla Biennale di Gubbio, in "STORIEDELLARTE.com", 9 dicembre 2016; accessed 27 maggio 2017.
http://storiedellarte.com/2016/12/eduard-habicher-alla-biennale-di-gubbio.html.

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