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Un’altra traccia di Tanzio a Napoli

LA FOTO È BRUTTA E IL QUADRO (figg. 1, 5) non l’ho anco­ra visto dal vivo, cosa che mi affret­te­rò a fare al più pre­sto, visto che ha anche il pre­gio di tro­var­si in un luo­go pub­bli­co, non fre­quen­ta­tis­si­mo dagli sto­ri­ci dell’arte: l’Orto Bota­ni­co dell’Università di Pisa. Però il ritrat­to è noto e ha una vicen­da cri­ti­ca non del tut­to ava­ra, per­ché raf­fi­gu­ra un per­so­nag­gio mol­to impor­tan­te del­la cul­tu­ra scien­ti­fi­ca napo­le­ta­na tra Cin­que­cen­to e Sei­cen­to, ed è anche sta­to espo­sto a una mostra pisa­na rela­ti­va­men­te recen­te, con ope­re d’arte di una cer­ta fama. L’effigiato è infat­ti Fer­ran­te Impe­ra­to (Napo­li, 1525 cir­ca – post 1615), spe­zia­le, natu­ra­li­sta e tan­te altre cose anco­ra, al qua­le sono sta­ti dedi­ca­ti nume­ro­si stu­di – non ulti­ma la voce del Dizio­na­rio Bio­gra­fi­co degli Ita­lia­ni – che han­no inda­ga­to le ete­ro­ge­nee sfac­cet­ta­tu­re del­la sua polie­dri­ca per­so­na­li­tà oltre che il suo famo­so museo. Non mi sof­fer­mo, ora, sul­la sua lun­ga vita e i mol­te­pli­ci inte­res­si – lo farò in una pros­si­ma e più cir­co­stan­zia­ta occa­sio­ne –, limi­tan­do­mi a ripor­ta­re le note del DBI sul museo e a ripro­dur­re la xilo­gra­fia che lo immor­ta­la (fig. 3): «Nato, oltre che dal­la pas­sio­ne, da esi­gen­ze pra­ti­che col­le­ga­te alla sua atti­vi­tà di spe­zia­le, il museo rac­co­glie­va un gran­de nume­ro di ogget­ti appar­te­nen­ti ai tre regni, ani­ma­le, vege­ta­le e mine­ra­le (ani­ma­li imbal­sa­ma­ti, mira­bi­lia, fos­si­li, pie­tre e gem­me, ter­re, suc­chi, essen­ze, pro­fu­mi, oli, inchio­stri, pian­te ed erbe sec­che, semi e altro), una cer­ta quan­ti­tà di arti­fi­cia­lia, col­le­zio­na­ti in quan­to in rela­zio­ne con il mon­do del­la natu­ra, la cor­ri­spon­den­za scien­ti­fi­ca dell’Imperato e, infi­ne, una gal­le­ria di ritrat­ti di scien­zia­ti illu­stri. Sap­pia­mo inol­tre, da alcu­ne fon­ti, che nel museo furo­no accol­ti anche ani­ma­li vivi (alme­no un icneu­mo­ne e una tar­ta­ru­ga). […] Una par­zia­le rap­pre­sen­ta­zio­ne dell’allestimento con il qua­le furo­no espo­ste le col­le­zio­ni dopo quel­la data la si ritro­va nell’unica ope­ra data alle stam­pe con il nome dell’Imperato, Dell’historia natu­ra­le (1599), e in par­ti­co­la­re nell’elegante xilo­gra­fia di auto­re igno­to che apre il libro: la dispo­si­zio­ne, che rispon­de­va al tipi­co cano­ne este­ti­co dei musei tar­do­ri­na­sci­men­ta­li, pre­ve­de­va scaf­fa­li e arma­di lun­go le pare­ti e pez­zi d’ingombro, soprat­tut­to gros­si ani­ma­li imbal­sa­ma­ti, sul sof­fit­to».

3. Ritratto del museo di Ferrante Imperato, da Dell’historia naturale.

3. Ritrat­to del museo di Fer­ran­te Impe­ra­to, da Dell’historia natu­ra­le.

Il ritrat­to reca l’iscrizione «FERDINANDUS IMPERATUS NEAPOLITANUS» ed è docu­men­ta­to nel­la rac­col­ta pisa­na già nel 1626: la tela (83,5 x 69,5 cm) non ha mai incon­tra­to l’attenzione degli sto­ri­ci dell’arte, più inte­res­sa­ti alla copia, par­zia­le e di qua­li­tà tan­to più cor­si­va, del­la Gal­le­ria Colon­na a Roma (fig. 2), già nel­la col­le­zio­ne di Cas­sia­no dal Poz­zo. Qui il natu­ra­li­sta è effi­gia­to a mez­zo busto, sen­za il bra­no mol­to bel­lo del­le mani che, nel­la reda­zio­ne pisa­na, strin­go­no il libro e, com’è sta­to scrit­to, l’«esemplare bota­ni­co». Se il libro sem­bra esse­re di dimen­sio­ni più ridot­te rispet­to alla pri­ma edi­zio­ne dell’Histo­ria natu­ra­le, pub­bli­ca­ta nel 1599, la pian­ti­na potreb­be for­se esse­re il «leu­co­io bian­co dal fior dop­pio» che Impe­ra­to invia ai ricer­ca­to­ri di Pisa nel 1604. Per entram­bi i ritrat­ti la cri­ti­ca par­la sol­tan­to di «Ano­ni­mo arti­sta napo­le­ta­no», oscil­lan­do tra XVI e XVII seco­lo. Stop.

4. Antonio D’Enrico, detto Tanzio da Varallo: Frammenti di una Pentecoste. Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte.

4. Anto­nio D’Enrico, det­to Tan­zio da Varal­lo: Fram­men­ti di una Pen­te­co­ste. Napo­li, Museo e Gal­le­rie Nazio­na­li di Capo­di­mon­te.

Riman­dan­do a un’indagine più det­ta­glia­ta una vol­ta esa­mi­na­to dal vivo il dipin­to e ave­re sciol­to la riser­va sul fat­to che si pos­sa trat­ta­re di un ori­gi­na­le o di una copia da un model­lo per­du­to, cre­do che vada comun­que affer­ma­to con asso­lu­ta deter­mi­na­zio­ne che il Ritrat­to di Fer­ran­te Impe­ra­to a Pisa rap­pre­sen­ta un’ulteriore e fon­da­men­ta­le tas­sel­lo per la rico­stru­zio­ne dell’attività napo­le­ta­na di Tan­zio da Varal­lo e per riba­di­re il ruo­lo di pri­ma­ria evi­den­za pre­co­ce­men­te assun­to dal val­se­sia­no nel pano­ra­ma pit­to­ri­co meri­dio­na­le. Esso cer­ti­fi­ca infat­ti con ine­lu­di­bi­le chia­rez­za il livel­lo del­le fre­quen­ta­zio­ni del gio­va­ne pit­to­re di Ala­gna nel­la capi­ta­le del Vice­re­gno, allo stes­so momen­to sti­li­sti­co ed espres­si­vo dei quat­tro fram­men­ti di una Pen­te­co­ste su tela (figg. 4, 6) già nel­la basi­li­ca di San­ta Resti­tu­ta a Napo­li (in depo­si­to a Capo­di­mon­te); quel­li con i qua­li nel 1969 Gio­van­ni Pre­vi­ta­li inau­gu­ra­va mira­bil­men­te la sua sta­gio­ne – così den­sa di aspet­ta­ti­ve e di delu­sio­ni – del­la «Que­stio­ne meri­dio­na­le». O anco­ra lo si met­ta accan­to ai pro­ta­go­ni­sti del­le pale abruz­ze­si, dal com­mit­ten­te di Col­le­di­mez­zo all’impassibile, rag­ge­lan­te Ber­nar­di­no da Sie­na di Pesco­co­stan­zo (fig. 7) e alla sua non meno impres­sio­nan­te com­mit­ten­te, Pom­pa de Mat­teis d’Amata (fig. 8). Se si vuo­le, poi, si rifac­cia anco­ra una vol­ta il gio­co del­le mani, pron­te ad arti­glia­re con dita leg­ger­men­te diva­ri­ca­te, affu­so­la­te e for­ti al tem­po stes­so, secon­do una sigla sti­li­sti­ca tipi­ca del val­se­sia­no (figg. 9–12).

Non è un vez­zo, in con­clu­sio­ne,  affer­ma­re che non sono io che cer­co i qua­dri ma che sono loro a cer­ca­re me: il 19 otto­bre scor­so dove­vo rac­con­ta­re agli ami­ci del­la Socie­tà Val­se­sia­na di Cul­tu­ra, a Bor­go­se­sia, le mie ricer­che recen­ti sul pit­to­re e cer­ca­vo su Goo­gle un po’ di imma­gi­ni da inse­ri­re nel power­point. Così è emer­so dal nul­la l’Imperato: un’opera che non ave­vo mai visto. Sul­le pri­me non gli ho dato l’importanza che il ritrat­to meri­ta­va ma poi, pro­iet­tan­do­lo duran­te la mia chiac­chie­ra­ta, il relais è scat­ta­to e, una vol­ta tor­na­to a casa, sono par­ti­te le pri­me ricer­che. Ora il qua­dro va visto e stu­dia­to dal vivo per defi­nir­ne o meno lo sta­tus di auto­gra­fo o di copia: cer­to, pre­fe­ri­rei che si rea­liz­zas­se la pri­ma even­tua­li­tà, ma quel­lo che in ogni modo mi sem­bra chia­ris­si­mo è il rilie­vo del­la tela nel­le vicen­de del pit­to­re.

Si tro­va dav­ve­ro di tut­to su inter­net, a vol­te sapen­do cer­ca­re, a vol­te per puro caso. È uno stru­men­to straor­di­na­rio per poter stu­dia­re meglio, sen­za dover fare le sfac­chi­na­te e i chi­lo­me­tri che ho fat­to in gio­ven­tù per rag­giun­ge­re il Kun­st o l’Hertziana, e per fare incon­tri impre­vi­sti e sor­pren­den­ti. Basta non per­der­si in gio­chi­ni stu­pi­di e in chiac­chie­re inu­ti­li o in giu­di­zi aci­di e affret­ta­ti su per­so­ne che il più del­le vol­te non si cono­sco­no nem­me­no. Maga­ri dagli uffi­ci di una soprin­ten­den­za, in ora­rio di lavo­ro.

Cite this article as: Marco Tanzi, Un’altra traccia di Tanzio a Napoli, in "STORIEDELLARTE.com", 6 novembre 2016; accessed 5 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2016/11/unaltra-traccia-di-tanzio-a-napoli.html.

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