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La scultura e i suoi temi. Una collana dello Studio Museo Francesco Messina di Milano

È fra i meri­ti di Maria Fra­tel­li aver tra­sfor­ma­to lo Stu­dio Museo Fran­ce­sco Mes­si­na di Mila­no, di cui è diret­tri­ce, da sacra­rio alla memo­ria dell’artista a polo crea­ti­vo dedi­ca­to alla scul­tu­ra con­tem­po­ra­nea.

Impre­sa non faci­le, gio­ca­ta sul­la deli­ca­ta con­vi­ven­za fra i bagnan­ti, i caval­li e le bal­le­ri­ne di Mes­si­na e nuo­ve pro­po­ste che spe­ri­men­ta­no altre pos­si­bi­li­tà del lin­guag­gio pla­sti­co. Com­pi­to arduo, oltre­tut­to, per­ché la scul­tu­ra è arte non faci­le, che sol­le­ci­ta nel­la frui­zio­ne meno accor­ta qual­che resi­sten­za rispet­to alla pit­tu­ra per via di un lin­guag­gio for­se meno fami­lia­re. Non è nem­me­no sem­pli­ce, oltre­tut­to, orien­tar­si di fron­te all’offerta qua­si ster­mi­na­ta del pano­ra­ma attua­le, che ren­de più dif­fi­ci­le che in pas­sa­to il ten­ta­ti­vo di una sin­te­si esau­sti­va.

Con que­ste pre­mes­se, ci si può solo augu­ra­re che que­sto pro­get­to, nato qua­si in sor­di­na ma poten­zial­men­te gra­vi­do di natu­ra­li svi­lup­pi, pos­sa con il tem­po map­pa­re e docu­men­ta­re una cam­pio­na­tu­ra signi­fi­ca­ti­va di quan­to si fa, se non pro­prio in Ita­lia, alme­no in Lom­bar­dia.

È que­sto lo spi­ri­to che inner­va la pic­co­la col­la­na “La scul­tu­ra e i suoi temi”, di cui nel 2016 sono usci­ti i pri­mi quat­tro nume­ri, tut­ti com­me­mo­ra­ti­vi di mostre che si sono tenu­te pre­ce­den­te­men­te. Già que­sto, in par­ten­za, è un dato da non tra­scu­ra­re: non sono cata­lo­ghi di mostra che ser­vo­no a osten­ta­re uno sta­tus, ben­sì volu­met­ti nati per lascia­re trac­cia di un lavo­ro fat­to. Sono libri pic­co­li, come in una linea edi­to­ria­le che pro­prio a Mila­no ave­va avu­to esem­pi illu­stri. Si può pen­sa­re, un esem­pio per tut­ti, ai libri “pic­co­li e inu­ti­li”, come li chia­ma­va l’editore stes­so, del­le edi­zio­ni “All’insegna del pesce d’oro” di Van­ni Schei­wil­ler. Eppu­re, die­tro quei libri dall’aspetto leg­ge­ro, intel­let­tua­le ma non “enga­gé”, sta­va un desi­de­rio di dare con­to del pre­sen­te in una for­ma rapi­da e che potes­se entra­re nel­le case. Libri che nasce­va­no con pochi mez­zi, in tem­pi in cui la car­ta costa­va mol­tis­si­mo e gli inve­sti­men­ti non era­no mol­ti, e in cui il pri­mo obiet­ti­vo era di con­tri­bui­re a una divul­ga­zio­ne dif­fu­sa anzi­ché costrui­re con la car­ta a stam­pa il monu­men­to all’opera di qual­cu­no, o la stren­na di chi ave­va inve­sti­to nel­la rea­liz­za­zio­ne del libro stes­so. Tem­pi che somi­glia­no mol­to, per cer­te dif­fi­col­tà ende­mi­che alla stes­sa sto­ria del­la cul­tu­ra, a quel­li di oggi, in cui la car­ta non costa mol­to ma è ribi­lan­cia­ta da una serie di fat­to­ri che con­tri­bui­sco­no alla lavo­ra­zio­ne del libro. Tor­na­re a fare libri pic­co­li, qua­si come dei qua­der­ni, tut­ta­via, è un segna­le da vede­re solo in manie­ra posi­ti­va e salu­ta­re. Que­sta serie di pic­co­le pub­bli­ca­zio­ni, in sostan­za, nasce con lo spi­ri­to del docu­men­to che dà con­to di una situa­zio­ne. Da un cer­to pun­to di vista, que­sta è anche una situa­zio­ne con­tin­gen­te neces­sa­ria, una ragio­ne stes­sa del­la col­la­na: ciò che va docu­men­ta­to non è sol­tan­to il lavo­ro dell’artista in sé e per sé, ma soprat­tut­to que­sto lavo­ro nel suo dia­lo­go a distan­za con un ingom­bran­te pre­de­ces­so­re. La scul­tu­ra attua­le, infat­ti, si anni­da nel­la chie­sa di San Sisto, la ripen­sa come luo­go o pro­vo­ca dei momen­ti di spae­sa­men­to rispet­to a un insie­me più linea­re. Non ci si può dun­que pre­sen­ta­re con il cata­lo­go all’inaugurazione, per­ché signi­fi­che­reb­be aver rinun­cia­to a dare testi­mo­nian­za di que­sti arti­sti entro que­sto con­te­sto, che inve­ce gio­ca un ruo­lo deter­mi­nan­te.

È que­sto, in fon­do, uno dei com­pi­ti del­la scul­tu­ra con­tem­po­ra­nea, a cui sono sta­ti dati più spa­zi chiu­si che piaz­ze, più dimen­sio­ni dome­sti­che o di pic­co­la gal­le­ria che gran­di spia­na­te biso­gno­se di un monu­men­to che con il suo impat­to urba­no offra un nuo­vo signi­fi­ca­to allo spa­zio. I “temi” del­la scul­tu­ra, infat­ti, sono anche i lin­guag­gi con cui si espri­me e gli sta­tu­ti che met­te in discus­sio­ne. Le vie che lo scul­to­re può imboc­ca­re, oggi, sono mol­te, e non le si può docu­men­ta­re tut­te. Già le mostre di cui si com­po­ne que­sto ciclo, fra le quat­tro di que­sta serie e quel­le pre­ce­den­ti, offro­no una anto­lo­gia di modi di fare la scul­tu­ra. Que­sta com­pa­gi­ne di quat­tro, for­se, è più varia rispet­to alla pre­ce­den­te, che ave­va offer­to una sil­lo­ge di modi di fare scul­tu­ra con tec­ni­che tra­di­zio­na­li, dal­la ter­ra­cot­ta di Nada Pivet­ta alle instal­la­zio­ni di Gian­fre­da alle strut­tu­re di voca­zio­ne archi­tet­to­ni­ca di Cusche­ra, per citar­ne sol­tan­to alcu­ni. Qui il quar­tet­to è infat­ti sca­la­to ana­gra­fi­ca­men­te e lin­gui­sti­ca­men­te. Si apre con un gran­de vec­chio, deca­no dei gio­va­ni inno­va­to­ri del sen­so e del­lo spi­ri­to del­la scul­tu­ra come Fran­co Maz­zuc­chel­li, e arri­va a gene­ra­zio­ni più gio­va­ni. Non si trat­ta di una scel­ta sol­tan­to per le gene­ra­zio­ni più recen­ti, su cui si rischia di fare del­la dema­go­gia al con­tra­rio, e nem­me­no di una scel­ta di radi­ca­le mili­tan­za che si limi­ta a una sola linea di poe­ti­ca. Que­sto diver­si­fi­ca oltre­tut­to il sen­so che cia­scu­no di que­sti libri ha nel per­cor­so del sin­go­lo arti­sta: per alcu­ni, come nel caso di Maz­zuc­chel­li appun­to, si trat­ta di un docu­men­to di un’esperienza all’interno di una lun­ga car­rie­ra, per altri è la pri­ma mono­gra­fia di mol­te che spe­ria­mo con­ti­nui­no a dare con­to del loro svi­lup­po.

Si potreb­be ten­ta­re di rile­va­re del­le costan­ti, per­ché nel loro insie­me foto­gra­fa­no alcu­ni pun­ti di una situa­zio­ne com­po­si­ta, ma cre­do che si pos­sa ritro­va­re qual­che pun­to di con­tat­to. Non entro nel pela­go dei con­te­nu­ti, su cui i cri­ti­ci che di vol­ta in vol­ta han­no accom­pa­gna­to le sin­go­le espo­si­zio­ni han­no già par­la­to dif­fu­sa­men­te, limi­tan­do­mi inve­ce agli aspet­ti lin­gui­sti­ci.

In pri­mo luo­go, si sta assi­sten­do a un recu­pe­ro del­la com­po­nen­te arti­gia­na­le del fare arti­sti­co: dopo anni di con­cet­ti, di video, di mes­sa in discus­sio­ne non tan­to degli sta­tu­ti quan­to del­le fon­da­men­ta stes­se del­la scul­tu­ra, que­ste mostre dichia­ra­no inve­ce un ritor­no al lavo­ro manua­le, a una scul­tu­ra che si fa con len­tez­za, che diven­ta un eser­ci­zio di pazien­za e, soprat­tut­to, che ha recu­pe­ra­to un rap­por­to con la mate­ria. Da una par­te è una via che si oppo­ne all’idea di mol­ti­pli­ca­zio­ne dell’arte e recu­pe­ra inve­ce l’unicità del pez­zo. Dall’altra è una via che sta recu­pe­ran­do un’attenzione per gli effet­ti di super­fi­cie e di sostan­za dei mate­ria­li con una sen­si­bi­li­tà nuo­va che ha fat­to teso­ro del­le novi­tà più dirom­pen­ti del secon­do dopo­guer­ra e di quel “libe­ri tut­ti” che ha sdo­ga­na­to l’uso di qual­sia­si mate­ria­le e di qual­sia­si addi­zio­ne di ogget­ti e di modi. Ma il pun­to diri­men­te non è qua­le mate­ria­le si usi, ma il modo in cui vie­ne usa­to. Maz­zuc­chel­li, in que­sto, è un gran­de esem­pio, per­ché ha mostra­to che la scul­tu­ra si può fare anche con l’aria, e che con il suo approc­cio acco­stan­te ed ele­men­ta­re la scul­tu­ra pote­va acqui­sta­re uno sta­tu­to sì effi­me­ro, ma di pro­fon­da par­te­ci­pa­zio­ne socia­le. Tor­na in men­te un libro recen­te di Ange­la Vet­te­se dal tito­lo elo­quen­te: Si fa con tut­to, in cui svi­lup­pa­va l’idea di una poe­ti­ca del “bri­co­la­ge”, del­la costru­zio­ne dell’opera secon­do i modi più diver­si. Cre­do che que­sta let­tu­ra fun­zio­ni bene con il lavo­ro di Andi Kac­zi­ba e le sue scul­tu­re di cor­da e spa­go, che recu­pe­ra­no la pazien­za del lavo­ro del­la tes­si­tu­ra per costrui­re dei nuo­vi totem, o recu­pe­ra le for­me “mater­ne” di vasi e arcai­ci con­te­ni­to­ri, o for­me più flui­de e fra­gi­li. Cre­do riman­ga­no sem­pre vali­de le osser­va­zio­ni che Enri­co Cri­spol­ti, negli anni Set­tan­ta, ave­va ripor­ta­to a un “ero­ti­smo dell’arte astrat­ta”, ovve­ro del­la pos­si­bi­li­tà di un’iconografia orga­ni­ca, se non addi­rit­tu­ra ana­to­mi­ca, all’interno dell’arte appa­ren­te­men­te ani­co­ni­ca.

Den­tro que­sti modi, però, si può dare più spa­zio al con­cet­to, al con­te­nu­to, con il rischio di crea­re un’opera che è solo con­cet­to, un’opera che, come dice il pit­to­re Mario Raci­ti, si potreb­be tran­quil­la­men­te descri­ve­re al tele­fo­no. Gli arti­sti pro­po­sti in que­sto ciclo, inve­ce, sono tut­ti arti­sti che van­no visti, in cui il dato visi­vo con­ta anco­ra mol­to. E con­ta mol­to soprat­tut­to a fron­te di un ambien­te impat­tan­te come quel­lo del Museo Mes­si­na.

La via dei mate­ria­li può por­ta­re in più dire­zio­ni, rela­zio­nan­do­si di vol­ta in vol­ta in modo pro­prio con gli ambien­ti. Da una par­te c’è l’esempio di Fran­ce­sco Mer­let­ti, con una ricer­ca che caval­ca con iro­nia le vie del’iperrealismo e ha costrui­to un dia­lo­go intel­li­gen­te con il “padro­ne di casa” sul tema non solo del­la bel­lez­za fem­mi­ni­le e del suo deca­di­men­to, ma anche su un tema intri­gan­te per lo sto­ri­co dell’arte come quel­lo del­la scul­tu­ra colo­ra­ta, che già Mes­si­na ave­va affron­ta­to met­ten­do “il ros­set­to” alla scul­tu­ra. Mer­let­ti, inve­ce, ha pre­so una via più affi­ne ai modi e alla feno­me­no­lo­gia del­la cero­pla­sti­ca: sono don­ne che in pri­ma bat­tu­ta potreb­be­ro sem­bra­re vere, se non gli man­cas­se il respi­ro. Al con­tem­po, però, Mer­let­ti ha fat­to qual­co­sa che sen­za quel­la tra­di­zio­ne cadet­ta del­la scul­tu­ra non sareb­be spie­ga­bi­le: ha let­te­ral­men­te “vesti­to” le sue don­ne, con­du­cen­do­le sul­la via dell’iperrealismo.

In que­sto caso si trat­ta di un dia­lo­go alla pari. Gio­ca sul­lo spae­sa­men­to, inve­ce, l’intervento di Era­cle Dar­ti­zio, il più gio­va­ne dei quat­tro, con le sue esi­li strut­tu­re che sosten­go­no nuclei di mate­ria in equi­li­brio su basi pre­ca­rie: una scul­tu­ra soli­da come il bron­zo e leg­ge­ra come una stel­la. Si è par­la­to mol­to, in cata­lo­go, del suo rap­por­to inti­mo e bio­gra­fi­co con un imma­gi­na­rio cosmi­co, ma pen­so che si pos­sa­no guar­da­re anche altri due aspet­ti. Da una par­te la sua via alla scul­tu­ra leg­ge­ra che sem­bra sul pun­to di sma­te­ria­liz­zar­si, a con­tra­sto con dei gru­mi di mate­ria. Dall’altra, la loro con­cen­tra­ta inten­si­tà liri­ca, in un mon­do che sem­bra ormai così poco poe­ti­co, instau­ra un dia­lo­go inso­li­to, in museo, con il medi­ta­ti­vo, for­se per­ples­so busto del bea­to car­di­nal Schu­ster, che in quel momen­to era espo­sto sia nel­la ver­sio­ne in bron­zo sia in quel­la in cera: anche lui in qual­che modo “mol­ti­pli­ca­to” ed espo­sto come in una gran­de ope­ra­zio­ne con­cet­tua­le.

Sono solo alcu­ni esem­pi uti­li a met­te­re a fuo­co del­le dina­mi­che del­la scul­tu­ra oggi, alcu­ni dei mol­ti che si potreb­be­ro fare. Me ne ven­go­no in men­te alcu­ni di quel­li più cari, e che un gior­no mi pia­ce­reb­be vede­re maga­ri in dia­lo­go con Mes­si­na. Pen­so alla scul­tu­ra qua­si di sola linea di Val­di Spa­gnu­lo, o alla soli­da e iro­nia con­cet­tua­le di Ste­fa­no Sod­du, o la taglien­te arte “del sal­da­re” di Alex Cor­no, oppu­re cer­te visio­ni side­ra­li di Pino Di Gen­na­ro o, di una gene­ra­zio­ne più gio­va­ne, le esplo­sio­ni di cera­mi­ca dell’umbro Quin­ti­li. C’è la via del segno e del­la mate­ria, del­la scul­tu­ra che si fa anco­ra per mani­po­la­zio­ne, da inda­ga­re negli esi­ti più recen­ti, su cui la Bien­na­le di Gub­bio 2016 ha posto nuo­va­men­te atten­zio­ne. All’opposto, anche la scul­tu­ra di sole strut­tu­re e di voca­zio­ne archi­tet­to­ni­ca, rilet­ta sul lun­go perio­do, offri­reb­be spun­ti di rifles­sio­ne non bana­li, a par­ti­re da Habi­cher, ma non solo. La Per­ma­nen­te di Mila­no, fra il 2014 e il 2016, ha avu­to la feli­ce idea di

fare del­le mostre a due fra un anzia­no mae­stro mila­ne­se e un gio­va­ne arti­sta, come un dia­lo­go. Sono mostre dura­te trop­po poco, ma che ave­va­no qual­co­sa da dire. Me ne vie­ne in men­te alme­no una, quel­la di Danie­le Nit­ti Sotres, su cui si era posa­ta l’attenzione acu­ta di Gio­van­ni Cam­pus. Oppu­re Mar­co La Rosa, tenu­to come a bat­te­si­mo da Gabriel­la Bene­di­ni, voce inso­li­ta e ina­spet­ta­ta, eccen­tri­ca e di pro­fon­dis­si­ma voca­zio­ne liri­ca che ha anco­ra mol­to da dire. È un fat­to impor­tan­te, spe­cial­men­te in una cit­tà che sem­bra sen­za memo­ria, in cui gran­di mae­stri di una gene­ra­zio­ne che si sta estin­guen­do se ne sono anda­ti sen­za cla­mo­ri e sen­za rico­no­sci­men­ti. È una col­pa del­la cit­tà, per esem­pio, non aver dedi­ca­to una gran­de mostra a Pino Spa­gnu­lo (l’ultima, a Palaz­zo Rea­le, fu negli anni Ottan­ta) o a Ken­gi­ro Azu­ma, o ad Alber­to Ghin­za­ni: tut­te mostre che col sen­no di poi, dal 2015–2016, saran­no da decli­na­re al pas­sa­to. Alcu­ni nomi sono già pas­sa­ti in archi­vio sen­za pre­oc­cu­pa­zio­ne se anche pic­co­le sto­rie pos­sa­no ave­re qual­co­sa da dire sul­la scul­tu­ra del Nove­cen­to, come nel caso alme­no di Miche­le Festa o di Gior­gio Scai­ni, o di Zanon, o di mol­ti altri. Ed è imper­do­na­bi­le che una cit­tà come Mila­no abbia com­ple­ta­men­te dimen­ti­ca­to un mae­stro qua­le è sta­to Gian­car­lo San­gre­go­rio (1925–2012): pro­vo­ca un acu­to dolo­re in chi ha coscien­za di cosa sia sta­ta Mila­no, e con quan­ta vio­len­za stia can­cel­lan­do il pro­prio pas­sa­to. Ope­ra­zio­ni come que­sta di Maria Fra­tel­li fan­no spe­ra­re anco­ra che que­sta rot­ta si pos­sa inver­ti­re e che anco­ra qual­che via di sal­vez­za, eti­ca e civi­le, sia pos­si­bi­le.

C’è un mes­sag­gio impor­tan­te in fon­do a que­sta col­la­na: che la scul­tu­ra è anco­ra viva e sem­bra gode­re, nono­stan­te tut­to, di buo­na salu­te. Il mestie­re non si è per­so, si è solo rin­no­va­to.

 

Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, La scultura e i suoi temi. Una collana dello Studio Museo Francesco Messina di Milano, in "STORIEDELLARTE.com", 19 novembre 2016; accessed 8 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2016/11/la-scultura-e-i-suoi-temi-una-collana-dello-studio-museo-francesco-messina-di-milano.html.
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