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Al tempo dei terremoti. Val Nerina nel cuore

RISALIRE LA VALLE DEL NERA, da Terni o da Spoleto, fiancheggiare le acque limpide di quel torrente in mezzo a folti boschi, visitare l’abbazia di San Pietro a Ferentillo col suo ciclo superbo dell'XI secolo e l’altare longobardo di “Ursus”, la chiesa romanica di Sant’Anatolia di Narco o il borgo arroccato di Vallo di Nera con le sue chiese ricchissime di affreschi di ogni epoca, mangiare le trote freschissime di Scheggino e poi infilarsi nella gola del Corno, tra monte Cavogna e monte Maggio, e all’improvviso affacciarsi sulla vastissima conca naturale in cui si distende Norcia, ai piedi dei monti Sibillini, è un’esperienza che non si dimentica.

1. Chiesa di San Salvatore, Campi, prima del terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

1. Chiesa di San Salvatore, Campi, prima del terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

2. Chiesa di San Salvatore, Campi, dopo il terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

2. Chiesa di San Salvatore, Campi, dopo il terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

Siamo nel cuore del cuore dell’Appennino, in un territorio che in fondo non è più Umbria, non è ancora Marche e non è ancora Abruzzo, ma è l’incrocio di tutte queste terre. Una regione aspra, dominata da monti scabri come quelli che prendono nome dalla Sibilla, ma all’improvviso aperta in pianori vasti e  dolcissimi,  come quelli di Castelluccio o del Colfiorito, famosi per le effimere e sbalorditive fioriture a fine giugno. Una regione che ha una fisonomia artistica non meno particolare del suo paesaggio, derivata proprio dall’incrocio di culture diverse, di fonte toscana, umbra, romana e adriatica, legata ad un tempo in cui qui si intersecavano i tratturi della transumanza dei pastori, ma pure i tragitti dei mercanti che facevano la prosperità, anche manifatturiera, di queste valli interne dell’Appennino, ricche di boschi e di acque. Norcia, patria di San Benedetto. Una terra di eremi e di santuari dove il movimento francescano allignò le sue radici più antiche e tenaci. Terra atavica e remota, in apparenza, che ha prodotto sculture lignee, tavole dipinte, affreschi dal tenore espressivo incandescente, talora dal vivo accento popolare, talora più colte, ma sempre fervide di autenticità. In realtà era una terra un tempo meno appartata di quel che si possa immaginare. Gente da Norcia, da Preci e da Cerreto in val di Nera girava il mondo, famosi i primi come salumieri (le norcinerie), i secondi come chirurghi, i terzi come abili imbonitori e guaritori (detti appunto cerretani). E in queste valli interne, in particolare nella valle Oblita, fra Norcia e Visso, giunsero anche opere di primo ordine, da lontano, di Piero di Cosimo, di Benedetto da Maiano, di Beccafumi.

In questi luoghi si capisce quanto certe produzioni artistiche siano intimamente radicate nei posti che le hanno rese possibili e per cui sono state fatte, si capisce come paesaggio naturale e paesaggio artistico, contesto e opere d’arte possano essere intrecciate in maniera inestricabile. Molte opere sono migrate nel Museo del ducato, nel cassero di Spoleto, nel Museo diocesano della medesima città, nella Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia. Per fortuna si dirà, perché se il polittico di Nicola di Ulisse da Siena fosse rimasto nell’abbazia di Sant’Eutizio e la Croce trecentesca in quella di San Salvatore a Campi, li avremmo persi sotto le macerie di questi due edifici medievali (figg. 1-2). Ma quello che non possiamo perdere è il nesso tra tutte queste opere e il loro particolare paesaggio: un valore aggiunto che ci regala emozioni non surrogabili e ci fa capire una storia unica nel suo genere.

Per questo Sant’Eutizio e San Salvatore a Campi devono essere ricostruite, pietra su pietra, numerando ogni concio e recuperando ogni lacerto di affresco, come venne fatto in Friuli, per il duomo di Venzone e per quello di Gemona, dopo il catastrofico terremoto del 1976. Non come è avvenuto all’Aquila, una delle città più belle e misteriose del centro Italia, una vera capitale del Regno di Napoli, piena di chiese e di palazzi, su un altopiano a 700 metri di altezza, persa per sempre, complice l’ignavia e l’incultura del governo Berlusconi, che gestì il dopo-sisma con la creazione funesta di assurde new towns nella piana suburbana, tristi cattedrali di cemento nel deserto, condannando il centro storico crollante al suo destino. Sant’Eutizio e San Salvatore a Campi possono meritare tante attenzioni? Non si tratta certo della basilica di San Francesco ad Assisi, che quando fu colpita, attirò i riflettori di mezzo mondo. Ma è pur sempre un patrimonio irrinunciabile: e lo sarà anche se la comunità scientifica internazionale lo sentirà come tale.

3a. Chiesa di Santa Maria Argentea a Norcia, dopo il terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

3a. Chiesa di Santa Maria Argentea a Norcia, dopo il terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

3b. Basilica di San Benedetto a Norcia, dopo il terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

3b. Basilica di San Benedetto a Norcia, dopo il terremoto. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

Lungo le pendici del monte Vettore si è aperta una faglia spaventosa lunga 30 km, la val Nerina e la piana di Norcia hanno una situazione geologica fragile, hanno subìto un grave terreno nel 1979 e non lontano era l’epicentro, presso Colfiorito, di quello del 1997, che colpì la stessa Assisi. Norcia è stata più volte ricostruita e rafforzata, i muri delle chiese e dei palazzi sono ingrossati da poderose scarpe. Ma non è bastato: la violenza di queste scosse ha fatto crollare Santa Maria Argentea (fig. 3a), che custodiva un Crocefisso quattrocentesco, nordico e straziante, con le vene a fior di pelle, capolavoro di Johannes Teutonicus. Speriamo di rivederlo, così come tantissime opere che sono state ritirate e messe in salvo nelle ultime ore, nella paura di nuove scosse. I droni hanno filmato lo squarcio aperto nei muri del convento di San Domenico a Camerino, dichiarato inagibile per rischio di altri cedimenti, un complesso in cui dopo il terremoto del 1997 è stata sistemata egregiamente la pinacoteca civica. E poco dopo abbiamo visto le foto dell’Annunciazione di Sperimento, l’icona della pittura camerinese del Quattrocento, capolavoro commovente di Giovanni Angelo d’Antonio, a metà tra le quinte sceniche del Donatello padovano e le geometrie luminose di Piero della Francesca, che veniva portata via, in salvo (figg. 4-5).

4. Giovanni Angelo d’Antonio (1415/1420-1478/1481), Annunciazione; Compianto su Cristo morto, circa 1455, tempera su tavola, 220 x 166 cm, Camerino, Museo civico e Pinacoteca di San Domenico. Photo: Museo civico e Pinacoteca di San Domenico

4. Giovanni Angelo d’Antonio (1415/1420-1478/1481), Annunciazione; Compianto su Cristo morto, circa 1455, tempera su tavola, 220 x 166 cm, Camerino, Museo civico e Pinacoteca di San Domenico. Photo: Museo civico e Pinacoteca di San Domenico

5a. Salvataggio dell’Annunciazione di Giovanni Angelo d’Antonio. Photo: Museo civico e Pinacoteca di San Domenico

5a. Salvataggio dell’Annunciazione di Giovanni Angelo d’Antonio. Photo: Museo civico e Pinacoteca di San Domenico

5b. Salvataggio dell’Annunciazione di Giovanni Angelo d’Antonio. Photo: Museo civico e Pinacoteca di San Domenico

5b. Salvataggio dell’Annunciazione di Giovanni Angelo d’Antonio. Photo: Museo civico e Pinacoteca di San Domenico

Il sisma ha colpito duramente altri centri a cerniera fra Umbria e Marche, come Visso Ussita Castelsantangelo sul Nera, ma ahimé si è propagato anche nella valle del Chienti, facendo danni cospicui a Camerino, a Caldarola e a Tolentino. Ma anche Matelica e San Severino sono a rischio. Tutti questi nomi evocano una civiltà figurativa. Tolentino è sede del santuario di San Nicola, che nel Trecento sembrava destinato a divenire il campione di santità popolare per un ordine ben più antico di quelli mendicanti, quello agostinano, che ne era privo. Perciò venne eretto il Cappellone, che ospita uno dei cicli più integri e mozzafiato della pittura italiana del Trecento, opera del giottesco Pietro da Rimini verso il 1320 (fig. 6).

6. Pietro da Rimini (attivo circa 1315-1335), Decorazione della Cappella maggiore, circa 1320, Tolentino, Chiesa di Santa Chiara. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

6. Pietro da Rimini (attivo circa 1315-1335), Decorazione del Cappellone di San Nicola, circa 1320, Tolentino, Chiesa di Santa Chiara. Photo: Alessandro Delpriori, Matelica

Camerino poi è stata  la capitale di una piccola ma ambiziosa corte, fra Tre e Quattrocento, quella dei da Varano: Giulio Cesare vi eresse un palazzo con un cortile magnifico, architetto Baccio Pontelli, che emula quello stesso del palazzo ducale di Federico da Montefeltro ad Urbino. Nel Quattrocento vi si sviluppò una vera e propria scuola pittorica, di cui ricordiamo pittori squisiti ed eccentrici come Arcangelo di Cola, Giovanni Boccati, Giovanni Angelo d’Antonio. Nel 2002, a seguito di una sofferta ricostruzione dopo il sisma del 1997, curai una mostra che richiamò opere disperse in tutti i musei del mondo della pittura camerinese e offrì un affresco completo di quella scuola. Ci fu un concorso di studiosi da tutto il mondo. La titolammo Il Quattrocento a Camerino. Luce e prospettiva nel cuore della Marca, e fu un successo inatteso, in un luogo difficile da raggiungere e povero di strutture ricettive, ancorché sede di una piccola Università, sempre più in crisi (Camerino è oggi un paese di 6000 abitanti, a quasi 700 metri di altezza, di inverno talora isolato dalla neve). Allora pubblicammo anche un Atlante che documentava ogni minimo affresco delle numerosissime chiesine disperse nel contado, ai piedi delle pendici marchigiane dei Monti della Sibilla. Sono opere spesso commoventi, per intensità sentimentale e verità di luce, e tanto più lo sono nei luoghi ora sperduti in cui si trovano. Per esse siamo in apprensione, sperando di rivederle e di ritrovarle.

Nel corso della storia il patrimonio artistico italiano è stato di continuo danneggiato dai terremoti. Una biccherna senese venne dipinta da Francesco di Giorgio nel 1468 con l’immagine della Vergine che dal cielo protegge la città di Siena, mentre all’intorno la gente si è ricoverata in tende e capanni, e campeggiante in cielo è la scritta “AL TENPO DE TREMVOTI” (fig. 7). Eppure anche Siena è sopravvissuta a queste dure prove, le ha superate, ha medicato le ferite e ci ha consegnato un patrimonio inestimabile di opere e monumenti del passato. Per questo abbiamo fiducia che anche le popolazioni della val Nerina e dei monti Sibillini, tenaci ed orgogliose del loro passato, sapranno ricostruire i loro borghi e in futuro conservare ancora più gelosamente i loro segreti tesori. La facciata della chiesa di San Benedetto a Norcia, rimasta miracolosamente in piedi, mentre l’intera chiesa dietro è crollata, è il simbolo di un passato che resiste e che invoca la rinascita. Perché non resti come un relitto col vuoto intorno, ma torni a vivere, con la sua città, ancora cinta di mura, tra pendici dolci e verdissime, nell’aria limpida e pulita dei monti della Sibilla.

7. Francesco di Giorgio Martini, La Vergine protegge Siena durante il terremoto, 1468. tempera su tavola, 52 x 41 cm, Siena, Archivio di Stato. Photo: Siena, Archivio di Stato

7. Francesco di Giorgio Martini, La Vergine protegge Siena durante il terremoto, 1468. tempera su tavola, 52 x 41 cm, Siena, Archivio di Stato. Photo: Siena, Archivio di Stato


Questo articolo è già apparso, in versione francese, nella Tribune de l'Art.

Cite this article as: Andrea De Marchi, Al tempo dei terremoti. Val Nerina nel cuore, in "STORIEDELLARTE.com", 9 novembre 2016; accessed 26 aprile 2017.
http://storiedellarte.com/2016/11/al-tempo-dei-terremoti-val-nerina-nel-cuore.html.

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