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Ricordo di Pietro Diana (Milano 1931–2016)

Ci sono arti­sti che entra­no nel­la sto­ria dell’arte con cla­mo­re e chias­so­si schia­maz­zi, a cui si è asse­gna­ta la pal­ma di rap­pre­sen­tan­ti un’epoca, con­fon­den­do per valo­re emble­ma­ti­co quel­li che in real­tà sono solo cam­pio­ni di una moda, di una linea vin­cen­te ma in fon­do isti­tu­zio­na­le. Ce ne sono altri, inve­ce, che per tut­ta la vita han­no scel­to la via del silen­zio, di una vita appar­ta­ta in cui col­ti­va­re il pro­prio mestie­re come un pre­zio­so e segre­to teso­ro, disin­te­res­san­do­si del­le mode e del­le ten­den­ze e pre­fe­ren­do a que­ste una pro­pria stra­da che si m1977318_10202441217284985_1875406767_nuove su coor­di­na­te auto­no­me, in un dia­lo­go tra­sver­sa­le con l’arte del pas­sa­to e con cer­ti ele­men­ti tra­scel­ti dal pre­sen­te.

È una via, que­sta, che non bra­ma agli ono­ri del­la cro­na­ca, e che al fra­stuo­no del siste­ma del­le arti con­trap­po­ne un’ostinata e meti­co­lo­sa pre­ci­sio­ne che si muo­ve su tem­pi len­ti, incon­ci­lia­bi­li con i rit­mi fre­ne­ti­ci del mon­do moder­no ma con un sen­so eti­co del lavo­ro e del fare bene e con coscien­za.

Va fra que­sti il mite e sera­fi­co Pie­tro Dia­na (1931–2016), deca­no dell’incisione del secon­do Nove­cen­to a Mila­no e non solo. Arroc­ca­to nel suo stu­dio di Mila­no con la moglie Ange­la fra monu­men­ta­li tor­chi cal­co­gra­fi­ci e reper­ti di un gusto eccen­tri­co e sofi­sti­ca­to sem­pre più raro, per tut­ta la vita Pie­tro ha dife­so un’idea di arte fat­ta di rigo­re e di pazien­za, di inven­zio­ne e di cura arti­gia­na­le del lavo­ro arti­sti­co. Non a caso Anto­nel­lo Negri, in un libro di qual­che anno fa, gli ave­va dedi­ca­to alcu­ne pagi­ne in un suo stu­dio dedi­ca­to all’artista “arti­gia­no”, cioè quell’artista che nono­stan­te i tem­pi non si accon­ten­ta­va di un’idea ma ave­va anco­ra cura del­la fat­tu­ra del lavo­ro, come era nel­le cor­de di chi ave­va capi­to l’arte del­la cal­co­gra­fia nei suoi segre­ti più pro­fon­di e nel­le sue spe­ci­fi­ci­tà di lin­guag­gio facen­do­ne, anzi­ché un’arte ancil­la­re alla pit­tu­ra, una for­ma di espres­sio­ne auto­no­ma e non tra­spor­ta­bi­le in altri medium che non sia­no quel­li dell’incisione stes­sa.1619209_10202441215564942_1669931631_n

Quan­do ho mes­so per la pri­ma vol­ta pie­de nel­lo stu­dio di via Pan­zi­ni, gra­zie agli auspi­ci di Lucil­la Restel­li, Pie­tro ave­va abban­do­na­to la cal­co­gra­fia: face­va dei pic­co­li e pic­co­lis­si­mi dise­gni e si dedi­ca­va alla pro­get­ta­zio­ne dei suoi iro­ni­ci e lie­vi “auto­ma­tes”. Si occu­pa­va del­la stam­pa (sem­pre dif­fi­ci­lis­si­ma) del­le sue lastre di cui non era ulti­ma­ta la tira­tu­ra, ma non ne rea­liz­za­va più di nuo­ve. Iro­ni­ca­men­te, a un noto stu­dio­so che asse­ri­va che per poter­si defi­ni­re inci­so­re biso­gna­va aver rea­liz­za­to alme­no die­ci inci­sio­ni diver­se in un diana-ritrattoanno, Pie­tro rispon­de­va che lui, allo­ra, non era mai sta­to un vero inci­so­re, per­ché la sua acri­bia e la sua pre­ci­sio­ne il più del­le vol­te lo ave­va­no por­ta­to a una pro­du­zio­ne cal­co­gra­fi­ca ben mino­re rispet­to a quel­la soglia arbi­tra­ria­men­te sta­bi­li­ta. Era una bat­tu­ta lie­ve, nel­lo spi­ri­to di quest’uomo esi­le e minu­to, dal­lo sguar­do vispo e di sapien­zia­le paca­tez­za, a cui tut­to si sareb­be potu­to dire sal­vo che non fos­se un vero e pro­prio mae­stro nell’arte dell’incisione, che del resto per decen­ni ave­va inse­gna­to all’Accademia di Bel­le Arti di Bre­ra, pri­ma come assi­sten­te poi come docen­te dell’unica cat­te­dra di inci­sio­ne che per mol­to tem­po l’accademia mila­ne­se ave­va tenu­to. Gene­ra­zio­ni di inci­so­ri, dun­que, nasce­va­no dai suoi inse­gna­men­ti, e da lui ave­va­no impa­ra­to che l’incisione non con­si­ste­va sol­tan­to nel trac­cia­re dei sol­chi su una lastra, ma era un disci­pli­na che richie­de­va pazien­za, nume­ro­se pro­ve e ripe­tu­ti pas­sag­gi che faces­se­ro affio­ra­re l’immagine poco per vol­ta, dan­do a ogni trat­to e a ogni zona la giu­sta e cali­bra­ta aci­da­tu­ra, il giu­sto peso e il giu­sto momen­to di ese­cu­zio­ne.

La mitez­za di Pie­tro, la sua bona­ria e affet­tuo­sa iro­nia, infat­ti, non era­no cer­to sino­ni­mi di arbi­trio e improv­vi­sa­zio­ne arti­sti­ca: quel rigo­re che inse­gna­va ai pro­pri allie­vi, infat­ti, era soprat­tut­to una disci­pli­na intran­si­gen­te impo­sta a se stes­si, e che si tra­du­ce­va in un approc­cio esi­gen­te ver­so il pro­prio lavo­ro. Ange­la stes­sa rac­con­ta­va che era dif­fi­ci­lis­si­mo stam­pa­re le lastre inci­se da Pie­tro, per­ché le sue imma­gi­ni era­no sta­te pen­sa­te affin­ché il bian­co del­le zone non aci­da­te fos­se can­di­do, sen­za che però la neces­sa­ria puli­zia del­la lastra inchio­stra­ta andas­se a disca­pi­to di segni sot­ti­lis­si­mi e leg­ge­ri da cui era dif­fi­ci­le non aspor­ta­re invo­lon­ta­ria­men­te l’inchiostro. E solo pochi, come il suo allie­vo Max Petrin­ga, era­no capa­ci di stam­par­le come vole­va lui, sen­za ombre di fon­di­no che ne attu­tis­se­ro l’effetto abba­glian­te e rare­fat­to.

D’altra par­te, com­men­tan­do il lavo­ro di una nota arti­sta mila­ne­se dedic­ta con costan­za all’incisione, e che nel­la vul­ga­ta vie­ne addi­ta­ta da cer­ta cri­ti­ca come un esem­pio dell’arte cal­co­gra­fi­ca lom­bar­da più recen­te, non ave­va esi­ta­to a rile­va­re, con il con­sue­to gar­bo, che basta­va lascia­re sul­la lastra di rame o di zin­co una leg­ge­ra pati­na che des­se alla stam­pa un fon­di­no gri­gio di sapo­re atmo­sfe­ri­co per met­te­re a posto even­tua­li maga­gne ese­cu­ti­ve dell’incisione vera e pro­pria. Cio­no­no­stan­te, a Pie­tro non inte­res­sa­va la pole­mi­ca: con­ta­va il lavo­ro e con­ta­va lavo­ra­re bene, anche quan­do quel­la cura scru­po­lo­sa, quel­la sapien­za tec­ni­ca era­no una rara qua­li­tà che pochi ama­to­ri di stam­pe era­no dav­ve­ro in gra­do di apprez­za­re con­sa­pe­vol­men­te.

Pen­san­do­ci bene, però, è que­sto il carat­te­re che fa di Pie­tro Dia­na un1520794_10201777963144046_1908998633_n mae­stro del­la tra­di­zio­ne alta dell’incisione ita­lia­na, di quel­la tra­di­zio­ne che con­du­ce una sto­ria eccen­tri­ca, tal­vol­ta sgan­cia­ta dal­le istan­ze del­la pit­tu­ra e del­la scul­tu­ra coe­va e auto­no­ma in modi, tem­pi e, soprat­tut­to, tem­pe­ra­men­ti. Una sto­ria non “uffi­cia­le”, se si vuo­le, che mostra la vita­li­tà di un filo­ne sot­ter­ra­neo del­la sto­ria dell’arte: quel filo­ne di arti­sti eccen­tri­ci e visio­na­ri che fan­no del vir­tuo­si­smo tec­ni­co il mez­zo di espres­sio­ne di un mon­do popo­la­to di inven­zio­ni oni­ri­che e not­tur­ne, che soven­te coin­ci­de con il mon­do dell’incisione. È una linea dif­fi­ci­le, fat­ta di visio­ni inquie­te e fan­ta­sma­go­ri­che, ere­de del subli­me roman­ti­co e dell’arte fan­ta­sti­ca: i “pit­to­ri dell’immaginario” di Giu­lia­no Bri­gan­ti, in fon­do, sta­va­no pro­prio su que­sta linea, e sono con­vin­to che in un’ideale pro­lun­ga­men­to fino ad anni recen­ti Pie­tro Dia­na sareb­be sta­to un bel rap­pre­sen­tan­te di quel­la ten­den­za. Rima­ne la curio­si­tà poi di sape­re cosa avreb­be scrit­to di lui Dino Buz­za­ti, se fos­se arri­va­to alle rota­ti­ve del “Cor­rie­re del­la Sera” quell’articolo che lo scrit­to­re si era ripro­mes­so di dedi­car­gli.

Nel mio pic­co­lo, inve­ce, non mi sareb­be dispia­ciu­to met­te­re insie­me alcu­ni stu­di su “eccen­tri­ci e visio­na­ri” atti­vi in Lom­bar­dia dagli anni Cin­quan­ta in poi: uno di que­sti sareb­be sta­to Pie­tro, maga­ri insie­me a un altro ami­co che era sta­to cam­pio­ne di vir­tuo­si­smo tec­ni­co, lo scul­to­re in ter­ra­cot­ta Gior­gio Scai­ni (1940–2011), e ad altri arti­sti, fra cui for­se, per altri moti­vi, Dimi­tri Ple­scan. Era la trac­cia di una sto­ria che comun­que neces­si­te­rà, pri­ma o poi, di esse­re mes­sa a fuo­co con più pre­ci­sio­ne, con più spa­zio rispet­to a un con­ci­so pro­fi­lo sti­li­sti­co che dedi­cai a Pie­tro per le pagi­ne di “Gra­fi­ca d’arte” (n. 99, 2014, pp. 20–25).

Si trat­ta­va di un per­cor­so che entra­va e usci­va dal­la for­tu­na del Sur­rea­li­smo per met­te­re alla pro­va la vita­li­tà di solu­zio­ni e imma­gi­ni tra­man­da­te dal­la tra­di­zio­ne del Sim­bo­li­smo ita­lia­no ed euro­peo, che per altro gode­va di un momen­to di rin­no­va­ta for­tu­na pro­prio nel momen­to più alto e inven­ti­vo del­la ricer­ca di Pie­tro.

Come per mol­ti arti­sti del­la sua gene­ra­zio­ne, infat­ti, da gio­va­ni era sta­to neces­sa­rio fare i con­ti con Gior­gio Moran­di e con un’idea stra­pae­sa­na del­la cal­co­gra­fia: scor­ci di Mila­no o di caso­la­ri immer­si nel­la cam­pa­gna era­no all’ordine del gior­no, ma già allo­ra, come ave­vo cer­ca­to di met­te­re a fuo­co nell’articolo per “Gra­fi­ca d’arte”, si rav­vi­sa­va un più acu­to sen­so di rigo­re, un’attenzione a scheg­gia­re in manie­ra esat­ta e niti­da i volu­mi archi­tet­to­ni­ci, con una sin­te­si pla­sti­ca anco­ra più evi­den­te quan­do i caso­la­ri lascia­va­no il posto alle indu­strie del­la peri­fe­ria mila­ne­se. Era­no anni in cui, oltre l’incisione, Pie­tro ave­va dipin­to mol­to, seb­be­ne nei decen­ni suc­ces­si­vi aves­se poi deci­so di tra­scu­ra­re que­sta par­te del suo lavo­ro, in cui inve­ce, a uno sguar­do più atten­to, si potran­no ritro­va­re mol­te chia­vi di let­tu­ra di quel­lo che è avve­nu­to dopo.

Pre­sto, però, il suo imma­gi­na­rio si sareb­be popo­la­to di imma­gi­ni fan­ta­sti­che o, meglio, il rea­le si sareb­be mostra­to sot­to una veste più inquie­ta, popo­lan­do­si di pre­sen­ze viste sot­to una nuo­va luce. Pie­tro non ha inven­ta­to, o alme­no non subi­to, mostri fan­ta­sti­ci, ben­sì ha immer­so la pro­pria ricer­ca in un mon­do not­tur­no, vena­to di un sot­ti­le ma per­si­sten­te ero­ti­smo, popo­la­to soprat­tut­to di civet­te, ma anche di inset­ti e di fale­ne, a cui non man­ca­va un retro­ter­ra bio­gra­fi­co. Fin da bam­bi­no, mi ave­va rac­con­ta­to Pie­to, la for­ma e il colo­re del­le far­fal­le ave­va­no atti­ra­to la sua curio­si­tà, e quan­do la guer­ra lo ave­va costret­to, bam­bi­no, a resta­re per un anno inte­ro lon­ta­no da scuo­la, guar­da­re que­sti inset­ti era sta­to un pas­sa­tem­po sol­le­ci­tan­te per la sua memo­ria visi­va.

La stes­sa civet­ta, in fon­do, ave­va un cifra­to signi­fi­ca­to auto­bio­gra­fi­co: nel suo uni­co auto­ri­trat­to a inci­sio­ne, dall’eccentrico tito­lo di Pie­po­li­tro­fe­mo (1979), si era raf­fi­gu­ra­to con un viso scar­no, sot­ti­le, flut­tuan­te nel buio e par­zial­men­te nasco­sto dall’ala dispie­ga­ta di una civet­ta, come nel cor­so di una meta­mor­fo­si che lo tra­sfor­mas­se nel vola­ti­le not­tur­no. Biso­gne­rà inter­ro­gar­si più a fon­do su quan­ta Mit­te­leu­ro­pa tran­si­tas­se den­tro que­ste imma­gi­ni, di quan­to spi­ri­to nor­di­co affi­la­to e miste­rio­so fos­se­ro intri­si i suoi occhi sui libri o duran­te viag­gi, o col­le­zio­nan­do insie­me ad Ange­la, nei limi­ti del pos­si­bi­le, stam­pe di mae­stri anti­chi e moder­ni. C’è infat­ti come un’attrazione pecu­lia­re all’incisione per l’elemento eccen­tri­co, per la stra­va­gan­za mor­fo­lo­gi­ca del dato natu­ra­le. In una del­le lastre più recen­ti, per esecastellompio, un ippo­po­ta­mo sosta immo­bi­le den­tro uno spa­zio di buio den­so e impe­ne­tra­bi­le, abba­glia­to da una luce che non rischia­ra nul­la intor­no a lui ma che non lo ren­de nem­me­no un’immagine cam­pi­ta su un bana­le fon­do uni­for­me: non esclu­de­rei che die­tro quell’animale così quie­to, che si lascia osser­va­re imper­tur­ba­bi­le, ci fos­se lo stes­so spi­ri­to e lo stes­so stu­po­re per l’insolito e l’esotico con cui Dürer, a suo tem­po, ave­va tra­dot­to in silo­gra­fia il pro­fi­lo gra­ve e qua­si minac­cio­so di un son­no­len­to rino­ce­ron­te. Evi­den­te­men­te è l’arte a stam­pa che sol­le­ci­ta que­ste curio­si­tà, che indu­ce ver­so un mon­do not­tur­no fat­to di pre­sen­ze come appa­ri­zio­ni a metà stra­da fra la visio­ne sim­bo­li­ca e quel­la oni­ri­ca. Lo spa­zio è rare­fat­to, come assor­bi­to in un’atmosfera den­sa di silen­zio in cui gli atto­ri si muo­vo­no sen­za pro­vo­ca­re rumo­re. Le radi­ci di tut­to que­sto van­no tro­va­te mol­to indie­tro, per­ché sono Rubens e Goya i veri, anche se non esclu­si­vi, numi tute­la­ri.

Sareb­be tut­ta­via ridut­ti­vo un ritrat­to di Pie­tro che si limi­tas­se all’incisione. Que­sto mon­do di for­me, infat­ti, non ha esi­ta­to a migra­re, in alcu­ni perio­di, in una rara e ina­spet­ta­ta ricer­ca nel cam­po dell’oreficeria moder­na e, soprat­tut­to, nel­la più com­ples­sa pro­get­ta­zio­ne di “auto­ma­tes” mec­ca­ni­ci. Qui l’acribia dell’incisore era diven­ta­ta pen­sie­ro pro­get­tua­le, dan­do vita ad ogget­ti semo­ven­ti coe­ren­ti con il suo mon­do e le sue ico­ne, ma degni di tra­spor­ta­re il loro ese­cu­to­re in un mon­do altro, da alchi­mi­sta rina­sci­men­ta­le dal­le cui mani esce di tut­to. I mec­ca­ni­smi del pen­sie­ro che stan­no a mon­te di que­ste inven­zio­ni, infat­ti, rima­ne un miste­ro, tan­to quan­to miste­rio­si riman­go­no i pro­ce­di­men­ti con cui ave­va otte­nu­to cer­ti effet­ti cal­co­gra­fi­ci, per esem­pio nel lun­go ciclo con cui ave­va illu­stra­to i pas­si prin­ci­pa­li dell’Apo­ca­lis­se di San Gio­van­ni Evan­ge­li­sta. Pie­tro non era gelo­so dei pro­pri segre­ti tec­ni­ci, che non ave­va remo­re a spie­ga­re anche ad altri, rispon­den­do a chi gli obiet­ta­va che era peri­co­lo­so rive­la­re i truc­chi del mestie­re, che in fon­do era la mano dell’adianarti­sta a fare la dif­fe­ren­za, e non l’adozione o meno di un pro­ce­di­men­to tec­ni­co.

Sono con­vin­to, tut­ta­via, che per capi­re a fon­do il mon­do di Pie­tro non si pos­sa fare a meno di pen­sa­re allo stu­dio di via Pan­zi­ni, a quell’accrochage di ogget­ti dispa­ra­ti di carat­te­re etni­co o eso­ti­co insie­me a pez­zi anti­chi, illu­stra­zio­ni, inci­sio­ni e libri. Qui si pote­va vede­re una par­te dell’enorme col­le­zio­ne di civet­te di vario arti­gia­na­to col­le­zio­na­te negli anni insie­me ad Ange­la. Non ricor­do quan­te fos­se­ro, ma ne era nata una sim­pa­ti­ca com­pe­ti­zio­ne con un’altra col­le­zio­ne di civet­te di vario tipo fat­ta da un altro per­so­nag­gio di que­sta sto­ria “altra” del­la sto­ria dell’arte ita­lia­na, di cui pure i due furo­no mol­to ami­ci: la sto­ri­ca dell’arte Ros­sa­na Bos­sa­glia. Si può ben com­pren­de­re che una stu­dio­sa atten­ta a momen­ti del pas­sa­to come il Liber­ty, alla cui risco­per­ta ave­va dato un mas­sic­cio impul­so, potes­se esse­re attrat­ta da que­sto mon­do miste­rio­so, sot­til­men­te inquie­to ma mai spa­ven­te­vo­le.

Quan­do comin­ciai a fre­quen­ta­re quel lar­go e acco­glien­te stu­dio, cer­can­do di rior­di­na­re la docu­men­ta­zio­ne rela­ti­va al lavo­ro di Pie­tro e di Ange­la, la sto­ria dell’incisione era per lui un capi­to­lo del pas­sa­to. Ave­va comin­cia­to a fare dei minu­tis­si­mi dise­gni a pen­na: il nero pro­fon­do ad acqua­for­te e acqua­tin­ta da cui sbu­ca­va­no le sue civet­te, o anco­ra pri­ma i Castel­li e i dra­ghi, era diven­ta­to un fon­do bian­chis­si­mo abba­glian­te, come se una for­te luce aves­se attu­ti­to la per­ce­zio­ne dei volu­mi in favo­re di con­tor­ni minu­tis­si­mi in cui si avvi­cen­da­va­no vol­ti e ani­ma­li dal trat­to sot­ti­lis­si­mo. La pri­ma vol­ta che li vidi, poco dopo una mostra dedi­ca­ta­gli dal Cen­tro dell’Incisione sul Navi­glio Gran­de, era anda­ta a far­gli visi­ta Annie-Pau­le Quin­sac, loro ami­ca di vec­chia data, che ave­va col­to con osser­va­zio­ni pun­gen­ti lo spi­ri­to di quei pic­co­li dise­gni.

In quei fogli al calor bian­co, gre­mi­ti di pro­fi­li ma flut­tuan­ti in un’assoluta rare­fa­zio­ne, defor­man­do cer­ti vol­ti in un avvi­cen­da­men­to di ani­ma­li e mostri, o vol­ti di uma­ni distor­ti o sboc­con­cel­la­ti, il più del­le vol­te pri­vi di naso o aggre­di­ti da agen­ti ester­ni detur­pan­ti, sta­va pro­iet­tan­do vela­ta­men­te la pro­pria vicen­da bio­gra­fi­ca:diana_pietro-lo_spogliarelloom53230010241_20120223_29_60 con la minu­zia di sem­pre subli­ma­va in un cli­ma visio­na­rio la malat­tia con cui era costret­to a con­vi­ve­re e che lo sta­va con­su­man­do. Non era, il suo, un atteg­gia­men­to di ras­se­gna­zio­ne o sco­rag­gia­men­to: anche nei momen­ti più dif­fi­ci­li, in cui la salu­te era diven­ta­ta più fra­gi­le e pre­ca­ria, Pie­tro non ave­va per­so il suo paca­to buon umo­re, quell’aria sera­fi­ca e sor­nio­na. Cam­mi­na­va con pas­so len­to e lie­ve, come non aves­se peso, e la bat­tu­ta di spi­ri­to non si face­va atten­de­re, così come i ricor­di di Bre­ra, gli aned­do­ti su per­so­ne e situa­zio­ni non man­ca­va­no di brio. Con imper­tur­ba­bi­le sere­ni­tà affron­ta­va la malat­tia sen­za lamen­tar­se­ne e sen­za appa­ren­te scon­for­to. Era nel dise­gno che tra­spa­ri­va un’inquietudine altri­men­ti cela­ta nell’espressione e nei modi, sen­za la mini­ma incre­spa­tu­ra del­la voce, come fos­se un acci­den­te da cui non lasciar­si tur­ba­re: nel­la not­te più buia, in fon­do, non s’era mai arri­va­to il son­no del­la ragio­ne.

 

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Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, Ricordo di Pietro Diana (Milano 1931–2016), in "STORIEDELLARTE.com", 14 ottobre 2016; accessed 25 marzo 2017.
http://storiedellarte.com/2016/10/ricordo-di-pietro-diana-milano-1931-2016.html.
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