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I silenzi luminosi di Italo Antico

Si inti­to­la Silen­zi di luce la mostra del­lo scul­to­re sar­do, ma ormai natu­ra­liz­za­to mila­ne­se, Ita­lo Anti­co pres­so il Museo del­la Cano­ni­ca di Nova­ra, aper­ta da 17 giu­gno al 31 luglio 2016 e cura­ta da Duc­cio Nobi­li. Una mostra che ha il meri­to di radu­na­re un nucleo di ope­re di Anti­co e di riflet­te­re con atten­zio­ne sui pro­ble­mi chia­ma­ti in cam­po da una scul­tu­ra fili­for­me che ten­de a nega­re, o alme­no a ripen­sa­re str1976_Senza titolo_Acciaio inox_95,5 cmuttu­ral­men­te, gli sta­tu­ti fon­dan­ti del les­si­co del­la scul­tu­ra. Come scri­ve infat­ti il cura­to­re in cata­lo­go, le scul­tu­re di Anti­co sono pri­ma di tut­to «segni, linee, vet­to­ri tesi alla costan­te ricer­ca di una dire­zio­ne, di un sen­so»: tut­ti ele­men­ti che, nel loro insie­me, ripor­ta­no la scul­tu­ra a un pun­to di con­tat­to con l’arte del dise­gno e con l’astrazione di natu­ra geo­me­tri­ca. Una vol­ta ridot­ta a una sola linea, a un ele­men­to tubo­la­re pie­ga­to per otte­ne­re una tor­sio­ne, la scul­tu­ra è diven­ta­ta infat­ti una strut­tu­ra che si arti­co­la nel­lo spa­zio, ma che non ha l’intenzione archi­tet­to­ni­ca né di deli­mi­ta­re uno spa­zio, come un recin­to, né di evo­ca­re la tra­ma di una strut­tu­ra più soli­da: la “linea” di Anti­co non deli­mi­ta nes­su­no spa­zio, non si misu­ra con gli arche­ti­pi del lin­guag­gio archi­tet­to­ni­co cari inve­ce ad altri scul­to­ri del­la sua gene­ra­zio­ne. Più che alla tra­bea­zio­ne, le sue scul­tu­re pun­ta­no alla ste­le, ma ridot­ta all’essenziale. Eppu­re que­sto non avvie­ne per un pro­ces­so di spo­lia­zio­ne, né per con­sun­zio­ne di un volu­me più ampio, come pote­va esse­re per Gia­co­met­ti e le sue figu­re fili­for­mi, esi­sten­zial­men­te con­su­ma­te: qui la scul­tu­ra nasce come un “filo”, e in que­sto suo sta­tu­to pri­ma­rio si arti­co­la nel­lo spa­zio come un anda­men­to che sta all’occhio del frui­to­re segui­re nel suo iti­ne­ra­rio, con il con­for­to del­la luce che sot­to­li­nea il guiz­zo, lo scar­to, il momen­to in cui il ton­di­no si tor­ce e indi­ca un cam­bio di dire­zio­ne. Basta­no tre ele­men­ti sug­ge­ri­ti dal­lo stes­so Nobi­li in un altro con­tri­bu­to recen­te, pub­bli­ca­to sul nume­ro 12 del­la rivi­sta “Tito­lo”, sul­le cui pagi­ne avan­za la pro­po­sta di una pos­si­bi­le scul­tu­ra “di carat­te­re ana­li­ti­co”: que­ste scul­tu­re sono un «segno metal­li­co» che defi­ni­sce una «spa­zia­li­tà con­cet­tua­liz­za­ta» attra­ver­so una « pro­get­tua­li­tà pura». In effet­ti si trat­ta di un modo di fare scul­tu­ra che si risol­ve, come nel­le istan­ze con­cet­tua­li d’Oltreoceano e nei suoi river­be­ri euro­pei, nel dise­gno come pro­get­to, in cui la scul­tu­ra è com­piu­ta pri­ma anco­ra di esse­re rea­liz­za­ta. Si arri­va così, si leg­ge sem­pre nell’articolo per “Tito­lo”, a un «esi­le ste­lo di accia­io inox, pre­sen­za incon­si­sten­te e sma­te­ria­liz­za­ta, sul limi­te di un tota­le azze­ra­men­to». Azze­ra­men­to, oltre­tut­to, che non è frut­to di sem­pli­fi­ca­zio­ni e spo­lia­zio­ni, ma è azio­ne pre­de­ter­mi­na­ta e pre­co­sti­tui­ta dell’operazione arti­sti­ca: la scul­tu­ra nasce da un azze­ra­men­to del­la sua natu­ra di volu­me e di mate­ria, e non inten­de in nes­sun modo evo­ca­re una real­tà ester­na alla pro­pria essen­za di ele­men­to visi­vo e pla­sti­co, di pro­fi­lo mar­ca­to e di super­fi­cie riflet­ten­te per quan­to mini­ma­le.

Eppu­re, nono­stan­te que­sta ridu­zio­ne ai mini­mi ter­mi­ni, a una natu­ra che è anco­ra meno c1976_Senza titolo_Acciaio inox_88 cmhe uno sche­le­tro di volu­me, la scul­tu­ra di Anti­co reg­ge in tono dia­let­ti­co il rap­por­to con l’architettura, spe­cial­men­te con gli ambien­ti sto­ri­ci. Ne sono una pro­va alcu­ne foto sto­ri­che che vedo­no suoi inter­ven­ti all’interno di anti­che dimo­re, a con­tat­to diret­to con muri con­sun­ti e solen­ni, capa­ci di schiac­cia­re visi­va­men­te un’immagine che non abbia una voca­zio­ne alla monu­men­ta­li­tà. Nel­la sua natu­ra così asso­lu­ta e intran­si­gen­te, infat­ti, la scul­tu­ra di Anti­co recla­ma lo spa­zio aper­to, non disde­gna lo slan­cio ver­so la dimen­sio­ne del monu­men­to e reg­ge l’urto con la piaz­za. È in que­sto modo, col­lo­ca­ta in un ambien­te, che anche que­sta scul­tu­ra più recu­pe­ra­re una dimen­sio­ne nar­ra­ti­va. Dà un’intonazione liri­ca, per esem­pio, la scel­ta di Anti­co di foto­gra­fa­re le sue scul­tu­re ada­gia­te sul­la sab­bia, come relit­ti tra­sci­na­ti a riva dal­la spu­ma del mare: for­se con una vela­ta allu­sio­ne auto­bio­gra­fi­ca, l’artista sta qui decli­nan­do in una pro­pria acce­zio­ne quell’abitudine dell’opera ambien­ta­ta fre­quen­te nel­la foto­gra­fia di scul­tu­ra degli anni Set­tan­ta. Sono gli stes­si anni dei mate­ras­si lega­ti con filo di rame col­lo­ca­ti sul lito­ra­le roma­no da Mari­sa Merz e foto­gra­fa­ti da Clau­dio Aba­te, che con­ser­va­no ora memo­ria e sen­so soprat­tut­to gra­zie alla docu­men­ta­zio­ne foto­gra­fi­ca. Lì il mare era tutt’uno con l’opera e con il sen­so per­for­ma­ti­vo dell’operazione. Nel caso di Anti­co, inve­ce, le par­ti non si con­fon­do­no mai: la scul­tu­ra resta la scul­tu­ra e lo sfon­do resta tale. Si trat­ta tut­ta­via di un’ambientazione che non è sol­tan­to un modo per met­te­re l’opera nel­lo spa­zio, o di sug­ge­ri­re una sua pos­si­bi­le col­lo­ca­zio­ne pub­bli­ca: si trat­ta piut­to­sto di un rap­por­to più inti­mo del­la for­ma con le radi­ci e le ori­gi­ni del loro auto­re, come tra­spor­ta­te in una dimen­sio­ne miti­ca e ance­stra­le e ripro­po­ste a com­men­to cri­ti­co impli­ci­to del­la scul­tu­ra stes­sa. Anti­co non vuo­le ovvia­men­te sug­ge­ri­re una let­tu­ra natu­ra­li­sti­ca del suo lavo­ro, ma for­se è pro­prio il con­tat­to con una mate­ria viva e ruvi­da, o liqui­da e pit­to­ri­ca, a mar­ca­re in modo più evi­den­te la sua natu­ra di gesto pro­get­ta­to e arti­co­la­to nel­lo spa­zio. Si sot­to­li­nea così, anco­ra una vol­ta, quel­la che Nobi­li in cata­lo­go defi­ni­sce giu­sta­men­te una «gra­fi­ca spa­zia­le», ossia «un vero e pro­prio dise­gno nell’ambiente, otte­nu­to attra­ver­so un’operazione manua­le sem­pli­ce quan­to sim­bo­li­ca, la pie­ga, che per­met­te allo scul­to­re di intes­se­re con il mate­ria­le uno stret­tis­si­mo rap­por­to, fat­to al con­tem­po di for­za e dol­cez­za, osti­na­ta vio­len­za ed aerea deli­ca­tez­za».

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Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, I silenzi luminosi di Italo Antico, in "STORIEDELLARTE.com", 30 luglio 2016; accessed 6 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2016/07/i-silenzi-luminosi-di-italo-antico.html.

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