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La bellezza del cavolo. Dalla natura all’uomo nell’estetica di Barbara Paganin.

Que­sto arti­co­lo è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Art Jewel­ry Forum
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Bar­ba­ra Paga­nin. “Dall’orto alla sof­fit­ta”.
Ora­to­rio di San Roc­co. Pado­va, Ita­lia
16 Otto­bre – 22 Novem­bre 2015

Barbara Paganini con indosso le sue spille "Memoria Aperta" (Barbara Paganini wearing her "Open Memories" brooches (photo Alice Pavesi Fiori)

Bar­ba­ra Paga­nin con indos­so le sue spil­le “Memo­ria Aper­ta” (Bar­ba­ra Paga­nin wea­ring her “Open Memo­ries” broo­ches) pho­to: Ali­ce Pave­si Fio­ri

Bar­ba­ra Paga­nin è una don­na schi­va, dai linea­men­ti deli­ca­ti e dal­lo sguar­do inten­so. Le sue moven­ze sono misu­ra­te, si espri­me con tono paca­to e sicu­ro e par­la del suo lavo­ro come se fos­se un natu­ra­le pro­lun­ga­men­to dell’essere.

Non sus­si­ste dico­to­mia tra lei e le sue ope­re.
Que­sta è sta­ta, sen­za dub­bio, la pri­ma cer­tez­za che ho avu­to incon­tran­do­la di per­so­na alla con­fe­ren­za stam­pa dell’evento. Cer­tez­za con­fer­ma­ta all’inaugurazione del­la mostra e poi, qual­che gior­no più tar­di, con­ver­san­do libe­ra­men­te davan­ti a un caf­fè.

Sono cir­ca cen­to­tren­ta i pez­zi espo­sti all’Oratorio di San Roc­co[a]. Cen­to­tren­ta fram­men­ti di nar­ra­zio­ni che si ricol­le­ga­no le une alle altre in un costan­te gio­co di rife­ri­men­ti evo­lu­ti­vi. I gio­iel­li si mostra­no infat­ti al frui­to­re in ordi­ne cro­no­lo­gi­co e anche rag­grup­pa­ti per col­le­zio­ni: da quel­li degli anni Ottan­ta, in cui la cri­ti­ca leg­ge una stret­ta con­nes­sio­ne alla Scuo­la Ora­fa Pado­va­na[2], sino agli ulti­mi del­la “Memo­ria Aper­ta” ric­chi di valen­ze for­ma­li ed este­ti­che dall’ampio segno iden­ti­fi­ca­ti­vo. Far dipen­de­re, però, a tut­ti i costi il back­ground arti­sti­co di Bar­ba­ra Paga­nin dagli sti­le­mi del­la Scuo­la dell’Oro non cor­ri­spon­de appie­no alla real­tà dei fat­ti. Indub­bia è la com­po­stez­za dei suoi esor­di, come indub­bio, e già mar­ca­to, risal­ta il gusto per l’indagine del mon­do natu­ra­le. Se voglia­mo, dun­que, cita­re le geo­me­trie, dob­bia­mo rifar­ci all’analisi del­le strut­tu­re bio­lo­gi­che e al minu­zio­so stu­dio che l’artista dedi­ca a ogni pro­get­to.

Inaugurazione della mostra, Padova, Oratorio di San Rocco (Exhibition opening, Padova, Oratorio di San Rocco) Photo, Silvia Valenti

Inau­gu­ra­zio­ne del­la mostra, Pado­va, Ora­to­rio di San Roc­co (Exhi­bi­tion ope­ning, Pado­va, Ora­to­rio di San Roc­co) Pho­to: Sil­via Valen­ti

 

Barbara Paganini, Reperti (Finds), 1994, bracelet, silver, gold, ebony, 115 mm diameter, private collection, (photo Lorenzo Trento)

Bar­ba­ra Paga­nin, Reper­ti (Finds), 1994, bra­ce­let, sil­ver, gold, ebo­ny, 115 mm dia­me­ter, pri­va­te col­lec­tion, pho­to: Loren­zo Tren­to

Gli inset­ti che sca­tu­ri­sco­no dal suo imma­gi­na­rio riman­da­no all’Art Déco rivi­si­ta­ta in una chia­ve più soli­da. I det­ta­gli di ogni esse­re assur­go­no a cen­tri foca­li dell’attenzione sot­to­li­nean­do un’ottica crea­ti­va dav­ve­ro spe­cia­le. Bar­ba­ra Paga­nin non è mini­ma­li­sta né reto­ri­ca nell’atto del com­por­re, tra­sfe­ri­sce sem­pli­ce­men­te la “memo­ria” inti­ma sen­za ecces­si­ve tra­sfi­gu­ra­zio­ni, affran­can­do­ne l’essenza. Un pro­ces­so visio­na­rio, que­sto, che si enu­clea per imma­gi­ni via via più niti­de, per giu­stap­po­si­zio­ni di enti­tà sim­bo­li­che, per richia­mi di sen­sa­zio­ni tat­ti­li e deco­di­fi­che sca­tu­ren­ti in un flus­so di coscien­za svin­co­la­to dal tem­po linea­re. Nel brac­cia­le “Reper­ti” ogni sin­go­lo ele­men­to rap­pre­sen­ta un’unità com­piu­ta ma, una vol­ta assem­bla­to, si mostra in un insie­me di per­fet­to equi­li­brio. Dive­nu­ti inve­ro dei fos­si­li, gli inset­ti emer­go­no dal metal­lo pre­zio­so solo in alcu­ne par­ti affer­man­do il loro dirit­to al ricor­do e la chiu­su­ra del ciclo che li ha gene­ra­ti.

Barbara Paganin, Ornitologioia (Ornitolojoy), 1993, necklace, gold, patinated silver, diamonds, 180 mm diameter, private collection, photo: Lorenzo Trento

Bar­ba­ra Paga­nin, Orni­to­lo­gio­ia (Orni­to­lo­joy), 1993, nec­kla­ce, gold, pati­na­ted sil­ver, dia­monds, 180 mm dia­me­ter, pri­va­te col­lec­tion, pho­to: Loren­zo Tren­to

Orni­to­lo­gio­ia”che in un approc­cio super­fi­cia­le sem­bra ispi­rar­si alle col­la­ne costrui­te secon­do rigo­ro­se geo­me­trie dai Mae­stri Pavan, Babet­to, Mau­ri­zio, Zor­zi e Visen­tin – segue la stes­sa rot­ta intro­du­cen­do un fat­to­re di distur­bo per nul­la d’intralcio allo sguar­do: gli uccel­li­ni d’oro brio­sa­men­te posa­ti sull’argento pati­na­to del­la strut­tu­ra. A chi è ben nota la rigi­da rego­la for­ma­le del­la scuo­la pado­va­na, que­sto espe­dien­te fa capi­re quan­to il lavo­ro del­la Paga­nin ne sia distan­te.

Ver­so la fine degli anni Novan­ta, infat­ti, la Paga­nin si allon­ta­na dal cir­co­lo eli­ta­rio del gio­iel­lo con­tem­po­ra­neo vene­to e da un cer­to lin­guag­gio ita­lia­no, per acco­star­si elet­ti­va­men­te a un filo­ne nor­deu­ro­peo più auda­ce nell’espressività e nel­la ricer­ca.

Barbara Paganini, Rami di corallo (Coral Branches), 1999, necklace, gold, oxidized silver, Venetian glass beads, river pearls, 180 mm diameter, private collection, photo: Albino Fecchio

Bar­ba­ra Paga­nin, Rami di coral­lo (Coral Bran­ches), 1999, nec­kla­ce, gold, oxi­di­zed sil­ver, Vene­tian glass beads, river pearls, 180 mm dia­me­ter, pri­va­te col­lec­tion, pho­to: Albi­no Fec­chio

Nasco­no allo­ra le col­le­zio­ni lega­te al mare e alle sue crea­tu­re che descri­vo­no un pas­sag­gio obbli­ga­to per cui la rela­zio­ne con il ter­ri­to­rio nata­le e la neces­si­tà di espri­mer­si con una cifra sti­li­sti­ca diver­sa e più com­ples­sa si raf­for­za­no svi­lup­pan­do­si in modo ori­gi­na­le. Qui le for­me sem­bra­no abban­do­nar­si al caso, sov­ver­ti­re la pre­ci­sio­ne feno­me­ni­ca del­la natu­ra e armo­niz­zar­si con l’idea valo­ria­le che l’artista ricrea nel­la sua imma­gi­na­rio ico­ni­co. Così miglia­ia di micro­per­le (con­te­rie vene­zia­ne[3]) nasco­no da minu­sco­li forel­li­ni.
Ane­mo­ni e coral­li affio­ra­no in esplo­sio­ni di colo­ri e i dia­man­ti, inca­sto­na­ti nel niel­lo[4], fan­no capo­li­no come testi­mo­ni di un’altra memo­ria acqui­si­ta, in que­sto caso, duran­te del­le immer­sio­ni in mari tro­pi­ca­li.

Bar­ba­ra Paga­nin per­ce­pi­sce il mon­do come un immen­so cam­po di ricer­ca sen­so­ria­le in cui ogni più sem­pli­ce annun­cio di vita comu­ni­ca una sco­per­ta e un’ulteriore inchie­sta sui cano­ni dell’universo e del­la socie­tà. In que­sta sequen­za con­cet­tua­le si può por­re la col­le­zio­ne dei “Semi”.

Barbara Paganini, Melone (Melon), 1999, brooch, gold, patinated silver, river pearls, Venetian glass beads, 67 mm diameter, 20 mm tall, private collection, photo: Michele Zanin

Bar­ba­ra Paga­nin, Melo­ne (Melon), 1999, broo­ch, gold, pati­na­ted sil­ver, river pearls, Vene­tian glass beads, 67 mm dia­me­ter, 20 mm tall, pri­va­te col­lec­tion, pho­to: Miche­le Zanin

Le frut­ta la attrag­go­no per la dif­for­mi­tà dei volu­mi, dei colo­ri e per i miste­ri che nascon­do­no. In un gio­co di inca­stri le super­fi­ci si scom­pon­go­no, i pia­ni di osser­va­zio­ne cam­bia­no e le archi­tet­tu­re si com­pli­ca­no pale­san­do signi­fi­ca­ti tal­vol­ta oppo­sti ai loro signi­fi­can­ti. Come Bar­ba­ra mi ha spie­ga­to, la natu­ra è un chia­ro model­lo meta­fo­ri­co atto a testi­mo­nia­re le debo­lez­ze dell’uomo oppu­re a esal­tar­ne l’anima ete­ro­ge­nea.

Se il con­cet­to di seme del­la poe­ti­ca goe­thia­na[5] tan­to cara alla Paga­nin rap­pre­sen­ta il pun­to ori­gi­na­rio di aggre­ga­zio­ne del­la mate­ria, la foglia ne è l’espressione di tut­ta la capa­ci­tà gene­ra­ti­va, ossia l’immagine com­ple­ta di ciò che la pian­ta sarà.
La foglia in que­sto caso è quel­la del cavo­lo.

Barbara Paganini, Foglia primordiale (Primordial Leaf), 2009, bracelet, patinated silver, 72x30 mm, photo: Michele Zanin

Bar­ba­ra Paga­nin, Foglia pri­mor­dia­le (Pri­mor­dial Leaf), 2009, bra­ce­let, pati­na­ted sil­ver, 72x30 mm, pho­to: Miche­le Zanin

Il cavo­lo, dal 2006, divie­ne una nuo­va sfi­da per l’artista. Lei stes­sa mi ha con­fes­sa­to duran­te il nostro incon­tro che non vede­va l’ora di maneg­gia­re quell’enigmatico ortag­gio − scel­to come nuo­va sfi­da da affron­ta­re −, per ammi­ra­re le sue mil­le pie­ghe croc­can­ti, per tagliar­lo e son­dar­ne gli intri­ca­ti per­cor­si, per capi­re quan­to quel­le innu­me­re­vo­li vene e arte­rie riman­di­no alla scin­til­la del­la vita stes­sa. Vita che lei, in un ripe­ter­si spon­ta­neo, ripro­po­ne gra­zie alla fusio­ne a cera per­sa in anel­li, spil­le, brac­cia­li e col­la­ne. Men­tre tra argen­to, pati­ne e ossi­di appa­io­no anche le resi­ne e i vetri.

L’esperienza pres­so la Scuo­la del Vetro Aba­te Zanet­ti, dopo l’attribuzione del Pri­mo Pre­mio al VII Con­cor­so Inter­na­zio­na­le “Trie­ste Con­tem­po­ra­nea”, le fa sco­pri­re l’arte del vetro. Affa­sci­na­ta dal­le gra­da­zio­ni di que­sto incre­di­bi­le mate­ria­le e dal­le dif­fi­col­tà tec­ni­che dei pro­ces­si, ini­zia a pla­sma­re deli­ca­ti capo­la­vo­ri inse­ren­do­li nei suoi manu­fat­ti. Il perio­do coin­ci­de con il tra­sfe­ri­men­to da Vene­zia alla ter­ra­fer­ma. Il distac­co la por­ta a son­da­re le sue radi­ci attra­ver­so tut­to ciò che l’ambiente le dona. I reper­ti tro­va­ti per caso nel pro­prio orto la spin­go­no a tene­re trac­cia di una memo­ria col­let­ti­va e sot­to­li­nea­no con for­za il suo attac­ca­men­to al ter­ri­to­rio.

Barbara Paganini, "Tubipora", 2010, brooch, titanium, 80x25 mm, photo: Silvia Valenti

Bar­ba­ra Paga­nin, “Tubi­po­ra”, 2010, broo­ch, tita­nium, 80x25 mm, pho­to: Sil­via Valen­ti

Il vasto lin­guag­gio che si è deli­nea­to e arric­chi­to nel cor­so degli anni ci resti­tui­sce niti­da­men­te l’ideologia sot­te­sa alla poe­ti­ca dell’artista. La con­ce­zio­ne del tem­po non è razio­na­le, ben­sì avver­ti­ta a livel­lo di coscien­za. I gio­iel­li enun­cia­no un codi­ce intes­su­to di metal­lo pre­zio­so, di gem­me, vetri, objet trou­vé, poli­me­til­me­ta­cri­la­ti, cera­mi­che, resi­ne, sostan­ze mol­te­pli­ci ela­bo­ra­te con raf­fi­na­tis­si­me tec­ni­che ora­fe tra cui la lavo­ra­zio­ne del tita­nio che spe­ri­men­ta nel­la spil­la “Tubi­po­ra”.

La chia­ve di let­tu­ra è sem­pre lascia­ta all’osservatore.

Sape­re però che i micro­fo­ri che costel­la­no spes­so le basi del­le sue crea­zio­ni sono frut­to di gesti seria­li acqui­si­ti dal­le suo­re duran­te l’infanzia – pun­teg­gia­re i dise­gni per tagliar­li sen­za l’ausilio del­le for­bi­ci – favo­ri­sce un cor­ret­to giu­di­zio cri­ti­co su Bar­ba­ra Paga­nin poi­ché ci dimo­stra la stret­ta sim­bio­si tra vis­su­to e arte.

Barbara Paganini, Memoria Aperta 25 (Open Memory n. 25), 2011-2013, brooch, oxidized silver, porcelain, coral, gold, 125x45x50 mm, photo: Alice Pavesi Fiori

Bar­ba­ra Paga­nin, Memo­ria Aper­ta 25 (Open Memo­ry n. 25), 2011–2013, broo­ch, oxi­di­zed sil­ver, por­ce­lain, coral, gold, 125­x45­x50 mm, pho­to: Ali­ce Pave­si Fio­ri

Una poe­ti­ca di raf­fi­na­ta acce­zio­ne prou­stia­na è dun­que il filo con­dut­to­re di que­sta mostra anto­lo­gi­ca che si chiu­de con la serie di spil­le “Memo­ria Aper­ta” e con le col­la­ne “Catar­si”.

Nel con­ti­nuo e alter­no scam­bio tra con­nes­sio­ni tem­po­ra­li ogget­ti­ve e sog­get­ti­ve, l’artista testi­mo­nia con vigo­re la valen­za uni­ver­sa­le del ricor­do. In tale sezio­ne gli ani­ma­let­ti di cera­mi­ca, le bam­bo­li­ne di por­cel­la­na, gli avo­ri, i legni, i vetri, le minia­tu­re di foto d’epoca – reli­quie sco­va­te, ere­di­ta­te e col­le­zio­na­te – si fon­do­no con inec­ce­pi­bi­li ripro­du­zio­ni a cera per­sa di scar­pi­ne, abi­ti­ni, minu­sco­li arne­si d’uso quo­ti­dia­no, mini­be­stia­ri e gem­me inca­sto­na­te. La Paga­nin tes­se la sua fit­ta rete di infor­ma­zio­ni su una sor­ta di algo­rit­mo gene­ti­co in cui ci si può rispec­chia­re. Ogni spil­la, ogni col­la­na avvia una sto­ria. Sta a noi sce­glier­ne le tra­me.

Tra­me che la cor­ni­ce espo­si­ti­va dell’Oratorio di San Roc­co con la bel­lez­za stu­pe­fa­cen­te dei suoi affre­schi non rie­sce a sovra­sta­re. Tut­to in “Dall’orto alla sof­fit­ta” bril­la di luce pro­pria per l’altissimo nume­ro di pez­zi in mostra, la loro note­vo­le effi­ca­cia comu­ni­ca­ti­va, la dispo­si­zio­ne intel­li­gen­te deci­sa su basi cro­ma­ti­che, for­ma­li e cro­no­lo­gi­che.

Si è con­cre­tiz­za­ta, in sostan­za, una magia che ha affa­sci­na­to il nume­ro­so pub­bli­co pre­sen­te alla ver­ni­ce, libe­ro sia di muo­ver­si tra le teche sia di seguir­le in ordi­ne da sini­stra ver­so destra.
Visto, poi, che Bar­ba­ra due vol­te alla set­ti­ma­na acco­glie­va i visi­ta­to­ri per illu­stra­re i suoi per­cor­si, ho potu­to chiac­chie­ra­re anco­ra con lei, e intui­re per­ciò l’ingrediente meno pale­se di tale sug­ge­stio­ne. Accan­to ai gio­iel­li espo­sti nei più pre­sti­gio­si musei del mon­do[6], espres­sio­ne pre­zio­sa del suo suc­ces­so, spic­ca­no per una par­ti­co­la­re allu­re emo­ti­va quel­li di pro­prie­tà di col­le­zio­ni­sti pri­va­ti che vivo­no, come è giu­sto, la loro vita di spil­le, anel­li, col­la­ne.

Bene, “Dall’orto alla sof­fit­ta” è la pri­ma anto­lo­gi­ca che l’Italia dedi­ca a Bar­ba­ra Paga­nin. il Comu­ne di Pado­va se n’è fat­to tra­mi­te riba­den­do gli ori­gi­na­li con­tri­bu­ti di mol­ti anni di impe­gno già ampia­men­te rico­no­sciu­ti all’estero.

Barbara Paganini, Memoria Aperta 16 (Open Memory n. 16), 2011-2013, brooch, oxidized silver, porcelain, miniature on ivory, 95x80x35 mm, photo: Alice Pavesi Fiori

Bar­ba­ra Paga­ni­ni, Memo­ria Aper­ta 16 (Open Memo­ry n. 16), 2011–2013, broo­ch, oxi­di­zed sil­ver, por­ce­lain, minia­tu­re on ivo­ry, 95x80­x35 mm, pho­to: Ali­ce Pave­si Fio­ri

Vie­ne di con­se­guen­za spon­ta­neo chie­der­si per­ché si sia aspet­ta­to così a lun­go.
Una pos­si­bi­le inter­pre­ta­zio­ne ci giun­ge dal carat­te­re del­la sua ricer­ca, lon­ta­na da quel­la del­la Scuo­la dell’Oro di Pado­va. Tan­to lon­ta­na da non veni­re com­pre­sa appie­no e pro­mos­sa nei modi oppor­tu­ni.
Esse­re sti­li­sti­ca­men­te “diver­sa” le ha aper­to del­le por­te inter­na­zio­na­li per chiu­der­ne, for­se, del­le altre.
La retro­spet­ti­va però, oltre a col­ma­re que­sto gap, aggiun­ge un inte­res­san­te spun­to di rifles­sio­ne poi­ché met­te bene in evi­den­za quan­to il suo lavo­ro sia un pon­te costrui­to tra tra­di­zio­ne e inno­va­zio­ne, tra due gene­ra­zio­ni di arti­sti e due scuo­le di pen­sie­ro, quel­la ita­lia­na e quel­la nor­deu­ro­pea.

 

[1] Per mag­gio­ri infor­ma­zio­ni sul­la sto­ria dell’Oratorio di San Roc­co vede­re “Mer­chan­ts in the Tem­ple. Teh Man­hat­tan School of making it big”.

[2] La deno­mi­na­zio­ne di “Scuo­la ora­fa di Pado­va” nasce nel 1983 in occa­sio­ne del­la mostra “Die­ci ora­fi Ita­lia­ni” tenu­ta allo Sch­muck­mu­seum di Pfor­z­heim. Sot­to l’egida dei tre gran­di mae­stri Mario Pin­ton, Fran­ce­sco Pavan e Gian­pao­lo Babet­to e dei loro allie­vi Gior­gio Cec­chet­to, Lucia Davan­zo, Maria Rosa Fran­zin, Ste­fa­no Mar­chet­ti, Pao­lo Mar­co­lon­go, Pao­lo Mau­ri­zio, Bar­ba­ra Paga­nin, Ren­zo Pasqua­le, Die­go Piaz­za, Pier­giu­lia­no Revea­ne, Mar­co Rigo­vac­ca, Gra­zia­no Visin­tin, Alber­ta Vita, Anna­ma­ria Zanel­la, Alber­to Zor­zi si svi­lup­pa a Pado­va una cor­ren­te sti­li­sti­ca del tut­to par­ti­co­la­re. Il lin­guag­gio che acco­mu­na gli arti­sti è quel­lo del­la puli­zia for­ma­le, del geo­me­tri­smo inda­ga­to nel­la sua essen­zia­li­tà ed equi­li­brio, del­la ricer­ca, dell’utilizzo misu­ra­to del­la mate­ria e del­la valen­za pura­men­te arti­sti­ca del gio­iel­lo.

[3] Da Gio­van­ni Maria­cher, Il vetro euro­peo dal XV al XX seco­lo, ed. Isti­tu­to Geo­gra­fi­co De Ago­sti­ni, Nova­ra, 1964, pp. 38–40. «[…] Il signi­fi­ca­to del­la paro­la non è paci­fi­ca­men­te chia­ri­to: secon­do alcu­ni dovreb­be deri­va­re da “con­ta­re” per­ché si dice che del­le per­le si faces­se mone­ta di scam­bio pres­so alcu­ni popo­li pri­mi­ti­vi. Ma for­se ciò nasce in gran par­te da leg­gen­da e l’etimologia meglio si spie­ga dal lati­no “comp­tus” (orna­to) poi­ché le per­le era­no desti­na­te ad orna­men­to. […] I Vene­zia­ni si ispi­ra­ro­no dap­pri­ma (sec. XIII) alla pro­du­zio­ne dell’Egitto farao­ni­co, dove l’industria del­le per­li­ne di smal­to vitreo colo­ra­to era lar­ga­men­te dif­fu­sa, […]. […]. Le lavo­ra­zio­ni adot­ta­te dai Mura­ne­si era­no di due tipi: quel­la sof­fia­ta alla fiam­ma, […] e quel­la ese­gui­ta con uno stru­men­to che asso­mi­glia allo spie­do […]: le per­le così infi­la­te si riscal­da­va­no nel­la for­na­ce, per arro­ton­dar­le nel­la for­ma adat­ta. […]. […]. Tale lavo­ra­zio­ne tipi­ca­men­te vene­zia­na si dif­fu­se anche altro­ve, ad esem­pio in Fran­cia (Nevers) e in Ger­ma­nia (Norim­ber­ga) nel seco­lo XVIII».

[4] Quel­la del niel­lo è una tec­ni­ca anti­ca che pre­ve­de l’inserimento di un com­po­sto nero a base metal­li­ca all’interno di inci­sio­ni a buli­no pre­ven­ti­va­men­te ese­gui­te sull’oggetto da deco­ra­re. Il con­tra­sto che si ottie­ne unen­do il niel­lo a super­fi­ci sia luci­de che opa­che ser­ve a evi­den­zia­re per­fet­ta­men­te i dise­gni sul­le super­fi­ci. Se ste­so diret­ta­men­te sugli ogget­ti crea sin­go­la­ri effet­ti mate­ri­ci.

[5] Johann Wol­fgang von Goe­the, La meta­mor­fo­si del­le pian­te, 1790.

[6] Musée des Arts Dèco­ra­tif, Pari­gi; FNAC Fond Natio­nal d’Art Con­tem­po­rain, Pari­gi; Metro­po­li­tan Museum of Art, New York; Museum Boy­mans van Beu­ni­ni­gen, Rot­ter­dam; Sch­muck­mu­seum Pfor­z­heim, Pfor­z­heim; Vic­to­ria and Albert Museum, Lon­dra; Museum of Fine Arts, Boston; Van Ree­kum Museum, Appel­dorn; Museo d’Arte Moder­na di Ca’ Pesa­ro, Vene­zia; e mol­ti altri anco­ra.

ENGLISH VERSION

Bar­ba­ra Paga­nin is a reser­ved woman, with deli­ca­te fea­tu­res and an inten­se gaze. Her move­men­ts are mea­su­red, she expres­ses her­self calm­ly and con­fi­den­tial­ly, tal­king about her work as if it were a natu­ral exten­sion of her being.
In fact, she makes no distinc­tion bet­ween her­self and her work: this was clear to me as soon as I met her face to face at the press con­fe­ren­ce pre­ce­ding the exhi­bi­tion ope­ning, and clea­rer still a few days later, when we both sat down to chat over a cof­fee.

The­re are about 130 works on display at the Ora­to­rio of San Roc­co[1]. 130 frag­men­ts of Paganin’s crea­ti­ve prac­ti­ce that are rela­ted to each other in a con­stant game of deve­lo­p­men­tal refe­ren­ces. The pie­ces are sho­wn in chro­no­lo­gi­cal order and also grou­ped by col­lec­tions: they ran­ge from her ear­ly, 80s work —whi­ch accor­ding to cri­tics under­li­nes a clo­se con­nec­tion to the Gold School of Pado­va— to the most recent “Memo­ria Aper­ta” series, who­se for­mal and aesthe­tic values are exem­pla­ry of her matu­re sty­le.
Ali­gning Paganin’s arti­stic back­ground too clo­se­ly with the “School of Gold”[2] does not reflect the ran­ge of her prac­ti­ce. The com­po­si­tion of her ear­ly work, as has been poin­ted out, undoub­ted­ly sho­ws a taste for the inve­sti­ga­ting the natu­ral world. Howe­ver, the ana­ly­sis of bio­lo­gi­cal struc­tu­res and the meti­cu­lous resear­ch that the arti­st applies to each pro­ject is put at the ser­vi­ce of alto­ge­ther geo­me­tri­cal com­po­si­tions.

For exam­ple, the uni­den­ti­fied objec­ts that popu­la­te the sur­fa­ce of the Reper­ti cuff began their life as indi­vi­dual insect stu­dies: Art Déco crea­tu­res revi­si­ted in a more solid key. Paga­nin focu­ses on a cha­rac­te­ri­stic detail that iden­ti­fies each crea­tu­re, whi­ch she then re-inter­pre­ts in a sin­gu­lar way. She is nei­ther mini­ma­li­st nor rhe­to­ric in the act of com­po­sing: she sim­ply chan­nels her per­so­nal “memo­ry” of things into her works, with no exces­si­ve tran­sfor­ma­tions, free­ing their essen­ce. This is a visio­na­ry pro­cess that beco­mes clea­rer and shar­per over time, by jux­ta­po­sing sym­bo­lic ele­men­ts, by recal­ling tac­ti­le sen­sa­tions and pluc­king memo­ries from a stream of con­sciou­sness qui­te uncon­cer­ned with linear time. In Reper­ti, each indi­vi­dual ele­ment con­sti­tu­te a fini­shed work, but were put toge­ther –arran­ged– in a per­fect balan­ce. They emer­ge, indeed beco­me fos­sils, from the pre­cious metal, expo­sing only part of them­sel­ves, asser­ting their right to be remem­be­red and the clo­su­re of this inspi­ra­tio­nal pha­se.

Orni­to­lo­gio­ia − whi­ch poin­ts to the rigo­rous geo­me­tric nec­kla­ces made by the Masters Pavan, Babet­to, Mau­ri­zio, Zor­zi and Visen­tin − fol­lo­ws a simi­lar com­po­si­tio­nal stra­te­gy by intro­du­cing an ele­ment of “disor­der” into a order­ly struc­tu­re: in this case, gold birds cheer­ful­ly laid on a pati­na­ted sil­ver lat­ti­ce. Whi­le pay­ing homa­ge to the strict for­mal rule of Gold’s Padua School, this “esca­mo­ta­ge” pla­ces Paganin’s works well outsi­de its boun­da­ries.
By the end of the Nine­ties, in fact, Paga­nin will for­go refe­ren­ces to the eli­te Veni­cian con­tem­po­ra­ry jewe­le­ry club, drift away from a reco­gni­za­ble Ita­lian for­mal voca­bu­la­ry and steer itself into a more Nor­th Euro­pean stream: bol­der in expres­si­ve­ness and resear­ch.

The col­lec­tions rela­ted to the sea and its crea­tu­res were con­cei­ves under the­se new pre­mi­ses. The jewels reflect a need to express her­self in a dif­fe­rent and more com­plex sty­li­stic way, using the nati­ve land as a point of refe­ren­ce. Sha­pes beca­me unstruc­tu­red, almo­st sub­ver­ting the abso­lu­te pre­ci­sion whi­ch governs the natu­ral order. Now objec­ts har­mo­ni­ze with the idea of ​​values ​​the arti­st recrea­tes in her ima­gi­na­ti­ve uni­ver­se. So thou­sands of micro beads (vene­tian glass beads or con­te­rie[3]) ari­se from tiny holes.
Ane­mo­nes and corals emer­ge in an explo­sion of colors and dia­monds, cast in niel­lo[4], peep as wit­nes­ses of other memo­ries acqui­red by the arti­st – in this case- during diving excur­sions.

Bar­ba­ra Paga­nin per­cei­ves the world as a vast field of sen­so­ry resear­ch in whi­ch the sim­ple­st life-forms func­tion as test sam­ples for inve­sti­ga­ting the prin­ci­ples of the uni­ver­se and socie­ty. Let us look, for exam­ple, at the col­lec­tion devo­ted to “Seeds”. The arti­st is inte­re­sted not only in how the frui­ts look – their varied sizes and colors– but also in the myste­ries they hide. As in a sha­pe sor­ter, sur­fa­ces break down, the obser­va­tion level chan­ge and struc­tu­res are com­pli­ca­ted revea­ling mea­nings some­ti­mes oppo­sed to their signi­fier. As Paga­nin explai­ned to me, natu­re beco­mes a distinct meta­pho­ric model sui­ta­ble to show men’s wea­k­nes­ses or to enhan­ce their hete­ro­ge­neous souls.
If the con­cept of “seeds”, as it rela­tes to Goe­the[5]‘s poe­tics, so dear to Paga­nin, repre­sent the ori­gi­nal point of sub­stan­ce aggre­ga­tion, the leaf is an expres­sion of all its gene­ra­ting capa­ci­ty or to put it bet­ter, the com­ple­te ima­ge of what the plant will be.
The leaf in this case is that of cab­ba­ge.

Cab­ba­ge, from 2006, beca­me a new chal­len­ge for the arti­st. She told me during our mee­ting that she could not wait to get home to hand­le the vege­ta­ble − she cho­se for her new chal­len­ge −, to admi­re its many, cri­spy folds, to cut it and fathom its intri­ca­te paths, to ima­gi­ne how the coun­tless veins and arte­ries refer to the spark of life itself. Life that she, in a ongoing pur­suit, re-resen­ts again and again, thanks to the lost wax tech­ni­que, in rings, broo­ches, bra­ce­le­ts and nec­kla­ces. In sil­ver, pati­nas and oxi­des, but also, for the fir­st time, in resin and glass.

Paganin’s disco­ve­ry of the magi­cal world of glass mode­ling took pla­ce at the Aba­te Zanet­ti School of Glass in 2007, after she won the 7th“Trieste Con­tem­po­ra­nea” Inter­na­tio­nal Com­pe­ti­tion. Fasci­na­ted by the nuan­ces and tech­ni­cal dif­fi­cul­ties in hand­ling the incre­di­ble mate­rial, she began to inclu­de in her work deli­ca­te master­pie­ces of glass art. The period coin­ci­des with her move from Veni­ce to the main­land. This pain­ful deta­ch­ment brought a new chal­len­ge, and a new area of inve­sti­ga­tion: testing her roo­ts throu­gh all that the envi­ron­ment can pro­vi­de. The arte­fac­ts found by chan­ce in her gar­den urged her to keep tra­ce of a col­lec­ti­ve memo­ry and empha­si­ze her strong atta­ch­ment to her nati­ve land.
The for­mal lan­gua­ge that she star­ted deve­lo­ping after the move has been enri­ched over the years, and con­ti­nues to defi­ne her crea­ti­ve outlook today. It reflec­ts a con­cep­tion of time that is not linear, nor expli­ci­tly arti­cu­la­ted. Her jewel­ry assem­bla­ge func­tion like a code woven out of pre­cious metal, gems, glass, objec­ts trou­vé, poly­me­thyl metha­cry­la­tes, cera­mics, resins, using refi­ned gold­smi­thing tech­ni­ques along­si­de new pro­ces­sing methods (note, for exam­ple, the use of tita­nium in the broo­ch “Tubi­po­ra”).

If the inter­pre­ta­ti­ve key is always left to the obser­ver, her works often pro­vi­des evi­den­ce of the clo­se con­nec­tion bet­ween Paganin’s art and her life expe­rien­ce. The micro-holes that often dot her crea­tions, for exam­ple, are the result of serial gestu­res taught her by the nuns during her chil­d­hood – pun­ching small holes into dra­wings to cut them without the aid of scis­sors. A Prou­stian poe­tic, ancho­red in old sou­ve­nirs, per­so­nal or col­lec­ti­ve– is the cen­tral the­me of this antho­lo­gy, and finds a tem­po­ra­ry con­clu­sion in the broo­ches Memo­ria Aper­ta and the nec­kla­ces Catar­si.

Throu­gh a con­ti­nuous exchan­ge bet­ween objec­ti­ve and sub­jec­ti­ve tem­po­ral con­nec­tions, the arti­st effec­ti­ve­ly tests the value of the memo­ries that bind eve­ry­thing and eve­ryo­ne. In this col­lec­tion cera­mic ani­mals, por­ce­lain dolls, sculp­ted ivo­ry sha­pes, woods, glass, minia­tu­res of old pho­tos – unear­thed, inhe­ri­ted and col­lec­ted relics – are mixed in with incre­di­ble repro­duc­tions in lost wax of shoes, dres­ses, tiny tools of dai­ly use, mini-bestia­ry and gems. Paga­nin wea­ves her thick net of infor­ma­tion on a sort of gene­tic algo­ri­thm in whi­ch eve­ryo­ne can find their reflec­tion. Each broo­ch, eve­ry nec­kla­ce start a sto­ry. It’s up to us to choo­se the plo­ts.

The Ora­to­rio di San Roc­co is an ama­zing exhi­bi­ting loca­tion, so ama­zing that the beau­ty of the fre­scoes abo­ve often over­whelms the work on display below, diver­ting the atten­tion of the viewer.
Well, in Dall’orto alla Sof­fit­ta, this does not hap­pen. The high num­ber of pie­ces on show, their remar­ka­ble power of com­mu­ni­ca­tion, and their astu­te arran­ge­ment in the sho­w­ca­ses wor­ked magic and char­med the lar­ge audien­ce at the ver­nis­sa­ge, who could either move free­ly or fol­low the way throu­gh the cabi­ne­ts, arran­ged in a chro­no­lo­gi­cal set­ting, from the left side around the room to the right side. Sin­ce Paga­nin wel­co­med visi­tors two days a week, and gui­ded them throu­gh the show, I had the oppor­tu­ni­ty to meet her many times. My repea­ted visi­ts made me aware of the less obvious ingre­dient of this enchant­ment. Along­si­de the jewels lent by pre­sti­gious inter­na­tio­nal museums,[6] the jewels owned by pri­va­te col­lec­tors stood out: They deli­ve­red a pecu­liar emo­tio­nal ener­gy becau­se they live, as should be the case, their life as broo­ches, rings, nec­kla­ces. And soon, they will be back with their owners.

Dall’orto alla Sof­fi­ta is the fir­st retro­spec­ti­ve dedi­ca­ted to Paganin’s work in Ita­ly, and we should be thank­ful to the city of Padua for pay­ing homa­ge to a great maker, and ali­gning itself with reco­gni­tion she has alrea­dy recei­ved abroad.

The que­stion is, why did we have to wait so many years?

One pos­si­ble inter­pre­ta­tion is that her work is too inno­va­ti­ve and espe­cial­ly too “diver­gent” from that of the Gold School of Padua to have been wide­ly pro­mo­ted or sim­ply given its pro­per due in Ita­ly. Being so sty­li­sti­cal­ly deta­ched sent her on a dif­fe­rent, inter­na­tio­nal career cour­se.

The long-awai­ted exhi­bi­tion, howe­ver, gives evi­den­ce of a prac­ti­ce that con­nec­ts tra­di­tion and novel­ty, a brid­ge bet­ween two arti­stic gene­ra­tions and two schools of thought, the Ita­lian and the nor­thern Euro­pean.

 

[1] For more details on the histo­ry of the Ora­to­rio, see Mer­chan­ts in the Tem­ple.

[2] The desi­gna­tion of “Gold’s School of Padua”, was foun­ded in 1983 on the occa­sion of the exhi­bi­tion “10 Ita­lian gold­smi­ths” held at Sch­muck­mu­seum in Pfor­z­heim. Under the aegis of the three great masters Mario Pin­ton, Fran­ce­sco Pavan and Gian­pao­lo Babet­to and their pupils Gior­gio Cec­chet­to, Lucia Davan­zo, Maria Rosa Fran­zin, Ste­fa­no Mar­chet­ti, Pao­lo Mar­co­lon­go, Paul Mau­ri­ce, Bar­ba­ra Paga­nin, Ren­zo Pasqua­le, Die­go Squa­re, Pier­giu­lia­no Revea­ne Mar­co Rigo­vac­ca, Gra­zia­no Visin­tin, Alber­ta Vita, Anna­ma­ria Zanel­la, Alber­to Zor­zi was born and deve­lo­ped in Padua a pecu­liar and uni­que sty­li­stic ten­den­cy. The lan­gua­ge that pools the artists is that of clean and geo­me­tric lines inve­sti­ga­tion, sim­pli­ci­ty and balan­ce, resear­ch, mea­su­red use of mate­rials and a pure­ly arti­stic value of the jewel.

[3] Da Gio­van­ni Maria­cher, Il vetro euro­peo dal XV al XX seco­lo, ed. Isti­tu­to Geo­gra­fi­co De Ago­sti­ni, Nova­ra, 1964,  38–40: «[…] The mea­ning of the word is not clear: accor­ding to some it should come from “to count” becau­se it is said that pearls were used as exchan­ge cur­ren­cy in some pri­mi­ti­ve com­mu­ni­ties. But may­be this is lar­ge­ly a mat­ter of legend and the Latin “comp­tus” (deco­ra­ted) best explains the ety­mo­lo­gy of the word becau­se the pearls were desti­ned to be an orna­ment. […] the Vene­tians were fir­st inspi­red (in the 13th cent.) by pro­duc­tions coming out of pha­rao­nic Egypt, whe­re the indu­stry of colo­red vitreous ena­mel beads was wide­spread […].The pro­ces­ses adop­ted by Mura­no arti­sans were of two types: the blo­wn on fla­me, […] and that of wor­king with an instru­ment that looks like a spit […]: the strung pearls were war­med in the fur­na­ce, to round them off in the appro­pria­te form. […] This typi­cal­ly Vene­tian pro­cess then spread elsewhe­re, for exam­ple in Fran­ce (Nevers) and in Ger­ma­ny (Nurem­berg) in the 18th cen­tu­ry».

[4] This is an ancient tech­ni­que and con­sists of a black metal mix­tu­re that is fused onto metal for a deco­ra­ti­ve effect. The con­tra­st obtai­ned by mat­ching niel­lo with either matt or poli­shed metal stres­ses per­fec­tly the pat­terns engra­ved on sur­fa­ces; If used onto plain metal might crea­te very pecu­liar mate­ric effec­ts.

[5] Johann Wol­fgang von Goe­the, Ver­su­ch die Meta­mor­pho­se der Pflan­zen zu erklä­ren, 1790.

Cite this article as: Silvia Valenti, La bellezza del cavolo. Dalla natura all’uomo nell’estetica di Barbara Paganin., in "STORIEDELLARTE.com", 24 dicembre 2015; accessed 8 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2015/12/la-bellezza-del-cavolo-dalla-natura-alluomo-nellestetica-di-barbara-paganin.html.

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2 Responses to La bellezza del cavolo. Dalla natura all’uomo nell’estetica di Barbara Paganin.

  1. Alessandra Lotto Parpajola 6 gennaio 2016 at 15:25 #

    Bar­ba­ra Paga­nin è arti­sta vir­tuo­sa per­ché sen­si­bi­le osser­va­tri­ce del mon­do natu­ra­le e dei suoi deli­ca­ti equi­li­bri.
    Inde­le­bi­li nel­la mia memo­ria reste­ran­no le nostre con­ver­sa­zio­ni, ai tem­pi in cui era­va­mo col­le­ghe. Gra­zie Bar­ba­ra!

    • Silvia Valenti 6 gennaio 2016 at 19:46 #

      La “bel­lez­za” del suo lavo­ro in effet­ti risie­de anche nel­la sua inna­ta capa­ci­tà di anda­re oltre il visi­bi­le e il sen­si­bi­le. I momen­ti tra­scor­si in sua com­pa­gnia sono pre­zio­si, è vero. Sono feli­ce che tu abbia apprez­za­to il mio arti­co­lo.

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