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Carlo Levi e la coscienza del patrimonio artistico

L’editore Don­zel­li si dedi­ca da alcu­ni anni alla pub­bli­ca­zio­ne del­le ope­re di Car­lo Levi (1902–1975), sve­lan­do spes­so degli scrit­ti ine­di­ti, dimen­ti­ca­ti o inac­ces­si­bi­li.

levi-mille-patrie.jpgRecen­te­men­te ha ripub­bli­ca­to Le mil­le patrie. Uomi­ni, fat­ti, pae­si d’Italia, già appar­so nel 2000: una rac­col­ta di testi scrit­ti fra il 1945 e il 1974 e appar­si in gran par­te su rivi­ste e quo­ti­dia­ni, oltre alla pre­fa­zio­ne a un volu­me e ad alcu­ni dat­ti­lo­scrit­ti con­ser­va­ti nel fon­do depo­si­ta­to pres­so l’Archivio cen­tra­le del­lo Sta­to.

La let­tu­ra del volu­me ci ripor­ta a un perio­do fon­da­men­ta­le del­la nostra sto­ria, con un testi­mo­ne atten­to e acu­to che osser­va l’Italia da un pun­to di vista ori­gi­na­le. In que­sta sede, inte­res­sa soprat­tut­to sot­to­li­nea­re la con­sa­pe­vo­lez­za con cui Levi coglie l’importanza del patri­mo­nio arti­sti­co per il tes­su­to cul­tu­ra­le e civi­le dell’Italia. Il sag­gio L’arte e gli ita­lia­ni, pub­bli­ca­to come Whe­re Art is Life dal­la rivi­sta “Holi­day” nel 1955 e qui pre­sen­ta­to nel­la ver­sio­ne ori­gi­na­le (pp. 25–43), par­te da una serie di pre­mes­se gene­ra­li e com­pren­si­bi­li al pub­bli­co ame­ri­ca­no per pre­sen­ta­re una serie di fat­ti esem­pla­ri del rap­por­to degli ita­lia­ni con la pro­pria tra­di­zio­ne arti­sti­ca. Il nucleo cen­tra­le è costi­tui­to da alcu­ni ricor­di di guer­ra (pp. 31–36), tra i qua­li spic­ca­no i rac­con­ti del­la dife­sa del­le ope­re d’arte di Firen­ze, alla cui libe­ra­zio­ne Levi par­te­ci­pò. Lo scrit­to­re rac­con­ta tra l’altro un epi­so­dio di cui fu pro­ta­go­ni­sta Cesa­re Faso­la, ispet­to­re del­la Soprin­ten­den­za di Firen­ze, che sor­pre­se in una “vil­la nel­la cam­pa­gna tra Firen­ze e Sie­na” (in real­tà il castel­lo di Mon­te­gu­fo­ni in val di Pesa) alcu­ni sol­da­ti tede­schi che uti­liz­za­va­no come tavo­lo da pran­zo l’Annun­cia­zio­ne di Simo­ne Mar­ti­ni: “Si impo­se, die­de, iner­me, degli ordi­ni a quei guer­rie­ri, rischian­do di esse­re fuci­la­to, come se egli fos­se invia­to da una auto­ri­tà ben supe­rio­re agli eser­ci­ti e ai gover­ni; e quei sol­da­ti, mira­co­lo­sa­men­te se ne anda­ro­no”.
Que­sto e altri epi­so­di nar­ra­ti di pri­ma mano potran­no esse­re con­fron­ta­ti con altre testi­mo­nian­ze, tra cui i dia­ri del­lo stes­so Faso­la, di cui si par­le­rà in un pros­si­mo con­tri­bu­to, pre­sen­tan­do il volu­me di Ales­sia Cec­co­ni, Resi­ste­re per l’arte. Guer­ra e patri­mo­nio arti­sti­co in Tosca­na.

Dopo qual­che nota­zio­ne che dovet­te pia­ce­re ai let­to­ri ame­ri­ca­ni, lie­ti di appren­de­re che “gli ita­lia­ni asso­mi­glia­no anche fisi­ca­men­te alle imma­gi­ni del­la loro pit­tu­ra; e anche per que­sto vi si ritro­va­no”, Levi ritro­va la stra­da dell’impegno civi­le quan­do cita il pro­prio impe­gno per la dife­sa del­la via Appia Anti­ca dal­la spe­cu­la­zio­ne.

Ma for­se la pagi­na più emo­zio­nan­te è quel­la fina­le. Levi tor­na nel pae­se luca­no di Gras­sa­no per dipin­ge­re un qua­dro e lavo­ra attor­nia­to dal­le don­ne e dai bam­bi­ni del luo­go; com­piu­to il lavo­ro, appen­de la tela sul muro ester­no di una casa. Nel frat­tem­po i con­ta­di­ni tor­na­no dai cam­pi e “i brac­cian­ti si affol­la­ro­no intor­no al qua­dro, vi si rico­nob­be­ro, lo pre­se­ro e lo por­ta­ro­no, attra­ver­so le stra­det­te, alla piaz­za”. Levi è con­sa­pe­vo­le di rivi­ve­re un famo­so epi­so­dio del­le Vite vasa­ria­ne e scri­ve: “Lo por­ta­va­no con fie­rez­za e glo­ria, come si por­ta­va­no un tem­po le anti­che Mae­stà, e le Madon­ne, e nei loro visi era viva la luce del­la spe­ran­za. Si era­no ritro­va­ti in quel­la imma­gi­ne, e anche per essa, sape­va­no di esi­ste­re come uomi­ni libe­ri, come per­so­ne: in essi, pure nel­la loro mise­ria, era ora pre­sen­te la fidu­cia. Que­sto è, pen­sa­vo allo­ra, men­tre sali­vo con essi alla piaz­za, il valo­re eter­no dell’arte ita­lia­na, que­sta fidu­cia nel­la vita per tut­ti gli uomi­ni”.

In un altro scrit­to, che pren­de spun­to dal volu­me La patria di mar­mo di Mar­cel­lo Ven­tu­ro­li (Pisa, Nistri-Lischi 1957), Levi evo­ca il Vit­to­ria­no come una “mon­ta­gna ine­si­sten­te”, un “incu­bo acca­de­mi­co, neo­clas­si­co e sur­rea­li­sta”, in una visio­ne oni­ri­ca che sem­bra qua­si anti­ci­pa­re i deli­ri del film Il ven­tre dell’architetto di  Peter Gree­na­way (The Bel­ly of an Archi­tect, Gran Bre­ta­gna-Ita­lia 1987) per appro­da­re alla real­tà gra­zie al con­fron­to con la cit­tà cir­co­stan­te e con l’Italia vera e all’amara con­sta­ta­zio­ne che “il monu­men­to è tut­ta­via pre­sen­te, e non basta­no gli anni a pati­nar­lo, e il suo aspet­to acca­de­mi­co di sogno ritor­nan­te è anco­ra il sim­bo­lo dei pro­ble­mi non risol­ti”.

La capa­ci­tà di Levi di inte­gra­re il regi­stro este­ti­co con quel­lo civi­le gli deri­vò cer­to dal­la varie­tà del­la sua espe­rien­za: dopo la lau­rea in Medi­ci­na (eser­ci­ta­ta solo duran­te gli anni del con­fi­no e per soli­da­rie­tà ver­so i con­ta­di­ni luca­ni, come nar­ra nel suo capo­la­vo­ro Cri­sto si è fer­ma­to a Ebo­li) la pit­tu­ra e la scrit­tu­ra si sal­da­ro­no sem­pre tra di loro e con l’impegno poli­ti­co, in una misu­ra rara se non uni­ca nel­la sto­ria cul­tu­ra­le ita­lia­na.

Cite this article as: Giovanna Ragionieri, Carlo Levi e la coscienza del patrimonio artistico, in "STORIEDELLARTE.com", 19 dicembre 2015; accessed 5 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2015/12/carlo-levi-e-la-coscienza-del-patrimonio-artistico.html.

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