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L’alluvione di Firenze del 1966: i suoi effetti nel settore del restauro e specificatamente nel settore lapideo

Alluvione di Firenze (10)

ALLE PRIME ORE del mat­ti­no del 4 novem­bre 1966, ben 685 milio­ni di metri cubi di acqua si river­sa­ro­no a Firen­ze con tut­to il loro putri­do con­te­nu­to rigur­gi­ta­to dal­le fogna­tu­re impaz­zi­te. L’Arno infat­ti rove­sciò sul­la cit­tà un milio­ne di ton­nel­la­te di fan­go, mel­ma e detri­ti vari misce­la­ti con ton­nel­la­te di naf­ta fuo­riu­sci­ta dai ser­ba­toi degli impian­ti di riscal­da­men­to ben rifor­ni­ti per la sta­gio­ne inver­na­le anco­ra da ini­zia­re. Non tut­to l’abitato fu diret­ta­men­te tra­vol­to, sostan­zial­men­te si sal­va­ro­no la par­te nord e le aree col­li­na­ri (una leg­ge­ra pen­den­za pote­va sal­va­re dal­la deva­sta­zio­ne), ma l’intera cit­tà fu col­pi­ta in diver­sa misu­ra dal­la pie­na che cau­sò vit­ti­me, rovi­nò abi­ta­zio­ni, atti­vi­tà com­mer­cia­li ed ope­re d’arte.1

Lo sce­na­rio era deso­lan­te, ma fu solo in un secon­do momen­to, supe­ra­ta la pri­ma emer­gen­za che si ebbe coscien­za di quan­to ter­ri­bi­le e capil­la­re fos­se sta­to il col­po infer­to al patri­mo­nio arti­sti­co fio­ren­ti­no. Imme­dia­ta­men­te si fece urgen­te il recu­pe­ro degli ogget­ti cui pre­sta­re un pri­mo inter­ven­to attra­ver­so pro­ce­du­re com­mi­su­ra­te alle carat­te­ri­sti­che mate­ri­che dei vari manu­fat­ti e alle pro­ble­ma­ti­che con­ser­va­ti­ve che in bre­vis­si­mo tem­po si sareb­be­ro mani­fe­sta­te. Infat­ti era neces­sa­rio tener con­to di quel­le dina­mi­che lega­te alle pro­prie­tà sol­ven­ti dell’acqua, alla sua capa­ci­tà di vei­co­la­re sostan­ze noci­ve e alla sua ecce­zio­na­le azio­ne mec­ca­ni­ca a segui­to del­la velo­ci­tà e pres­sio­ne rag­giun­te dal­le acque vor­ti­co­se del fiu­me; e occor­re­va argi­na­re i pro­ces­si di degra­do inne­sca­ti dagli alti valo­ri di umi­di­tà (che di per sé pote­va­no crea­re l’habi­tat favo­re­vo­le per lo svi­lup­po di bio­de­te­rio­ge­ni tro­van­do faci­le ter­re­no di col­tu­ra nei pro­dot­ti orga­ni­ci uti­liz­za­ti negli inter­ven­ti del pas­sa­to), dal­la naf­ta e oli com­bu­sti­bi­li capa­ci di depo­si­tar­si per assor­bi­men­to su vaste super­fi­ci maga­ri lavo­ra­te e carat­te­riz­za­te da for­ti agget­ti e sot­to­squa­dra.

Occor­re­va appron­ta­re un pia­no di inter­ven­to che fos­se in gra­do di fron­teg­gia­re i disa­gi ope­ra­ti­vi rap­pre­sen­ta­ti dal nume­ro ele­va­to di ope­re dan­neg­gia­te, dal­le pro­ble­ma­ti­che con­ser­va­ti­ve mani­fe­sta­te­si con una viru­len­za mai vista e dal con­fron­tar­si con incon­ve­nien­ti impre­ve­di­bi­li in situa­zio­ni di nor­ma­li­tà, qua­le la rimo­zio­ne, per l’appunto, del­la naf­ta e fan­go da tut­te le ope­re.

Di fat­to i dan­ni cau­sa­ti dall’alluvione rap­pre­sen­ta­ro­no un nuo­vo e gra­vo­so ban­co di pro­va che richie­se neces­sa­ria­men­te l’aiuto nazio­na­le e inter­na­zio­na­le che in un’azione soli­da­le e con­trol­la­ta riu­scis­se a deli­nea­re un pro­gram­ma d’intervento com­mi­su­ra­to alle rea­li con­di­zio­ni di con­ser­va­zio­ne dei vari manu­fat­ti arti­sti­ci. Si può dire, per­ciò, che il dram­ma del­la cata­stro­fe creò le con­di­zio­ni favo­re­vo­li per dare impul­so e nuo­va lin­fa vita­le a que­sto set­to­re, secon­do 3 diret­tri­ci prin­ci­pa­li:

  • Attra­ver­so una coo­pe­ra­zio­ne nazio­na­le e trans­na­zio­na­le si pote­va spe­ra­re di sop­pe­ri­re alle rispet­ti­ve defi­cien­ze cono­sci­ti­ve rispet­to a una mol­ti­tu­di­ne di tipo­lo­gie arti­sti­che dif­fe­ren­ti per mate­ria­li e tec­ni­che di ese­cu­zio­ne.
  • Attra­ver­so una col­la­bo­ra­zio­ne inter­di­sci­pli­na­re si pote­va­no affi­na­re le tec­ni­che d’intervento moni­to­ran­do­ne sem­pre gli effet­ti. Supe­ran­do pre­giu­di­zi di lun­ga tra­di­zio­ne si rico­nob­be l’apporto basi­la­re del­le disci­pli­ne scien­ti­fi­che. Tra l’altro quel­la par­cel­liz­za­zio­ne dei sape­ri che fu supe­ra­ta con l’appoggio este­ro e di vari isti­tu­ti ita­lia­ni pesa­va anche per una con­sue­tu­di­ne sto­ri­ca poco avvez­za a suf­fra­ga­re le tec­ni­che in uso con ele­men­ti pro­ban­ti di ori­gi­ne scien­ti­fi­ca. Si è assi­sti­to dun­que a una for­te acce­le­ra­zio­ne nel cam­po del­la ricer­ca, e la spe­ri­men­ta­zio­ne mes­sa in atto come rispo­sta a ogni biso­gno con­ser­va­ti­vo spe­ci­fi­co era pro­va del­la matu­ri­tà meto­do­lo­gi­ca rag­giun­ta. In una pie­na siner­gia tra set­to­re uma­ni­sti­co e set­to­re scien­ti­fi­co si pote­va­no mol­ti­pli­ca­re i dati in nostro pos­ses­so che dava­no mag­gio­re effi­ca­cia a un pro­get­to di restau­ro che si gio­vas­se di tut­te le infor­ma­zio­ni di varia pater­ni­tà.
  • Si defi­ni­va una spe­cia­liz­za­zio­ne inte­sa non solo come capa­ci­tà di sti­la­re un pia­no d’azione cali­bra­to su ogni spe­ci­fi­co caso (pur rifa­cen­do­si a una sca­let­ta ope­ra­ti­va di pro­va­ta effi­ca­cia), ma anche come clas­si­fi­ca­zio­ne per tipo­lo­gie arti­sti­che. Que­sto approc­cio andò a demo­li­re quel clas­si­smo anco­ra for­te in Ita­lia che vede­va una supre­ma­zia del­la pit­tu­ra, scul­tu­ra e archi­tet­tu­ra rispet­to alle cosid­det­te “arti mino­ri”, che final­men­te rice­vet­te­ro le dovu­te atten­zio­ni median­te tut­ti gli accor­gi­men­ti pos­si­bi­li.

L’excur­sus tra le varie cate­go­rie arti­sti­che con­sen­te di rile­va­re un regi­stro comu­ne in tut­ti gli inter­ven­ti che tro­va­va una con­ti­nui­tà tra la mori­ge­ra­ta tra­di­zio­ne fio­ren­ti­na e il pen­sie­ro di Cesa­re Bran­di. Le scel­te era­no per­ciò orien­ta­te ver­so meto­do­lo­gie che fos­se­ro il meno inva­si­ve pos­si­bi­li, che sal­va­guar­das­se­ro la por­ta­ta infor­ma­ti­va di ogni ope­ra d’arte con il man­te­ni­men­to, fin dove pos­si­bi­le, del­la loro inte­gri­tà fisi­ca, che rispon­des­se­ro, pre­via spe­ri­men­ta­zio­ne scien­ti­fi­ca, ai cano­ni di com­pa­ti­bi­li­tà con lo sta­to con­ser­va­ti­vo e con le carat­te­ri­sti­che con­ge­ni­te di ogni ogget­to, e ai cano­ni di distin­gui­bi­li­tà e di rever­si­bi­li­tà (o di ritrat­ta­bi­li­tà quan­do non era pos­si­bi­le assi­cu­ra­re la rever­si­bi­li­tà di un pro­dot­to o di una tec­ni­ca ope­ra­ti­va). Que­sti era­no i prin­ci­pi di rife­ri­men­to che sta­bi­li­va­no se le vec­chie pro­ce­du­re fos­se­ro ormai obso­le­te.

Per quan­to riguar­da il set­to­re lapi­deo, di soli­to rele­ga­to al ruo­lo di com­pri­ma­rio rispet­to al set­to­re pit­to­ri­co ma che qui ha sol­le­va­to que­stio­ni mol­to inte­res­san­ti, l’aspetto sicu­ra­men­te più intri­gan­te è sta­ta la fase del­la puli­tu­ra con rife­ri­men­to al con­cet­to di pati­na. Il tut­to pren­de le mos­se da som­mes­se cri­ti­che avan­za­te alla puli­tu­ra del­le sta­tue del Museo Nazio­na­le del Bar­gel­lo.

C’è da dire che non si sa bene che cosa pos­sa ave­re indot­to simi­li cri­ti­che (ne abbia­mo solo echi indi­ret­ti), giac­ché man­ca­no docu­men­ti che testi­mo­ni­no i moti­vi per cui furo­no avan­za­te tali cri­ti­che e ana­li­si che pos­sa­no com­pro­va­re effet­ti dele­te­ri del­le pro­ce­du­re adot­ta­te. Dal­le ana­li­si del­le sche­de tec­ni­che di restau­ro con­ser­va­te all’Archivio Restau­ri dell’Opificio del­le Pie­tre Dure, si può affer­ma­re che non furo­no mai adot­ta­te pra­ti­che che potes­se­ro decor­ti­ca­re l’epidermide scul­to­rea, e in situa­zio­ni di super­fi­ci pol­ve­ru­len­ti si adot­ta­ro­no tut­te le cau­te­le del caso.

Le sta­tue del Bar­gel­lo, in gene­re di gros­se dimen­sio­ni e/o poste su alti basa­men­ti, non era­no sta­te inve­sti­te nel­la loro inte­rez­za dal­la foga dell’Arno ma solo nel­la par­te infe­rio­re, dan­do luo­go a due feno­me­ni con­co­mi­tan­ti e con­tra­stan­ti: le super­fi­ci dila­va­te era­no sta­te libe­ra­te dal­la pol­lu­zio­ne atmo­sfe­ri­ca attra­ver­so un’azione deter­gen­te ecces­si­va, ma con­tem­po­ra­nea­men­te ave­va­no assor­bi­to tut­te le sostan­ze disper­se nel­le acque putri­de. Que­ste zone appa­ri­va­no allo­ra mac­chia­te soprat­tut­to dal­la naf­ta e, al con­tem­po, ripu­li­te da quei depo­si­ti di spor­co di ori­gi­ne atmo­sfe­ri­ca anco­ra visi­bi­li, inve­ce, sul­le par­ti di model­la­to non toc­ca­te dal­la pie­na, con una net­ta linea di demar­ca­zio­ne tra que­ste due aree.

Ovvia­men­te per ripri­sti­na­re una cro­mia omo­ge­nea si deci­se per una puli­tu­ra tota­le del­le sta­tue, poi­ché l’alternativa di ugua­gliar­le pati­nan­do la par­te infe­rio­re per assi­mi­lar­la a quel­la non net­ta­ta non ave­va ragion d’essere a meno che non si rico­no­sces­se­ro come pati­na da pre­ser­va­re i depo­si­ti di spor­co anco­ra visi­bi­li nel­le zone non dila­va­te.

In real­tà, come det­to, la que­stio­ne non riscos­se un con­sen­so una­ni­me, anche per­ché anco­ra non era sta­to chia­ri­to in manie­ra uni­vo­ca cosa si inten­des­se per “pati­na”, e cer­to una lin­guag­gio tec­ni­co che non coin­ci­des­se nei signi­fi­ca­ti non pote­va che gene­ra­re con­fu­sio­ne e dibat­ti­ti, men­tre solo defi­nen­do pri­ma il ter­mi­ne “pati­na” si pote­va­no poi indi­vi­dua­re i limi­ti di una cor­ret­ta puli­tu­ra. A tut­to ciò va inol­tre aggiun­to che la que­stio­ne non pote­va limi­tar­si a con­si­de­ra­zio­ni astrat­te, ma biso­gna­va par­ti­re dal­la pre­mes­sa di una puli­tu­ra ecces­si­va e indi­scri­mi­na­ta eser­ci­ta­ta dal­la pie­na, tan­to da abra­de­re le super­fi­ci e modi­fi­ca­re lo scat­te­ring del­la luce met­ten­do in pie­na vista una gra­nu­lo­si­tà del­le super­fi­ci altri­men­ti non visi­bi­le per i già accen­na­ti depo­si­ti di spor­co atmo­sfe­ri­co.204 Insom­ma, una serie di feno­me­ni che nel loro insie­me ave­va­no modi­fi­ca­to l’aspetto con­clu­si­vo del­le scul­tu­re al qua­le non pote­va­mo esse­re anco­ra abi­tua­ti, nel sen­so che sta­tue un tem­po offu­sca­te da depo­si­ti di spor­co nera­stro che sicu­ra­men­te accre­sce­va­no, per cer­ti ver­si, il loro pathos, non veni­va­no più rico­no­sciu­te come le stes­se una vol­ta libe­ra­te dal­la spor­ci­zia, che in real­tà alte­ra­va il loro auten­ti­co lin­guag­gio espres­si­vo e le loro cor­ret­te pro­por­zio­ni volu­me­tri­che. La pati­na­tu­ra che poi fu appli­ca­ta a fine restau­ro, simil­men­te ai seco­li pas­sa­ti, inten­de­va smor­za­re il con­tra­sto tra super­fi­ci che appa­ri­va­no diver­se a segui­to dei pro­ces­si di degra­do o per­ché facen­ti par­te di aggiun­te ese­gui­te in momen­ti suc­ces­si­vi, una sor­ta di fil­tro che attu­ti­va con­tra­sti di colo­re e di super­fi­ci fun­gen­do da pro­tet­ti­vo e/o da cosme­ti­co.

BIBLIOGRAFIA

(sono ripor­ta­ti solo alcu­ni testi rap­pre­sen­ta­ti­vi a fron­te di una biblio­gra­fia mol­to più impo­nen­te)

  • AA.VV., Anti­chi­tà Viva: ras­se­gna d’arte, anno V, n. 6, Edi­tri­ce Edam, Firen­ze, 1966.
  • AA.VV., Rap­por­to sui dan­ni al patri­mo­nio arti­sti­co e cul­tu­ra­le, Giun­ti Bar­be­ra, Firen­ze, 1967.
  • AA.VV., Firen­ze sal­va­ta, ERI, Tori­no, 1970.
  • Bal­di­ni U., Dal Pog­get­to P. (a cura di), Firen­ze restau­ra: il labo­ra­to­rio nel suo qua­ran­ten­nio (cata­lo­go del­la mostra Firen­ze 18 mag­gio – 14 giu­gno 1972), San­so­ni, Firen­ze, 1972.
  • Ber­ti L., Il restau­ro del­le scul­tu­re, in Il restau­ro del­le ope­re d’arte, 4° Con­ve­gno inter­na­zio­na­le di Stu­di (Pisto­ia 15–21 set­tem­bre 1968 – Cen­tro Ita­lia­no di stu­di di sto­ria e d’arte), Edi­to­gra­fi­ca, Rasti­gna­no (BO), 1977, pp. 173–191.
  • Ber­ti L., Boc­cia L., Capra­ra O. et alii, Cata­lo­go del­la mostra di restau­ri a scul­tu­re e ogget­ti d’arte mino­re (cata­lo­go del­la mostra Firen­ze, Museo Nazio­na­le del Bar­gel­lo, dicem­bre 1967 – Feb­bra­io 1968), S.T.I.A.V., Firen­ze, 1967.
  • Bran­di C., Teo­ria del restau­ro – Lezio­ni rac­col­te da Licia Vlad Bor­rel­li, Iose­li­ta Raspi Ser­ra, Gio­van­ni Urba­ni, Edi­zio­ni di sto­ria e let­te­ra­tu­ra, Roma, 1963.
  • Car­nia­ni M., Pao­let­ti P., Firen­ze Guer­ra & Allu­vio­ne: 4 ago­sto 1944/4 novem­bre 1966, Giun­ti, Firen­ze, 1966.
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  • Cor­ra­det­ti M. L., L’alluvione di Firen­ze del 1966: Dan­ni e restau­ri – Le ope­re lapi­dee, Tip. Cro­mo­gra­fi­ca Roma, Roma, 2014.
  • D’Angelis E., Ange­li del fan­go: la “meglio gio­ven­tù” nel­la Firen­ze dell’alluvione, Giun­ti, Firen­ze, 2006.
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  • Pao­luc­ci A., Il labo­ra­to­rio del restau­ro a Firen­ze, Isti­tu­to Ban­ca­rio San Pao­lo di Tori­no, Tori­no, 1986.
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Per lo stu­dio sono sta­te fon­da­men­ta­li anche le infor­ma­zio­ni rin­trac­cia­te nell’Archivio Sto­ri­co del Polo Musea­le Fio­ren­ti­no, nell’Archivio Restau­ri dell’Opificio del­le Pie­tre Dure e nell’Archivio Sto­ri­co del­la Soprin­ten­den­za per i Beni Archeo­lo­gi­ci del­la Tosca­na. Un dovu­to rin­gra­zia­men­to alla Sopr. Aci­di­ni e alla dott.ssa Pasqui­nuc­ci dell’Archivio Sto­ri­co del P.M.F., un rin­gra­zia­men­to al Sopr. Mar­co Ciat­ti dell’Opificio del­le Pie­tre Dure e al per­so­na­le dell’Archivio Restau­ri del­lo stes­so isti­tu­to, in par­ti­co­la­re alla Diret­tri­ce Anna Mie­li e alla dott.ssa Ste­fa­nia Gior­da­no. Infi­ne un rin­gra­zia­men­to alla dott.ssa Maria Cri­sti­na Gui­dot­ti del­la Soprin­ten­den­za per i Beni Archeo­lo­gi­ci del­la Tosca­na.


  1. D’Angelis E., Ange­li del fan­go: la “meglio gio­ven­tù” nel­la Firen­ze dell’alluvione, Giun­ti, Firen­ze, 2006. 
  2. Per que­sto si riman­da al libro: Cor­ra­det­ti M.L., L’alluvione di Firen­ze del 1966: Dan­ni e restau­ri – Le ope­re lapi­dee, Tip. Cro­mo­gra­fi­ca Roma, Roma, 2014, pp. 115–121. 
Cite this article as: Maria Laura Corradetti, L’alluvione di Firenze del 1966: i suoi effetti nel settore del restauro e specificatamente nel settore lapideo, in "STORIEDELLARTE.com", 4 novembre 2015; accessed 8 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2015/11/lalluvione-di-firenze-del-1966-i-suoi-effetti-nel-settore-del-restauro-e-specificatamente-nel-settore-lapideo.html.

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