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Storia di un furto d’arte: il San Paolo di Carpaccio trafugato da Chioggia

La chiesa di San Domenico a Chioggia ©R. Pancheri

 

CERTI LUNEDÌ SANNO INIZIARE nel peggiore dei modi, anche in piena estate. Il 31 agosto 1970, festa di Sant’Aristide, lunedì, iniziò nel peggiore dei modi per don Carlo Cattozzo, parroco di San Domenico a Chioggia. Aprendo la chiesa di buon mattino si rese subito conto che qualcuno vi si era introdotto il giorno prima, probabilmente nel tardo pomeriggio, e vi era rimasto nascosto oltre l’orario di chiusura, fino a notte fonda. I lettori del “Gazzettino” scoprirono i motivi dell’intrusione l’indomani, martedì primo settembre, terza giornata di questa breve storia: le fotografie dell’agenzia Afi pubblicate in prima pagina, taglio basso, mostrano l’immagine di un antico dipinto, il San Paolo di Vittore Carpaccio, e la porzione di parete dove di solito stava appeso nella chiesa di San Domenico, con la cornice vuota appoggiata contro un confessionale.


Vittore Carpaccio, <em>San Paolo stigmatizzato</em>, 1520. Chioggia, chiesa di San Domenico

Vittore Carpaccio, San Paolo stigmatizzato, 1520. Chioggia, chiesa di San Domenico. Fino al 28 giugno l’opera è visibile a Conegliano nell’ambito della mostra “Vittore e Benedetto Carpaccio da Venezia all’Istria. L’autunno magico di un maestro”


I dettagli del furto si ricavano da quanto scrisse il cronista del “Gazzettino” Vanni Carisi. I ladri – non meno di tre, secondo le prime impressioni degli inquirenti – si erano arrampicati sul confessionale posto tra la seconda e la terza cappella laterale destra, e di lì avevano calato il dipinto, rimuovendolo dalla parete. Avevano quindi smontato la tela dalla cornice ottocentesca ed erano poi usciti da una porta secondaria – che il parroco trovò aperta – dileguandosi rapidamente in motoscafo. Il tutto avvenne sotto il naso della Guardia di Finanza, la cui caserma sorgeva (e sorge tuttora) proprio accanto alla chiesa, nei locali del soppresso convento domenicano.
A Paolo Rizzi, che in quegli anni era il critico d’arte ufficiale del giornale veneziano, fu affidato il compito di scrivere un commento ‘a caldo’, di cui riportiamo di seguito uno stralcio.

Sui furti di opere d’arte sarebbe da chiedersi anzitutto come mai non avvengano più frequentemente. Non ci sono in giro tesori più incustoditi di quelli delle chiese. La dinamica del furto è, oltretutto, sempre la stessa: i ladri si nascondono nella chiesa alla chiusura e poi, di notte, operano indisturbati. Ritagliate dalle cornici e arrotolate, le tele vengono asportate comodamente. Così è successo anche a Chioggia, per quest’ultimo Carpaccio trafugato dalla chiesa di San Domenico. Il difficile sta semmai nel «collocare» la refurtiva: ed è qui che i ladri in genere cascano. Parliamo naturalmente dei quadri di valore, perché se si tratta di oggetti d’arredamento, materiale archeologico, suppellettili, statuette, tutto è più agevole: in Svizzera c’è un mercato fiorente in cui ormai non si distingue più tra i furti veri e propri e le vendite abusive (che sono lo stesso). Appunto, «collocare» la refurtiva. Per il caso di Chioggia c’è da rimanere sconcertati: la tela del Carpaccio, ancorché tarda e nemmeno sicuramente autografa, è notissima agli studiosi (…). Dunque speriamo che i ladri si scoraggino. Recentemente altri due grossi furti di quadri antichi sono stati compiuti in provincia di Venezia: al Tempio Votivo del Lido e nella chiesa di Sant’Elena. In entrambi i casi la refurtiva è stata recuperata. Ciò non toglie che il problema della custodia delle opere d’arte nelle chiese resti gravissimo, tanto da richiedere, come più volte sollecitato, opportune misure da parte dello Stato.

Le parole di Rizzi, nella loro sconsolata avvedutezza, si rivelarono profetiche. La disavventura del San Paolo finì il 14 gennaio 1971, quando venne trovato dai carabinieri in una cava di pietrisco a Ponte di Nava, sul confine tra Piemonte e Liguria, a pochi chilometri dal confine di Stato con la Francia. Fu uno dei primi successi del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri, che era stato istituito appena un anno prima sotto il comando del colonnello Felice Mambor. “I carabinieri hanno agito in base a notizie ricevute attraverso canali di informazione mantenuti segreti”, si legge nella breve corrispondenza da Imperia pubblicata il 18 gennaio successivo sul quotidiano “Stampa Sera”. Si trattò, in altre parole, di una soffiata. Il 17 gennaio la tela fu riportata a Chioggia sotto scorta e il giorno successivo venne riconsegnata al vescovo Giovanni Battista Piasentini.

Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio, dato che nei mesi immediatamente successivi al recupero del Carpaccio il Veneto fu colpito da una sequenza impressionante di nuovi furti d’arte. Nel corso del 1971, infatti, vennero trafugati capolavori assoluti come il polittico di Cima da Conegliano dalla parrocchiale di San Fior, la pala di Tiziano e altri dipinti dalla chiesa di Pieve di Cadore, cinque tavole di Giovanni Bellini e Bartolomeo Vivarini dalla chiesa veneziana di San Zanipolo e, infine, la Madonna in trono di Antonio Vivarini con due tele di Francesco Maffei dalla sacrestia della chiesa di San Tommaso Cantauriense a Padova. Il colmo dell’oltraggio fu raggiunto nel dicembre del 1972, quando dal duomo di Castelfranco sparì la pala di Giorgione.

Tutte queste opere vennero poi recuperate, ma a quale prezzo? Oltre ai danneggiamenti procurati dai ladri a tele e tavole vecchie di secoli, si deve mettere in conto l’offesa subita dalla collettività, che scopriva drammaticamente l’estrema vulnerabilità del patrimonio artistico nazionale. Nel caso specifico del Carpaccio di Chioggia, va ricordato che si rese necessario un lungo intervento di restauro, affidato dalla Soprintendenza di Venezia a Ferruccio e Serafino Volpin, e che si dovette attendere il 1980 per rivedere il dipinto appeso in chiesa. Dei ladri non si seppe poi nulla.

Ma c’è dell’altro. All’epoca, sui giornali, si parlò di “furti su commissione” messi a segno da malviventi da strapazzo per conto di ignoti mandanti, e di trattative intavolate dalle forze dell’ordine con la criminalità organizzata. La verità non è mai emersa completamente alla luce, o per lo meno non è mai stata ricostruita al di fuori delle aule giudiziarie. A distanza di tanto tempo, sarebbe opportuno fare piena chiarezza sulla dinamica di quei furti clamorosi, anche per comprendere i retroscena che li resero possibili.

 

Riferimenti bibliografici

  • V. Carisi, Rubato di notte a Chioggia il San Paolo del Carpaccio, “Il Gazzettino”, 1 settembre 1970.
  • P. Rizzi, E ora il più difficile, “Il Gazzettino”, 1 settembre 1970.
  • Rubata su commissione la tela del Carpaccio, “Il Gazzettino”, 2 settembre 1970.
  • Prezioso quadro ritrovato in una cava di pietrisco, “Stampa Sera”, 18 gennaio 1971.
  • Restituzioni ’95: opere restaurate, catalogo della mostra (Vicenza, Palazzo Leoni Montanari, 16 settembre-31 ottobre 1995), Cittadella 1995, pp. 102-108.
  • G. Marangon, Chiese storiche di Chioggia, Chioggia 2011, p. 149.

Cite this article as: Roberto Pancheri, Storia di un furto d’arte: il San Paolo di Carpaccio trafugato da Chioggia, in "STORIEDELLARTE.com", 23 maggio 2015; accessed 27 giugno 2017.
http://storiedellarte.com/2015/05/storia-di-un-furto-darte-il-san-paolo-di-carpaccio-trafugato-da-chioggia.html.

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5 Responses to Storia di un furto d’arte: il San Paolo di Carpaccio trafugato da Chioggia

  1. pietro adorni 13 giugno 2015 at 15:26 #

    sono d’accordo anche io è una bel­la sto­ria!!
    se vi capi­ta pas­sa­te sul mio blog… sono anco­ra alle pri­me armi ma cre­do che pos­sa esse­re un buon ini­zio
    salu­ti

    • Redazione 16 giugno 2015 at 19:37 #

      Gra­zie per il com­men­to.
      Se ci indi­ca l’indirizzo del suo blog, ver­rem­mo a leg­ger­lo con pia­ce­re.

  2. Elena Lucrezia 27 maggio 2015 at 12:33 #

    Potreb­be esse­re lo spun­to di un rac­con­to poli­zie­sco di Leo­nar­do Scia­scia, come quel­lo inti­to­la­to “Una sto­ria sem­pli­ce”, la cui tra­ma ha come pun­to di par­ten­za il fur­to di una pala di Cara­vag­gio (mai più ritro­va­ta!). Da que­ste vicen­de di tra­fu­ga­men­ti di ope­re d’arte nel­le chie­se, di man­dan­ti, di cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta e di casi insab­bia­ti, emer­ge il foto­gram­ma di un Pae­se (da Sud a Nord) che, con gli anni ’70, ini­zia a capi­re di non pos­se­de­re gli anti­cor­pi sia per affron­ta­re il mon­do sem­pre più flo­ri­do del­le atti­vi­tà delin­quen­zia­li mafio­se sia per con­tra­sta­re una clas­se poli­ti­ca (in gran par­te) col­lu­sa e igno­ran­te del valo­re del patri­mo­nio cul­tu­ra­le nazio­na­le. Nono­stan­te sia pas­sa­to qua­si mez­zo seco­lo il qua­dro socio-poli­ti­co non è miglio­ra­to, anzi sem­bra aggra­va­to. Que­sti fat­ti di cro­na­ca che il tem­po ha can­cel­la­to dal­la memo­ria col­let­ti­va sono, quan­do ripe­sca­ti, mate­ria di ama­re rifles­sio­ni ma uti­li. Mol­to inte­res­san­te.

    • Redazione 29 maggio 2015 at 23:50 #

      Bel­lis­si­ma idea per un rac­con­to!
      Ma, appun­to, anco­ra una brut­ta sto­ria…

      Cari salu­ti

      • Elena Lucrezia 16 gennaio 2016 at 11:04 #

        Dopo il recen­te fur­to a Castel­vec­chio (Vero­na), l’argomento è più che mai tri­ste­men­te attua­le …

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