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Ritorno al futuro: Galileo Galilei davanti al concilio di Trento

Il 5 mag­gio 1857 si aprì a Man­che­ster la Art Trea­su­res Exhi­bi­tion of Great Bri­tain, uno dei più gran­dio­si even­ti espo­si­ti­vi di tut­ti i tem­pi. Le ope­re d’arte radu­na­te dagli orga­niz­za­to­ri negli ario­si padi­glio­ni di fer­ro e vetro del­la Exhi­bi­tion Hall era­no, a con­ti fat­ti, oltre sedi­ci­mi­la. In que­sto immen­so e diso­rien­tan­te caro­sel­lo d’immagini pas­sò pres­so­ché inos­ser­va­to un dipin­to raf­fi­gu­ran­te “Il Con­ci­lio di Tren­to. O più pro­ba­bil­men­te un pro­ces­so di Sta­to”, come si leg­ge nel­la secon­da edi­zio­ne del cata­lo­go, men­tre nel­la “pro­vi­sio­nal edi­tion” l’identificazione del sog­get­to non era in discus­sio­ne. L’opera era appe­sa a un pan­nel­lo rive­sti­to di cali­cò nel secon­do salo­ne nel­la sezio­ne “Anti­chi Mae­stri”. Attri­bui­ta al pit­to­re olan­de­se Gerard Ter­bor­ch, era sta­ta con­ces­sa in pre­sti­to da Abra­ham Dar­by, espo­nen­te di una dina­stia di indu­stria­li dell’acciaio.

1. Pittore olandese del XVII secolo (cerchia di Gerard Terborch?), Il concilio di Trento. New York, collezione privata

1. Pit­to­re olan­de­se del XVII seco­lo (cer­chia di Gerard Ter­bor­ch?), Il con­ci­lio di Tren­to. New York, col­le­zio­ne pri­va­ta

Nul­la si sa del­la sto­ria di que­sto dipin­to ante­rior­men­te alla sua espo­si­zio­ne a Man­che­ster, e ben poco anche del­le sue vicen­de suc­ces­si­ve. La col­le­zio­ne Dar­by, che com­pren­de­va nume­ro­si altri dipin­ti di scuo­la fiam­min­ga e olan­de­se, ma anche un Lui­ni e un pre­sun­to Anni­ba­le Car­rac­ci, fu ven­du­ta nel 1867. Dopo qua­si un seco­lo di silen­zio, il pre­sun­to Ter­bor­ch riap­par­ve a New York il 3 novem­bre 1944 a un’asta di Christie’s. Nel rela­ti­vo cata­lo­go di ven­di­ta sono indi­ca­te le misu­re del qua­dro: 46 x 70 pol­li­ci (poco più di 116 x 177 cm). Ad aggiu­di­car­se­lo fu il col­le­zio­ni­sta bri­tan­ni­co G. M. Cher­ry, che lo tra­sfe­rì nel­la sua resi­den­za di Rich­mond, nel­la con­tea di Sur­ray. Lì si tro­va­va anco­ra nel 1947, come risul­ta da una let­te­ra invia­ta da un peri­to di Christie’s il 9 mag­gio di quell’anno a Rudolf Wit­t­ko­wer. Poi anco­ra un lun­go silen­zio: gli stes­si spe­cia­li­sti di Ter­bor­ch non si sono mai pre­oc­cu­pa­ti di con­fer­ma­re o smen­ti­re l’attribuzione del dipin­to. Attual­men­te si ritie­ne che esso sia con­ser­va­to a New York, in una col­le­zio­ne pri­va­ta.

Nono­stan­te l’interessamento di Wit­t­ko­wer, anche nei decen­ni suc­ces­si­vi l’opera non sem­bra aver susci­ta­to par­ti­co­la­re atten­zio­ne e anzi ha fini­to per smar­ri­re il suo signi­fi­ca­to ico­no­gra­fi­co, tan­to che oggi può capi­ta­re di veder­la inse­ri­ta nell’apparato illu­stra­ti­vo dei libri di sto­ria accom­pa­gna­ta dall’incredibile tito­lo di Il pro­ces­so a Gali­leo Gali­lei davan­ti all’Inquisizione: nel sag­gio di Andrea Del Col sull’Inquisizione in Ita­lia, pub­bli­ca­to da Mon­da­do­ri, è addi­rit­tu­ra in coper­ti­na. Anche in rete l’immagine è facil­men­te repe­ri­bi­le sot­to il tito­lo di “Gali­leo Gali­lei on trial” e non di rado la si tro­va rove­scia­ta. Si trat­ta inve­ce, con ogni evi­den­za, di una rap­pre­sen­ta­zio­ne del con­ci­lio di Tren­to secon­do la più comu­ne ico­no­gra­fia, fis­sa­ta fin dal 1563 da una serie di inci­sio­ni che mostra­no una con­gre­ga­zio­ne gene­ra­le riu­ni­ta nel­la chie­sa di San­ta Maria Mag­gio­re. Il per­so­nag­gio assi­so al cen­tro dell’emiciclo, erro­nea­men­te iden­ti­fi­ca­to come Gali­leo Gali­lei, altri non è che il con­te di Luna, l’ambasciatore di Spa­gna giun­to a Tren­to nel­la pri­ma­ve­ra del 1563, al qua­le i lega­ti pon­ti­fi­ci asse­gna­ro­no quel­la posi­zio­ne per evi­ta­re una cri­si diplo­ma­ti­ca con la Fran­cia, che non inten­de­va cede­re il pro­prio seg­gio accan­to a quel­lo dell’oratore impe­ria­le. Alle sue spal­le com­pa­re il segre­ta­rio ver­ba­liz­zan­te del sino­do, Ange­lo Mas­sa­rel­li.

L’equivoco, come si è visto, risa­le alla secon­da metà del XIX seco­lo. Il dipin­to entrò all’esposizione di Man­che­ster con la cor­ret­ta iden­ti­fi­ca­zio­ne e ne uscì con il dub­bio che si trat­tas­se, inve­ce, di un “pro­ces­so di Sta­to”: di qui al rico­no­sci­men­to del pre­sun­to impu­ta­to con Gali­leo, pro­ces­sa­to davan­ti al Sant’Uffizio nel 1633, il pas­so fu bre­ve. Que­sta erro­nea let­tu­ra, per­pe­tua­ta­si fino ai gior­ni nostri, non è il frut­to di un sem­pli­ce abba­glio: è la spia del­la per­si­sten­za di un luo­go comu­ne che, nell’immaginario col­let­ti­vo, iden­ti­fi­ca il con­ci­lio di Tren­to con la San­ta Inqui­si­zio­ne. E poi­ché i luo­ghi comu­ni sono più lon­ge­vi del­le opi­nio­ni ragio­na­te, c’è da cre­de­re che da que­sto cir­co­lo vizio­so non usci­re­mo mai.

A dispet­to del­le sue disav­ven­tu­re ese­ge­ti­che, il dipin­to di New York s’impone su tut­to il pano­ra­ma dell’iconografia con­ci­lia­re per la gran­de raf­fi­na­tez­za ese­cu­ti­va e per la fre­schez­za dei det­ta­gli, qua­li­tà che indu­co­no a non accan­to­na­re del tut­to la vec­chia attri­bu­zio­ne al mae­stro olan­de­se. Egli potreb­be aver rice­vu­to la com­mis­sio­ne di dipin­ge­re la sce­na duran­te il suo gio­va­ni­le sog­gior­no in Spa­gna, dove nel cor­so del XVII seco­lo si regi­stra un note­vo­le inte­res­se per il tema del con­ci­lio di Tren­to, e aver­la poi affi­da­ta a un allie­vo o col­la­bo­ra­to­re. Un’altra pista per ulte­rio­ri ricer­che è sug­ge­ri­ta dall’esistenza di una stam­pa olan­de­se del­lo stes­so sog­get­to, trat­ta da un dipin­to fino­ra non cono­sciu­to di Jacob van der Ulft. In atte­sa che gli sto­ri­ci dell’arte chia­ri­sca­no la pater­ni­tà dell’opera, baste­rà per ora nota­re che lo stes­so auto­re del dipin­to new­yor­ke­se poté pren­de­re spun­to per la sua com­po­si­zio­ne da una del­le nume­ro­se stam­pe in cir­co­la­zio­ne, pro­ba­bil­men­te una varian­te rea­liz­za­ta nel Sei­cen­to in una cit­tà dei Pae­si Bas­si, come quel­la recan­te le dida­sca­lie in neer­lan­de­se, di cui si con­ser­va un esem­pla­re nel­la Biblio­te­ca comu­na­le di Tren­to.

Rispet­to ai model­li inci­si, l’artista ha scel­to di ridur­re al mini­mo lo spa­zio archi­tet­to­ni­co, dan­do il mas­si­mo risal­to al gran­de fer­ro di caval­lo for­ma­to dai seg­gi e attar­dan­do­si a inse­ri­re nel­la com­po­si­zio­ne alcu­ni ogget­ti da natu­ra mor­ta olan­de­se, come i can­de­lie­ri acce­si e i libri affa­stel­la­ti in bas­so a destra. Quin­di, nei clau­stro­fo­bi­ci scran­ni rive­sti­ti di vel­lu­to ver­de, che in pri­mo pia­no s’incurvano a pre­ci­pi­zio, il pit­to­re ha inse­ri­to oltre un cen­ti­na­io di figu­re ammic­can­ti e gesti­co­lan­ti: un cam­pio­na­rio di vol­ti, di gesti, di età e di tem­pe­ra­men­ti che sem­bra voler com­pen­dia­re in un solo col­po d’occhio, insie­me alla varie­tà di opi­nio­ni cir­co­lan­ti sul­le mate­rie teo­lo­gi­che, il mul­ti­for­me uni­ver­so di ordi­ni e di gerar­chie di cui si com­po­ne­va la Chie­sa rima­sta fede­le al pon­te­fi­ce roma­no.

All’autore di que­sta pic­co­la tela va rico­no­sciu­ta l’audacia di aver tra­sfor­ma­to il con­ci­lio di Tren­to in una sce­na di gene­re. Il risul­ta­to è un’immagine cro­ma­ti­ca­men­te suc­cu­len­ta, per­va­sa da una viva­ci­tà e da un umo­ri­smo che pre­sup­pon­go­no uno sguar­do sul mon­do deci­sa­men­te irri­ve­ren­te, e che pre­lu­do­no a ope­re d’arte con­ce­pi­te in seco­li più lai­ci e più scet­ti­ci di quel­lo di Ter­bor­ch: dal Con­si­lium in are­na di Gian­do­me­ni­co Tie­po­lo al Ven­tre legi­sla­ti­vo di Dau­mier.

Riferimenti bibliografici

R. Pan­che­ri, Il con­ci­lio di Tren­to: sto­ria di un’immagine, Tren­to, Temi, 2012

 

 

Cite this article as: Roberto Pancheri, Ritorno al futuro: Galileo Galilei davanti al concilio di Trento, in "STORIEDELLARTE.com", 17 marzo 2015; accessed 9 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2015/03/ritorno-al-futuro-galileo-galilei-davanti-al-concilio-di-trento.html.

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