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Quando il matrimonio è d’arte. Simon Vouet, Virginia da Vezzo e la sua ‘Giuditta con la testa di Oloferne’

PARE CHE LA moglie di Simon Vouet fosse meno provinciale di quel che sembrava, come ha sottolineato lo studioso Olivier Michel, e possa essere considerata un’autentica professionista della pittura. Delineare la figura di Virginia da Vezzo risulta ostico, ma i plausi che trapelano dalle fonti e i dubbi attributivi che ruotano attorno a questa coppia d’arte rendono appassionante la ricerca. Alcuni storici hanno messo in evidenza che diverse mezze figure, appartenenti al catalogo di Vouet, potrebbero in realtà essere prodotto della mano di Virginia, anche se di certo non siamo di fronte al meccanismo attuato da Walter Keane e sua moglie Margaret. Ma chi era questa donna che così giovane venne ammessa all’Accademia di San Luca? Della sua biografia sono state ricomposte le tappe principali, ma allo stato degli studi conosciamo un’unica opera certamente sua, ovvero la Giuditta con la testa di Oloferne, molto probabilmente prova d’ingresso all’accademia (fig. 1).

Fig. 1 V. da Vezzo, Giuditta con la testa di Oloferne, 1624-1627, olio su tela 98x74,4 cm, Nantes, Musée des Beaux Arts

Fig. 1. Virginia da Vezzo, Giuditta con la testa di Oloferne, 1624-1627, olio su tela 98x74,4 cm, Nantes, Musée des Beaux Arts

Era stato il padre ad indicare a Virginia la strada degli studi artistici, decidendo di trasferire la famiglia da Velletri a Roma, dove la giovane avrebbe potuto studiare i grandi capolavori e conoscere importanti personalità che potessero introdurla al mondo dell’arte. Avvenne proprio questo, quando Vouet ebbe modo di accorgersi del suo potenziale e quando la pittrice, molto probabilmente, si legò ad Artemisia Gentileschi. Nel 1622 i documenti registrarono infatti la presenza della fanciulla in un’abitazione nella “parrocchia degli artisti”, quella di San Lorenzo in Lucina, mentre negli Stati d’Anime del 1625 fu annotato che la sua famiglia viveva non distante dall’abitazione di Vouet, Claude Mellan e Charles Mellin.

Simon e Virginia si incontrarono attorno al 1623, quando la ragazza aveva sedici o diciassette anni, e il loro matrimonio fu suggellato il 21 aprile di tre anni dopo. Con un maestro di quella levatura come compagno, sarebbe facile pensare che la giovane si facesse aiutare molto, ma i contemporanei sottolinearono da subito le sue autonome virtù. Lo storiografo Félibien ce la descrisse dotata e votata all’apprendimento e Bullart parlò della sua bella mano, tanto versatile da farsi apprezzare anche dall’esigente corte francese, dopo aver lasciato l’Italia nel 1627. Nella capitale francese, dove restò fino alla morte nell’ottobre del 1638, Virginia ottenne diversi riconoscimenti e attrasse su di sé la stima di Richelieu e soprattutto quella di Maria de’ Medici. La sua reputazione crebbe anche nella natale Velletri, che la rivendicò come propria cittadina prestigiosa già nel 1644 quando, come riporta Tersenghi, venne ricordata nel Theatro historico di Velletri da uno studioso che ne elogiava il talento, senza peraltro menzionare l’illustre marito; ciò non faceva che accrescere il rilievo dato a Virginia come creatrice individuale ed autonoma.

Di lei si sottolineò soprattutto la perizia nel dipingere in piccolo formato, nell’intaglio e nella produzione miniaturistica, in quei ritrattini cioè che tanto erano in voga a Roma nel secondo decennio del Seicento. Se però prestiamo attenzione anche all’iscrizione in versi che Mellan, amico della coppia, inserì sotto il ritratto inciso dell’artista veliterna, dobbiamo presupporre una sua cospicua produzione pittorica; egli consigliava infatti di ammirare le sue tele piuttosto che il suo viso. Ed è proprio grazie ai disegni e alle incisioni di Mellan che oggi abbiamo un’idea della fisionomia di Virginia. Gli studiosi hanno più volte ceduto alla tentazione di rintracciare i tratti della giovane donna in vari dipinti di Vouet, ma verso la fine degli anni Sessanta, fu Rosenberg ad ammonire sulla semplicistica inclinazione a scorgere la rappresentazione della pittrice italiana; in effetti, le eroine di Simon Vouet ricalcano un ideale femminile diffuso nella Roma del terzo decennio del Seicento, quello della vigorosa popolana, in parte idealizzata, ma resa solenne da una sensualità non esageratamente esibita.

La Giuditta con la testa di Oloferne dipinta da Virginia da Vezzo è un’opera completa, che manifesta la piena comprensione dello stile di Vouet, un’assimilazione pressoché simbiotica. Il manto e il velo si gonfiano e sgonfiano con opulenza, in un ritmo dichiaratamente vouettiano; lo stesso discorso vale per la tematica trattata, con quell’esibizione di indifferenza che è propria delle eroine del pittore francese. Nell’atteggiamento di questa Giuditta ritroviamo la stessa sicurezza e lo stesso compiacimento svagato che acuiscono le capacità seduttive delle magniloquenti eroine plebee. Una profana seduzione esaltata dalla crudeltà dell’azione e trattata con la sensibilità di un’artista donna e del suo tocco personale.

Virginia ci nega lo sguardo della Giuditta, lo indirizza al di fuori del campo del dipinto e, sollevando lievemente il mento della donna, rende quello sguardo ancora più fiero ed intenso. La dimensione dei colori partecipa armonicamente alla riuscita del dipinto, con le sue tinte calde che vanno dal viola-marrone all’ocra scuro; la pittrice abbassa infatti la gamma tonale e fonde il manto allo sfondo, mettendo in risalto la serica materia della manica azzurra e bianca che conduce otticamente all’arma. La testa di Oloferne, quasi completamente mimetizzata e fusa nei toni del marrone, giace muta sotto il peso della mano di Giuditta che la tiene a sé come proprio trofeo. Questa tipologia di volto femminile, soprattutto per quanto riguarda la parte inferiore del viso, sembra richiamare da vicino quella degli Angeli della Passione attribuiti a Vouet; infatti, sia nell’Angelo con dadi e tunica di Capodimonte, sia in maggior misura nell’Angelo con la scala della passione di Brindisi (figg. 2 e 3), ritroviamo la stessa conformazione del volto, la pronunciata fossetta al centro del mento e un ductus molto simile.


In ultimo, un’altra ipotetica aggiunta al catalogo di Virginia da Vezzo è stata presentata contestualmente alla mostra sul periodo italiano di Vouet, tenutasi a Nantes e Besançon nel 2009: al vouettiano Ritratto di giovane uomo del Louvre è stato accostato un doppio ritratto segnalato da Jean-Christophe Baudequin. «Come resistere a vedervi Virginia in un’allegoria della Pittura a fianco del ritratto del marito? Sarebbe ancora più audace scoprirvi uno dei primi quadri di Virginia», argomenta Jacquot; la proposta risulta accattivante, ma al momento resta una suggestione da approfondire.

“Lasciami dunque dirti che sono una 'moglie' che dipinge: non solo una moglie, ma la moglie di un pittore”, così aveva scritto di sé Daphne Maughan, la moglie di Felice Casorati.

Riferimenti bibliografici

A. FÉLIBIEN, Entretiens sur les vies et sur les ouvrages des plus Excellents Peintres Anciens et Modernes, Paris 1666-1688; ed. a cura di A. F. BLUNT, Farnborough 1967.

D. JACQUOT, in Simon Vouet (les années italiennes 1613/1627), catalogo mostra (Nantes, 21 novembre 2008 – 23 febbraio 2009; Besançon, 27 marzo – 21 giugno 2009), Nantes 2008, passim.

O. MICHEL, Virginia Vezzi et l’entourage de Simon Vouet à Rome, in Actes du colloque Simon Vouet, Collection Rencontres de l'Ecole du Louvre, La Documentation Française, Parigi, 1992.

F. SOLINAS, Demi-figures vouetesques, in (a cura di) S. LOIRE, Simon Vouet: actes du colloque international (Galeries Nationales du Grand Palais, 5-6-7 février 1991), Paris 1992, pp. 135-147.

A. TERSENGHI, Un po’ più di luce intorno alla pittrice veliterna Virginia Vezzi, in «Bollettino dell’Associazione Veliterna di archeologia, storia ed arte», anno I, 26, III-IV trimestre, 1926, pp. 59-64.

J. THUILLIER, B. BREJON DE LAVERGNÉE, D. LAVALLE, Vouet, catalogo mostra (Paris, Galeries nationales du Gran Palais, 6 novembre 1990 – 11 febbraio 1991), Paris 1990.

 

Cite this article as: Silvia Rebecchi, Quando il matrimonio è d’arte. Simon Vouet, Virginia da Vezzo e la sua ‘Giuditta con la testa di Oloferne’, in "STORIEDELLARTE.com", 22 febbraio 2015; accessed 27 marzo 2017.
http://storiedellarte.com/2015/02/quando-il-matrimonio-e-darte-simon-vouet-virginia-da-vezzo-e-la-sua-giuditta-con-la-testa-di-oloferne.html.
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