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Luciano Bellosi e Michelangelo

michelangelo-bellosi-abscNel 1970, Lucia­no Bel­lo­si (1936–2011) fir­ma per Sansoni/Sadea un pic­co­lo libro al nume­ro 54 del­la col­la­na “I dia­man­ti dell’arte” diret­ta da Alber­to Busi­gna­ni, appe­na ripub­bli­ca­to da Abscon­di­ta (Mila­no, 2014). Si trat­ta­va di una serie di mono­gra­fie di for­ma­to tasca­bi­le, con una qua­ran­ti­na di pagi­ne di testo e un’ottantina di imma­gi­ni com­men­ta­te da dida­sca­lie di diver­sa lun­ghez­za, con un cano­ne di arti­sti ristret­to rispet­to all’estensiva map­pa­tu­ra dei più snel­li (e di poco più vec­chi) “Mae­stri del colo­re”. Se non desta­no stu­po­re, fra i tito­li di quel­la serie, un Tizia­no di Ales­san­dro Bal­la­rin (fra i più rari e oggi intro­va­bi­li) e un Gio­van­ni da Mila­no di Miklòs Bosko­vi­ts (inso­li­to solo per la scel­ta di inclu­der­lo in un cata­lo­go mol­to limi­ta­to e, gene­ral­men­te, con poche sor­pre­se), può suo­na­re ina­spet­ta­to, a un pri­mo approc­cio, che Bel­lo­si aves­se licen­zia­to un testo su Miche­lan­ge­lo, pur essen­do gli anni in cui, insie­me a Gio­van­ni Pre­vi­ta­li, sta­va lavo­ran­do per Einau­di al labo­rio­so com­men­to dell’edizione tor­ren­ti­nia­na del­le Vite di Vasa­ri: pur rima­nen­do ai mar­gi­ni dei ter­ri­to­ri ara­ti a fon­do dal­lo stu­dio­so, ma non per que­sto è ogget­to di una let­tu­ra meno sen­si­bi­le. L’occhio del cono­sci­to­re, anzi, coglie riman­di ed affi­ni­tà non comu­ni nel­la let­te­ra­tu­ra su Miche­lan­ge­lo, e la sua è tutt’altro che sem­pli­ce­men­te «una infor­ma­zio­ne pia­na sull’argomento» die­tro cui si scher­mi­sce nel­le pri­me righe: piut­to­sto è da leg­ger­si, come scri­ve poco dopo, come «un’interpretazione il più pos­si­bi­le ade­ren­te alla sto­ria». Spia­ce, in tal sen­so, che nel pre­ge­vo­le libret­to di Abscon­di­ta, cui va comun­que il meri­to di rimet­te­re in cir­co­la­zio­ne in edi­zio­ne acces­si­bi­le un auto­re trop­po poco let­to e di cui mol­to andreb­be radu­na­to e ripro­po­sto (quan­do una rac­col­ta dei sag­gi sul­la scul­tu­ra in ter­ra­cot­ta? O sul­la “pit­tu­ra di luce”?), non sia sta­to ripro­po­sto il ful­mi­nan­te acco­sta­men­to foto­gra­fi­co tra il Bam­bi­no del­la Madon­na di Bru­ges e un ana­lo­go Gesù infan­te da una tavo­la di Pesel­li­no oggi a New Haven. Il Miche­lan­ge­lo di Bel­lo­si, infat­ti, è inner­va­to di riman­di di que­sto gene­re alla Tosca­na del Tre e Quat­tro­cen­to. Si trat­ta, secon­do lo stu­dio­so, di un guar­dar­si indie­tro ver­so la «fase eroi­ca del pri­mo Quat­tro­cen­to fio­ren­ti­no» come «fat­to di cul­tu­ra» (p. 15). Ne è un bell’esempio quel “gio­co di lega­tu­re” del Ton­do Doni, di cui sot­to­li­nea la rein­ven­zio­ne di un moti­vo in voga nel­la Firen­ze del secon­do Quat­tro­cen­to: Miche­lan­ge­lo non inven­ta un gene­re nuo­vo, ma ne stra­vol­ge uno esi­sten­te dan­do­gli un sen­so diver­so. Sul Ton­do Doni, in fon­do, si eser­ci­te­reb­be «un pen­sie­ro di gran clas­se, che dimo­stra una intel­let­tua­li­sti­ca insof­fe­ren­za per il carat­te­re popo­la­re del­la tra­di­zio­ne ico­no­gra­fi­ca reli­gio­sa» (p. 19).

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Il Miche­lan­ge­lo di Bel­lo­si, del resto, ha del­le coor­di­na­te pre­ci­se, dichia­ra­te in una suc­cin­ta nota biblio­gra­fi­ca che è anche un por­to­la­no di rife­ri­men­ti per­so­na­li: non è il Miche­lan­ge­lo neo­pla­to­ni­co di Panof­sky e Garin a inte­res­sar­lo, anzi «l’interpretazione neo­pla­to­ni­ca di Miche­lan­ge­lo, cui qua­si tut­ti si rifan­no sul­la scia del Panof­sky […] non ha por­ta­to a risul­ta­ti con­cre­ti. Il neo­pla­to­ni­smo cor­re­va come mone­ta spic­cio­la tra gli uomi­ni del Rina­sci­men­to e non si vede in che modo esso pos­sa rap­pre­sen­ta­re una chia­ve per entra­re nel mon­do di Miche­lan­ge­lo». Al con­tra­rio, sono rico­no­sci­men­ti a per­so­ne ami­che il ricor­do dei con­tri­bu­ti di Pao­la Baroc­chi (che non era anco­ra l’autrice dell’edizione vasa­ria­na di rife­ri­men­to) Giu­lia­no Bri­gan­ti, e la dichia­ra­ta “discen­den­za” dagli stu­di di Rober­to Lon­ghi. In que­sta pro­spet­ti­va assu­me un sen­so nuo­vo leg­ge­re, nel giu­di­zio com­ples­si­vo sul­la pit­tu­ra del Buo­nar­ro­ti, che «non è sta­to, Miche­lan­ge­lo, una per­so­na­li­tà rivo­lu­zio­na­ria, come lo furo­no un Giot­to, un Masac­cio o un Cara­vag­gio. Egli si muo­ve­va piut­to­sto sot­to il segno dell’eccezionalità e dell’originalità. Con tut­to ciò, il suo appa­ri­re sul­la sce­na dell’arte ha rap­pre­sen­ta­to un avve­ni­men­to di impor­tan­za capi­ta­le» (p. 37).

Tut­to que­sto, però, non è suf­fi­cien­te a capi­re la pro­fon­di­tà e l’intensità di que­ste pagi­ne, dal­le qua­li affio­ra una ten­sio­ne pas­sio­na­le sot­ter­ra­nea, sopi­ta sot­to la cene­re, che Gio­van­ni Ago­sti ave­va con sen­si­bi­li­tà lumeg­gia­to, su “Alias” (7 mag­gio 2011), nel suo strug­gen­te ricor­do dell’amico appe­na scom­par­so, di cui met­te­va in luce la dram­ma­ti­ca com­ples­si­tà inte­rio­re: «gli inter­ven­ti di Lucia­no tren­ten­ne», scri­ve­va Ago­sti, «non sono pro­dot­ti di rou­ti­ne ma sfor­zi di ripen­sa­men­to. E non rinun­cia anche in occa­sio­ni del gene­re a pre­se di posi­zio­ne mol­to per­so­na­li ». Libe­ra­to dai vin­co­li del­la sag­gi­sti­ca spe­cia­li­sti­ca, in cui comun­que river­sa­va una pro­sa fran­ca e di ele­gan­te chia­rez­za, in que­sti testi di divul­ga­zio­ne Bel­lo­si lascia più spa­zio a momen­ti di liri­smo: nel­la sua scrit­tu­ra pia­na e linea­re non man­ca­no mai momen­ti di effi­ca­ce agget­ti­va­zio­ne inca­sto­na­ti come gem­me di meta­fo­re, pur con­te­nu­ti, fuor di reto­ri­ca, in una misu­ra feria­le e quo­ti­dia­na. È nel­la scrit­tu­ra di Bel­lo­si, su ogni regi­stro, un’eleganza disa­dor­na ma non per que­sto pri­va di sti­le, capa­ce di dare in poche bat­tu­te la tem­pe­ra­tu­ra e la tenu­ta emo­ti­va, qua­li­ta­ti­va e poe­ti­ca di un rac­con­to per imma­gi­ni.

È que­sto, in ulti­mo, il carat­te­re signi­fi­can­te del­le ripe­tu­te anno­ta­zio­ni sul­le «iper­bo­li orga­ni­che» (p. 36) del nudo maschi­le. Il dato fisi­co, ana­to­mi­co, dise­gna­ti­vo lo inte­res­sa più di quel­lo pit­to­ri­co e cro­ma­ti­co, su cui in altri casi ha spe­so meta­fo­re di leg­ge­ra e gar­ba­ta deli­ca­tez­za. Solo riguar­do al Ton­do Doni rile­va un inquie­to «stri­do­re cro­ma­ti­co» che sarà caro a Pon­tor­mo e a Bron­zi­no, e tutt’altro che affi­ne a un’idea di ripo­sa­ta clas­si­ci­tà. È però l’unica anno­ta­zio­ne che si sof­fer­mi sul colo­re: non una paro­la, per esem­pio, sul­lo stac­co di tavo­loz­za fra il ton­do e gli affre­schi del­la Sisti­na, che non era­no anco­ra sta­te l’oggetto del con­te­so restau­ro degli anni Ottan­ta. Anche i pro­ble­mi di rap­pre­sen­ta­zio­ne spa­zia­le, pure così pre­sen­ti nel­la rifles­sio­ne cri­ti­ca di Bel­lo­si che si accin­ge, di lì a poco, a sti­la­re il famo­so sag­gio per la “Sto­ria dell’arte” Einau­di, sono ogget­to di descri­zio­ni pre­ci­se e atten­te, ma pas­sa­no in secon­do pia­no rispet­to al vigo­re tita­ni­co con cui resti­tui­sce in paro­la la ten­sio­ne dei nudi miche­lan­gio­le­schi (ma sem­bra un volu­to gio­co di asso­nan­ze l’accostamento fra «figu­re uma­ne e mem­bra­tu­re archi­tet­to­ni­che» p. 22).

Il nudo, del resto, è il tema più adat­to alla rap­pre­sen­ta­zio­ne di un’umanità eroi­ca e pri­mor­dia­le: in quel­la «imba­sti­tu­ra gigan­te­sca di figu­ra­zio­ni sva­ria­te» del­la Vol­ta Sisti­na, «a ragion vedu­ta, Miche­lan­ge­lo ha pre­fe­ri­to alla sto­ri­ca e “pove­ra” real­tà dei dodi­ci Apo­sto­li una uma­ni­tà come quel­la del­la Gene­si del Vec­chio Testa­men­to, il più pos­si­bi­le remo­ta e fuo­ri del tem­po, pro­ta­go­ni­sta degli avve­ni­men­ti più fata­li per il gene­re uma­no, o respon­sa­bi­le di anti­chis­si­me pro­fe­zie, o lon­ta­na e oscu­ra pro­ge­ni­tri­ce di una figlio­lan­za divi­na» (p. 24).

michelangelo-bellosi-sadea-lGli Ignu­di, let­ti ben diver­sa­men­te da come farà Cha­stel nel 1975 in un sag­gio pro­po­sto nel 1978 in Favo­le for­me figu­re, sono un api­ce di que­sto discor­so. Non smet­to­no, in una let­tu­ra strut­tu­ra­le dell’insieme orga­ni­co di archi­tet­tu­ra dipin­ta e figu­re, di svol­ge­re la loro fun­zio­ne di ange­li reg­gi-stem­ma discen­den­te dal­la tra­di­zio­ne scul­to­rea quat­tro­cen­te­sca (e come in quel caso «sen­za vesti e senz’ali»). Qui però diven­ta­no «gio­va­ni nudi deco­ra­ti­vi, atteg­gia­ti nel­le posi­zio­ni più accon­ce a far­ne risal­ta­re la bel­lez­za fisi­ca, l’eleganza, la “gra­zia”, il vigo­re; acco­mo­da­ti in ordi­ne a una pos­si­bi­li­tà infi­ni­ta di varia­zio­ni su un tema com­po­si­ti­vo» (p. 26). Lo stu­dio­so ha in men­te soprat­tut­to l’Ignudo di schie­na col­lo­ca­to tra la Crea­zio­ne del­le acque e la Crea­zio­ne del sole, del­la luna e del­le pian­te, a cui dedi­ca qual­che riga di com­men­to sot­to un’illustrazione a pie­na pagi­na, che «sbar­ra gli occhi di fron­te a non si sa qua­le oscu­ra e pau­ro­sa visio­ne». È il caso più rap­pre­sen­ta­ti­vo di tut­ta la casi­sti­ca di varia­zio­ne di pose e atteg­gia­men­ti squa­der­na­ta sul­la vol­ta, anzi «que­sto nudo eroi­co è for­se l’esempio più rap­pre­sen­ta­ti­vo di ciò che Miche­lan­ge­lo avreb­be desi­de­ra­to che fos­se un bel cor­po maschi­le»; ma al con­tem­po, Bel­lo­si sot­to­li­nea un tar­lo che si anni­da in que­sto gene­re di rap­pre­sen­ta­zio­ni: «pur­trop­po esso diven­te­rà ben pre­sto, in una for­mu­la­zio­ne simi­le, un luo­go comu­ne d’accademia». Un’Accademia di cui lo stes­so Miche­lan­ge­lo non è esen­te, quan­do arri­va all’ipertrofia ana­to­mi­ca del Giu­di­zio Fina­le: «Il cor­po uma­no, non più ela­sti­co ed ele­gan­te come nel­la Vol­ta, ingros­sa, si fa gre­ve: i musco­li si appe­san­ti­sco­no, para­dos­sal­men­te dila­ta­ti come grop­pi di car­ne; i fian­chi si allar­ga­no spro­po­si­ta­ta­men­te. […] Ma que­sti cor­pi gre­vi, dila­ta­ti fino al pate­ti­co e al grot­te­sco, vola­no senz’ali, flut­tuan­do nel­lo spa­zio vuo­to, sen­za un appi­glio spa­zia­le, sen­za un pia­no su cui pog­gia­re i pie­di» (p. 32). Nel momen­to in cui si allon­ta­na dal sol­co di una tra­di­zio­ne, che pure rein­ven­ta per con­cet­to e tem­pe­ra­men­to, Miche­lan­ge­lo esce, per Bel­lo­si, da quel­la vena più auten­ti­ca di ele­gan­te raf­fi­gu­ra­zio­ne. Nel Quat­tro­cen­to, però, il nudo, sal­vo quel­lo infan­ti­le, è raro e giu­sti­fi­ca­to sol­tan­to se usa­to per raf­fi­gu­ra­zio­ni di sog­get­to mito­lo­gi­co e comun­que con una «volon­tà anti­chiz­zan­te». Per que­sto, scri­ve lo stu­dio­so in una del­le più can­di­de e fol­go­ran­ti anno­ta­zio­ni di que­sto libro, «il nudo dovet­te appa­ri­re all’artista come il vero segre­to dell’antico, anche per­ché in effet­ti i resti figu­ra­ti­vi dell’antichità era­no costi­tui­ti soprat­tut­to da un eser­ci­to di sta­tue nude; esso diven­ta il sim­bo­lo di una uma­ni­tà ecce­zio­na­le, sen­za tem­po, eter­na­men­te vigo­ro­sa e bel­la, igna­ra del­le leg­gi del pudo­re, libe­ra dai fasti­di del fred­do e del cal­do, incon­fron­ta­bi­le con la pic­co­la uma­ni­tà con cui si è sem­pre a con­tat­to» (p. 16).


Que­sto arti­co­lo è usci­to nel nume­ro di feb­bra­io 2015 de “la Biblio­te­ca di via Sena­to”.

Cite this article as: Luca Pietro Nicoletti, Luciano Bellosi e Michelangelo, in "STORIEDELLARTE.com", 21 febbraio 2015; accessed 9 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2015/02/luciano-bellosi-e-michelangelo.html.

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4 Responses to Luciano Bellosi e Michelangelo

  1. Jessica Consalvi 6 settembre 2016 at 16:11 #

    Miche­lan­ge­lo è pre­gno di neo­pla­to­ni­smo, nel­le sue poe­sie e nel­la sua arte. Ciò è tipi­ca­men­te fio­ren­ti­no

  2. Margit 3 settembre 2016 at 22:24 #

    Que­sta Madon­na di Pesel­li­no si tro­va a Lyon (Musée des Beaux-Arts), si trat­ta di una erro­re di stam­pa, non è mai sta­ta al Yale Uni­ver­si­ty Museum.

    • Redazione 4 settembre 2016 at 11:28 #

      Gra­zie per ave­re sana­to que­sto anti­co erro­re del­la pri­ma edi­zio­ne.

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  1. Luciano Bellosi e Michelangelo | Informazione culturale - 21 febbraio 2015

    […] di LUCA PIETRO NICOLETTI, “Sto­rie­del­lar­te”,  21 feb­bra­io 2015 […]

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