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Segantini e il treno inquietante della modernità

Giovanni Segantini, Ritratto di Carlo Rotta, 1897. Milano, Ospedale Maggiore

Gio­van­ni Segan­ti­ni, Ritrat­to di Car­lo Rot­ta, 1897. Mila­no, Ospe­da­le Mag­gio­re

Tra i dipin­ti con­vo­ca­ti a Mila­no per la mostra di Gio­van­ni Segan­ti­ni col­pi­sce, per la sin­go­la­ri­tà del sog­get­to, un’opera con­ces­sa in pre­sti­to dall’Institute of Arts di Min­nea­po­lis. Si trat­ta del­la Rac­col­ta del­le zuc­che, un qua­dro a olio di medie dimen­sio­ni (83,8 x 145 cm) che per tut­to il Nove­cen­to è rima­sto intro­va­bi­le e inac­ces­si­bi­le al pub­bli­co, fino alla sua dona­zio­ne al museo del Min­ne­so­ta da par­te del­le Cur­ties Gal­le­ries, avve­nu­ta nel 2006. Gra­zie alle ricer­che effet­tua­te da Annie-Pau­le Quin­sac, ora sap­pia­mo che il dipin­to era sta­to ven­du­to a Ber­li­no all’asta di chiu­su­ra del­la Gal­le­ria Gru­bi­cy, nel 1910. Seque­stra­to nel 1940 al col­le­zio­ni­sta Max Stei­n­hall dal Ter­zo Rei­ch, dopo la guer­ra fu trat­te­nu­to a Dre­sda dal gover­no del­la DDR e fu resti­tui­to solo nel 2004 agli ere­di Stei­n­hall, che lo mise­ro all’asta da Sotheby’s il 16 novem­bre 2004.

L’esposizione al pub­bli­co del­la Rac­col­ta del­le zuc­che è dun­que una novi­tà asso­lu­ta, alme­no per l’Italia, che impre­zio­si­sce una ras­se­gna già ric­ca di ope­re capi­ta­li in tra­sfer­ta dai musei sviz­ze­ri e unghe­re­si. Ad esse si affian­ca­no i capo­la­vo­ri da sem­pre custo­di­ti a Mila­no: Le due madri, Pasco­li di pri­ma­ve­ra, L’angelo del­la vita e anco­ra il for­mi­da­bi­le Ritrat­to di Car­lo Rot­ta dell’Ospedale Mag­gio­re, uno dei più bei “not­tur­ni” del nostro Otto­cen­to, nel qua­le lo sca­vo psi­co­lo­gi­co, for­se memo­re del dop­pio ritrat­to di Gior­gio­ne di Palaz­zo Vene­zia, si fon­de a un’inquietudine cupa da dram­ma scan­di­na­vo, che si dipa­na nel­la fune­rea sce­na oltre la fine­stra.

Il dipin­to di Min­nea­po­lis risa­le al perio­do del­la Brian­za e dun­que ai pri­mi anni Ottan­ta, quan­do Segan­ti­ni non ave­va anco­ra spo­sa­to la poe­ti­ca del sim­bo­li­smo. In pri­mo pia­no si distin­gue un cam­po di zuc­che deli­mi­ta­to in lon­ta­nan­za da una col­li­na erbo­sa. L’aria è inva­sa dia­go­nal­men­te da una nuvo­la di fumo bian­co che fuo­rie­sce dal­la loco­mo­ti­va di un tre­no in cor­sa, ripre­so in con­tro­lu­ce. Il pas­sag­gio del­la mac­chi­na a vapo­re sem­bra diso­rien­ta­re le don­ne inten­te alla rac­col­ta dei pesan­ti ortag­gi. Una bam­bi­na spa­ven­ta­ta si pro­teg­ge dal fumo avvin­ghian­do­si alle gam­be del­la madre, sul cui vol­to si leg­ge un’espressione dolen­te: le due figu­re si sta­glia­no in pri­mo pia­no al cen­tro del­la com­po­si­zio­ne, men­tre altre pre­sen­ze fem­mi­ni­li, avvol­te come tana­gri­ne in pan­ni agi­ta­ti dal ven­to, sono distri­bui­te in secon­do pia­no.

Giovanni Segantini, La raccolta delle zucche, 1883-84 circa, particolare. Minneapolis, The Minneapolis Institute of Arts

Gio­van­ni Segan­ti­ni, La rac­col­ta del­le zuc­che, 1883–84 cir­ca, par­ti­co­la­re. Min­nea­po­lis, The Min­nea­po­lis Insti­tu­te of Arts

Il signi­fi­ca­to dell’opera è tut­to in quell’ingenuo spa­ven­to. L’idillio del pae­sag­gio agri­co­lo nel­la luce del tra­mon­to è spez­za­to dall’irrompere del tre­no, che sim­bo­leg­gia evi­den­te­men­te la civil­tà indu­stria­le. Le pen­nel­la­te den­se e gras­se, non anco­ra divi­sio­ni­ste, san­no ren­de­re in modo magi­stra­le la tran­si­to­rie­tà dell’evento, al pun­to che pare qua­si di udi­re il fischio del­la loco­mo­ti­va: esso ha for­se inter­rot­to il can­to che tra­di­zio­nal­men­te accom­pa­gna­va il lavo­ro nei cam­pi. L’ansietà di quel­le don­ne, esclu­se dai van­tag­gi del pro­gres­so e tur­ba­te dal­la bru­ta­li­tà del­le sue epi­fa­nie, è un rifles­so del sen­ti­men­to che agi­ta­va l’artista di fron­te agli effet­ti del­la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le. Pro­prio dai gesti ance­stra­li dei con­ta­di­ni e dei pasto­ri egli rica­vò le ico­ne del­la pro­pria reli­gio­ne lai­ca, men­tre il suo volon­ta­rio esi­lio sul­le vet­te dei Gri­gio­ni assun­se, pochi anni dopo, il signi­fi­ca­to di una fuga sde­gno­sa dal­la moder­ni­tà.

Come scri­ve in cata­lo­go la cura­tri­ce Annie-Pau­le Quin­sac, il dipin­to “è un uni­cum nel cor­pus segan­ti­nia­no, per quel descri­ve­re l’attimo fug­gen­te e far con­vi­ve­re il futu­ro che avan­za con la quo­ti­dia­ni­tà con­ta­di­na, scon­vol­ta dal tre­no che pas­sa. Sen­za dub­bio osser­va­ta dal vero, la sce­na però riman­da pres­so­ché testual­men­te al car­me La stra­da fer­ra­ta del­lo sca­pi­glia­tis­si­mo Emi­lio Pra­ga (pub­bli­ca­to nel­la rac­col­ta postu­ma Tra­spa­ren­ze, 1878), anch’esso ambien­ta­to in Brian­za e nel qua­le simi­le a quel­lo di Segan­ti­ni è l’ambivalente atteg­gia­men­to ver­so i bene­fi­ci del pro­gres­so e il rischio che vada a intac­ca­re l’equilibrio del­la natu­ra”.

La loco­mo­ti­va che nereg­gia nel qua­dro di Segan­ti­ni asso­mi­glia così, più che ai mostri sbuf­fan­ti esal­ta­ti di lì a poco dai futu­ri­sti, al tre­no di ter­za clas­se sul qua­le salì Tol­stoj nell’ottobre del 1910, pochi gior­ni pri­ma di mori­re di pol­mo­ni­te nel­la casa del capo­sta­zio­ne di Asta­po­vo. “Fug­gi­re, biso­gna fug­gi­re”, furo­no le ulti­me paro­le del pro­fe­ta rus­so: il pit­to­re di Arco, mor­to undi­ci anni pri­ma in un capan­no sul­lo Schaf­berg, le avreb­be appro­va­te.

Segan­ti­ni. Ritor­no a Mila­no, a cura di Annie-Pau­le Quin­sac e Dia­na Segan­ti­ni

Mila­no, Palaz­zo Rea­le, 18 set­tem­bre 2014 – 18 gen­na­io 2015

 

Cite this article as: Roberto Pancheri, Segantini e il treno inquietante della modernità, in "STORIEDELLARTE.com", 14 gennaio 2015; accessed 8 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2015/01/segantini-e-il-treno-inquietante-della-modernita.html.

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