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Il San Paolo di Caravaggio secondo Longhi

Mi­che­lan­gelo Me­risi detto Ca­ra­vag­gio, Con­ver­sione di San Paolo, 1600–1601, Roma, Chiesa di Santa Ma­ria del Po­polo
Miche­lan­ge­lo Meri­si det­to Cara­vag­gio, Con­ver­sio­ne di San Pao­lo, 1600–1601, Roma, Chie­sa di San­ta Maria del Popo­lo, olio su tela, 230 × 175 cm

Il 25 gen­na­io nel calen­da­rio cat­to­li­co si ricor­da la con­ver­sio­ne di san Pao­lo apo­sto­lo.

«[…] tra il 1600 e il 1601 [Cara­vag­gio è] all’opera nei due qua­dri com­mes­si­gli da mon­si­gnor Tibe­rio Cera­si, teso­rie­re papa­le, per le pare­ti late­ra­li del­la sua cap­pel­la in San­ta Maria del Popo­lo, con la «Cro­ce­fis­sio­ne di San Pie­tro» e la «Con­ver­sio­ne di San Pao­lo» […].

Il Cara­vag­gio, dopo le espe­rien­ze nel­la «stan­za con le pare­ti tin­te di nero», è ormai signo­re del­le tene­bre e le dis­ser­ra quel tan­to che occor­re a non dimi­nui­re men­tal­men­te il suo tra­gi­co, viri­le pes­si­mi­smo. Anche per gli uomi­ni, ora a gran­dez­za natu­ra­le per mag­gior cer­tez­za del fat­to, non v’è qua­si altro al mon­do che la sop­por­ta­zio­ne del­la fine o una incon­di­ta, qua­si inci­den­ta­le, rive­la­zio­ne.

[…] nel­la «Con­ver­sio­ne di San Pao­lo», fat­ta­si ormai inu­ti­le ogni dispu­ta con Miche­lan­ge­lo (o maga­ri con Tad­deo Zuc­ca­ri), il pit­to­re si limi­ta a sor­ri­de­re di se stes­so che tan­ti anni pri­ma (otto, die­ci, chi se ne ricor­da più ?) ave­va pen­sa­to così con­fu­sa­men­te sul­lo stes­so argo­men­to [nel­la «Con­ver­sio­ne di San Pao­lo» di casa Ode­scal­chi]. Gli ritor­na sem­mai il più anti­co, toc­can­te ricor­do del suo Moret­to a «Sant Cels», così spin­to, così inge­nuo; ma pur caro ricor­do per chi ora inten­de che si può far di più e più sem­pli­ce­men­te. Met­ter­si cioè, come spet­ta­to­re, dal­la par­te del­lo sca­val­ca­to che si ritro­va a ter­ra, e non sa come, tra i fini­men­ti e le redi­ni che spaz­za­no al suo­lo; e si vede addos­so la mas­sa enor­me del caval­lo­ne pez­za­to, la bava che cola dal mor­so a quell’intrigo inde­ci­fra­bi­le, tra qua­dru­pe­de e ser­pen­te, di vene nodo­se e vari­co­se; tut­to stam­pa­to­gli in men­tre d’un trat­to da quel fascio di lume spio­ven­te (ma non era for­se la lan­ter­na del­la scu­de­ria ?) che ora sigil­la nel­le sue pal­pe­bre richiu­se l’aspetto del­le pupil­le cie­che nei busti roma­ni.
Con que­sto sot­tin­te­so discre­to, che sta per som­mes­sa iro­nia dell’erudizione cor­ren­te e che, eli­mi­nan­do fino all’osso la tra­di­zio­ne ico­no­gra­fi­ca del tem­po, non man­ca di fer­ma­re un pun­to nell’immerso per­cor­so men­ta­le del mae­stro, que­sti licen­zia il dipin­to for­se più rivo­lu­zio­na­rio in tut­ta la sto­ria dell’arte «sacra». […]».

Rober­to Lon­ghi, Ca­ra­vag­gio, edi­zione a cura di Gio­vanni Pre­vi­tali, Edi­tori Riu­niti, Roma 2006, pp. 55–57 (il te­sto ri­prende l’edizione del 1982 nel­la col­lana «I Gri­gi»).

Cite this article as: Marialucia Menegatti, Il San Paolo di Caravaggio secondo Longhi, in "STORIEDELLARTE.com", 25 gennaio 2015; accessed 25 luglio 2017.
http://storiedellarte.com/2015/01/il-san-paolo-di-caravaggio-secondo-longhi.html.

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