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ArtefAZIONI – Professione storico dell’arte oggi. E “Il mestiere dello storico dell’arte oggi” di Andrea De Marchi

Gio­ve­dì 18 set­tem­bre all’Università di Firen­ze si è tenu­ta una gior­na­ta di “orien­ta­men­to in usci­ta” inti­to­la­ta Arte­fA­ZIO­NI – PROFESSIONE STORICO DELLARTE OGGI rivol­ta ai gio­va­ni lau­rea­ti e dot­to­ra­ti, orga­niz­za­ta dal Dipar­ti­men­to SAGAS, Cor­so di Lau­rea Magi­stra­le in Sto­ria dell’Arte (il pro­gram­ma).

Abbia­mo scrit­to un reso­con­to ragio­na­to del­la gior­na­ta. L’introduzione dei lavo­ri è cura­ta da Andrea De Mar­chi, che ci ha gen­til­men­te mes­so a dispo­si­zio­ne il testo del suo discor­so, che pub­bli­chia­mo in cal­ce.

Non ci si sal­va da soli!” tuo­na dal micro­fo­no Andrea De Mar­chi “per­ché è neces­sa­ria una con­sa­pe­vo­lez­za ‘poli­ti­ca’, è neces­sa­rio con­tri­bui­re tut­ti insie­me, ognu­no nel suo pic­co­lo, ma con intel­li­gen­za e capar­bia, a costrui­re una men­ta­li­tà diver­sa”.

Dopo i salu­ti isti­tu­zio­na­li di Anna Noz­zo­li, pro-ret­to­re alla Didat­ti­ca dell’Università di Firen­ze, e di Anna Ben­ve­nu­ti, diret­tri­ce del dipar­ti­men­to SAGAS, il pre­si­den­te del Cor­so di Lau­rea Magi­stra­le in Sto­ria dell’Arte scen­de subi­to nell’agone e alza la voce. Più che un discor­so intro­dut­ti­vo, le paro­le di De Mar­chi (l’intervento è pub­bli­ca­to per inte­ro in cal­ce) deli­nea­no il con­te­sto in cui la Sto­ria dell’Arte si tro­va oggi e da cui deve par­ti­re per ridi­se­gna­re il pro­prio futu­ro. Da un lato un bilan­cio sto­ri­co, dall’altro un qua­dro socia­le, eco­no­mi­co ma soprat­tut­to poli­ti­co da cui emer­go­no, una ad una, le pro­ble­ma­ti­che che più pesa­no sul­la pos­si­bi­li­tà di eser­ci­ta­re que­sto mestie­re oggi: dall’impas­se obbli­ga­ta del­le Soprin­ten­den­ze, che si dibat­to­no tra il deca­di­men­to del loro ruo­lo, l’estrema buro­cra­tiz­za­zio­ne del loro appa­ra­to e la man­can­za di fon­di, alla cre­scen­te ten­den­za alla mer­ci­fi­ca­zio­ne dell’arte, sen­za dimen­ti­ca­re il defi­cit dell’impostazione uni­ver­si­ta­ria, trop­po radi­ca­le (e lon­ta­na dal­la real­tà) nel sepa­ra­re la ricer­ca da una dimen­sio­ne pret­ta­men­te lavo­ra­ti­va. “Cam­bia­men­to” e “qua­li­tà” sono il ner­bo del discor­so, due con­cet­ti da intrec­cia­re e fon­de­re per “ela­bo­ra­re ex novo e dal bas­so pro­po­ste ed offer­te di ser­vi­zi che pos­sa­no incon­tra­re esi­gen­ze rea­li ed affer­mar­si gra­dual­men­te per la qua­li­tà del­le sfi­de mes­se in cam­po”.

Dopo Andrea De Mar­chi, la paro­la va a Sonia Chio­do, orga­niz­za­tri­ce dell’evento assie­me a Tizia­na Sere­na, che intro­du­ce il pro­gram­ma del­la gior­na­ta e le sue fina­li­tà, entran­do nel vivo del­la que­stio­ne, ragio­nan­do sul­la com­ples­si­tà del­la mate­ria, sul­la mol­te­pli­ci­tà dei sog­get­ti coin­vol­ti, e sull’importanza dell’ascolto nei con­fron­ti di real­tà che a pri­ma vista pos­so­no risul­ta­re distan­ti dal nostro oriz­zon­te.

La pri­ma sezio­ne, Stru­men­ti, è avvia­ta da Sil­via Vil­la e Lorel­la Pal­la, dell’Uffi­cio Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li di Uni­fi, che apro­no una fine­stra sull’orizzonte euro­peo del­la ricer­ca, rivol­ta a chi è inten­zio­na­to a pro­se­gui­re la car­rie­ra appun­to di ricer­ca­to­re (inte­so nel sen­so più ampio del ter­mi­ne come ricor­da Sonia Chio­do), negli altri pae­si dell’Unione. Sem­pre di più i finan­zia­men­ti in que­sto cam­po ven­go­no infat­ti da fon­di euro­pei, e inter­cet­tar­li non è affat­to sem­pli­ce. La sel­va di ban­di, pro­get­ti, join ven­tu­re tra isti­tu­zio­ni, labo­ra­to­ri pub­bli­ci e pri­va­ti, ecc. è un mon­do per nien­te intui­ti­vo e l’Ufficio Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li costi­tui­sce una via d’accesso pri­vi­le­gia­ta per schia­rir­si le idee e foca­liz­za­re i pro­pri obiet­ti­vi. Tra le oppor­tu­ni­tà offer­te dall’UE spic­ca Hori­zon 2020, un pro­gram­ma ampio ed arti­co­la­to che pre­ve­de l’erogazione di finan­zia­men­ti plu­rien­na­li e si rivol­ge anche all’area uma­ni­sti­ca.

E per chi vuo­le resta­re? Per chi non vuo­le pas­sa­re tut­ta la vita a rin­cor­re­re una Marie Curie o una fel­lo­w­ship annua­le? Le pro­spet­ti­ve, lo sap­pia­mo non sono mol­te e van­no costrui­te. Uni­fi pre­sen­ta attra­ver­so Mas­si­mo Cana­lic­chio, respon­sa­bi­le di Finan­zia­ria­men­te, azien­da pri­va­ta che si occu­pa di for­ma­zio­ne e soste­gno alle nuo­ve start-up, il pro­get­to Impre­sa Cam­pus, atti­va­to allo sco­po di for­ni­re a gio­va­ni lau­rea­ti o dot­to­ra­ti gli stru­men­ti ini­zia­li per cer­ca­re di tra­sfor­ma­re idee e risul­ta­ti del­la ricer­ca acca­de­mi­ca in qual­co­sa di spen­di­bi­le sul mer­ca­to. In una paro­la Cana­lic­chio inse­gna a fare impre­sa, a svi­lup­pa­re una start-up inno­va­ti­va che sap­pia anche inte­gra­re la for­ma­zio­ne uma­ni­sti­ca ed esse­re auto­suf­fi­cien­te eco­no­mi­ca­men­te. Cer­to è un per­cor­so a osta­co­li e sen­tir par­la­re di Ste­ve Jobs potreb­be non esse­re d’aiuto, ma è un’occasione impor­tan­te per ripen­sa­re il nostro per­cor­so e pro­iet­tar­ci in una dimen­sio­ne a cui for­se non ave­va­mo mai pen­sa­to – spes­so non solo per de-for­ma­zio­ne uni­ver­si­ta­ria – ma che, non per que­sto, è neces­sa­ria­men­te peg­gio­re, soprat­tut­to in un momen­to di con­ti­nua restri­zio­ne degli acces­si al mon­do del lavo­ro.

A quest’ultimo, secon­do le vie tra­di­zio­na­li, si acce­de pri­ma di tut­to redi­gen­do il pro­prio cur­ri­cu­lum vitae: di que­sto ha par­la­to Gian­lu­ca Simo­net­ta, del Dipar­ti­men­to di Scien­ze Poli­ti­che e Socia­li, che ha spie­ga­to come di vol­ta in vol­ta vada ripen­sa­to e riscrit­to, anzi “com­po­sto”, il pro­prio “bigliet­to da visi­ta”, con­fe­zio­nan­do­lo su misu­ra per chi dovrà leg­ger­lo. Il ricer­ca­to­re ha for­ni­to alcu­ni sem­pli­ci con­si­gli, for­se a trat­ti scon­ta­ti e tut­ti incen­tra­ti su cosa evi­ta­re piut­to­sto che su cosa inse­ri­re, ricor­dan­do­ci di moni­to­ra­re anche quel cur­ri­cu­lum più sub­do­lo e invo­lon­ta­rio crea­to dal­la nostra costan­te visi­bi­li­tà sui social net­work.

La secon­da sezio­ne, Testi­mo­nian­ze, pre­ve­de in pri­mo luo­go la pre­sen­za di alcu­ni rap­pre­sen­tan­ti di isti­tu­zio­ni nazio­na­li e loca­li. La apre Davi­de Gaspa­rot­to, per dodi­ci anni fun­zio­na­rio di Soprin­ten­den­za e già diret­to­re del­la Gal­le­ria Nazio­na­le di Par­ma, ades­so senior cura­tor del Get­ty Museum di Los Ange­les. La Soprin­ten­den­za dovreb­be esse­re lo sboc­co natu­ra­le per tan­ti, tan­tis­si­mi ragaz­zi che si lau­rea­no in Sto­ria dell’Arte: un buon fun­zio­na­rio deve ave­re una soli­da pre­pa­ra­zio­ne nel­la disci­pli­na, non tra­scu­ran­do­ne alcun aspet­to, dal­la filo­lo­gia allo stu­dio dei mate­ria­li, dal restau­ro all’attenzione al ter­ri­to­rio, per­ché si tro­ve­rà ad occu­par­si di situa­zio­ni dispa­ra­tis­si­me. A ciò van­no asso­cia­te capa­ci­tà rela­zio­na­li e di media­zio­ne (una del­le paro­le-chia­ve indi­vi­dua­te da Sonia Chio­do al ter­mi­ne del pome­rig­gio), data la neces­si­tà di tene­re rap­por­ti con­ti­nua­ti­vi e col­la­bo­ra­ti­vi con gli altri atto­ri del­la sce­na del nostro patri­mo­nio, non ulti­mi i finan­zia­to­ri pri­va­ti. Una bel­la e con­di­vi­si­bi­le pre­sen­ta­zio­ne, ma poi – ama­ra­men­te – ti chie­di quan­do toc­che­rà a te met­te­re in pra­ti­ca tut­to que­sto; quan­do ci sarà la pros­si­ma immis­sio­ne di for­ze fre­sche, gio­va­ni moti­va­ti che ser­vi­reb­be­ro “a squa­dro­ni” come già lamen­ta­va Lon­ghi nel 1944, dato il bloc­co del­le assun­zio­ni, lo svi­li­men­to eco­no­mi­co dei fun­zio­na­ri, la cro­ni­ca e cri­mi­na­le man­can­za di pro­get­tua­li­tà e di fon­di!

Ele­na Pia­nea è la respon­sa­bi­le dei musei ed eco­mu­sei del­la Regio­ne Tosca­na, sot­to l’assessorato alla Cul­tu­ra, e spie­ga le atti­vi­tà che la Regio­ne con­du­ce sul ter­ri­to­rio, secon­do quan­to san­ci­to dal Testo Uni­co appro­va­to nel 2010. Un com­pi­to fon­da­men­ta­le è quel­lo di veri­fi­ca­re la qua­li­tà del­le varie real­tà musea­li pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio, ma que­ste, per rag­giun­ge­re stan­dard ade­gua­ti, han­no biso­gno di figu­re pro­fes­sio­na­li che trop­po spes­so non sono pre­sen­ti in orga­ni­co. Da qui nasce l’esigenza, soprat­tut­to da par­te dei musei più pic­co­li, di rivol­ger­si al set­to­re pri­va­to, azien­de o coo­pe­ra­ti­ve spe­cia­liz­za­te che sop­pe­ri­sca­no a tale man­can­za; uno spi­ra­glio lavo­ra­ti­vo, dun­que, pro­ba­bil­men­te in for­ma di col­la­bo­ra­zio­ni a pro­get­to, ma che pos­so­no ave­re anche una pro­fi­cua con­ti­nui­tà nel tem­po. Un’altra pos­si­bi­li­tà atti­va­ta dal­la Regio­ne è il pro­get­to Gio­va­ni sì, sicu­ra­men­te noto a mol­ti, nato con l’ambizioso e dif­fi­ci­le obiet­ti­vo di faci­li­ta­re l’ingresso dei gio­va­ni nel mon­do del lavo­ro, e sem­bra che, nell’ambito del pro­get­to, alcu­ne quo­te saran­no desti­na­te diret­ta­men­te alle real­tà musea­li tosca­ne.

Con­clu­so l’intervento un’altra doman­da sor­ge spon­ta­nea: tut­to qui? Il Codi­ce del 2004 san­ci­sce dram­ma­ti­ca­men­te a livel­lo legi­sla­ti­vo l’assurda distin­zio­ne tra tute­la dei beni cul­tu­ra­li, in capo allo Sta­to, e valo­riz­za­zio­ne (inte­sa trop­po spes­so come sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co anzi­ché come pro­mo­zio­ne del­la cul­tu­ra tra i cit­ta­di­ni), in capo alle Regio­ni, come se la secon­da fos­se pos­si­bi­le sen­za la pri­ma e vice­ver­sa. Se quin­di la Regio­ne ha in mano tut­to il com­par­to del­la valo­riz­za­zio­ne, sareb­be auspi­ca­bi­le in pri­mo luo­go una pro­get­tua­li­tà di lun­ga dura­ta, che signi­fi­che­reb­be mag­gio­re sta­bi­li­tà per gli ope­ra­to­ri del set­to­re, ma anche, di con­se­guen­za, mag­gio­re qua­li­tà del­le ini­zia­ti­ve cul­tu­ra­li sul ter­ri­to­rio.

Ele­na Testa­fer­ra­ta por­ta la sua espe­rien­za alla gui­da dei Musei Civi­ci pisto­ie­si. È a capo di quat­tro siti musea­li e ha in tut­to solo quat­tro dipen­den­ti rego­lar­men­te assun­ti dal Comu­ne a tem­po inde­ter­mi­na­to. Inol­tre esi­ste uno sta­tu­to che pre­ve­de che sol­tan­to il diret­to­re deb­ba esse­re uno sto­ri­co dell’arte. È faci­le imma­gi­na­re – la diret­tri­ce non lo dice ma lo lascia intui­re – che gli altri quat­tro sia­no dipen­den­ti comu­na­li distac­ca­ti da chis­sà qua­le uffi­cio, sen­za la mini­ma com­pe­ten­za in mate­ria di ope­re d’arte. E allo­ra non si può rea­liz­za­re un sito del­la rete musea­le degno di tal nome, non si pos­so­no fare buo­ne cam­pa­gne di cata­lo­ga­zio­ne, si fati­ca ad occu­par­si bene di quel­lo che si ha sot­to­ma­no tut­ti i gior­ni. Testa­fer­ra­ta offre uno spun­to: se qual­cu­no, coo­pe­ra­ti­va, asso­cia­zio­ne, sin­go­lo pro­fes­sio­ni­sta, si pro­po­ne di rea­liz­za­re qual­co­sa per un museo, se è in gra­do di capir­ne e inter­cet­tar­ne un biso­gno, si pro­pon­ga sen­za aspet­ta­re un ban­do o una gara e avrà più chan­ce di lavo­ro. È un’ammissione di impos­si­bi­li­tà o una pro­spet­ti­va? Se è una pro­spet­ti­va pro­ba­bil­men­te sarà a bre­ve ter­mi­ne, ma è già qual­co­sa, un pun­to di par­ten­za che se fos­se vali­do per tut­te le real­tà musea­li cree­reb­be sicu­ra­men­te una situa­zio­ne più viva­ce e dina­mi­ca.

Chiu­de la serie Mat­tia Pat­ti, ricer­ca­to­re dell’Università di Pisa. Rac­con­ta la sua sto­ria di pre­ca­rio decen­na­le del­la Sto­ria dell’Arte, e di come le stra­de intra­pre­se lo abbia­no por­ta­to a esplo­ra­re oriz­zon­ti di ricer­ca che fino a poco pri­ma rite­ne­va lon­ta­nis­si­mi dal­la sua for­ma­zio­ne uma­ni­sti­ca. Ini­zia ad appas­sio­nar­si alla dia­gno­sti­ca, all’ottica in par­ti­co­la­re, impa­ra a usa­re lo scan­ner a infra­ros­si e comin­cia a col­la­bo­ra­re sta­bil­men­te con l’Opificio del­le Pie­tre Dure, pri­ma di diven­ta­re ricer­ca­to­re a Pisa. Un pre­ca­ria­to “anda­to a buon fine” – dice – gra­zie alla capa­ci­tà di rimet­ter­si in gio­co, alla voglia di impa­ra­re cose nuo­ve, alla pro­pen­sio­ne a pen­sa­re il lavo­ro del­lo sto­ri­co dell’arte in una pro­spet­ti­va diver­sa, in cui per­so­ne con for­ma­zio­ni e abi­li­tà diver­sis­si­me, col­la­bo­ra­no per la riu­sci­ta di un inter­ven­to di dia­gno­sti­ca o di restau­ro, crea­no docu­men­ti nuo­vi e con­tri­bui­sco­no al pro­gres­so del­la cono­scen­za.

Dopo le isti­tu­zio­ni, è la vol­ta del­le impre­se e la paro­la va a colo­ro che, arma­ti di idee e dei giu­sti mez­zi, il pro­prio futu­ro se lo sono crea­to.

Il pri­mo inter­ven­to è di Mario Curia, ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to e fon­da­to­re di Man­dra­go­ra – come lui stes­so ci tie­ne a sot­to­li­nea­re – una del­le più viva­ci real­tà fio­ren­ti­ne nell’ambito dell’editoria spe­cia­liz­za­ta in Sto­ria dell’Arte. “Qua­lun­que cosa fate, fate­la bene”: que­sto il suo mes­sag­gio, teso a sot­to­li­nea­re l’importanza di ogni espe­rien­za nel pro­ces­so for­ma­ti­vo e di cre­sci­ta per­so­na­le. Entu­sia­smo e curio­si­tà devo­no esse­re i moto­ri di que­sto per­cor­so, da costrui­re con coe­ren­za e una cer­ta dose di inco­scien­za. Con­si­gli per un buon cur­ri­cu­lum? Cono­sce­re una secon­da lin­gua, esse­re dispo­sti a lavo­ra­re in grup­po e svi­lup­pa­re una cul­tu­ra mana­ge­ria­le, men­tre le com­pe­ten­ze più tec­ni­che si acqui­si­sco­no in azien­da. Ma sia­mo sicu­ri che non ser­va espe­rien­za per esse­re pre­si in con­si­de­ra­zio­ne da una casa edi­tri­ce? E qual è la rea­le situa­zio­ne eco­no­mi­ca in que­sto set­to­re? Qual­che dato in più avreb­be resti­tui­to un qua­dro più com­ple­to del mon­do dell’editoria e del­la sua effet­ti­va capa­ci­tà di assor­bi­re gio­va­ni lau­rea­ti nel­le disci­pli­ne sto­ri­co-arti­sti­che.

Diver­sa la real­tà crea­ta da Cri­sti­na Buc­ci e Chia­ra Lachi, fon­da­tri­ci dell’associazione L’Immaginario, che han­no con­di­vi­so la loro espe­rien­za di col­la­bo­ra­zio­ne più che decen­na­le con i musei fio­ren­ti­ni. Il loro obiet­ti­vo è edu­ca­re alla sto­ria e all’arte par­ten­do dal ter­ri­to­rio: un’attività rivol­ta prin­ci­pal­men­te a bam­bi­ni e ragaz­zi, ma che inclu­de anche altri pro­get­ti come quel­lo dedi­ca­to all’accessibilità musea­le per per­so­ne affet­te da Alz­hei­mer. Un feli­ce esem­pio di come idee ben con­ce­pi­te si sono tra­mu­ta­te in fat­ti. E non deve spa­ven­ta­re una par­ten­za in sca­la ridot­ta e con pochi mez­zi, per­ché, come è sta­to per le due sto­ri­che dell’arte dell’Imma­gi­na­rio par­ti­te dal­la rea­liz­za­zio­ne di un sem­pli­ce libro per bam­bi­ni sui mosai­ci di Raven­na, le pro­spet­ti­ve cam­bia­no e si evol­vo­no duran­te il per­cor­so. Sareb­be sta­to inte­res­san­te pro­se­gui­re il discor­so e cono­sce­re nel­lo spe­ci­fi­co qua­li sono le vie che è pos­si­bi­le intra­pren­de­re per esse­re accre­di­ta­ti pres­so un’istituzione, come si arri­va a una col­la­bo­ra­zio­ne frut­tuo­sa, come infi­ne rea­liz­za­re il pro­get­to che si ha in men­te.

Pec­ca­to per l’assenza di Cen­tri­ca ma Ales­san­dro Bem­po­rad non ha potu­to esse­re pre­sen­te.

La gior­na­ta si è con­clu­sa con l’intervento di due gio­va­ni stu­dio­se, entram­be lau­rea­te pres­so l’Università di Firen­ze. Cate­ri­na Toschi, dot­to­re di ricer­ca in Sto­ria dell’Arte Con­tem­po­ra­nea, ci ha rac­con­ta­to l’esperienza di Sen­za­cor­ni­ce, fon­da­ta assie­me alla dot­to­ran­da Ales­san­dra Aco­cel­la. Un’associazione che ha scel­to come “luo­go” pri­ma­rio la rete, sfrut­tan­do­ne il poten­zia­le in ter­mi­ni di acces­si­bi­li­tà e frui­zio­ne dei con­te­nu­ti. Sen­za­cor­ni­ce è infat­ti, innan­zi­tut­to, una rivi­sta onli­ne che offre nuo­ve pos­si­bi­li­tà di pub­bli­ca­zio­ne a stu­dio­si del set­to­re e arti­sti, ma è anche un labo­ra­to­rio con vari pro­get­ti all’attivo dedi­ca­ti al ter­ri­to­rio, come quel­lo di una map­pa­tu­ra degli archi­vi di arti­sti del Nove­cen­to fio­ren­ti­ni. Un’associazione gio­va­ne, dun­que, che sta costruen­do la pro­pria stra­da vol­ta ad instau­ra­re un dia­lo­go pro­fi­cuo con il mon­do impren­di­to­ria­le: un pas­sag­gio deli­ca­to da risol­ve­re, ma le idee chia­re sono cer­ta­men­te un otti­mo pun­to di par­ten­za, come dimo­stra la par­te­ci­pa­zio­ne al pro­gram­ma di quest’anno di Impre­sa Cam­pus.

Un’altra avven­tu­ra anco­ra agli ini­zi è quel­la di ART­Flo, start-up nata in seno al set­to­re Sto­ria dell’Arte del Dipar­ti­men­to SAGAS, gra­zie alla col­la­bo­ra­zio­ne con Sonia Chio­do, refe­ren­te scien­ti­fi­co dell’impresa. Una vision accat­ti­van­te e impe­gna­ti­va ani­ma il pro­get­to, come ci spie­ga Gine­vra Uta­ri, dot­to­ran­da in Stu­di Uma­ni­sti­ci: “l’arte alla por­ta­ta di tut­ti”. Pro­dot­ti digi­ta­li, come appli­ca­zio­ni per smart­pho­ne e e-book, ma anche con­su­len­ze scien­ti­fi­che diret­te a real­tà isti­tu­zio­na­li di vario gene­re. La base è una qua­li­tà dei con­te­nu­ti sem­pre rigo­ro­sa, in stret­to con­tat­to con le novi­tà del­la ricer­ca sto­ri­co-arti­sti­ca più avan­za­ta, ma decli­na­ta a secon­da dell’utente a cui i pro­dot­ti di ART­Flo di vol­ta in vol­ta si rivol­go­no, con l’obbiettivo costan­te di avvi­ci­na­re le per­so­ne alla Sto­ria dell’Arte, quel­la vera!, in pri­mo luo­go loca­le.

Chiu­de i lavo­ri Tizia­na Sere­na che tira le fila del discor­so. Ci salu­tia­mo con la pro­spet­ti­va di ripe­te­re l’esperienza, maga­ri con altri incon­tri che pos­sa­no appro­fon­di­re e svi­lup­pa­re alcu­ne del­le tema­ti­che emer­se duran­te il dibat­ti­to.

Ma che cosa resta di que­sto lun­go pome­rig­gio? Pen­sie­ri con­tra­stan­ti: una delu­sio­ne e una sfi­da.

Una delu­sio­ne, per­ché non è cer­to otti­mi­sta il mes­sag­gio lan­cia­to dal­le isti­tu­zio­ni che stan­no rinun­cian­do a lot­ta­re per il pro­prio stes­so futu­ro, che pas­sa neces­sa­ria­men­te attra­ver­so l’immissione di for­ze nuo­ve in gra­do di inne­sca­re un pro­ces­so che inver­ta l’agonia in cui ver­sa­no. Non par­lia­mo dei sin­go­li fun­zio­na­ri che sono inter­ve­nu­ti – è ovvio – ma di un gene­ra­le atteg­gia­men­to di scon­fit­ta che ognu­no di noi vede con i pro­pri occhi quan­do var­ca la soglia di un qual­sia­si uffi­cio del­la Soprin­ten­den­za. Lo Sta­to, inte­so nel sen­so più alto, ha abdi­ca­to. Non rispet­ta la Sua stes­sa Costi­tu­zio­ne, gli obbli­ghi che Esso stes­so si è impo­sto, la tute­la del pae­sag­gio e del patri­mo­nio sto­ri­co e arti­sti­co del­la Nazio­ne. E quan­do una ragaz­za dal pub­bli­co si alza e chie­de “e quin­di sare­mo pre­ca­ri a vita?” si crea un momen­to di silen­zio imba­raz­za­to: la rispo­sta impli­ci­ta che vie­ne dall’Aula Bat­ti­la­ni pur­trop­po è sì.

E allo­ra? È meglio rinun­cia­re? Abban­do­nia­mo anche noi il cam­po?

La rispo­sta deve esse­re NO e que­sta è la sfi­da. Di fron­te a noi si pro­spet­ta un per­cor­so in sali­ta, cer­ta­men­te più dif­fi­ci­le di quel­lo che han­no affron­ta­to i pro­fes­sio­ni­sti del set­to­re del­la gene­ra­zio­ne pre­ce­den­te. Man­ca­no gli spa­zi ma sta a noi con­qui­star­li, crear­ne di nuo­vi, bat­ten­do stra­de anco­ra tut­te da sco­pri­re, sen­za disde­gna­re meto­di e stru­men­ti che potreb­be­ro sem­brar­ci osti­ci, o addi­rit­tu­ra total­men­te estra­nei. È neces­sa­rio svi­lup­pa­re una visio­ne più pro­fon­da e com­ple­ta che sap­pia coglie­re le esi­gen­ze del­la real­tà che ci cir­con­da, nostro pri­mo natu­ra­le inter­lo­cu­to­re, a cui rivol­ger­si in modo pro­po­si­ti­vo e ade­gua­to. E non dob­bia­mo rin­ne­ga­re la nostra for­ma­zio­ne, anzi andrà arric­chi­ta, con umil­tà e one­stà intel­let­tua­le, tenen­do sem­pre pre­sen­te il ruo­lo deli­ca­tis­si­mo e cru­cia­le che sia­mo chia­ma­ti a svol­ge­re.

In pri­mo pia­no c’è un dram­ma indi­vi­dua­le ma al fon­do c’è quel­lo col­let­ti­vo – dice De Mar­chi – Se ci fos­se mag­gior con­sa­pe­vo­lez­za del secon­do for­se una rea­zio­ne ver­reb­be. Una rea­zio­ne pro­pria­men­te ‘poli­ti­ca’, nel sen­so più alto, di assun­zio­ne di una respon­sa­bi­li­tà che tra­scen­de i sin­go­li […] In un pae­se come il nostro la Sto­ria dell’Arte dovreb­be esse­re il luo­go pri­vi­le­gia­to dell’educazione civi­ca alla memo­ria sto­ri­ca e alla con­sa­pe­vo­lez­za dei valo­ri uni­ci del ter­ri­to­rio in cui vivia­mo, per tut­ti”.

Non pos­sia­mo cede­re il pas­so o resta­re in dispar­te ad aspet­ta­re che qual­cu­no pren­da in mano la situa­zio­ne. Lo dob­bia­mo a noi stes­si e alle gene­ra­zio­ni futu­re. Ripren­dia­mo­ci que­sto spa­zio e fac­cia­mo­lo insie­me.


Il mestiere dello storico dell’arte oggi: uno spazio da conquistare

di Andrea De Mar­chi

OGNI DISCORSO sul­le pro­spet­ti­ve di lavo­ro di un gio­va­ne sto­ri­co dell’arte oggi che sia uti­le e che non si fer­mi ai pii auspi­ci e ai lamen­ti scon­so­la­ti, deve par­ti­re con fran­chez­za dal rico­no­sci­men­to dei cam­bia­men­ti enor­mi nel mer­ca­to del lavo­ro, tut­to­ra in atto, di cui fac­cia­mo fati­ca a rico­no­sce­re i con­tor­ni esat­ti. Cam­bia­men­ti che impon­go­no per for­za una diver­sa men­ta­li­tà, in sostan­za la capa­ci­tà di ela­bo­ra­re ex novo e dal bas­so pro­po­ste ed offer­te di ser­vi­zi che pos­sa­no incon­tra­re esi­gen­ze rea­li ed affer­mar­si gra­dual­men­te per la qua­li­tà del­le sfi­de mes­se in cam­po. Come docen­ti non pos­sia­mo astrar­ci da que­sto gro­vi­glio di pro­ble­mi, fin­ge­re che non ci riguar­di, come sareb­be appa­ren­te­men­te leci­to, rin­chiu­den­do­ci nel­la pura voca­zio­ne alla ricer­ca e alla tra­smis­sio­ne dei sape­ri cui sia­mo sta­ti chia­ma­ti. Non c’è fru­stra­zio­ne mag­gio­re che quel­la di vede­re ine­spres­se le poten­zia­li­tà dei nostri miglio­ri allie­vi, impos­si­bi­li­ta­te a tra­dur­si in pra­ti­che vir­tuo­se, al ser­vi­zio del bene comu­ne, del­la tute­la del patri­mo­nio, del­la divul­ga­zio­ne del­le cono­scen­ze, del­la for­ma­zio­ne dei gio­va­ni. Il sen­so di sper­pe­ro del­le ener­gie miglio­ri rimet­te in que­stio­ne le ragio­ni stes­se del nostro lavo­ro, ci obbli­ga a coo­pe­ra­re per­ché gli osta­co­li ven­ga­no rimos­si e si crei­no i pre­sup­po­sti per una giu­sta valo­riz­za­zio­ne dei talen­ti e del­le com­pe­ten­ze che abbia­mo fati­co­sa­men­te con­tri­bui­to a for­gia­re nel cor­so degli anni. Due anni fa io ho coor­di­na­to gli inse­gna­men­ti del TFA a Firen­ze per la clas­se 61 (Sto­ria dell’arte). Abbia­mo sele­zio­na­to dura­men­te ven­ti per­so­ne, par­ten­do da più di quat­tro­cen­to doman­de, e abbia­mo orga­niz­za­to un per­cor­so didat­ti­co assai impe­gna­ti­vo, teso a miglio­ra­re con­te­nu­ti e modi di una didat­ti­ca del­la sto­ria dell’arte oggi nel­le scuo­le secon­da­rie supe­rio­ri. Ma a cosa ser­ve que­sto lavo­ro se i posti non ci sono? Quan­to a lun­go que­sta gene­ra­zio­ne potrà atten­de­re per assu­me­re un ruo­lo? In pri­mo pia­no c’è un dram­ma indi­vi­dua­le, ma al fon­do c’è quel­lo col­let­ti­vo. Se ci fos­se mag­gior con­sa­pe­vo­lez­za del secon­do for­se una rea­zio­ne ver­reb­be. Una rea­zio­ne pro­pria­men­te ‘poli­ti­ca’, nel sen­so più alto, di assun­zio­ne di una respon­sa­bi­li­tà che tra­scen­de i sin­go­li. Per­ché dai tan­ti gio­va­ni che con pas­sio­ne e dedi­zio­ne han­no scel­to la stra­da del­la sto­ria dell’arte non sale un poten­te movi­men­to di opi­nio­ne che riven­di­chi con for­za l’estensione dell’insegnamento del­la sto­ria dell’arte in tut­te le secon­da­rie supe­rio­ri? Di recen­te è sta­to inve­ce ridi­men­sio­na­to e addi­rit­tu­ra leva­to dai pro­fes­sio­na­li per il turi­smo: ma in un pae­se come il nostro la sto­ria dell’arte dovreb­be esse­re il luo­go pri­vi­le­gia­to dell’educazione civi­ca alla memo­ria sto­ri­ca e alla con­sa­pe­vo­lez­za dei valo­ri uni­ci del ter­ri­to­rio in cui vivia­mo, per tut­ti.

Ovun­que ci giria­mo, dai poli­ti­ci e dai gior­na­li­sti all’uomo del­la stra­da, sen­tia­mo risuo­na­re la reto­ri­ca dei beni cul­tu­ra­li come sola risor­sa che nel lun­go ter­mi­ne sal­ve­rà l’Italia. Ma san­no di cosa par­la­no (tan­to i poli­ti­ci e i gior­na­li­sti quan­to l’uomo del­la stra­da)? Come si spie­ga allo­ra che a fron­te di simi­le pro­pa­gan­da i mestie­ri in que­sto cam­po sten­ti­no ad assu­me­re for­me pro­fes­sio­na­li con­so­li­da­te e rico­no­sciu­te, le oppor­tu­ni­tà di lavo­ro sia­no scar­se, sem­pre sal­tua­rie e debo­li? C’è un’incoscienza di fon­do, che attra­ver­sa in manie­ra uni­for­me stra­ti mol­to varie­ga­ti del­la socie­tà, diver­sa­men­te col­ti: la man­ca­ta con­sa­pe­vo­lez­za del­la fra­gi­li­tà e com­ples­si­tà di que­sto patri­mo­nio gigan­te­sco, del­la stes­sa ric­chez­za del­la sua arti­co­la­zio­ne, del fat­to che i pic­chi e i ver­ti­ci indub­bi di cui solo si discu­te non han­no sen­so al di fuo­ri del con­ti­nuum, del­le sfac­cet­ta­tu­re infi­ni­te, del vasto tes­su­to che inner­va le cit­tà e il pae­sag­gio. Del fat­to che tale patri­mo­nio pri­ma di veni­re valo­riz­za­to va fat­to soprav­vi­ve­re e che ciò ha costi enor­mi. E che soprav­vi­ve solo se cre­sce nel­la cono­scen­za e nel­la cura del­la gen­te, a livel­lo capil­la­re e dif­fu­so. Che il poten­zia­le ine­spres­so di tale patri­mo­nio dipen­de in pri­ma istan­za da una svol­ta cul­tu­ra­le e da una pro­fon­da azio­ne for­ma­ti­va, sen­za le qua­li non c’è futu­ro. I gio­va­ni che noi for­mia­mo devo­no esse­re dei mili­tan­ti, devo­no esse­re in gra­do di far matu­ra­re que­sta con­sa­pe­vo­lez­za, non reto­ri­ca­men­te, ma con esem­pi di pra­ti­che vir­tuo­se, che tro­vi­no riscon­tro, sia­no con­ta­gio­se, frut­ti­fi­chi­no.

Gli enti pub­bli­ci depu­ta­ti alla tute­la e gestio­ne del patri­mo­nio arti­sti­co sono oggi in evi­den­te affan­no. In affan­no sono innan­zi­tut­to le Soprin­ten­den­ze, smi­nui­te ed esau­to­ra­te non solo dal­la penu­ria di risor­se finan­zia­rie, mai così macro­sco­pi­ca, ma pure dall’ipertrofia e fram­men­ta­zio­ne diri­gen­zia­le, dal man­ca­to turn over e dal deca­di­men­to del­la qua­li­tà scien­ti­fi­ca e del­la effi­ca­cia ope­ra­ti­va del per­so­na­le, per col­pa anche di con­ti­nue e inde­bi­te riqua­li­fi­ca­zio­ni inter­ne. Que­sti uffi­ci sono ere­di di una tra­di­zio­ne altis­si­ma e glo­rio­sa, ma fati­ca­no sem­pre più a sta­re al pas­so coi tem­pi: per col­pa anche del­la scis­sio­ne cre­scen­te fra gestio­ne musea­le e com­pe­ten­za ter­ri­to­ria­le stan­no per­den­do il con­tat­to vivi­fi­can­te con le real­tà loca­li e le comu­ni­tà, dia­lo­ga­no poco con le uni­ver­si­tà negli­gen­do le poten­zia­li­tà enor­mi insi­te nei tiro­ci­ni for­ma­ti­vi, difet­ta­no di pro­get­tua­li­tà che non sia­no quel­le del mostri­fi­cio, dele­ga­no all’esterno i ser­vi­zi essen­zia­li lascian­do­si gover­na­re dal­la cor­ren­te del­le pure logi­che di mer­ca­to. Un’iniezione di for­ze gio­va­ni sareb­be oggi più che mai essen­zia­le per inno­va­re anche i meto­di e gli obiet­ti­vi, per usci­re dal­la logi­ca del­la mera soprav­vi­ven­za. Ma in affan­no è il siste­ma com­ples­si­vo del­la tute­la, in cui i comu­ni sem­bra­no aver rinun­cia­to a svol­ge­re un ruo­lo impor­tan­te e strut­tu­ra­le, men­tre le regio­ni si limi­ta­no a regi­stra­re real­tà loca­li sem­pre più sfi­lac­cia­te e pri­ve di gui­da. Quan­te poten­zia­li­tà ine­spres­se! Quan­ti ammi­ni­stra­to­ri incom­pe­ten­ti faci­li pre­de dell’imbonitore di tur­no, di mirag­gi pub­bli­ci­ta­ri disan­co­ra­ti da un’autentica valo­riz­za­zio­ne del­lo spe­ci­fi­co ter­ri­to­ria­le e del­la sua dimen­sio­ne sto­ri­ca! E quan­ta ras­se­gna­zio­ne! Come è pos­si­bi­le che non sia­no più pre­vi­ste figu­re tec­ni­co-scien­ti­fi­che – e non sem­pli­ce­men­te ammi­ni­stra­ti­ve e mana­ge­ria­li – per la dire­zio­ne dei musei comu­na­li? Chi mai si sogne­reb­be di affi­da­re le biblio­te­che ad un per­so­na­le pura­men­te ammi­ni­stra­ti­vo?

A mon­te del­le dif­fi­col­tà occu­pa­zio­na­li anche di un set­to­re pro­pa­gan­da­to come essen­zia­le, qua­le quel­lo del patri­mo­nio arti­sti­co, c’è dun­que una gran­de que­stio­ne cul­tu­ra­le e poli­ti­ca. La sua riso­lu­zio­ne, in un sen­so e o nell’altro, nei pros­si­mi anni, dipen­de da voi e da quan­to sapre­te inci­de­re sull’opi­nio com­mu­nis.

Un rela­to­re di oggi, Mat­tia Pat­ti, ha tito­la­to il suo inter­ven­to “La sto­ria dell’arte non è uno sport indi­vi­dua­le”. Si potrà discu­te­re se sia uno sport, ma cer­to non è indi­vi­dua­le per varie ragio­ni. Per­ché nel cam­po stes­so del­la ricer­ca è il lavo­ro di squa­dra, in cui con­ver­go­no e si con­fron­ta­no com­pe­ten­ze diver­se, quel­lo che per­met­te di rag­giun­ge­re i risul­ta­ti miglio­ri. Per­ché il rischio mag­gio­re oggi è l’iper-specializzazione, che sa anda­re in pro­fon­di­tà, ma è inca­pa­ce di tra­guar­da­re al di là del pro­prio recin­to ristret­to. Per­ché van­no abo­li­ti i vec­chi stec­ca­ti tra scien­ze uma­ne e scien­ze dure, men­tre le une e le altre han­no da rica­va­re gran­di gio­va­men­ti dal con­fron­to reci­pro­co. Ma anche per una ragio­ne lega­ta alla dram­ma­ti­ca con­giun­tu­ra sto­ri­ca: per­ché non ci si sal­va da soli, per­ché è neces­sa­ria una con­sa­pe­vo­lez­za ‘poli­ti­ca’, è neces­sa­rio con­tri­bui­re tut­ti insie­me, ognu­no nel suo pic­co­lo, ma con intel­li­gen­za e capar­bia, a costrui­re una men­ta­li­tà diver­sa.

Tor­nan­do all’interrogativo di par­ten­za sul­la discra­sia visto­sa fra la ‘popo­la­ri­tà’ dei beni cul­tu­ra­li e le dif­fi­ci­li pro­spet­ti­ve di lavo­ro per i gio­va­ni sto­ri­ci dell’arte oggi, è neces­sa­rio riflet­te­re sull’obiettiva asim­me­tria che carat­te­riz­za in que­sto cam­po l’offerta e la doman­da nel mer­ca­to del lavo­ro. Se que­ste non si incon­tra­no è col­pa di limi­ti e defi­cien­ze su entram­bi i ver­san­ti, cui biso­gna por­re rime­dio, se si vuo­le che la sto­ria imboc­chi un altro cor­so.

La doman­da sem­bra sde­gna­re le com­pe­ten­ze sto­ri­co-cri­ti­che inve­ce di rav­vi­sar­vi del­le poten­zia­li­tà, nel momen­to in cui con­si­de­ra la pro­mo­zio­ne l’unico oriz­zon­te di sen­so e si appiat­ti­sce quin­di nel­la dimen­sio­ne eco­no­mi­ci­sti­ca del solo mar­ke­ting, come se le ope­re d’arte e i monu­men­ti fos­se­ro pro­dot­ti da ven­de­re alla stre­gua di qua­lun­que altra mer­ce. In poten­za i ‘pub­bli­ci’ sono assai diver­si­fi­ca­ti, lega­ti alla cul­tu­ra dei luo­ghi che è la nostra iden­ti­tà sto­ri­ca e che non deve mori­re. Inve­ce si pen­sa ad un solo pub­bli­co medio-bas­so, mas­si­fi­ca­to, facil­men­te mani­po­la­bi­le. Ci sono mestie­ri che in una dimen­sio­ne più arti­gia­na­le e radi­ca­ta nel ter­ri­to­rio, capa­ce di ascol­ta­re la voce del­le comu­ni­tà, sapreb­be­ro meglio modu­la­re l’offerta di ser­vi­zi, e inve­ce fini­sco­no per esse­re fago­ci­ta­ti da socie­tà di ser­vi­zi a voca­zio­ne mono­po­li­sti­ca che fan­no pre­va­ri­ca­re l’immagine sul con­te­nu­to, la pub­bli­ci­tà sul­la sostan­za. Io ho lavo­ra­to ad alcu­ne mostre. Una vol­ta sono sta­to in con­tat­to con un gio­va­ne inca­ri­ca­to dal­la socie­tà di ser­vi­zi di fare da rac­cor­do e pure cura­re la revi­sio­ne dei testi, dida­sca­li­ci e di comu­ni­ca­zio­ne: era una per­so­na gar­ba­tis­si­ma e con otti­me com­pe­ten­ze lin­gui­sti­che, ma com­ple­ta­men­te digiu­na di sto­ria dell’arte. Come è pos­si­bi­le? Per­ché avvie­ne ciò? Non mi inte­res­sa il caso sin­go­lo, ma il suo valo­re di epi­fe­no­me­no di una real­tà ben più vasta e dif­fu­sa, che sta pren­den­do sem­pre più pie­de.

Ci vuo­le un’offensiva che sap­pia inci­de­re sul­la doman­da, orien­tar­la, affi­nar­la. Come? Attra­ver­so l’esemplarità di espe­rien­ze vir­tuo­se. Par­ten­do da pic­co­le sfi­de, che fac­cia­no vale­re le ragio­ni del­la qua­li­tà e con ciò fac­cia­no capi­re che la qua­li­tà fa la dif­fe­ren­za, che i sapo­ri non sono tut­ti ugua­li e van­no gusta­ti nel­la loro varie­tà, che le ope­re van­no valo­riz­za­te nel loro con­te­sto e il con­te­sto è un valo­re aggiun­to, che anche il godi­men­to este­ti­co pas­sa attra­ver­so il recu­pe­ro del­la con­sa­pe­vo­lez­za sto­ri­ca.

Ora quan­do si par­la di arte si par­la pra­ti­ca­men­te solo di mostre. Non è que­sta una stor­tu­ra gigan­te­sca? Tale è in ogni caso la real­tà da cui dob­bia­mo par­ti­re, tut­ta tesa all’evento. Gli even­ti van­no però orien­ta­ti per­ché sedi­men­ti­no. Biso­gna per­se­gui­re le sfi­de più dif­fi­ci­li e con que­ste cer­ca­re di riem­pi­re spa­zi che, rima­nen­do vuo­ti, ven­go­no inta­sa­ti dal dila­ga­re del­le improv­vi­sa­zio­ni e del­le bana­liz­za­zio­ni. Io ho rica­va­to mol­te sod­di­sfa­zio­ni per­so­na­li da alcu­ne mostre, tut­te le vol­te in cui cre­do (o spe­ro alme­no) di ave­re inne­sca­to una spi­ra­le vir­tuo­sa fra ricer­ca e divul­ga­zio­ne. Mai come nel 2002 a Came­ri­no. Una sfi­da impos­si­bi­le: un pae­so­ne mon­ta­no di sei­mi­la ani­me ormai, qua­si del tut­to pri­vo di strut­tu­re ricet­ti­ve, dif­fi­ci­le da rag­giun­ge­re, ma con un pas­sa­to ful­gi­do, sede nel Quat­tro­cen­to di una raf­fi­na­ta cor­te e di una pro­du­zio­ne arti­sti­ca ori­gi­na­lis­si­ma, misco­no­sciu­ta, disper­sa in musei e col­le­zio­ni di mez­zo mon­do. Esse­re riu­sci­ti a mon­ta­re una mostra con pre­sti­ti mira­ti anche ecce­zio­na­li e ad attrar­vi più di qua­ran­ta­mi­la visi­ta­to­ri è sta­ta un’emozione straor­di­na­ria e spe­ro abbia lascia­to un segno. Che trac­cia lasce­ran­no inve­ce le mostre bloc­k­bu­ster che ci bom­bar­da­no quo­ti­dia­na­men­te, le ope­ra­zio­ni abi­li e ruf­fia­ne sti­le fan­ciul­la dall’orecchino di per­la? Per­ché il livel­lo medio del­le mani­fe­sta­zio­ni espo­si­ti­ve è così scar­so ed occa­sio­na­le, non si inscri­ve in pro­get­ti di mag­gior respi­ro e di rica­du­ta sul­la valo­riz­za­zio­ne a lun­go ter­mi­ne di siti, monu­men­ti e musei? Biso­gna rico­no­sce­re l’abilità di pro­mo­zio­ni com­mer­cia­li di mostre con­fu­se se non insen­sa­te, melas­se lan­cia­te in orbi­ta dai bat­ta­ge pub­bli­ci­ta­ri come occa­sio­ni irri­pe­ti­bi­li. Esse riem­pio­no spa­zi che altri lascia­no libe­ri. Il suc­ces­so fra­go­ro­so di mostre come quel­le gol­di­nia­ne di Vero­na e Vicen­za inquie­ta non solo per la pochez­za cul­tu­ra­le dei mes­sag­gi, ma per­ché dila­ga in un deser­to, dove mol­ti dei visi­ta­to­ri che si sono mes­si in coda per que­sti ‘straor­di­na­ri’ even­ti pro­ba­bil­men­te non han­no mai mes­so pie­de nel­la Pina­co­te­ca civi­ca di palaz­zo Chie­ri­ca­ti a Vicen­za, col­le­zio­ne ric­chis­si­ma e pie­na di carat­te­re, del resto semi-chiu­sa da anni e gia­cen­te in sta­to di scon­so­lan­te degra­do. Basta un piz­zi­co di sgar­bi per­ché la mer­da diven­ti oro? E’ fata­le che sia così? O altre stra­de pos­so­no esse­re bat­tu­te? Non è vero che il pub­bli­co del­le mostre è popo­lo bue, che può esse­re con­dot­to dove si vuo­le, basta saper­lo pilo­ta­re: esi­ste in Ita­lia une fet­ta con­si­sten­te di pub­bli­co col­to, appas­sio­na­to di arte, esi­gen­te, che cer­ca e rico­no­sce la qua­li­tà.

A pro­po­si­to di poten­zia­li­tà laten­ti vedia­mo poi la sof­fe­ren­za di Firen­ze. Al di là dell’oleografia ren­zia­na tut­ti i fore­stie­ri e gli stra­nie­ri, che la cono­sco­no e la ama­no da anni, denun­cia­no il cre­scen­te degra­do di un cen­tro sto­ri­co bru­ta­liz­za­to da un turi­smo di mas­sa, inca­pa­ce di svin­co­lar­si dal­le tap­pe for­za­te dei tre o quat­tro luo­ghi-fetic­cio. Eppu­re Firen­ze avreb­be anche ben altre poten­zia­li­tà. Voi cono­sce­te visi­ta­to­ri fore­stie­ri, stra­nie­ri o ita­lia­ni, che deci­da­no di dedi­ca­re una set­ti­ma­na alla Firen­ze cosid­det­ta mino­re, che poi mino­re non è affat­to, dal Museo Hor­ne al Museo Stib­bert, dal San­to Sepol­cro alber­tia­no di San Pan­cra­zio al chio­stro degli aran­ci alla Badia, da Sant’Andrea a Cer­ci­na alla Vil­la medi­cea di Pog­gio a Caia­no?

Si ritor­na al pun­to essen­zia­le, al gran­dio­so equi­vo­co per cui il pro­ble­ma dei beni cul­tu­ra­li in Ita­lia sareb­be quel­lo di ven­de­re meglio il Davi­de o Pom­pei, di por­ta­re anco­ra più gen­te agli Uffi­zi (dove però i fio­ren­ti­ni non met­to­no pie­de), non di sal­va­re e valo­riz­za­re la ric­chez­za del tes­su­to in cui quei pic­chi si inse­ri­sco­no orga­ni­ca­men­te e che è costan­te­men­te minac­cia­to, sem­pre più neglet­to. Ci vuo­le una rivo­lu­zio­ne cul­tu­ra­le dif­fu­sa, per­ché tut­ti, ad ogni livel­lo, capi­sca­no che non c’è valo­riz­za­zio­ne sen­za tute­la, e che non ci sono entram­be sen­za cono­scen­za.

La com­mer­cia­liz­za­zio­ne bru­ta­le, l’indifferenza al pro­ble­ma prio­ri­ta­rio del­la con­ser­va­zio­ne, la glo­ba­liz­za­zio­ne incu­ran­te del­lo spes­so­re sto­ri­co e del­le spe­ci­fi­ci­tà loca­li (anche se poi tan­te teo­riz­za­zio­ni museo­gra­fi­che si stan­no intel­li­gen­te­men­te orien­tan­do sull’importanza del “site spe­ci­fic”) spie­ga­no per­ché l’aspetto dal­la gestio­ne mana­ge­ria­le e del­la comu­ni­ca­zio­ne sia­no la com­pe­ten­za pre­va­len­te, nel­le richie­ste di un mer­ca­to abban­do­na­to a sé mede­si­mo dal­la lati­tan­za del pub­bli­co, rispet­to ai sape­ri sto­ri­ci e cri­ti­ci. Oltre a que­sta denun­cia, che deve esse­re net­ta e vibra­ta, cre­do però che sul nostro ver­san­te pro­pria­men­te for­ma­ti­vo e quin­di sul fron­te dell’offerta dob­bia­mo pure avvia­re una seria rifles­sio­ne e fare alcu­ni mea cul­pa. La pre­pa­ra­zio­ne che vi offria­mo, sen­za dero­ga­re da soli­de e irri­nun­cia­bi­li basi sto­ri­che e cri­ti­che, dovrà sem­pre più affi­nar­si ed arti­co­lar­si per rispon­de­re all’evoluzione dei tem­pi. La dimen­sio­ne del­la ricer­ca e quel­la del lavo­ro devo­no dia­lo­ga­re più stret­ta­men­te, ad ogni livel­lo, anche nel per­cor­so for­ma­ti­vo. Non esi­sto­no due stra­de radi­cal­men­te distin­te, come si era teo­riz­za­to desti­nan­do per il ter­zo livel­lo degli stu­di uni­ver­si­ta­ri le scuo­le di spe­cia­liz­za­zio­ne ver­so la gestio­ne e la tute­la, e i dot­to­ra­ti ver­so la ricer­ca pura. Nei musei e nel­le soprin­ten­den­ze si deve fare pure ricer­ca. E la nostra ricer­ca non si spor­ca, ma si arric­chi­sce, a con­tat­to con restau­ra­to­ri e musei. Ci sono tre ambi­ti su cui come uni­ver­si­tà sia­mo gra­ve­men­te defi­ci­ta­ri e in ritar­do, nel for­nir­vi gli stru­men­ti ade­gua­ti: 1) la cono­scen­za del­le tec­ni­che arti­sti­che a livel­lo anche spe­ri­men­ta­le, il mon­do del restau­ro, del­la dia­gno­sti­ca e del­la con­ser­va­zio­ne; 2) il mana­ge­ment, nei vari risvol­ti ammi­ni­stra­ti­vi, giu­ri­di­ci, eco­no­mi­ci; 3) la comu­ni­ca­zio­ne (e pen­so anche alle enor­mi poten­zia­li­tà di docu­men­ta­zio­ne, visua­liz­za­zio­ne e ren­de­ring che i nuo­vi mez­zi digi­ta­li offro­no e che sono anco­ra da esplo­ra­re e riem­pi­re di con­te­nu­ti ade­gua­ti).

Ci voglio­no com­pe­ten­ze tec­ni­che insie­me al sape­re sto­ri­co-cri­ti­co, per­ché quest’ultimo ven­ga comu­ni­ca­to e con­di­vi­so, mes­so a ser­vi­zio di pra­ti­che vir­tuo­se, rico­no­sciu­to come indi­spen­sa­bi­le. Ma ci vuo­le pure tan­ta fan­ta­sia e for­tis­si­ma deter­mi­na­zio­ne. Il pro­ble­ma del vostro suc­ces­so tra­scen­de la dimen­sio­ne, così deli­ca­ta e deci­si­va, del vostro desti­no indi­vi­dua­le. Si inscri­ve in un oriz­zon­te ben più vasto, squi­si­ta­men­te poli­ti­co. Da voi dipen­de se nei pros­si­mi anni sapre­mo inne­sca­re una spi­ra­le vir­tuo­sa, o no.

Se voi fal­li­re­te, fal­li­re­mo tut­ti.

18 set­tem­bre 2014
Firen­ze, via San­ta Repa­ra­ta, 65 – Aula Bat­ti­la­ni

Cite this article as: Giovanni Giura, ArtefAZIONI – Professione storico dell’arte oggi. E “Il mestiere dello storico dell’arte oggi” di Andrea De Marchi, in "STORIEDELLARTE.com", 4 ottobre 2014; accessed 25 luglio 2017.
http://storiedellarte.com/2014/10/artefazioni-professione-storico-dellarte-oggi-e-il-mestiere-dello-storico-dellarte-oggi-di-andrea-de-marchi.html.

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