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Leonardo, Ritratto di Cecilia Gallerani

Leonardo da Vinci, Dama con l'ermellino

Leonardo da Vinci, Dama con l'ermellino (Ritratto di Cecilia Gallerani), c. 1483-1490, Cracovia, Castello Reale del Wawel (in deposito dal Princes Czartoryski Museum). Olio su tavola, 55 × 40,5 cm.

Dopo avere a lungo chiacchierato, nei giorni scorsi nella nostra pagina Facebook, attorno alla Dama con l’ermellino di Leonardo, uno dei dipinti più celebri della storia dell’arte occidentale, abbiamo pensato di raccogliere qualche vecchio appunto sulla sua storia per non lasciare che l’emozione suscitata da un’immagine fotografica possa perdersi troppo presto.

La proposta di identificare la Dama con l’ermellino con Cecilia Gallerani, amante di Ludovico Sforza, è generalmente accolta dalla critica. Ancora discorde, invece, è il parere degli studiosi sulla datazione del dipinto, generalmente collocato intorno al 1488—1490, ma di recente ancorato da Alessandro Ballarin con argomenti stilistici e documentari al 1486 circa, a ridosso della prima versione della Vergine delle rocce oggi al Louvre.

Il legame che può essere facilmente istituito tra il conferimento a Ludovico il Moro delle insegne dell’Ordine dell’Armellino nel 1486 da parte del re di Napoli Ferrante d’Aragona, e la bestiola che la giovane stringe tra le braccia, costituisce infatti un ante quem per la data di esecuzione del capolavoro leonardesco.
Un ulteriore appiglio documentario al 1486 circa per la realizzazione del ritratto, lo si ricava dalla lettera con cui lo stesso Sforza dichiara la propria passione per Cecilia al fratello cardinale Ascanio nel giugno del 1485:

il «piacere chio prehendo gia alchuni dì fa cum una Giovane milanese, notabile de sangue, honestissima et formossa quanto piu havessj possuto desiderare».

Ma Ludovico si rammarica di non poter dare per ora la notizia di una gravidanza dell’amata e chiede ad Ascanio favori per il fratello di lei, Galeazzo Gallerani, avviato alla carriera ecclesiastica:

«aciò che questa mia  giovane resti ben gratificata da mi del primo apiacer che mi ha richiesto, del quale merita per omne rispecto essere compiaciuta, perché apresso a l’obligo che io confesso havere ala virtù et gentileza sua li intercedeno molti meriti de la casa sua verso la nostra».

Il ritratto potrebbe essere letto quindi come una sorta di pegno d’amore per la giovanissima amata, in un sottile gioco di allusioni e di rimandi: l’ermellino che la donna stringe tra le braccia  allude al Moro, insignito dell’ordine dell’Armellino («L’italico Morel, bianco Ermellino»: così Bernardo Bellincioni chiama il Moro nel sonetto CXXVIII), ma anche al cognome di Cecilia stessa perché ermellino, in greco, si dice galée.
Simbolo di purezza, castità, moderazione l’ermellino trasforma con la sua presenza il ritratto di Cecilia, in un doppio ritratto «nel senso che la bestiola è […] lui [il Moro] stesso, e lei lo tiene in braccio, lo coccola per così dire» (Ballarin, p. 239).

Quella di Ludovico per Cecilia non fu l’infatuazione passeggera di un maturo nobiluomo per una bellissima adolescente, ma un rapporto destinato a durare nel tempo. Nel 1487 l’ambasciatore fiorentino a Milano descrive al suo signore il gioioso innamoramento del Moro, e Lorenzo il Magnifico osserva che nessuna notizia può essergli «più giocunda che questo novello amore del Signor Lodovico, maxime essendo insino a hora tutto felice et pieno di dolceza»

Cecilia vive nel Castello di Porta Giovia, la relazione è nota in tutte le corti italiane e straniere, e allarma gli Este, duchi di Ferrara, che hanno promesso in sposa al Moro, nel 1485, la loro secondogenita Beatrice. Eleonora d’Aragona insiste perché il Moro, recalcitrante a rispettare i patti nuziali, la sposi finalmente.
Al momento delle nozze con Beatrice, celebrate nel gennaio del 1491, Cecilia è in avanzato stato di gravidanza di un maschio – Cesare, che nascerà di lì a poco – ed è bella come un fiore, scrive l’ambasciatore estense Giacomo Trotti. Eleonora d’Aragona, indispettita, scrive invece alla figlia Isabella d'Este, marchesa di Mantova, di avere trovato in Castello “cose” che avrebbe raccontato a voce, perché troppo delicate per essere affidare a carta e penna. Solo quando la convivenza tra Beatrice e Cecilia si farà impossibile, e quando un nuovo amore, quello per Lucrezia Crivelli, sostituirà quello per Cecilia, il Moro si deciderà ad allontanarla.
Sposata  al conte Ludovico Bergamini, dotata dal Moro di rendite e beni, la coltissima Cecilia sarà per lungo tempo, a Milano, punto di rifermineto per letterati, artisti, poeti, poetessa lei stessa, e buona amica di Isabella d’Este Gonzaga. Proprio alla marchesa prestò il proprio ritratto, quasi sicuramente quello oggi a Cracovia, ma quell’acerba immagine di adolescente le sembrava, per sua stessa ammissione, un ricordo ormai lontano. Alla marchesa Isabella, che chiedeva la cortesia di inviare il ritratto a Mantova per confrontarlo con alcuni ritratti di Bellini, Cecilia confessava che quel dipinto non le assomigliava per niente, non però

«per difecto del maestro, che in vero credo non se truova a llui un paro: ma […] per esser fatto esso ritratto in una età sì imperfecta, che io ho poi cambiata tutta quella effigie, talmente che vedere epso et me tutto insieme, non è alchuno che lo giudica esser fatto per me […]».

Oggetto di un noto sonetto di Bellincioni (Sopra il ritratto di Madonna Cecilia, qual fece Leonardo), il ritratto tanto acclamato dai contemporanei si perde improvvisamente, forse poco dopo la morte di Cecilia, nel buio della storia.
Ricompare infatti solo nell’Ottocento, in Polonia — privo dell’indicazione dell’autore, e senza memoria dell’identità della donna ritratta. Era stato acquistato forse in Italia da Adam, figlio di Izabela Czartoryska (1746-1835) che nel suo palazzo di Pulawy, riunisce un’importante collezione destinata a molte peripezie per le tragiche vicissitudini del regno polacco. Nel 1831, dopo l’insurrezione di novembre contro i russi, la principessa Czartoryska trasferisce la collezione a Parigi. I quadri torneranno in Polonia nel 1870, nel palazzo di Cracovia. Nel 1914, poco prima dello scoppio della guerra, i più preziosi quadri della collezione Czartoryski — e la Dama di Leonardo tra questi — furono esposti nella Gemäldegalerie di Dresda.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, in seguito all’invasione tedesca, la collezione fu condotta in Germania e depredata dai nazisti. Nel dicembre del 1939, il quadro fu collocato temporaneamente al Kaiser Friedrich Museum di Berlino per tornare di lì a poco ancora in Polonia, assieme alla collezione, per abbellire la residenza ufficiale del governatore nazista Hans Frank nel Castello Reale di Wawel, a Cracovia.
Lo stesso Frank, sul finire della guerra, fece imballare e trasferire i dipinti nella propria villa in Baviera. Qui furono trovati e recuperati dai Monuments Men statunitensi e finalmente riconsegnati alla Polonia nel 1946: una splendida fotografia in bianco e nero immortala il ritorno della Cecilia Gallerani in territorio polacco.

Dal 1991 il capolavoro di Leonardo è esposto al Muzeum Czartoryskich di Cracovia,  ma sembra non poter rinunciare al suo girovagare. Numerosi sono stati infatti i suoi tour europei, l’ultimo in ordine di tempo a Londra. Dal 2012 a seguito della chiusura per lavori del Muzeum Czartoryskich il quadro è esposto al Castello reale del Wawel.

Il ritorno della Dama con l'ermellino in Polonia nel 1946 ©Monuments Men Foundation

Il ritorno della Dama con l'ermellino in Polonia nel 1946 ©Monuments Men Foundation

Bibliografia recente:

L'interpretazione brevemente riassunta in questo articolo e tutti i riferimenti documentari sono contenuti in: A. Ballarin, Nota sul Ritratto di Cecilia Gallerani, in A. Ballarin, Leonardo a Milano. Problemi di leonardismo milanese tra Quattrocento e Cinquecento. Giovanni Antonio Boltraffio prima della pala Casio, con la collaborazione di M. Menegatti e B.M. Savy, 4 tomi, Edizioni dell’Aurora, Verona 2010, I, pp. 233-257.

Per una diversa interpretazione, che non tiene conto delle ipotesi sulla cronologia e i relativi collegamenti documentari qui esposti, si veda il recente catalogo della mostra di Londra: Portrait of Cecilia Gallerani (“The Lady with an Ermine”), in Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan, edited by Luke Syason with Larry Keith, A. Galansino, A. Mazzotta, M. Morre Ede, S. Nethersole and P. Rumberg, The National Gallery, London, 9 November 2011- 5 February 2012, London 2011, pp. 111-113.

 

Cite this article as: Marialucia Menegatti, Leonardo, Ritratto di Cecilia Gallerani, in "STORIEDELLARTE.com", 30 agosto 2014; accessed 27 febbraio 2017.
http://storiedellarte.com/2014/08/leonardo-ritratto-di-cecilia-gallerani-2.html.

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