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El Prado básico. Alessandro e gli anni felici

NON È UN FERMO IMMAGINE ma una sequen­za in movi­men­to, il ricor­do per­fet­ta­men­te niti­do nel­la memo­ria: Cre­mo­na, mar­te­dì 13 mar­zo 1979, ver­so le tre del pome­rig­gio, Ales­san­dro Con­ti e Mas­si­mo Fer­ret­ti scen­do­no i gra­di­ni die­tro le absi­di del Duo­mo ver­so via XX set­tem­bre. È la pri­ma vol­ta che li vedo, la pri­ma vol­ta che cono­sco, fuo­ri dal­le aule dell’università due sto­ri­ci dell’arte; due omo­ni, o meglio, due ragaz­zo­ni: Ales­san­dro ha tren­ta­due anni, Mas­si­mo ven­ti­no­ve, io die­ci esat­ti meno di Ales­san­dro, ven­ti­due. Li ha con­vo­ca­ti nel­la mia cit­tà Anto­nio Boschet­to, allie­vo bolo­gne­se di pri­ma gene­ra­zio­ne e a lun­go segre­ta­rio di Rober­to Lon­ghi, per pre­sen­ta­re, alla libre­ria Rina­sci­ta, gli Stu­di di Sto­ria dell’arte, la rac­col­ta degli scrit­ti di sua moglie, mia zia Lui­sa, Maria Lui­sa Fer­ra­ri, a un anno dal­la sua tra­gi­ca scom­par­sa, a soli qua­ran­tot­to anni. Un nume­ro che ritor­na in que­sta sto­ria. Aves­se­ro quell’età ades­so, tren­ta­due e ven­ti­no­ve anni, Ales­san­dro e Mas­si­mo sareb­be­ro, for­se, pre­co­ci dot­to­ran­di: loro inse­gna­no già all’università di Bolo­gna e da quel momen­to diven­ta­no, per me, come due fra­tel­li mag­gio­ri, affet­tuo­si e pun­gen­ti, iro­ni­ci e seve­ri; mi apro­no la men­te con una sem­pli­ci­tà disar­man­te, sen­za litur­gie; mi invi­ta­no a capi­re le cose, a discu­ter­le sen­za sog­ge­zio­ne, indul­gen­ti con le cor­bel­le­rie che, ine­vi­ta­bil­men­te, pos­so dire, facen­do­mi sen­ti­re, in qual­che modo, alla pari. Qual­che anno più avan­ti Mas­si­mo, Anna [Colom­bi Fer­ret­ti] e lo sca­te­na­to Fran­ce­sco diven­te­ran­no la mia fami­glia bolo­gne­se, quan­do da Pado­va, dopo la lau­rea, pas­so a Bolo­gna per il per­fe­zio­na­men­to e per il dot­to­ra­to.

Ales­san­dro inve­ce mi adot­ta subi­to: sono «i miei anni di for­ma­zio­ne». A Firen­ze Boschet­to, che mi ave­va volu­to con sé l’estate pre­ce­den­te nel­la casa di via Pier Cap­po­ni e poi a Esma­te – alle spal­le del lago d’Iseo, lo splen­di­do sce­na­rio del­la vil­leg­gia­tu­ra di casa Fer­ra­ri fin dai pri­mi anni del Nove­cen­to – per­ché gli des­si una mano per l’apparato ico­no­gra­fi­co del libro, mi ha pre­sen­ta­to a Pao­la Baroc­chi e a Ulri­ch Mid­del­dorf, e a un ragaz­zi­no che da gran­de avreb­be volu­to fare lo sto­ri­co dell’arte sem­bra di poter toc­ca­re il cie­lo con un dito. L’Istituto Tede­sco non è quel­lo di ades­so: c’è Anchi­se in foto­te­ca, i libri si tro­va­no anco­ra al loro posto, non c’è il via vai e il chiac­chie­ric­cio attua­le, non sen­ti vola­re una mosca; un para­di­so. Dal 1979, nei miei tan­ti sog­gior­ni fio­ren­ti­ni sono ospi­te di Ales­san­dro, in via d’Ardiglione; mi fa cono­sce­re papà Mar­cel­lo e mam­ma Aure­lia­na, diven­to di casa. Mi fa incon­tra­re un ami­co che ave­vo visto, bre­ve­men­te, al fune­ra­le del­la zia, Gugliel­mo Gal­li, Memo, restau­ra­to­re all’Opificio e dei qua­dri di casa Lon­ghi, con la cara moglie Danie­la Migna­ni. Ricor­do con alle­gria e strug­gi­men­to le cene nel­la loro casi­na, pic­ci­na e cal­da d’affetti, in Sant’Ilario a Colom­ba­ia, fuo­ri Por­ta Roma­na, veglia­ta dal cani­no Whi­st; io ero il bam­bi­no del grup­po, con Ales­san­dro che mi face­va imba­raz­zan­ti eser­ci­zi di con­nois­seur­ship sul­la temu­tis­si­ma – e faci­lis­si­ma – gui­da El Pra­do bási­co. Non rico­no­sce­vo le cose più ele­men­ta­ri nean­che ad ammaz­zar­mi: Ales­san­dro mi sgri­da­va con curio­se par­tac­ce («…o Mar­co, te tu ti devo bron­to­la­re…»). Anche i Gal­li mi adot­ta­no, con una dol­cez­za indi­men­ti­ca­bi­le; Danie­la sem­bra Ila­ria Occhi­ni, Memo un uffi­cia­le prus­sia­no, drit­to, altis­si­mo, cau­sti­co, inquie­to. Vie­ne qual­che anno dopo a Cre­mo­na, per restau­ra­re i qua­dri del­la Fon­da­zio­ne Stauf­fer, e pas­sia­mo bel­le gior­na­te insie­me. Muo­re trop­po pre­sto, anche lui a qua­ran­tot­to anni, nel 1987. Ricor­do, come fos­se ades­so, la tele­fo­na­ta dell’annuncio che mi lascia sen­za fia­to, appe­na rien­tra­to a casa da Giro­na, dal con­ve­gno sul­lo Pseu­do Bra­man­ti­no. Pro­prio nel nome del­lo Pseu­do Bra­man­ti­no, alla fine degli anni Set­tan­ta, Ales­san­dro mi ave­va già spe­di­to a Tori­no a par­la­re per la pri­ma vol­ta con Gian­ni Roma­no: un’altra ami­ci­zia che mi cam­bia la vita.


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Il 1981 è un anno memo­ra­bi­le per me: a Pado­va sono uno stu­den­te mol­to svo­glia­to, in autun­no mi devo lau­rea­re, ma già da tem­po mi pia­ce spo­star­mi a Bolo­gna per segui­re Ales­san­dro; ad apri­le gli fac­cio da auti­sta (all’epoca non ha anco­ra pre­so la paten­te) sul­la mia scal­ci­na­ta 127, sono il suo sher­pa, por­ta­to­re di caval­let­to e mac­chi­na foto­gra­fi­ca, per tre set­ti­ma­ne in Umbria, in un semi­na­rio orga­niz­za­to per i suoi stu­den­ti bolo­gne­si. Non sono l’unico ester­no, ci sono anche la Mau­ra Masi­ni, di San Cascia­no, restau­ra­tri­ce allo­ra in erba, ami­ca di Ales­san­dro, più bel­la di Mim­sy Far­mer, che pure all’epoca ci pia­ce­va un sac­co, due ragaz­ze napo­le­ta­ne (che fine avrà fat­to Fiam­met­ta, splen­di­da e alte­ra, che non ho mai più rivi­sto?) allie­ve di Fer­di­nan­do Bolo­gna e un gio­va­ne e arruf­fa­to Mario Alber­to Pavo­ne. Gra­zie a Bru­no Tosca­no – con Gio­van­na Sapo­ri e il mari­to Giu­lia­no, da allo­ra, «gli ami­ci spo­le­ti­ni» – fac­cia­mo base nel­la fore­ste­ria di Vil­la Reden­ta a Spo­le­to, con il gran­de par­co e i pavo­ni. E in quel semi­na­rio capi­sco cosa vuol dire inse­gna­re, dav­ve­ro, la sto­ria dell’arte; come dev’essere un vero mae­stro che si spen­de total­men­te per i suoi stu­den­ti, per far­li appas­sio­na­re, come assil­la­to da una costan­te pre­oc­cu­pa­zio­ne peda­go­gi­ca. Ci riflet­to da tem­po, negli ulti­mi anni, per quel­lo che poi è diven­ta­to il mio lavo­ro all’università: il mio com­pi­to non è quel­lo di dover crea­re per for­za degli sto­ri­ci dell’arte, ma piut­to­sto quel­lo di far ama­re e capi­re la mia mate­ria, di accen­de­re una pic­co­la luce nel­lo sguar­do dei ragaz­zi. Ales­san­dro ci riu­sci­va, dava tut­to se stes­so per riu­scir­ci. Non dimen­ti­co una gior­na­ta pas­sa­ta nel­la basi­li­ca di San Fran­ce­sco ad Assi­si che sarà sta­ta fisi­ca­men­te mas­sa­cran­te – ma a ven­ti­quat­tro anni cos’è mas­sa­cran­te? –, ma quan­te cose mi ha fat­to impa­ra­re: ha pian­ta­to, come un dia­man­te nel­la mia testa, Cima­bue, il Pit­to­re oltre­mon­ta­no, il Mae­stro di Isac­co, ovve­ro Giot­to, Pie­tro Loren­zet­ti e Simo­ne Mar­ti­ni, le vetra­te del Mae­stro di Figli­ne… e soprat­tut­to, come guar­da­re. O i sopra­luo­ghi nel­la Val­ne­ri­na anco­ra feri­ta dal ter­re­mo­to di due anni pri­ma; il Mae­stro di Eggi (per­ché ricor­do pro­prio il Mae­stro di Eggi?); l’abside di Arro­ne, la sali­ta al cati­no del­la Con­ce­zio­ne di Spo­le­to, con Bru­no che tra­smet­te l’emozione vera di vede­re da vici­no il «suo» Sero­di­ne da poco sco­per­to, tra «rischio e cal­co­lo», brut­to ma non per que­sto meno com­mo­ven­te. E, sul ver­san­te oppo­sto del­la qua­li­tà, l’indimenticabile Bot­te­ga di San Giu­sep­pe di Ser­ro­ne, una tela entra­ta da quel momen­to nel nove­ro dei capo­la­vo­ri del Sei­cen­to in Ita­lia. Fer­ve­va il can­tie­re del­le Ricer­che in Umbria, e Ales­san­dro riu­sci­va a far per­ce­pi­re ai suoi stu­den­ti quel­lo spi­ri­to così alto e con­sa­pe­vo­le di inda­gi­ne ter­ri­to­ria­le, che ren­de­va l’Umbria di Bru­no, il Pie­mon­te di Gian­ni Roma­no e la soprin­ten­den­za del­la Bolo­gna di allo­ra, dei fari lumi­no­si nel cuo­re pul­san­te del­la ricer­ca in Ita­lia. Anche que­sto gli devo: mi ha fat­to cono­sce­re per­so­ne e situa­zio­ni, mi ha aper­to gli occhi su cose alle qua­li non ave­vo mai pen­sa­to, mi ha inse­gna­to un mestie­re dove ci si spor­ca­no le mani e ci s’impolvera, dove non ci si stan­ca di inse­gui­re pre­ti e sagre­sta­ni per far­si apri­re le chie­se, dove non ti devo­no stu­fa­re le doman­de spes­so bana­li degli stu­den­ti sul­le ope­re, sul come e sul per­ché del­le cose (ades­so il più del­le vol­te ti si chie­de dove si pos­so­no tro­va­re le foto­co­pie o se si deve stu­dia­re da pagi­na tale a pagi­na talal­tra); ha sti­mo­la­to un mare di curio­si­tà. E poi ci sono le not­ti di Vil­la Reden­ta: all’inizio io e Ales­san­dro dor­mia­mo nel­la stes­sa stan­za; ma un ragaz­zo cari­no e intra­pren­den­te, in pre­da a una cen­tri­fu­ga di ormo­ni, in mez­zo a un grup­po di coe­ta­nee, fa fati­ca a tene­re a fre­no la pro­pria esu­be­ran­za. Ver­so le sei del­la mat­ti­na rien­tra­vo pia­no pia­no con le scar­pe in mano per non fare rumo­re: Ales­san­dro fin­ge­va evi­den­te­men­te di dor­mi­re, per­ché poi sape­va benis­si­mo dove e con chi ero sta­to. E si diver­ti­va un sac­co a rac­con­tar­lo in giro, l’infame; con una cer­ta pre­mu­ra anche quan­do, anni dopo, mi spe­di­va qual­che sua stu­den­tes­sa a chie­de­re lumi per le pro­prie ricer­che («…ma stia atten­ta, signo­ri­na, mi rac­co­man­do, per­ché l’è un liber­ti­no»). Se c’è sta­ta una cre­sci­ta intel­let­tua­le gra­zie a quel semi­na­rio, va anche det­to che a Spo­le­to nell’aprile del 1981 ho tra­scor­so uno dei momen­ti più tene­ra­men­te e spen­sie­ra­ta­men­te impic­cia­ti del­la mia vita.

Fine di otto­bre, mi lau­reo a Pado­va con Fran­ca Zava e Giu­sep­pe Pava­nel­lo: che non sia sta­to uno stu­den­te model­lo lo dice la media bas­sis­si­ma dei miei esa­mi, però la tesi rie­sce a pren­de­re 17 pun­ti e arri­vo a 110; il bidel­lo Gian­ni, da quel momen­to e per gli anni a veni­re, mi trat­te­rà con auten­ti­ca defe­ren­za a ogni mio ritor­no al Livia­no. Il signi­fi­ca­to vero di que­sto exploit è che qual­co­sa è cam­bia­to: mi è scop­pia­ta la pas­sio­ne. Nel frat­tem­po scri­vo una gui­da Elec­ta del Palaz­zo Comu­na­le di Cre­mo­na: chi può veni­re a pre­sen­tar­la, l’antivigilia di Nata­le del 1981, se non Ales­san­dro. Non mi fac­cio pren­de­re da gran­di ansie, nono­stan­te sia la mia pri­ma appa­ri­zio­ne pub­bli­ca, così la sera pri­ma fac­cio un giro al Bis­so­ne, un’osteria all’epoca varia­men­te fre­quen­ta­ta. Sul tar­di entra, come un’apparizione, Fran­ce­sco Guc­ci­ni, da solo: cosa ci farà a Cre­mo­na, boh? Fat­to sta che a una cert’ora si chiu­de la por­ta e, in una deci­na, tiria­mo mat­ti­na tra vino e can­zo­ni. Ver­so le set­te la por­ta si ria­pre, albeg­gia e la stra­da è vela­ta da un man­to di neve leg­ge­ra, che con­ti­nua a scen­de­re pia­no; la pren­dia­mo nel bic­chie­re, come si face­va una vol­ta e ci salu­tia­mo, per non veder­ci più. Più tar­di, rin­tro­na­to, recu­pe­ro Ales­san­dro alla sta­zio­ne di Fiden­za: lui non si rispar­mia per pre­sen­ta­re una cosa in fon­do pic­co­la pic­co­la come la mia gui­da. Glie­ne sono gra­to per la vita, e il cor­so di quel­le ven­ti­quat­tro­re, nel­la memo­ria, diven­ta magi­co, come quan­do, in Nove­cen­to, De Niro va a ripren­de­re la San­da nell’osteria dei pove­ri e cre­do­no, per un momen­to, di ritro­va­re insie­me la feli­ci­tà, impos­si­bi­le, sot­to la neve.

Cremona, 23 dicembre 1981

Cre­mo­na, 23 dicem­bre 1981

Sono, gli Ottan­ta, i miei anni bolo­gne­si, con Ales­san­dro, Mas­si­mo e l’Anna, Nino [Casta­gno­li] e la moglie Dona­tel­la, la Dal­gi [Adal­gi­sa Lugli], altra sorel­la mag­gio­re strap­pa­ta via trop­po pre­sto, Dario Tren­to, Pie­ro Nar­ci­si, la Lilias [Varo­li Piaz­za: mia moro­sa all’epoca]; anni di più assi­due fre­quen­ta­zio­ni, di mag­gio­re impe­gno negli stu­di e di memo­ra­bi­li barac­che not­tur­ne. Spe­ri­men­to Ales­san­dro, final­men­te, come mio pro­fes­so­re, nel­le aule di via Zam­bo­ni dove ave­va inse­gna­to Lon­ghi e nei sopral­luo­ghi; è memo­ra­bi­le, tra le tan­te, una lezio­ne a Pesa­ro davan­ti alla gran­de pala di Gio­van­ni Bel­li­ni e al ton­do con la Testa del Bat­ti­sta, che per lui non era mai diven­ta­to e mai sareb­be potu­to diven­ta­re di Mar­co Zop­po. E noi con lui, alla fac­cia di tut­te le revi­sio­ni. Ora sul­le pagi­ne di «Para­go­ne» – e anche su que­sto blog – lo con­fer­ma, in manie­ra defi­ni­ti­va, pro­prio una del­le nuo­ve leve del­la scuo­la bolo­gne­se, il bra­vo Gia­co­mo Alber­to Calo­ge­ro. Andia­mo sem­pre a man­gia­re da Lam­ma, sot­to le tor­ri, maga­ri con Nino e Omar [Cala­bre­se], e, al ritor­no, imman­ca­bil­men­te, c’è la sfu­ria­ta con Gerar­do, il bidel­lo, che ha chiu­so a chia­ve la por­ta del bagno: tut­ti i gior­ni. Ales­san­dro è gran­de e gros­so, è un orco che sbrai­ta, che met­te pau­ra con i suoi urlac­ci; que­ste sue intem­pe­ran­ze carat­te­ria­li mi diver­to­no un sac­co: in que­sto ci asso­mi­glia­mo, anche se io non ho il suo phy­si­que du rôle. A pro­po­si­to del suo carat­te­rac­cio e del­la sen­sa­zio­ne dell’elefante in cri­stal­le­ria, potrei rac­con­ta­re deci­ne di aned­do­ti «da ride­re», come quel­lo di un ami­co fio­ren­ti­no con il qua­le, in un con­ve­gno a Tor­gia­no, ha avu­to una discus­sio­ne. La mat­ti­na dopo, mol­to pre­sto, lo incro­cio nel cor­ri­do­io dell’albergo che, vali­ge alla mano, scap­pa ter­ro­riz­za­to per­ché ha avu­to un incu­bo, con Ales­san­dro che dal pal­co dei rela­to­ri lo addi­ta al pub­bli­co con voce tonan­te: «te tu sei ‘n imbe­cil­le!». Pro­va­va un gusto sadi­co nel met­te­re in imba­raz­zo i suoi inter­lo­cu­to­ri, soprat­tut­to gli ami­ci: ci riu­sci­va benis­si­mo anche con me, natu­ral­men­te, però sape­vo abba­stan­za bene come pren­der­lo; ricor­do anche un sac­co di gen­te che ci resta­va malis­si­mo. Ci allie­ta anco­ra ades­so il rac­con­to di esi­la­ran­ti sto­rie di par­ruc­chi­ni, di qua e di là dell’oceano.

1985: mostra dei Cam­pi a Cre­mo­na; Gian­ni Roma­no conia quel «sia­mo tut­ti cre­mo­ne­si», che diven­ta la sigla di una sta­gio­ne. Casa mia, in via Ber­te­si, è un por­to di mare per gli sto­ri­ci dell’arte del­la «sini­stra lon­ghia­na» (altra defi­ni­zio­ne di Ales­san­dro, sul Mani­fe­sto del 26 set­tem­bre 1980): Ales­san­dro ci tor­na più vol­te. Gran­di man­gia­te nel cor­ti­le di Cer­ri, davan­ti a San­ta Maria del­la Pie­tà, e sot­to le pian­te al secon­do barac­chi­no, sull’argine pia­cen­ti­no del Po. L’11 giu­gno Ales­san­dro Bal­la­rin orga­niz­za a Pado­va la pri­ma Gior­na­ta di stu­dio sul­la pit­tu­ra pada­na fra Quat­tro e Cin­que­cen­to, che entra subi­to nel­la vul­ga­ta comu­ne come «Pampurino’s day»: Bal­la­rin ribal­ta, come se nien­te fos­se, la pri­ma Salo­mè (la stes­sa sor­te toc­che­rà, anni dopo, al pri­mo Bol­traf­fio), poi attri­bui­sce le ante d’organo di San Miche­le a Cre­mo­na a Boc­cac­cio Boc­cac­ci­no; Gian­ni espri­me i suoi indi­men­ti­ca­bi­li «desi­de­ra­ta», la Gre­go­ri è, con un corag­gio da leo­nes­sa, nel­la tana del nemi­co a difen­de­re «la sicu­rez­za del cono­sci­to­re» che l’ha por­ta­ta ad attri­bui­re al Pam­pu­ri­no le ante [e ave­va ragio­ne lei…]; Mario Di Giam­pao­lo dà di mat­to, in cor­ti­le, con Giu­lio Bora; men­tre Ales­san­dro, par­ten­do da diver­gen­ze, dicia­mo così, di carat­te­re meto­do­lo­gi­co, apo­stro­fa in manie­ra colo­ri­ta Jani­ce Shell.

Ci si vede mol­to in que­gli anni, non solo a Bolo­gna: ricor­do nel 1987 una lun­ghis­si­ma e fred­dis­si­ma tra­sfer­ta a Bari per il con­cor­so del­le Acca­de­mie, con mac­chi­no­ne gui­da­to final­men­te da lui, nel­le vesti di chauf­feur e, qua­si, di pater fami­lias; pas­seg­ge­ri la Mari­na con il pan­cio­ne, Ele­na Rama, Dario Tren­to e io, con la feb­bre a qua­ran­ta. L’anno seguen­te, inve­ce, tut­ti a Lec­ce per il con­ve­gno in memo­ria di mia zia, amo­re­vol­men­te volu­to da Regi­na Poso e Lucio Galan­te; sia­mo tut­ti all’Hotel Risor­gi­men­to, Fer­di­nan­do Bolo­gna, Lucia­no Bel­lo­si, Gian­ni Roma­no («o Gian­ni, te come sei tut­to bel­lo rav­via­to»), e i “pic­co­li del­lo Pseu­do Bra­man­ti­no”, io e la Fau­sta Navar­ro. È il pri­mo con­tat­to con quel­la che, per una coin­ci­den­za del desti­no dav­ve­ro curio­sa, diven­te­rà, sul­le orme del­la zia Lui­sa, l’università del­la mia vita: pren­de­rò ser­vi­zio qual­che anno dopo, il pri­mo luglio del 1995.

Nel­lo stes­so 1988 Mas­si­mo e Ales­san­dro vin­co­no il con­cor­so di pro­fes­so­re ordi­na­rio e sono chia­ma­ti a Mila­no. Da qui i miei ricor­di si fan­no più lacu­no­si e indi­stin­ti, come avvol­ti dal­la neb­bia e sfio­ra­ti da un lie­ve ali­to di males­se­re che si insi­nua pia­no e non mi abban­do­na. Se fos­si­mo anco­ra in Nove­cen­to, ci sareb­be il pas­sag­gio dall’autunno degli ama­ri pre­sa­gi ver­so un lun­go e tra­gi­co inver­no. Io, che ho sem­pre avu­to una bel­la memo­ria per le cro­no­lo­gie, rimuo­vo dal­la men­te lun­ghi perio­di, ai qua­li non rie­sco anco­ra a guar­da­re con la dovu­ta luci­di­tà; sono anni con­fu­si e disor­di­na­ti e i rari ricor­di vena­ti da que­sta pun­ta di disa­gio. Non sono il solo: per Ales­san­dro sono gli anni del­la vol­ta Sisti­na e del­le sue ama­rez­ze: le per­ples­si­tà sul restau­ro lo spin­go­no a una pole­mi­ca sacro­san­ta, costrui­ta su soli­dis­si­mi fon­da­men­ti sto­ri­ci, scien­ti­fi­ci e tec­ni­ci e det­ta­ta da una for­tis­si­ma ten­sio­ne mora­le. È lascia­to solo con­tro le arma­te del Vati­ca­no, la stam­pa di regi­me e il con­for­mi­smo degli sto­ri­ci dell’arte, ben alli­nea­ti e coper­ti a gri­da­re al mira­co­lo. Ales­san­dro ha ragio­ne su tut­ta la linea: anda­te­la a rive­de­re, ades­so, la vol­ta: per que­sto è fat­to ogget­to di insul­ti bece­ri e pet­te­go­lez­zi infa­man­ti. L’intervento, poi, sdo­ga­na tut­to il peg­gio che segui­rà, nei restau­ri, negli anni a veni­re. E lui lo sape­va già. Para­dos­sal­men­te, pur essen­do più vici­no, a Mila­no ci vedia­mo meno, anzi non ci vedia­mo qua­si mai, ma per­ce­pi­sco che qual­co­sa non fun­zio­na, che non rie­sce a por­ta­re avan­ti i suoi pro­get­ti, che la cit­tà e l’ambiente uni­ver­si­ta­rio – e come dar­gli tor­to – non sono quel­lo che si aspet­ta­va. Mila­no è una piaz­za dif­fi­ci­le: cre­do che l’abbia sof­fer­ta tan­tis­si­mo, ma di que­sto non abbia­mo mai par­la­to; non so qua­li sono le sue fre­quen­ta­zio­ni, non so chi sono gli allie­vi. Nel giu­gno del 1990 vie­ne a Cre­mo­na, per un con­ve­gni­no che ho orga­niz­za­to in occa­sio­ne del restau­ro del Boc­cac­ci­no nell’abside del Duo­mo; mi sem­bra stan­co, ha la tos­se. Tor­na in bal­lo, anco­ra una vol­ta, il Pam­pu­ri­no e Ales­san­dro dà una defi­ni­zio­ne ful­mi­nan­te degli affre­schi di Scan­do­la­ra Rava­ra: «uno schi­fac­chio­ne».

Poi non ci vedia­mo pro­prio più, per un pez­zo: si tra­sfe­ri­sce a Sie­na. Io chiu­do con Bolo­gna in manie­ra trau­ma­ti­ca. Boschet­to si è con­vin­to, chis­sà come, che io «sia pas­sa­to dal­la par­te del­la Gre­go­ri» [cre­do che una cosa del gene­re vada vir­go­let­ta­ta, comun­que. Poi un gior­no, for­se, si riu­sci­rà a ragio­na­re sul­le tur­be e le gelo­sie che agi­ta­va­no gli allie­vi di Lon­ghi. Per la cro­na­ca, in que­gli anni, per la Gre­go­ri, ero un «fazio­so detrat­to­re di pro­vin­cia» (la sua); men­tre io, testo­riz­zan­do, stor­pia­vo il suo nome in «Minàs»] e non lo vedrò né lo sen­ti­rò più. Atto secon­do: dopo la pro­va scrit­ta – ma che anno era? – qual­cu­no che sa mi dice che ho, in pra­ti­ca, stra­vin­to il con­cor­so per con­ser­va­to­re dei Musei Civi­ci d’Arte Anti­ca; all’orale discu­to con la tran­quil­li­tà e la sicu­rez­za del caso i tito­li e le pub­bli­ca­zio­ni e…il con­cor­so lo vin­ce il pove­ro Ste­fa­no Tumi­dei, che ha sei anni meno di me (con tut­to quel­lo che com­por­ta, a quell’età, pro­prio in fat­to di tito­li e pub­bli­ca­zio­ni), con il qua­le non pos­so cer­to pren­der­me­la. Tiro giù un’altra dolo­ro­sis­si­ma sara­ci­ne­sca. Atto ter­zo: qual­che tem­po dopo, anche qui non ricor­do l’anno, entro in pina­co­te­ca e, in una salet­ta tri­ste di dona­zio­ni, mi accor­go che cer­ti qua­druc­ci li ho già visti, ma dove li ho visti? Dopo un atti­mo di gelo mi si bloc­ca lo sto­ma­co: era­no a Cre­mo­na, in via Ber­te­si; mi tor­na subi­to in men­te dov’erano appe­si in casa del­la zia. Cosa ci fan­no qui? È una pro­fa­na­zio­ne del­la memo­ria: non sono qua­dri «da» Pina­co­te­ca Nazio­na­le di Bolo­gna, sono i ricor­di di una per­so­na cara, dai qua­li non ci si deve stac­ca­re, mai. Que­sto melo­dram­ma in tre atti e la sen­sa­zio­ne sor­di­da del tra­di­men­to mi fan­no taglia­re tut­ti i pon­ti con Bolo­gna; per una quin­di­ci­na d’anni non rie­sco a tor­na­re nel­la cit­tà dove ave­vo pas­sa­to momen­ti bel­lis­si­mi, mi fa trop­po male.

Non vedo e non sen­to più nean­che Ales­san­dro, sen­za alcun moti­vo, però: è la mia vita che sban­da in que­gli anni vuo­ti, nei qua­li l’unico vero sfo­go all’inquietudine è lo stu­dio; mi arri­va­no noti­zie un po’ crip­ti­che sul­la sua salu­te – «non sta bene» – alle qua­li non do il giu­sto peso. Lo rive­do all’inaugurazione del­la mostra di Fran­ce­sco di Gior­gio a Sie­na, nell’aprile del 1993, ed è come vede­re un fan­ta­sma. Mi crol­la il mon­do addos­so: ha la pel­le gri­gia che copre a sten­to le ossa, il gigan­te si è come dis­sol­to, è magris­si­mo e si tra­sci­na feb­bri­ci­tan­te, con enor­me fati­ca, nel­la nava­ta di Sant’Agostino. Con Gio­van­ni Ago­sti andia­mo a cola­zio­ne a casa sua, con Mari­na e la pic­co­la Ales­san­dra; par­lia­mo, non so di cosa: sono sot­to choc. Ricor­do un movi­men­to stra­no a tavo­la, come di un bic­chie­re che sta per cade­re e lui non rie­sce ad affer­rar­lo, con gli occhi dispe­ra­ti e impo­ten­ti che mi guar­da­no per un atti­mo; quel­lo sguar­do è un altro fla­sh dolo­ro­so che non mi esce più dal­la men­te. Que­sta cosa mi divo­ra, a distan­za, per tut­to l’anno che pas­sa, nell’attesa del­la mor­te che ho visto quel gior­no, che sta arri­van­do, che è già lì: sto, vigliac­ca­men­te, a covar­me­la den­tro, sen­za più il corag­gio di anda­re a tro­var­lo.

Mi scu­so con i let­to­ri per la lun­ghez­za e l’autoreferenzialità di que­sto pez­zo; è sta­ta l’occasione per me di met­te­re in fila ricor­di e pen­sie­ri che vaga­va­no sen­za un ordi­ne da anni. Per tut­to quel­lo che Ales­san­dro ha signi­fi­ca­to per me, glie­lo dove­vo. Spe­ro di ave­re fat­to capi­re, alme­no in par­te, cosa sia sta­to per me ragaz­zo, per la mia cre­sci­ta, per le mie scel­te, spes­so non faci­li e poco alli­nea­te. Non ho volu­to par­la­re, qui, dei suoi libri, del­le sco­per­te o dei suoi meri­ti di gran­de stu­dio­so, sareb­be sta­to fin trop­po faci­le; mi è sem­bra­to più bel­lo rac­con­ta­re la sua voca­zio­ne didat­ti­ca e peda­go­gi­ca, la sua capa­ci­tà di tra­smet­te­re le pas­sio­ni; l’indipendenza di pen­sie­ro, il non scen­de­re a com­pro­mes­si, la ten­sio­ne eti­ca, il suo esse­re comu­ni­sta. Non ho volu­to dare un’immagine edul­co­ra­ta né sono mai entra­to, più di tan­to, nei suoi luo­ghi oscu­ri e nei tor­men­ti, che pure c’erano; ho rie­vo­ca­to qual­che aned­do­to per­ché con lui ho riso tan­to. Non mi sono arro­ga­to ere­di­tà, che non ci sono: chi ha ten­ta­to di far­lo, tra un con­cor­so uni­ver­si­ta­rio e l’altro, si è per­so die­tro a smal­ti­ni e into­na­chi­ni, volan­do bas­so, sen­za corag­gio e sen­za la sua coscien­za poli­ti­ca e civi­le. Gli ho volu­to bene, tan­tis­si­mo, e mi man­ca da mori­re. E il suo è un vol­to che por­to den­tro di me, sem­pre, insie­me a quel­li, pochi, del pan­theon di per­so­ne care che mi han­no accom­pa­gna­to nel pas­sag­gio da ragaz­zo a uomo, che han­no segna­to la mia vita e non han­no tra­di­to: Ales­san­dro, Memo, la Dal­gi, la zia Lui­sa, for­se mio non­no Pie­ro, che è mor­to nel 1937, ban­di­to da Fari­nac­ci il gior­no dopo la mar­cia su Roma, e che non ho mai cono­sciu­to. Con l’età cre­sco­no la nostal­gia e le osses­sio­ni: pen­so a cosa avrei potu­to fare insie­me a loro in un’altra sta­gio­ne del­la vita, ho lo strug­gi­men­to per momen­ti lon­ta­ni, mi com­muo­vo risen­ten­do cer­ti odo­ri o veden­do cer­ti colo­ri che riman­da­no a luo­ghi e a situa­zio­ni che cre­de­vo dimen­ti­ca­te: un’erba, una col­la, una mac­chia di muf­fa su un muro. Apro un libro, tro­vo una foto­co­pia di quel­le che rima­ne­va­no attac­ca­te, annu­so la car­ta vec­chia. Fac­cio stra­ni cal­co­li con le date: que­ste per­so­ne a cui ho volu­to bene sono mor­te qua­si tut­te a qua­ran­tot­to anni, e io ormai ne ho die­ci di più; quan­do ho cono­sciu­to Ales­san­dro ne ave­vo ven­ti­due, come mia figlia Bea­tri­ce. La Bea che ades­so stu­dia sto­ria dell’arte a Bolo­gna, con Danie­le Bena­ti e Andrea Bac­chi, con l’Elisabetta Sam­bo alla Foto­te­ca Zeri sem­pre affet­tuo­sa e dispo­ni­bi­le: è la mia gene­ra­zio­ne, sono gli allie­vi, bra­vis­si­mi, di un gran­de mae­stro che ha sapu­to crea­re una scuo­la, quel Car­lo Vol­pe, che Boschet­to cer­ca­va di far­mi guar­da­re con il suo mala­ni­mo (era più gio­va­ne, era bolo­gne­se, era immen­sa­men­te più bra­vo di lui: anco­ra una vol­ta splen­do­ri e mise­rie dei lon­ghia­ni). Io, alla fine, inse­gno a Lec­ce, dove i miei col­le­ghi di que­sti anni sono sta­ti gli allie­vi del­la zia Lui­sa, dove Regi­na è sta­ta una del­le più care ami­che di Ales­san­dro. È un giro­ton­do biz­zar­ro, inaf­fer­ra­bi­le.

La sto­ria si chiu­de al Cimi­te­ro degli Allo­ri, a Firen­ze, il 6 mag­gio 1994, una gior­na­ta di sole ter­sa, con una luce bel­lis­si­ma e il cie­lo di un azzur­ro splen­den­te; anco­ra una vol­ta insie­me a Gio­van­ni, che quel gior­no ha scrit­to sul Mani­fe­sto un necro­lo­gio indi­men­ti­ca­bi­le, che ti strap­pa il cuo­re e le visce­re (come quel­lo, tre anni fa, per Lucia­no: due atti di amo­re vero e sen­za scon­ti, per­ché la crea­zio­ne del san­ti­no e il rat­to acca­par­ra­men­to del­la sal­ma si lascia­no volen­tie­ri ad altri). Non ricor­do nien­te di quel gior­no lumi­no­sis­si­mo se non il cie­lo, i cipres­si e la ghia­ia dei via­let­ti. E il mio pian­to dispe­ra­to: non ho mai pian­to così tan­to, non ho più pian­to così tan­to.

Il Cedro di Villa Redenta, Spoleto

Il Cedro di Vil­la Reden­ta, Spo­le­to



L’articolo fa par­te di una serie dedi­ca­ta alla memo­ria di Ales­san­dro Con­ti (1946–1994) a vent’anni dal­la mor­te.
Sono usci­ti:
– Gio­van­na Ragio­nie­ri, Ricor­do di Ales­san­dro Con­ti (5 mag­gio 2014)
– Pao­la Tognon, Per Ales­san­dro Con­ti: un ricor­do (9 mag­gio 2014)
– Anchi­se Tem­pe­sti­ni, Per Ales­san­dro Con­ti (18 mag­gio 2014)
– Anto­nio Nata­li, Da “I din­tor­ni dell’anima” (per Ales­san­dro Con­ti) (21 mag­gio 2014)
– Bar­ba­ra Cinel­li, “Can­zo­ne (qua­si) per un ami­co”: Con­ti nel ricor­do di Bar­ba­ra Cinel­li (24 mag­gio 2014)
– Ema­nue­la Fio­ri, Ales­san­dro Con­ti a Bolo­gna nel ricor­do di Ema­nue­la Fio­ri (29 mag­gio 2014)
– Fa­bri­zio Lol­li­ni, Chia­ro­scuri dol­ci e bru­ni: in ri­cordo di Ales­san­dro Con­ti (7 giu­gno 2014)
– Gia­como Al­berto Ca­lo­gero, Ales­san­dro Con­ti su Mar­co Zop­po e Gio­vanni Bel­lini: una let­tera “pri­vata” e una que­stione di meto­do (7 giu­gno 2014)
– Cri­sti­na Quat­tri­ni, Ricor­do di Ales­san­dro Con­ti (23 giu­gno 2014)
– Dona­tel­la Bia­gi Mai­no, Restau­ro. Sto­ria e pra­ti­ca nel pen­sie­ro di Ales­san­dro Con­ti (8 luglio 2014)
– Danie­la Migna­ni Gal­li, Un gran­de bene comu­ne (22 luglio 2014)
– Giu­sep­pe Mai­no, Ales­san­dro Con­ti, sto­ri­co e scien­zia­to (26 luglio 2014)
– Anto­nel­la Capi­ta­nio, Un gior­no d’estate, 1980 (3 ago­sto 2014)

Cite this article as: Marco Tanzi, El Prado básico. Alessandro e gli anni felici, in "STORIEDELLARTE.com", 9 agosto 2014; accessed 5 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2014/08/el-prado-basico-alessandro-e-gli-anni-felici.html.

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