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El Prado básico. Alessandro e gli anni felici

NON È UN FERMO IMMAGINE ma una sequenza in movimento, il ricordo perfettamente nitido nella memoria: Cremona, martedì 13 marzo 1979, verso le tre del pomeriggio, Alessandro Conti e Massimo Ferretti scendono i gradini dietro le absidi del Duomo verso via XX settembre. È la prima volta che li vedo, la prima volta che conosco, fuori dalle aule dell’università due storici dell’arte; due omoni, o meglio, due ragazzoni: Alessandro ha trentadue anni, Massimo ventinove, io dieci esatti meno di Alessandro, ventidue. Li ha convocati nella mia città Antonio Boschetto, allievo bolognese di prima generazione e a lungo segretario di Roberto Longhi, per presentare, alla libreria Rinascita, gli Studi di Storia dell’arte, la raccolta degli scritti di sua moglie, mia zia Luisa, Maria Luisa Ferrari, a un anno dalla sua tragica scomparsa, a soli quarantotto anni. Un numero che ritorna in questa storia. Avessero quell’età adesso, trentadue e ventinove anni, Alessandro e Massimo sarebbero, forse, precoci dottorandi: loro insegnano già all’università di Bologna e da quel momento diventano, per me, come due fratelli maggiori, affettuosi e pungenti, ironici e severi; mi aprono la mente con una semplicità disarmante, senza liturgie; mi invitano a capire le cose, a discuterle senza soggezione, indulgenti con le corbellerie che, inevitabilmente, posso dire, facendomi sentire, in qualche modo, alla pari. Qualche anno più avanti Massimo, Anna [Colombi Ferretti] e lo scatenato Francesco diventeranno la mia famiglia bolognese, quando da Padova, dopo la laurea, passo a Bologna per il perfezionamento e per il dottorato.

Alessandro invece mi adotta subito: sono «i miei anni di formazione». A Firenze Boschetto, che mi aveva voluto con sé l’estate precedente nella casa di via Pier Capponi e poi a Esmate – alle spalle del lago d’Iseo, lo splendido scenario della villeggiatura di casa Ferrari fin dai primi anni del Novecento – perché gli dessi una mano per l’apparato iconografico del libro, mi ha presentato a Paola Barocchi e a Ulrich Middeldorf, e a un ragazzino che da grande avrebbe voluto fare lo storico dell’arte sembra di poter toccare il cielo con un dito. L’Istituto Tedesco non è quello di adesso: c’è Anchise in fototeca, i libri si trovano ancora al loro posto, non c’è il via vai e il chiacchiericcio attuale, non senti volare una mosca; un paradiso. Dal 1979, nei miei tanti soggiorni fiorentini sono ospite di Alessandro, in via d’Ardiglione; mi fa conoscere papà Marcello e mamma Aureliana, divento di casa. Mi fa incontrare un amico che avevo visto, brevemente, al funerale della zia, Guglielmo Galli, Memo, restauratore all’Opificio e dei quadri di casa Longhi, con la cara moglie Daniela Mignani. Ricordo con allegria e struggimento le cene nella loro casina, piccina e calda d’affetti, in Sant’Ilario a Colombaia, fuori Porta Romana, vegliata dal canino Whist; io ero il bambino del gruppo, con Alessandro che mi faceva imbarazzanti esercizi di connoisseurship sulla temutissima – e facilissima – guida El Prado básico. Non riconoscevo le cose più elementari neanche ad ammazzarmi: Alessandro mi sgridava con curiose partacce («…o Marco, te tu ti devo brontolare…»). Anche i Galli mi adottano, con una dolcezza indimenticabile; Daniela sembra Ilaria Occhini, Memo un ufficiale prussiano, dritto, altissimo, caustico, inquieto. Viene qualche anno dopo a Cremona, per restaurare i quadri della Fondazione Stauffer, e passiamo belle giornate insieme. Muore troppo presto, anche lui a quarantotto anni, nel 1987. Ricordo, come fosse adesso, la telefonata dell’annuncio che mi lascia senza fiato, appena rientrato a casa da Girona, dal convegno sullo Pseudo Bramantino. Proprio nel nome dello Pseudo Bramantino, alla fine degli anni Settanta, Alessandro mi aveva già spedito a Torino a parlare per la prima volta con Gianni Romano: un’altra amicizia che mi cambia la vita.


elpradobasico

Il 1981 è un anno memorabile per me: a Padova sono uno studente molto svogliato, in autunno mi devo laureare, ma già da tempo mi piace spostarmi a Bologna per seguire Alessandro; ad aprile gli faccio da autista (all’epoca non ha ancora preso la patente) sulla mia scalcinata 127, sono il suo sherpa, portatore di cavalletto e macchina fotografica, per tre settimane in Umbria, in un seminario organizzato per i suoi studenti bolognesi. Non sono l’unico esterno, ci sono anche la Maura Masini, di San Casciano, restauratrice allora in erba, amica di Alessandro, più bella di Mimsy Farmer, che pure all’epoca ci piaceva un sacco, due ragazze napoletane (che fine avrà fatto Fiammetta, splendida e altera, che non ho mai più rivisto?) allieve di Ferdinando Bologna e un giovane e arruffato Mario Alberto Pavone. Grazie a Bruno Toscano – con Giovanna Sapori e il marito Giuliano, da allora, «gli amici spoletini» – facciamo base nella foresteria di Villa Redenta a Spoleto, con il grande parco e i pavoni. E in quel seminario capisco cosa vuol dire insegnare, davvero, la storia dell’arte; come dev’essere un vero maestro che si spende totalmente per i suoi studenti, per farli appassionare, come assillato da una costante preoccupazione pedagogica. Ci rifletto da tempo, negli ultimi anni, per quello che poi è diventato il mio lavoro all’università: il mio compito non è quello di dover creare per forza degli storici dell’arte, ma piuttosto quello di far amare e capire la mia materia, di accendere una piccola luce nello sguardo dei ragazzi. Alessandro ci riusciva, dava tutto se stesso per riuscirci. Non dimentico una giornata passata nella basilica di San Francesco ad Assisi che sarà stata fisicamente massacrante – ma a ventiquattro anni cos’è massacrante? –, ma quante cose mi ha fatto imparare: ha piantato, come un diamante nella mia testa, Cimabue, il Pittore oltremontano, il Maestro di Isacco, ovvero Giotto, Pietro Lorenzetti e Simone Martini, le vetrate del Maestro di Figline… e soprattutto, come guardare. O i sopraluoghi nella Valnerina ancora ferita dal terremoto di due anni prima; il Maestro di Eggi (perché ricordo proprio il Maestro di Eggi?); l’abside di Arrone, la salita al catino della Concezione di Spoleto, con Bruno che trasmette l’emozione vera di vedere da vicino il «suo» Serodine da poco scoperto, tra «rischio e calcolo», brutto ma non per questo meno commovente. E, sul versante opposto della qualità, l’indimenticabile Bottega di San Giuseppe di Serrone, una tela entrata da quel momento nel novero dei capolavori del Seicento in Italia. Ferveva il cantiere delle Ricerche in Umbria, e Alessandro riusciva a far percepire ai suoi studenti quello spirito così alto e consapevole di indagine territoriale, che rendeva l’Umbria di Bruno, il Piemonte di Gianni Romano e la soprintendenza della Bologna di allora, dei fari luminosi nel cuore pulsante della ricerca in Italia. Anche questo gli devo: mi ha fatto conoscere persone e situazioni, mi ha aperto gli occhi su cose alle quali non avevo mai pensato, mi ha insegnato un mestiere dove ci si sporcano le mani e ci s’impolvera, dove non ci si stanca di inseguire preti e sagrestani per farsi aprire le chiese, dove non ti devono stufare le domande spesso banali degli studenti sulle opere, sul come e sul perché delle cose (adesso il più delle volte ti si chiede dove si possono trovare le fotocopie o se si deve studiare da pagina tale a pagina talaltra); ha stimolato un mare di curiosità. E poi ci sono le notti di Villa Redenta: all’inizio io e Alessandro dormiamo nella stessa stanza; ma un ragazzo carino e intraprendente, in preda a una centrifuga di ormoni, in mezzo a un gruppo di coetanee, fa fatica a tenere a freno la propria esuberanza. Verso le sei della mattina rientravo piano piano con le scarpe in mano per non fare rumore: Alessandro fingeva evidentemente di dormire, perché poi sapeva benissimo dove e con chi ero stato. E si divertiva un sacco a raccontarlo in giro, l’infame; con una certa premura anche quando, anni dopo, mi spediva qualche sua studentessa a chiedere lumi per le proprie ricerche («…ma stia attenta, signorina, mi raccomando, perché l’è un libertino»). Se c’è stata una crescita intellettuale grazie a quel seminario, va anche detto che a Spoleto nell’aprile del 1981 ho trascorso uno dei momenti più teneramente e spensieratamente impicciati della mia vita.

Fine di ottobre, mi laureo a Padova con Franca Zava e Giuseppe Pavanello: che non sia stato uno studente modello lo dice la media bassissima dei miei esami, però la tesi riesce a prendere 17 punti e arrivo a 110; il bidello Gianni, da quel momento e per gli anni a venire, mi tratterà con autentica deferenza a ogni mio ritorno al Liviano. Il significato vero di questo exploit è che qualcosa è cambiato: mi è scoppiata la passione. Nel frattempo scrivo una guida Electa del Palazzo Comunale di Cremona: chi può venire a presentarla, l’antivigilia di Natale del 1981, se non Alessandro. Non mi faccio prendere da grandi ansie, nonostante sia la mia prima apparizione pubblica, così la sera prima faccio un giro al Bissone, un’osteria all’epoca variamente frequentata. Sul tardi entra, come un’apparizione, Francesco Guccini, da solo: cosa ci farà a Cremona, boh? Fatto sta che a una cert’ora si chiude la porta e, in una decina, tiriamo mattina tra vino e canzoni. Verso le sette la porta si riapre, albeggia e la strada è velata da un manto di neve leggera, che continua a scendere piano; la prendiamo nel bicchiere, come si faceva una volta e ci salutiamo, per non vederci più. Più tardi, rintronato, recupero Alessandro alla stazione di Fidenza: lui non si risparmia per presentare una cosa in fondo piccola piccola come la mia guida. Gliene sono grato per la vita, e il corso di quelle ventiquattrore, nella memoria, diventa magico, come quando, in Novecento, De Niro va a riprendere la Sanda nell’osteria dei poveri e credono, per un momento, di ritrovare insieme la felicità, impossibile, sotto la neve.

Cremona, 23 dicembre 1981

Cremona, 23 dicembre 1981

Sono, gli Ottanta, i miei anni bolognesi, con Alessandro, Massimo e l’Anna, Nino [Castagnoli] e la moglie Donatella, la Dalgi [Adalgisa Lugli], altra sorella maggiore strappata via troppo presto, Dario Trento, Piero Narcisi, la Lilias [Varoli Piazza: mia morosa all’epoca]; anni di più assidue frequentazioni, di maggiore impegno negli studi e di memorabili baracche notturne. Sperimento Alessandro, finalmente, come mio professore, nelle aule di via Zamboni dove aveva insegnato Longhi e nei sopralluoghi; è memorabile, tra le tante, una lezione a Pesaro davanti alla grande pala di Giovanni Bellini e al tondo con la Testa del Battista, che per lui non era mai diventato e mai sarebbe potuto diventare di Marco Zoppo. E noi con lui, alla faccia di tutte le revisioni. Ora sulle pagine di «Paragone» – e anche su questo blog – lo conferma, in maniera definitiva, proprio una delle nuove leve della scuola bolognese, il bravo Giacomo Alberto Calogero. Andiamo sempre a mangiare da Lamma, sotto le torri, magari con Nino e Omar [Calabrese], e, al ritorno, immancabilmente, c’è la sfuriata con Gerardo, il bidello, che ha chiuso a chiave la porta del bagno: tutti i giorni. Alessandro è grande e grosso, è un orco che sbraita, che mette paura con i suoi urlacci; queste sue intemperanze caratteriali mi divertono un sacco: in questo ci assomigliamo, anche se io non ho il suo physique du rôle. A proposito del suo caratteraccio e della sensazione dell’elefante in cristalleria, potrei raccontare decine di aneddoti «da ridere», come quello di un amico fiorentino con il quale, in un convegno a Torgiano, ha avuto una discussione. La mattina dopo, molto presto, lo incrocio nel corridoio dell’albergo che, valige alla mano, scappa terrorizzato perché ha avuto un incubo, con Alessandro che dal palco dei relatori lo addita al pubblico con voce tonante: «te tu sei ‘n imbecille!». Provava un gusto sadico nel mettere in imbarazzo i suoi interlocutori, soprattutto gli amici: ci riusciva benissimo anche con me, naturalmente, però sapevo abbastanza bene come prenderlo; ricordo anche un sacco di gente che ci restava malissimo. Ci allieta ancora adesso il racconto di esilaranti storie di parrucchini, di qua e di là dell’oceano.

1985: mostra dei Campi a Cremona; Gianni Romano conia quel «siamo tutti cremonesi», che diventa la sigla di una stagione. Casa mia, in via Bertesi, è un porto di mare per gli storici dell’arte della «sinistra longhiana» (altra definizione di Alessandro, sul Manifesto del 26 settembre 1980): Alessandro ci torna più volte. Grandi mangiate nel cortile di Cerri, davanti a Santa Maria della Pietà, e sotto le piante al secondo baracchino, sull’argine piacentino del Po. L’11 giugno Alessandro Ballarin organizza a Padova la prima Giornata di studio sulla pittura padana fra Quattro e Cinquecento, che entra subito nella vulgata comune come «Pampurino’s day»: Ballarin ribalta, come se niente fosse, la prima Salomè (la stessa sorte toccherà, anni dopo, al primo Boltraffio), poi attribuisce le ante d’organo di San Michele a Cremona a Boccaccio Boccaccino; Gianni esprime i suoi indimenticabili «desiderata», la Gregori è, con un coraggio da leonessa, nella tana del nemico a difendere «la sicurezza del conoscitore» che l’ha portata ad attribuire al Pampurino le ante [e aveva ragione lei…]; Mario Di Giampaolo dà di matto, in cortile, con Giulio Bora; mentre Alessandro, partendo da divergenze, diciamo così, di carattere metodologico, apostrofa in maniera colorita Janice Shell.

Ci si vede molto in quegli anni, non solo a Bologna: ricordo nel 1987 una lunghissima e freddissima trasferta a Bari per il concorso delle Accademie, con macchinone guidato finalmente da lui, nelle vesti di chauffeur e, quasi, di pater familias; passeggeri la Marina con il pancione, Elena Rama, Dario Trento e io, con la febbre a quaranta. L’anno seguente, invece, tutti a Lecce per il convegno in memoria di mia zia, amorevolmente voluto da Regina Poso e Lucio Galante; siamo tutti all’Hotel Risorgimento, Ferdinando Bologna, Luciano Bellosi, Gianni Romano («o Gianni, te come sei tutto bello ravviato»), e i “piccoli dello Pseudo Bramantino”, io e la Fausta Navarro. È il primo contatto con quella che, per una coincidenza del destino davvero curiosa, diventerà, sulle orme della zia Luisa, l’università della mia vita: prenderò servizio qualche anno dopo, il primo luglio del 1995.

Nello stesso 1988 Massimo e Alessandro vincono il concorso di professore ordinario e sono chiamati a Milano. Da qui i miei ricordi si fanno più lacunosi e indistinti, come avvolti dalla nebbia e sfiorati da un lieve alito di malessere che si insinua piano e non mi abbandona. Se fossimo ancora in Novecento, ci sarebbe il passaggio dall’autunno degli amari presagi verso un lungo e tragico inverno. Io, che ho sempre avuto una bella memoria per le cronologie, rimuovo dalla mente lunghi periodi, ai quali non riesco ancora a guardare con la dovuta lucidità; sono anni confusi e disordinati e i rari ricordi venati da questa punta di disagio. Non sono il solo: per Alessandro sono gli anni della volta Sistina e delle sue amarezze: le perplessità sul restauro lo spingono a una polemica sacrosanta, costruita su solidissimi fondamenti storici, scientifici e tecnici e dettata da una fortissima tensione morale. È lasciato solo contro le armate del Vaticano, la stampa di regime e il conformismo degli storici dell’arte, ben allineati e coperti a gridare al miracolo. Alessandro ha ragione su tutta la linea: andatela a rivedere, adesso, la volta: per questo è fatto oggetto di insulti beceri e pettegolezzi infamanti. L’intervento, poi, sdogana tutto il peggio che seguirà, nei restauri, negli anni a venire. E lui lo sapeva già. Paradossalmente, pur essendo più vicino, a Milano ci vediamo meno, anzi non ci vediamo quasi mai, ma percepisco che qualcosa non funziona, che non riesce a portare avanti i suoi progetti, che la città e l’ambiente universitario – e come dargli torto – non sono quello che si aspettava. Milano è una piazza difficile: credo che l’abbia sofferta tantissimo, ma di questo non abbiamo mai parlato; non so quali sono le sue frequentazioni, non so chi sono gli allievi. Nel giugno del 1990 viene a Cremona, per un convegnino che ho organizzato in occasione del restauro del Boccaccino nell’abside del Duomo; mi sembra stanco, ha la tosse. Torna in ballo, ancora una volta, il Pampurino e Alessandro dà una definizione fulminante degli affreschi di Scandolara Ravara: «uno schifacchione».

Poi non ci vediamo proprio più, per un pezzo: si trasferisce a Siena. Io chiudo con Bologna in maniera traumatica. Boschetto si è convinto, chissà come, che io «sia passato dalla parte della Gregori» [credo che una cosa del genere vada virgolettata, comunque. Poi un giorno, forse, si riuscirà a ragionare sulle turbe e le gelosie che agitavano gli allievi di Longhi. Per la cronaca, in quegli anni, per la Gregori, ero un «fazioso detrattore di provincia» (la sua); mentre io, testorizzando, storpiavo il suo nome in «Minàs»] e non lo vedrò né lo sentirò più. Atto secondo: dopo la prova scritta – ma che anno era? – qualcuno che sa mi dice che ho, in pratica, stravinto il concorso per conservatore dei Musei Civici d’Arte Antica; all’orale discuto con la tranquillità e la sicurezza del caso i titoli e le pubblicazioni e…il concorso lo vince il povero Stefano Tumidei, che ha sei anni meno di me (con tutto quello che comporta, a quell’età, proprio in fatto di titoli e pubblicazioni), con il quale non posso certo prendermela. Tiro giù un’altra dolorosissima saracinesca. Atto terzo: qualche tempo dopo, anche qui non ricordo l’anno, entro in pinacoteca e, in una saletta triste di donazioni, mi accorgo che certi quadrucci li ho già visti, ma dove li ho visti? Dopo un attimo di gelo mi si blocca lo stomaco: erano a Cremona, in via Bertesi; mi torna subito in mente dov’erano appesi in casa della zia. Cosa ci fanno qui? È una profanazione della memoria: non sono quadri «da» Pinacoteca Nazionale di Bologna, sono i ricordi di una persona cara, dai quali non ci si deve staccare, mai. Questo melodramma in tre atti e la sensazione sordida del tradimento mi fanno tagliare tutti i ponti con Bologna; per una quindicina d’anni non riesco a tornare nella città dove avevo passato momenti bellissimi, mi fa troppo male.

Non vedo e non sento più neanche Alessandro, senza alcun motivo, però: è la mia vita che sbanda in quegli anni vuoti, nei quali l’unico vero sfogo all’inquietudine è lo studio; mi arrivano notizie un po’ criptiche sulla sua salute – «non sta bene» – alle quali non do il giusto peso. Lo rivedo all’inaugurazione della mostra di Francesco di Giorgio a Siena, nell’aprile del 1993, ed è come vedere un fantasma. Mi crolla il mondo addosso: ha la pelle grigia che copre a stento le ossa, il gigante si è come dissolto, è magrissimo e si trascina febbricitante, con enorme fatica, nella navata di Sant’Agostino. Con Giovanni Agosti andiamo a colazione a casa sua, con Marina e la piccola Alessandra; parliamo, non so di cosa: sono sotto choc. Ricordo un movimento strano a tavola, come di un bicchiere che sta per cadere e lui non riesce ad afferrarlo, con gli occhi disperati e impotenti che mi guardano per un attimo; quello sguardo è un altro flash doloroso che non mi esce più dalla mente. Questa cosa mi divora, a distanza, per tutto l’anno che passa, nell’attesa della morte che ho visto quel giorno, che sta arrivando, che è già lì: sto, vigliaccamente, a covarmela dentro, senza più il coraggio di andare a trovarlo.

Mi scuso con i lettori per la lunghezza e l’autoreferenzialità di questo pezzo; è stata l’occasione per me di mettere in fila ricordi e pensieri che vagavano senza un ordine da anni. Per tutto quello che Alessandro ha significato per me, glielo dovevo. Spero di avere fatto capire, almeno in parte, cosa sia stato per me ragazzo, per la mia crescita, per le mie scelte, spesso non facili e poco allineate. Non ho voluto parlare, qui, dei suoi libri, delle scoperte o dei suoi meriti di grande studioso, sarebbe stato fin troppo facile; mi è sembrato più bello raccontare la sua vocazione didattica e pedagogica, la sua capacità di trasmettere le passioni; l’indipendenza di pensiero, il non scendere a compromessi, la tensione etica, il suo essere comunista. Non ho voluto dare un’immagine edulcorata né sono mai entrato, più di tanto, nei suoi luoghi oscuri e nei tormenti, che pure c’erano; ho rievocato qualche aneddoto perché con lui ho riso tanto. Non mi sono arrogato eredità, che non ci sono: chi ha tentato di farlo, tra un concorso universitario e l’altro, si è perso dietro a smaltini e intonachini, volando basso, senza coraggio e senza la sua coscienza politica e civile. Gli ho voluto bene, tantissimo, e mi manca da morire. E il suo è un volto che porto dentro di me, sempre, insieme a quelli, pochi, del pantheon di persone care che mi hanno accompagnato nel passaggio da ragazzo a uomo, che hanno segnato la mia vita e non hanno tradito: Alessandro, Memo, la Dalgi, la zia Luisa, forse mio nonno Piero, che è morto nel 1937, bandito da Farinacci il giorno dopo la marcia su Roma, e che non ho mai conosciuto. Con l’età crescono la nostalgia e le ossessioni: penso a cosa avrei potuto fare insieme a loro in un’altra stagione della vita, ho lo struggimento per momenti lontani, mi commuovo risentendo certi odori o vedendo certi colori che rimandano a luoghi e a situazioni che credevo dimenticate: un’erba, una colla, una macchia di muffa su un muro. Apro un libro, trovo una fotocopia di quelle che rimanevano attaccate, annuso la carta vecchia. Faccio strani calcoli con le date: queste persone a cui ho voluto bene sono morte quasi tutte a quarantotto anni, e io ormai ne ho dieci di più; quando ho conosciuto Alessandro ne avevo ventidue, come mia figlia Beatrice. La Bea che adesso studia storia dell’arte a Bologna, con Daniele Benati e Andrea Bacchi, con l’Elisabetta Sambo alla Fototeca Zeri sempre affettuosa e disponibile: è la mia generazione, sono gli allievi, bravissimi, di un grande maestro che ha saputo creare una scuola, quel Carlo Volpe, che Boschetto cercava di farmi guardare con il suo malanimo (era più giovane, era bolognese, era immensamente più bravo di lui: ancora una volta splendori e miserie dei longhiani). Io, alla fine, insegno a Lecce, dove i miei colleghi di questi anni sono stati gli allievi della zia Luisa, dove Regina è stata una delle più care amiche di Alessandro. È un girotondo bizzarro, inafferrabile.

La storia si chiude al Cimitero degli Allori, a Firenze, il 6 maggio 1994, una giornata di sole tersa, con una luce bellissima e il cielo di un azzurro splendente; ancora una volta insieme a Giovanni, che quel giorno ha scritto sul Manifesto un necrologio indimenticabile, che ti strappa il cuore e le viscere (come quello, tre anni fa, per Luciano: due atti di amore vero e senza sconti, perché la creazione del santino e il ratto accaparramento della salma si lasciano volentieri ad altri). Non ricordo niente di quel giorno luminosissimo se non il cielo, i cipressi e la ghiaia dei vialetti. E il mio pianto disperato: non ho mai pianto così tanto, non ho più pianto così tanto.

Il Cedro di Villa Redenta, Spoleto

Il Cedro di Villa Redenta, Spoleto



L'articolo fa parte di una serie dedicata alla memoria di Alessandro Conti (1946-1994) a vent'anni dalla morte.
Sono usciti:
- Giovanna Ragionieri, Ricordo di Alessandro Conti (5 maggio 2014)
- Paola Tognon, Per Alessandro Conti: un ricordo (9 maggio 2014)
- Anchise Tempestini, Per Alessandro Conti (18 maggio 2014)
- Antonio Natali, Da “I dintorni dell’anima” (per Alessandro Conti) (21 maggio 2014)
- Barbara Cinelli, “Canzone (quasi) per un amico”: Conti nel ricordo di Barbara Cinelli (24 maggio 2014)
- Emanuela Fiori, Alessandro Conti a Bologna nel ricordo di Emanuela Fiori (29 maggio 2014)
- Fa­bri­zio Lollini, Chia­ro­scuri dolci e bruni: in ri­cordo di Ales­san­dro Conti (7 giugno 2014)
- Gia­como Al­berto Ca­lo­gero, Ales­san­dro Conti su Marco Zoppo e Gio­vanni Bel­lini: una let­tera “pri­vata” e una que­stione di metodo (7 giugno 2014)
- Cristina Quattrini, Ricordo di Alessandro Conti (23 giugno 2014)
- Donatella Biagi Maino, Restauro. Storia e pratica nel pensiero di Alessandro Conti (8 luglio 2014)
- Daniela Mignani Galli, Un grande bene comune (22 luglio 2014)
- Giuseppe Maino, Alessandro Conti, storico e scienziato (26 luglio 2014)
- Antonella Capitanio, Un giorno d'estate, 1980 (3 agosto 2014)

Cite this article as: Marco Tanzi, El Prado básico. Alessandro e gli anni felici, in "STORIEDELLARTE.com", 9 agosto 2014; accessed 17 agosto 2017.
http://storiedellarte.com/2014/08/el-prado-basico-alessandro-e-gli-anni-felici.html.

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