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Annuncio di ritrovamento di un museo improbabile

Riflessi, 2014 © Debora Tosato

Rifles­si, 2014 © Debo­ra Tosa­to

Ricor­di la pri­ma vol­ta che hai var­ca­to la soglia, qual­che anno fa? Una soglia mura­ta, peren­ne­men­te chiu­sa. Stret­ta da una sara­ci­ne­sca in legno che lascia­va affio­ra­re due teste scul­to­ree. Qual­che vol­ta pas­san­do nel­la cal­le adia­cen­te ave­vi get­ta­to lo sguar­do ver­so quel por­to­ne, oltre il qua­le sor­ge­va il palaz­zo. Fino a quan­do, for­tu­no­sa­men­te, ti era sta­to con­ces­so di entra­re. Ricor­di di ave­re abbas­sa­to la testa, e di esser­ti ritro­va­ta in un cor­ti­le. La fun­zio­na­ria che segui­va i lavo­ri di restau­ro era alta, con gam­be lun­ghe, bal­le­ri­ne ai pie­di e una gran testa leo­ni­na, ador­na di gio­iel­li visto­si e colo­ra­ti. Eri inti­mi­di­ta e incu­rio­si­ta. Sor­ri­de­va, e accom­pa­gna­va con pas­sio­ne e com­pe­ten­za alla sco­per­ta di quel luo­go fino ad allo­ra sco­no­sciu­to. Ogni qual­vol­ta si visi­ta un can­tie­re di restau­ro, la sen­sa­zio­ne che pre­va­le è quel­la di sco­per­ta. Si guar­da da vici­no, ed è come guar­da­re per la pri­ma vol­ta. Biso­gna fare atten­zio­ne a dove met­te­re i pie­di, per­ché i pon­teg­gi sono strut­tu­re robu­ste ma sospe­se nel vuo­to, ingom­bre di mate­ria­li e per­so­ne, per­tan­to è indi­spen­sa­bi­le ave­re uno sguar­do vigi­le, un abbi­glia­men­to como­do e agi­li­tà di movi­men­to. In que­sto caso, era con­si­glia­bi­le affi­dar­si total­men­te alla gui­da, per­ché oltre alle trap­po­le del can­tie­re nes­su­no era in gra­do di adden­trar­si da solo in que­gli ambien­ti.

Per­cor­re­vi una sor­ta di labi­rin­to sen­za cono­scer­ne il per­cor­so, un labi­rin­to che ogni tan­to sbu­ca­va in luo­ghi cin­ti da pare­ti. La stes­sa sen­sa­zio­ne che si respi­ra da pic­co­li, visi­tan­do un luo­go d’arte. Occhi spa­lan­ca­ti per lo stu­po­re, mera­vi­glia per l’impressione di gran­dio­si­tà. Uno dopo l’altro si apri­va­no let­te­ral­men­te sopra la testa spa­zi stra­va­gan­ti – impen­sa­bi­li per una cit­tà come Vene­zia – dove l’immaginazione ave­va pre­so le sem­bian­ze del rea­le. La stan­za del giar­di­no incan­ta­to somi­glia­va a una fore­sta intri­ca­ta di pian­te, fio­ri e uccel­li, dove lo sguar­do vaga­va sen­za posa, cat­tu­ra­to da una miria­de di colo­ri. La stan­za con i festo­ni sospe­si nel vuo­to appa­ri­va, se pos­si­bi­le, anco­ra più impres­sio­nan­te per l’inserto di enor­mi fioc­chi dora­ti e la pre­sen­za silen­zio­sa ma tan­gi­bi­le dei pesci ripo­sti nel­le reti, degli ortag­gi e del­la sel­vag­gi­na a gran­dez­za natu­ra­le. La stan­za abi­ta­ta dal­la nin­fa Cal­li­sto esi­bi­va una fit­ta tra­ma di deco­ri a stuc­co bian­co e oro: ani­ma­li, put­ti e segni zodia­ca­li, sago­ma­ti in ton­di, qua­dra­ti e ret­tan­go­li, si rin­cor­re­va­no a riflet­ter­si negli spec­chi bom­ba­ti anne­ri­ti dal tem­po. Nel­la stan­za accan­to, pre­si­dia­ta dal dio Apol­lo sul car­ro del sole, l’occhio rimi­ra­va da una par­te all’altra, cer­can­do di cat­tu­ra­re gli uccel­li o facen­do­si abba­glia­re dal­le tin­te squil­lan­ti di ros­so, oro, bian­co e ver­de. Un abi­le costu­mi­sta ave­va trat­teg­gia­to una dan­za­tri­ce, che agi­ta­va le vesti mos­se dal ven­to e dal­lo spa­ven­to al cospet­to del cor­teo di figu­ran­ti, cul­mi­nan­te con lo scor­ti­ca­men­to di Mar­sia, puni­to per ave­re sfi­da­to il genio musi­ca­le di Apol­lo.
Duran­te il per­cor­so era faci­le tro­var­si al cospet­to di nic­chie disa­bi­ta­te. Qual­che vol­ta col­lo­ca­te in alto, sopra le por­te, irrag­giun­gi­bi­li. Ma esi­ste­va un luo­go magi­co tut­to tap­pez­za­to di mar­mi, dal­la testa ai pie­di, dove le nic­chie si mol­ti­pli­ca­va­no nel­la misu­ra adat­ta per entrar­ci den­tro con faci­li­tà. Il fred­do intan­to pun­ge­va, cre­sce­va e pene­tra­va nel cor­po, insi­nuan­do­si dai pavi­men­ti e dal­le fes­su­re del­le fine­stre, con­si­de­ra­to che la dimo­ra era disa­bi­ta­ta da alme­no due seco­li. I cami­ni dis­se­mi­na­ti nel­le sale sug­ge­ri­va­no un tepo­re ormai sopi­to, mostran­do una soli­da fun­zio­na­li­tà, nono­stan­te i biz­zar­ri tra­ve­sti­men­ti in mat­to­nel­le poli­cro­me e la vici­nan­za sin­go­la­re di masche­ro­ni mostruo­si con den­ti aguz­zi, pron­ti a spa­lan­ca­re le fau­ci per ral­le­gra­re gli invi­ta­ti, esi­ben­do loro le ossa come fos­se­ro spet­tri.
In bre­ve tem­po sareb­be giun­ta l’ora di usci­re, e rien­tra­re nel vis­su­to quo­ti­dia­no. Nean­che avre­sti sapu­to più ritro­var­lo, que­sto luo­go.
Ritor­na­ta in quel palaz­zo dopo qual­che anno, casual­men­te ti ho vista. Alme­no, mi è sem­bra­to di rico­no­scer­ti. Sono rima­sta fer­ma immo­bi­le a osser­var­ti, per esser­ne cer­ta. Hai con­ser­va­to un’aria stu­pi­ta, ma ora cam­mi­ni con disin­vol­tu­ra attra­ver­so quel­le stan­ze. Ose­rei dire a pas­so svel­to e riso­lu­to.
La mat­ti­na ti guar­do men­tre apri le fine­stre e accen­di le luci, come una pic­co­la ape labo­rio­sa. Cer­can­do di non sbat­te­re i vetri, per­ché i tuoi vici­ni stan­no anco­ra dor­men­do, oppu­re sono nel­la deli­ca­ta fase del risve­glio. Il cana­le che vi divi­de è mol­to più sot­ti­le di un muro. Sali e scen­di le sca­le in con­ti­nua­zio­ne, rispon­di al tele­fo­no e scri­vi in un buf­fo dia­rio di bor­do tut­to quel­lo che capi­ta duran­te la gior­na­ta: i nomi di chi entra, chi esce, e chi pen­sa di non tor­na­re.
Pochi cono­sco­no dav­ve­ro l’esistenza del palaz­zo, dive­nu­to nel frat­tem­po un museo. Qual­cu­no arri­va per caso, per­ché ha paga­to un bigliet­to cumu­la­ti­vo che per­met­te l’accesso gra­tui­to. Ormai entra­re non risul­ta più così dif­fi­ci­le come una vol­ta. La por­ta del cor­ti­le resta sem­pre aper­ta, ma rag­giun­ge­re la meta sen­za per­der­si appa­re qua­si impos­si­bi­le. Di que­sti tem­pi, in man­can­za dei car­tel­li stra­da­li che offra­no la cer­tez­za di un por­to sicu­ro, è faci­le affi­dar­si ai con­si­gli dei navi­ga­to­ri vir­tua­li, spes­so sme­mo­ra­ti e truf­fal­di­ni come il gat­to e la vol­pe di Pinoc­chio. Così capi­ta che i turi­sti sia­no con­dot­ti nel palaz­zo con lo stes­so nome dove ha sede la cor­te d’appello, e gli avvo­ca­ti abbia­no la sven­tu­ra di ritro­var­si al museo, con gli appun­ta­men­ti che sal­ta­no e il fasti­dio­so scon­cer­to dipin­to sui loro vol­ti.
C’è silen­zio nell’aria, rot­to dai can­ti dei gon­do­lie­ri che pas­sa­no sot­to le fine­stre al pia­no ter­ra, e dai pas­si di chi, come te, ha pre­so l’abitudine a lavo­ra­re al museo. Pas­si di bal­le­ri­ne, scar­pe da gin­na­sti­ca, sti­va­li e mocas­si­ni che lascia­no impron­te per­ma­nen­ti, tra­sci­nan­do cor­pi ora leg­ge­ri e fles­suo­si, ora affa­ti­ca­ti dal quo­ti­dia­no com­bat­ti­men­to con il traf­fi­co e le lan­cet­te dell’orologio, che impon­go­no un rit­mo pul­san­te alle gior­na­te.
Sei cam­bia­ta, o for­se è cam­bia­to solo il colo­re dei tuoi capel­li. Rispon­di alle doman­de con un sor­ri­so. Ora sei tu a con­dur­re grup­pi di per­so­ne alla sco­per­ta dei teso­ri ripo­sti in quel­le stan­ze.
Ave­vi smes­so di cre­de­re alle fia­be, fino a quan­do hai incon­tra­to un cava­lie­re duran­te un cal­do pome­rig­gio d’estate. Tra­ve­sti­to da uomo del­la stra­da, con l’aria sfat­ta e la voglia di esse­re altro­ve. Ha spe­so più del neces­sa­rio a par­lar­ti, dicen­do che non sareb­be mai anda­to in vacan­za. Inve­ce ti ha por­ta­to in dote solo l’armatura, lascian­do­si alle spal­le puz­za di siga­ret­ta e qual­che sca­glia del dra­go che avreb­be dovu­to abbat­te­re. Così dopo qual­che anno si è allar­ga­to il bestia­rio. Trat­tan­do­si di un museo di nuo­va gene­ra­zio­ne, non si bada trop­po rigi­da­men­te alle clas­si­fi­ca­zio­ni di carat­te­re scien­ti­fi­co. Esi­sto­no come sem­pre i dipin­ti, le scul­tu­re, i mar­mi anti­chi e per­fi­no gli ani­ma­li imma­gi­na­ri, ma qui han­no tro­va­to casa anche altre spe­cie di raz­za comu­ne, che si sono siste­ma­te nel per­cor­so espo­si­ti­vo. Splen­di­di esem­pla­ri di rat­ti d’acqua limac­cio­sa risal­go­no dol­ce­men­te dai cana­li, sta­zio­nan­do in cor­ti­le, e pic­co­le lucer­to­le si pos­so­no avvi­sta­re in pie­na esta­te sui pavi­men­ti, in cer­ca di un po’ di refri­ge­rio. E’ suc­ces­so che qual­che gab­bia­no fos­se rima­sto intrap­po­la­to per­ché mos­so da ecces­si­va curio­si­tà, tut­ta­via la crea­tu­ra più ammi­ra­ta in asso­lu­to rima­ne sen­za dub­bio il pipi­strel­lo che per qual­che gior­no tro­vò ade­gua­ta siste­ma­zio­ne nel­la Sala di Cal­li­sto. Pec­ca­to sia sta­ta solo una visi­ta tem­po­ra­nea.
Per quan­to riguar­da tut­to il resto, un’amabile voce rispon­de rego­lar­men­te alle richie­ste del visi­ta­to­re sba­da­to che può ave­re idee un po’ con­fu­se: “quan­to costa tut­to que­sto?”, “se mi per­do pos­so richia­ma­re al tele­fo­no?”, “entro gra­tui­ta­men­te se sono vene­zia­no?”, “si visi­ta anche il secon­do pia­no?”, “dov’erano le cuci­ne del­la ser­vi­tù?”.
Si può assi­ste­re allo spet­ta­co­lo tut­ti i gior­ni, basta esse­re in gra­do di sali­re le sca­le e dimen­ti­ca­re che fuo­ri dal por­to­ne con­ti­nua a vive­re l’universo rea­le. Eppu­re, pri­ma o poi dovre­mo rien­trar­ci.

 

Cite this article as: Debora Tosato, Annuncio di ritrovamento di un museo improbabile, in "STORIEDELLARTE.com", 18 agosto 2014; accessed 8 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2014/08/annuncio-di-ritrovamento-di-un-museo-improbabile.html.

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