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Restauro. Storia e pratica nel pensiero di Alessandro Conti

Tiziano, Bacco e Arianna, Londra, National Gallery

Tiziano, Bacco e Arianna, c. 1521-1522, Londra, National Gallery
(Photo: Google Art Project / Wikipedia.org)

Molti, e molto affettuosi e struggenti per la sua scomparsa più che prematura sono i ricordi che mi legano al grandissimo amico Alessandro Conti, dal quale molto ho imparato e che ha influenzato il mio percorso di vita; e se le circostanze lo avessero permesso, anche la mia carriera di docente sarebbe iniziata sotto la sua egida, avendo egli ipotizzato, allorché si era da poco trasferito ad insegnare a Milano, la possibilità, poi non sviluppatasi a causa di interferenze esterne, di richiedere per me il ruolo di ricercatrice presso il suo Ateneo. Inevitabilmente, allorché fui chiamata ad insegnare nella sede ravennate dell’Università di Bologna, nella Scuola di Archivistica poi divenuta Corso di Laurea di Lettere e quindi Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, scelsi come docenza il corso di Storia e teoria del restauro perché con Alessandro avevo potuto comprendere l’importanza della disciplina che, se pure ancora oggi un poco disattesa in ambito accademico, è fondamentale per la corretta lettura dell’opera d’arte.

Ma assai più che ricordare immagini e memorie personali mi preme appuntare alcune sintetiche riflessioni sull’operato di Alessandro, per corrispondere alla richiesta di lasciare una testimonianza utile a quanti non lo conobbero; riassumere in poche righe, per quanto possibile, ciò che all’interno del corso di storia del restauro vengo illustrando ai miei studenti che si sono formati, si formano e si formeranno sui testi esemplari del Conti.


Alessandro Conti era dotato di una sensibilità particolare per comprendere la matericità dei dipinti, la tecnica messa in pratica dall’autore nel rispetto del già noto e testato e nelle varianti, le molte varianti che i grandi artisti si concedevano, per ottenere i migliori risultati; la sua formazione, accanto a Roberto Longhi, Paola Barocchi, Francesco Arcangeli lo aveva portato, in grazia di una sensibilità del tutto peculiare, ad una attenzione che oggi purtroppo siamo costretti a considerare più che rara, rarissima, alla presentazione dei manufatti sia per necessità conservative che di lettura, anteponendo sempre a queste ultime le prime. Questo ci insegnava; con passione, entusiasmo e l’amore per i dipinti che ci faceva conoscere, impaziente e brusco davanti alla neghittosità e paziente e generoso con chi si impegnava per seguirne il pensiero.

Studiai sulla prima edizione della Storia del restauro e della conservazione delle opere d’arte, quella del 1973,1 e i miei studenti si formano, tutti, sulle successive, del 1988 e del 2002:2 un testo che, scritto da lui all’età di ventisette anni, è stupefacente per la quantità di dati e informazioni raccolte, ma soprattutto per la interpretazione delle varie vicende che ha saputo recuperare alla conoscenza, in ragione delle ricerche sulle fonti e bibliografiche condotte con acribia critica e rara capacità di sintesi. Tra i molti suoi scritti trovo esemplare, e mi piace citare, il testo che licenziò nel 1981 per il X volume della Storia dell’arte italiana, Vicende e cultura del restauro:3 un saggio puntuale e profondamente attuale, nella riflessione su questioni di principio quali emergono dagli esempi del passato, nella disamina dei rapporti tra i maggiori rappresentanti del dibattito novecentesco che conduce anche alla comprensione di alcuni dei problemi che hanno travagliato, e rischiano di ripresentarsi, la scienza del restauro: basti pensare al paragrafo dedicato a La crisi dell’affresco[pp. 105–108], nel quale prende in esame vicende del secolo scorso legate allo strappo e stacco delle pitture su muro – e a Gli estrattisti: precisazioni e problemi sull’origine del trasporto dei dipinti murali era dedicata la sua tesi di laurea4 – definendone le motivazioni secondo una lettura che non esito a definire coraggiosa, nella constatazione dell’assenza di sensibilità per la materialità dell’opera d’arte murale. Di grande originalità e ricco di suggestioni anche l’altro scritto pubblicato nel secondo volume della medesima collana, del 1979, L’evoluzione dell’artista, nel quale il lungo percorso compiuto dagli artisti per assumere un ruolo sociale di dignità confacente al libero pensiero è ripercorso con una sottigliezza di osservazioni ed ricchezza di informazioni veramente notevole.5

Questo solo per ricordare l’ampiezza dei suoi interessi, che come tutti sanno comprese anche la storia della miniatura - e sulla miniatura bolognese ha lasciato un volume fondamentale -, l’indagine sul territorio, lo studio di singoli artisti, Pontormo6, Andrea Mantegna7, Marco Zoppo, oggetto di un convegno internazionale che organizzammo insieme8 e che avrebbe dovuto essere argomento di uno studio congiunto con finalità monografica, del quale abbiamo avuto solo il tempo di parlare. Ogni soggetto che scelse di affrontare fu trattato con profondità di pensiero e di indagine; più di tutto, gli siamo grati per lo studio e la riflessione sulla storia e la tecnica del restauro, cui dedicò sommamente la forza del suo pensiero, in ragione anche dell’urgenza sempre maggiore che l’attività conservativa veniva manifestando con il procedere del secolo ventesimo, sempre più tecnicistico e meno attento ai valori di fenomenologia della materia, rispettati a parole e, spesso, non nei fatti.

storia1973

Sto­ria del re­stauro e della con­ser­va­zione delle opere d’arte (1973)


Alessandro, sempre disposto a mettersi in gioco, ad accendere dibattiti per mantenere desta l'attenzione verso il complesso campo della conservazione delle opere d’arte, non poteva restare estraneo alle intense polemiche che hanno accompagnato il tanto discusso restauro della Volta Sistina. Michelangelo e la pittura a fresco9 è un testo documentatissimo di cui si possono non condividere taluni assunti o particolari conclusioni, ma che resta uno sforzo formidabile quanto disinteressato – e sappiamo quanto incidano nella politica del restauro gli interessi di bottega – di comprendere l’arte di Michelangelo e soprattutto la sua tecnica sulla base di una approfondita conoscenza dei ricettari antichi e dei materiali costitutivi. Alessandro non era affatto digiuno di nozioni scientifiche e, anzi, tutta la sua attività testimonia quel costante interesse agli aspetti materici dell’opera d’arte che solo può garantire, accanto alla ricerca estetica, la migliore e più idonea conservazione delle pitture. La sua attenzione agli aspetti più propriamente scientifici, fisici e chimici, del restauro era tanto continua quanto rara nel novero degli storici d’arte e nel contempo giustamente critico Alessandro si mostra in più occasioni nei confronti dell’«atteggiamento scientistico», della fiducia accordata alle analisi chimiche, spesso utilizzate per mascherare incertezze o malaccorte interpretazioni. Si rilegga questa brillante interpretazione delle modalità in uso per giustificare scelte altrimenti incomprensibili nel restauro con l’abuso delle indagini scientifiche: “Con metodi sofisticati e con una curiosità che va spesso oltre la raccolta dei semplici dati necessari al restauro, l’analisi individua una serie di componenti che permettono di dare un nome al pigmento, nome al quale corrisponde uno dei colori in polvere presenti nel laboratorio in tutta la loro brillantezza originale. Nasce così il rapporto non con un impasto inquinato da grassi e contenuti oleosi, variabile secondo il legante, il fondo su cui è steso, le vernici che gli sono state sovrapposte, ma con un pigmento pulito, squillante, che dà l’illusione di stare in rapporto diretto con i mezzi attraverso i quali l’artista dava forma alle sue intenzioni”. Osservazioni assolutamente attuali, purtroppo, che tornano alla mente dinanzi a molti restauri presentati con pannelli illustrativi di esami diagnostici di difficile comprensione, e dei quali spesso si dubita dell’utilità: non sulla stampa, che purtroppo sempre più si accanisce a commentare operazioni di restauro presentate come miracolose e salvifiche tout–court.

Ho citato da un saggio apparso nel 1982 sul numero di Ricerche di Storia dell’arte dedicato a La scienza e l’arte della conservazione;10 in esso Alessandro avviava la riflessione sulle controversie “storiche” cui avrebbe dedicato uno dei suoi più intriganti testi - Sul restauro, 1988 -, quella Introduzione alla raccolta di saggi da lui curata di storici d’arte e restauratori che intervennero nel dibattito sulle operazioni condotte sui dipinti della National Gallery di Londra, nota come cleaning controversy.11

In quel testo fondamentale sono smascherati gli inganni cui si era ricorso per difendere puliture indifendibili – “si potrebbero commentare a lungo queste scelte, dal vaso di fiori che si presta così bene ad un atteggiamento accattivante presso il pubblico meno colto con l’equivoco fra i colori del quadro e quelli che i fiori hanno in natura … all’equivoco tra colore del pastello e colore dell’olio, quasi che ogni tecnica (e proprio nel Settecento!) non avesse un proprio linguaggio di toni e matericità” -, e sottolineato quanto “il gusto delle puliture” fosse “pericolosamente rapportato alla percezione dei colori in natura”; si riflette su una questione che non è più sentita come tale, cioè “il senso dei limiti nella durata nel tempo dell’intervento di restauro, della necessità di poterlo o doverlo modificare in certi aspetti non appena divengano obsoleti” – e Alessandro rimanda in nota a quel bel saggio di Edgar Wind, La meccanizzazione dell’arte, che svela alcune delle presunzioni più comuni, e meno accertate, nel campo del restauro -; soprattutto, la sua lettura dei testi ripubblicati in quel libro, criticamente condotta, ne pone in rilievo gli aspetti fondamentali invitando alla riflessione su temi essenziali, quali, ad esempio, gli aspetti di percezione del colore nella parole del Gombrich, recuperando il suo pensiero su sistemi “di ottica legati all’uso della vernice e alla saturazione del colore, sottoposto o meno all’azione di solventi o reagenti” che vengono “messi al bando da chi ama avvicinare il restauro da un punto di vista ‘scientifico’ ”. Conti sottolinea che “Gombrich ricorda il problema del comportamento di colori, testura e trasparenze, che il pittore ha eseguito secondo la luce di cui disponeva, ma che variano secondo l’illuminazione a cui è sottoposto il dipinto”: sono osservazioni delle quali viene acutamente sottolineata l’importanza nel rapporto con le critiche ad esse rivolte dai fautori delle puliture ad oltranza, che è necessario ribadire con forza, oggi. Infatti, più oltre in questa densissima Introduzione al proposito delle “puliture” ai dipinti tizianeschi Sandro recuperava una sapida osservazione del Kurz, che aveva fatto notare “che certi aspetti avrebbero eventualmente interessato Hollywood per un film su Tiziano, inserendoli giustamente nel contesto di cultura ‘pop’ che a loro compete”, un commento che chiunque abbia visto il Bacco e Arianna della National dai colori squillanti non può che approvare, credendo chiusa la questione: ma in una piccola guida alla Conservation of Paintings della Gallery questa pulitura viene presentata non solo come necessaria ma come esito eccellente. La guida è del 1997.

Sottolineo infine che la scelta per il titolo della Storia del restauro, ancora nel 1988, di Alessandro di evitare la definizione già allora imperante e, si è visto, portatrice di equivoci disastrosi, scadendo il termine primo in una mera connotazione economica, di “beni culturali” mantenendo la più corretta ed onesta denominazione di “opere d’arte”, sgombra il campo da equivoci e interpretazioni di comodo. E dunque accostarsi oggi alla storia del restauro, comprendere alcuni dei meccanismi di informazione mistificante è possibile in ragione degli studi di Alessandro. E la storia del restauro è indispensabile per qualsiasi intervento conservativo. È assiomatico, ma purtroppo giova ripeterlo perché l’insegnamento di Alessandro Conti, scomodo, per l’onestà intellettuale che ha contraddistinto tutto il suo percorso non è, spesso, di quanti approcciano la scienza della conservazione. Siamo consapevoli che è necessario che figure di maestri quale è stato per molti di noi Alessandro diventino familiari ai nostri studenti, affinché non cedano a facili approssimazioni e comprendano la profonda responsabilità morale che il lavoro di storico comporta.

Mi­che­lan­gelo e la pit­tura a fre­sco (1986)

Mi­che­lan­gelo e la pit­tura a fre­sco (1986)



L'articolo fa parte di una serie dedicata alla memoria di Alessandro Conti (1946-1994) a vent'anni dalla morte.
Sono usciti finora:
- Giovanna Ragionieri, Ricordo di Alessandro Conti (5 maggio 2014)
- Paola Tognon, Per Alessandro Conti: un ricordo (9 maggio 2014)
- Anchise Tempestini, Per Alessandro Conti (18 maggio 2014)
- Antonio Natali, Da “I dintorni dell’anima” (per Alessandro Conti) (21 maggio 2014)
- Barbara Cinelli, “Canzone (quasi) per un amico”: Conti nel ricordo di Barbara Cinelli (24 maggio 2014)
- Emanuela Fiori, Alessandro Conti a Bologna nel ricordo di Emanuela Fiori (29 maggio 2014)
- Fa­bri­zio Lollini, Chia­ro­scuri dolci e bruni: in ri­cordo di Ales­san­dro Conti (7 giugno 2014)
- Gia­como Al­berto Ca­lo­gero, Ales­san­dro Conti su Marco Zoppo e Gio­vanni Bel­lini: una let­tera “pri­vata” e una que­stione di metodo (7 giugno 2014)
- Cristina Quattrini, Ricordo di Alessandro Conti (23 giugno 2014)

  1. Storia del restauro e della conservazione delle opere d’arte, con un Saggio di Roberto di Longhi, s.l., Electa 1973
  2. Storia del restauro e della conservazione delle opere d’arte, II ed., Milano, Electa 1988; Storia del restauro e della conservazione delle opere d’arte, postfazione di Massimo Ferretti, Milano, Electa 2002
  3. Vicende e cultura del restauro, in Storia dell’arte italiana, vol. X Conservazione, falso, restauro, a cura di Federico Zeri, Torino, Einaudi 1981, pp. 37–112
  4. Università degli studi di Bologna, a.a. 1969–1970, relatore Francesco Arcangeli
  5. L’evoluzione dell’artista, in Storia dell’arte italiana, vol. II, L’artista e il pubblico, a cura di Giovanni Previtali, Torino, Einaudi 1979, pp. 115–264
  6. Si veda il volumetto postumo Pontormo, Milano, Jaca Book 1995
  7. Andrea Mantegna, Pietro Guindaleri e altri maestri nel ‘Plinio’ di Torino, in Scritti in ricordo di Giovanni Previtali, I, in “Prospettiva”, nn. 53–56, 1988–1989, pp. 264–277; scheda su Andrea Mantegna, Giuditta, in Il Giardino di San Marco. Maestri e compagni del giovane Michelangelo, a cura di Paola Barocchi, catalogo della mostra di Casa Buonarroti a Firenze, Cinisello Balsamo, Silvana editoriale 1992, pp. 40–42
  8. Echi di Marco Zoppo nel polittico di San Zanipolo, in Marco Zoppo, Cento 1433–1478 Venezia, atti del convegno internazionale di studi sulla pittura del Quattrocento padano, Cento, 8–9 ottobre 1993, Bologna, Nuova Alfa editoriale 1993, pp. 97–106
  9. Michelangelo e la pittura a fresco. Tecnica e conservazione della Volta Sistina, prefazione di Toti Scialoja, Firenze, La Casa Usher 1986
  10. La patina della pittura a vent’anni dalle controversie “storiche”. Teoria e pratica della conservazione, in “Ricerche di Storia dell’arte”, n. 16, 1982, pp. 22–35; il titolo è redazionale
  11. Ernst H. Gombrich, Otto Kurz, Stephen Rees Joness, Joyce Plesters, Sul restauro, a cura di Alessandro Conti, Torino, Einaudi 1988; l’introduzione è alle pp. 3–113
Cite this article as: Donatella Biagi Maino, Restauro. Storia e pratica nel pensiero di Alessandro Conti, in "STORIEDELLARTE.com", 8 luglio 2014; accessed 25 marzo 2017.
http://storiedellarte.com/2014/07/restauro-storia-e-pratica-nel-pensiero-di-alessandro-conti.html.

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