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Dittico belliniano per Alessandro Conti

Abbia­mo rice­vu­to, qua­si simul­ta­nea­men­te, due con­tri­bu­ti sugli stu­di di Ales­san­dro Con­ti sul Quat­tro­cen­to set­ten­trio­na­le, in par­ti­co­la­re su Gio­van­ni Bel­li­ni e, di rifles­so, su Mar­co Zop­po. Si trat­ta di un tema in appa­ren­za mar­gi­na­le rispet­to all’interesse per la sto­ria del restau­ro e per la pit­tu­ra e la minia­tu­ra tra Due­cen­to e Tre­cen­to, pre­va­len­ti nel­la biblio­gra­fia di Con­ti, ma a lui mol­to caro e fre­quen­ta­to in varie fasi del­la sua vita: uno dei suoi ulti­mi scrit­ti, pub­bli­ca­to postu­mo, riguar­da infat­ti Gio­van­ni nel­la bot­te­ga di Jaco­po Bel­li­ni.1
L’attribuzione a Gio­van­ni Bel­li­ni del­la Testa del Bat­ti­sta di Pesa­ro risa­le a Lon­ghi2 e si con­trap­po­ne al rife­ri­men­to a Mar­co Zop­po già pro­po­sto da Adol­fo Ven­tu­ri3 e pre­va­len­te negli ulti­mi decen­ni.
I due scrit­ti che seguo­no si deb­bo­no a un allie­vo diret­to (Fabri­zio Lol­li­ni) e a un gio­va­ne che ha cono­sciu­to Ales­san­dro solo attra­ver­so i suoi scrit­ti (Gia­co­mo Alber­to Calo­ge­ro). Entram­bi col­go­no in modo mol­to simi­le il fon­da­men­to meto­do­lo­gi­co del­le sue scel­te attri­bu­ti­ve, dimo­stran­do in modo con­ver­gen­te un fat­to ben noto a chi ha fre­quen­ta­to Con­ti. L’autodefinirsi «sto­ri­co dell’arte di estra­zio­ne lon­ghia­na»4 non impli­cò mai una ripe­ti­zio­ne auto­ma­ti­ca e fidei­sti­ca di car­tel­li­ni di pater­ni­tà e nep­pu­re una impos­si­bi­le emu­la­zio­ne del­lo sti­le let­te­ra­rio, ma la volon­tà e la capa­ci­tà di ana­liz­za­re e fare pro­prio un pro­ce­di­men­to di lavo­ro. (Gio­van­na Ragio­nie­ri)
  1. In Hom­ma­ge à Michel Laclot­te, a cura di P. Rosen­berg, Mila­no 1994, pp. 260–271. ↩
  2. Un chia­ro­scu­ro e un dise­gno di Gio­van­ni Bel­li­ni, in «Vita arti­sti­ca», II, 1927, pp. 133–138, ora in Ope­re com­ple­te, II, Sag­gi e ricer­che 1925–1928, Firen­ze 1967, I, pp. 179–188. ↩
  3. Sto­ria dell’arte ita­lia­na, VII, La pit­tu­ra del Quat­tro­cen­to, III, Mila­no 1914. ↩
  4. La minia­tu­ra bolo­gne­se. Scuo­le e bot­te­ghe 1270–1340, Bolo­gna 1981, p. 6. ↩

Sommario

  1. Fabri­zio Lol­li­ni: Chia­ro­scu­ri dol­ci e bru­ni: in ricor­do di Ales­san­dro Con­ti
  2. Gia­co­mo Alber­to Calo­ge­ro: Ales­san­dro Con­ti su Mar­co Zop­po e Gio­van­ni Bel­li­ni: una let­te­ra “pri­va­ta” e una que­stio­ne di meto­do
  3. Alcu­ne let­tu­re su Ales­san­dro Con­ti

Chiaroscuri dolci e bruni: in ricordo di Alessandro Conti

fabrizio lollini


Il mio ricor­do di Ales­san­dro Con­ti non può non par­ti­re dal­la pri­ma sua lezio­ne cui ho par­te­ci­pa­to, di cui ram­men­to – come in un film – foto­gram­ma per foto­gram­ma (cer­ti fat­ti lascia­no solo la trac­cia del loro esse­re avve­nu­ti, di altri inve­ce si ram­men­ta una sele­zio­ne di momen­ti, che sce­ma­no man mano nel­la memo­ria; que­sto è inte­gro). Io ero al pri­mo anno di uni­ver­si­tà, e con­si­de­ra­to un po’ stra­no, per­ché pur essen­do iscrit­to a let­te­re clas­si­che ave­vo riem­pi­to il mio pia­no di stu­dio di esa­mi di sto­ria dell’arte: ave­vo già chia­ro quel­lo che mi pia­ce­va, ma vole­vo nel­lo stes­so tem­po pro­se­gui­re col lati­no e col gre­co che ave­vo stu­dia­to al liceo. Il cor­so era “Sto­ria del­la cri­ti­ca d’arte”, l’avevo inse­ri­to sen­za sape­re nul­la sul pro­fes­so­re che lo tene­va; si svol­ge­va nell’aula inter­na dell’Istituto di Sto­ria dell’Arte (quel­lo inti­to­la­to a Igi­no Ben­ve­nu­to Supi­no, ami­che­vol­men­te det­to “il 33” dal nume­ro civi­co di via Zam­bo­ni, dove poi rima­se l’unica sede didat­ti­ca fino al tra­sfe­ri­men­to). Ban­chi di legno alti e sco­mo­di, e in un ango­lo la famo­sa can­na che la leg­gen­da vole­va fos­se quel­la di Lon­ghi. Con­ti si pre­sen­tò alla pri­ma lezio­ne, un gio­ve­dì pome­rig­gio, mostran­do­ci sen­za com­men­ti una quin­di­ci­na di imma­gi­ni di dipin­ti inte­ri e di par­ti­co­la­ri, e invi­tan­do­ci a far­ne dei grup­pi, met­ten­do insie­me quel­le che secon­do noi era­no del­la stes­sa mano – due auto­ri diver­si? tre? quat­tro?

Era il mio pri­mo approc­cio in asso­lu­to con la sto­ria dell’arte all’università: fu dun­que un po’ trau­ma­ti­co; ave­vo anco­ra un’idea tra­di­zio­nal­men­te libre­sca degli stu­di: uno par­la e ti dice del­le cose, tu pren­di appun­ti, poi stu­di il resto sui testi che ti ven­go­no con­si­glia­ti. Inve­ce si dove­va pren­de­re con­fi­den­za con le imma­gi­ni (e la pri­ma cosa che ci dis­se fu che comun­que per dare giu­di­zi era meglio vede­re le ope­re dal vivo), assi­mi­lar­le non come eser­ci­zio di gin­na­sti­ca mera­men­te mne­mo­ni­ca, ma come appro­pria­zio­ne di for­me e di colo­ri; e soprat­tut­to con­fron­tar­le: ci citò subi­to (ma soprat­tut­to ci fece capi­re) la moti­va­zio­ne per cui Lon­ghi – appun­to – bat­tez­zò nel 1950 la sua rivi­sta Para­go­ne. Fu anche il mio debut­to con la par­la­ta tosca­na, quel­la che, fino all’ultimo nostro incon­tro tan­ti anni dopo, non riu­sci­vo a non tro­va­re istin­ti­va­men­te sim­pa­ti­ca e affi­da­bi­le: “scioc­co” rife­ri­to a Peru­gi­no è qual­co­sa che non mi abban­do­ne­rà mai. Seguii avi­da­men­te tut­to il cor­so, e die­di l’esame subi­to dopo la fine del­le lezio­ni; dopo­di­ché, gli chie­si cosa doves­si fare per bien­na­liz­za­re l’esame (all’epoca era pos­si­bi­le). Un paio di anni dopo, ci met­tem­mo d’accordo per la tesi: era­no gli anni del­le pole­mi­che su Car­lo Ginz­burg e le sue incur­sio­ni nell’ambito del­la sto­ria dell’arte, e soprat­tut­to di Inda­gi­ni su Pie­ro; l’idea era di lavo­ra­re sul car­di­na­le Bes­sa­rio­ne e il suo rap­por­to con le arti figu­ra­ti­ve, cosa che feci con enor­me pia­ce­re. Nel mag­gio del 1994 ave­vo da poco par­te­ci­pa­to al con­ve­gno che si ten­ne a Vene­zia appun­to sul pre­la­to gre­co, in occa­sio­ne del­la gran­de mostra del­la Mar­cia­na, e a cui ave­vo pre­so par­te pro­prio gra­zie a quel­le ricer­che e a quel­le pub­bli­ca­zio­ni che era­no par­ti­te dal­la tesi che mi ave­va asse­gna­to Con­ti; la sua scom­par­sa, al di là del dolo­re che pro­vai e che rima­ne solo mio, chiu­se per me un ciclo.

Tut­te le imma­gi­ni di quel­la pri­ma lezio­ne era­no pre­se da ope­re di Gio­van­ni Bel­li­ni, ma que­sto Con­ti ce lo dis­se solo alla fine del­la lezio­ne, dopo che ave­va­mo par­la­to e discus­so – anche ani­ma­ta­men­te – per un’ora e mez­za, tra di noi e con lui. Ai Bel­li­ni, Gio­van­ni e Gen­ti­le, sono lega­ti tre suoi sag­gi, scrit­ti in tem­pi mol­to diver­si tra loro. Il pri­mo è quel­lo con­te­nu­to nel libro dedi­ca­to a Maria Cio­ni­ni Visa­ni, in cui ope­ra lo spo­sta­men­to di un dipin­to di tema otto­ma­no che la tra­di­zio­ne rife­ri­va a Gen­ti­le (o al suo ambi­to) a Bene­det­to Dia­na, cui dedi­ca pas­si sug­ge­sti­vi nel­lo sti­le quan­to nel con­te­nu­to fun­zio­na­li a un’intelligente inter­pre­ta­zio­ne dell’artista. “Come rea­zio­ne a que­sta insi­sten­za geo­me­tri­ca [quel­la di Laz­za­ro Bastia­ni] il Dia­na dovet­te svi­lup­pa­re una cer­ta indif­fe­ren­za per la squa­dra ed il com­pas­so: nel qua­dro di Colum­bia i pia­ni ten­do­no a ribal­tar­si ver­so lo spet­ta­to­re, tut­ti i cor­ni­cia­mi e bal­con­ci­ni di Buf­fa­lo dif­fi­cil­men­te tro­ve­reb­be­ro un pun­to di fuga più uni­ta­rio di un De Chi­ri­co meta­fi­si­co” è un pas­so che rien­tra di dirit­to nel­la pro­sa d’arte del­la cri­ti­ca ita­lia­na del seco­lo scor­so.1

Ma la gran­de fami­glia vene­zia­na tor­na pro­ta­go­ni­sta in quel­lo che è qua­si una pic­co­la mono­gra­fia su Gio­van­ni; il lavo­rio ese­ge­ti­co che le sta­va die­tro era alla base del­le lezio­ni del cor­so uni­ver­si­ta­rio cui ebbi la for­tu­na di par­te­ci­pa­re: il sag­gio del 1987 per il con­ve­gno su Anto­nel­lo con­tie­ne una impres­sio­nan­te serie di sug­ge­ri­men­ti attri­bu­ti­vi, cro­no­lo­gi­ci e tec­ni­ci, di sto­ria del­la cul­tu­ra nel sen­so più ampio del suo ter­mi­ne (con le aper­tu­re stu­pen­de alla cul­tu­ra anti­qua­ria), che cul­mi­na­no nel, si può ben dire, cele­bre riba­di­men­to dell’attribuzione del ton­do con la testa moz­za­ta del Bat­ti­sta dei Musei Civi­ci di Pesa­ro, appun­to, a Gio­van­ni, anzi­ché a Mar­co Zop­po; dico­to­mia di con­nois­seur­ship che, come ben noto, ha attra­ver­sa­to un seco­lo di sto­ria dell’arte. Il rife­ri­men­to dell’opera al pit­to­re vene­zia­no (che nel pedi­gree già van­ta­va il pare­re di Rober­to Lon­ghi) è sta­to in segui­to con­te­sta­to e poco con­di­vi­so, e solo di recen­te è sta­to com­piu­ta­men­te ripre­so da Gia­co­mo Calo­ge­ro, che in que­sta sede ripren­de il tema del­la sua ela­bo­ra­zio­ne da par­te di Ales­san­dro Con­ti, le cui righe dedi­ca­te alla let­tu­ra del dipin­to com­pat­ta­no for­se la sua lezio­ne di approc­cio glo­ba­le. Uno sguar­do tan­to tec­ni­co-mate­ria­le quan­to for­ma­le, per­ché que­sta cop­pia non può esse­re scis­sa: “Che un rappo[r]to fra i due mae­stri [Bel­li­ni e Zop­po] esi­sta anche su un pia­no meno lega­to a regie ico­no­gra­fi­che, più stret­ta­men­te sti­li­sti­co, lo ricor­da l’attribuzione del­la Testa del Bat­ti­sta, sem­pre del Museo di Pesa­ro, con le sue oscil­la­zio­ni fra Mar­co Zop­po e Giam­bel­li­no. Il trat­to morel­lia­no for­te­men­te carat­te­riz­zan­te dei capel­li attor­ci­glia­ti e lucen­ti ha sem­pre attrat­to i fau­to­ri del mae­stro bolo­gne­se, come se anche Gio­van­ni non aves­se potu­to spe­ri­men­ta­re in qual­che ope­ra la stes­sa for­mu­la. Un esa­me atten­to del­la tipo­lo­gia di quei capel­li rive­la però anche varian­ti che in Mar­co non si riscon­tra­no mai: le cioc­che più bagna­te si spez­za­no in ser­pen­tel­li minu­ti, si bifor­ca­no, si dira­ma­no in sin­go­li cri­ni che distur­ba­no la per­fet­ta com­men­su­ra­bi­li­tà geo­me­tri­ca del­lo Zop­po. Il rap­por­to fra la testa, il piat­to su cui dovreb­be esse­re posa­ta ed il fon­do azzur­ro è del tut­to ambi­guo, elu­de que­gli ine­lut­ta­bi­li rap­por­ti spa­zia­li che adat­ta­no alle con­chi­gliet­te di fin­ta pie­tra le mez­ze figu­re nel­le cuspi­di del polit­ti­co del Col­le­gio di Spa­gna a gui­sa di sta­tui­ne colo­ra­te. Il vol­to, poi, è reso con ribal­ta­men­ti che cer­ca­no di accor­da­re le leg­gi del­lo scor­cio all’evidenza ico­ni­ca, riman­dan­do, anco­ra, al gio­va­ne Bel­li­ni del­la Madon­na di Amster­dam, di quel­le Fodor e John­son. Ma è la ste­su­ra che, come è faci­le veri­fi­ca­re nel­la sala del museo pas­san­do dal­la Testa del Bat­ti­sta alla Pie­tà che face­va da cima­sa alla pala del 1471, rive­la una sostan­zia­le dif­fe­ren­za, quel­la di un trat­teg­gio mor­bi­do, ese­gui­to pro­ba­bil­men­te sul­la ste­su­ra sot­to­stan­te anco­ra umi­da; tale da dive­ni­re subi­to un fat­to di chia­ro­scu­ro, che avvol­ge e sfu­ma inve­ce di evi­den­zia­re le for­me nel­la loro misu­ra geo­me­tri­ca: un’eredità del­le tra­di­zio­ni di bot­te­ga del padre Jaco­po, di chia­ro­scu­ri dol­ci e bru­ni che discen­de­va­no dai cre­pu­sco­li dora­ti di Gen­ti­le da Fabria­no, l’esatto con­trap­po­sto dei trat­teg­gi a tem­pe­ra di Mar­co Zop­po”; que­ste righe, e quel­le che seguo­no, con­den­sa­no un sape­re mate­ri­co e insie­me sti­li­sti­co che pochi sto­ri­ci dell’arte, cre­do, pote­va­no e pos­so­no van­ta­re.2

Il rap­por­to con Gio­van­ni Bel­li­ni durò sino alla fine, pas­san­do dal con­tri­bu­to nel volu­me col­let­ti­vo su Mar­co Zop­po,3 sino al mera­vi­glio­so Gio­van­ni nel­la bot­te­ga di Jaco­po Bel­li­ni, nel volu­me in ono­re di Michel Laclot­te,4 pub­bli­ca­to postu­mo, in cui il nes­so cru­cia­le tra Jaco­po, Gio­van­ni e Man­te­gna vie­ne svol­to in modo magi­stra­le, che non poté pur­trop­po ave­re un segui­to – per­ché trop­po pre­sto ci è sta­to tol­to un gran­de stu­dio­so e un uomo gene­ro­so e buo­no. Tor­nan­do a casa, un pome­rig­gio, tro­vai mia madre sul­la soglia del­la por­ta, con un’espressione tri­ste, ad aspet­tar­mi: “C’è una brut­ta noti­zia”.

NOTE

1. A. Con­ti. Un’ambasciata del 1512, da Gen­ti­le Bel­li­ni a Bene­det­to Dia­na, in Per Maria Cio­ni­ni Visa­ni. Scrit­ti di ami­ci, Tori­no 1977, pp. 58–61 (il pas­so cita­to a p. 59). Non è que­sta la sede per discu­te­re le sin­go­le pro­po­ste con­te­nu­te nei sag­gi che cito, richia­man­do­li solo in rela­zio­ne alla mia sug­ge­stio­ne per­so­na­le (con l’eccezione di cui alla nota che segue). ↩

2. A. Con­ti, Gio­van­ni Bel­li­ni fra Mar­co Zop­po e Anto­nel­lo da Mes­si­na, in Anto­nel­lo da Mes­si­na, atti del con­ve­gno (1981), Mes­si­na 1987, pp. 275–303 (il pas­so cita­to alle pp. 283–284); vedi qui il con­tri­bu­to di G.A. Calo­ge­ro, e del­lo stes­so stu­dio­so Nuo­ve ricer­che sul­la Pala di Pesa­ro di Mar­co Zop­po, in “Para­go­ne. Arte”, LXIV – ter­za serie, n. 112 (765), 2013, pp. 3–21 (soprat­tut­to a p. 11). ↩

3. A. Con­ti, Echi di Mar­co Zop­po nel polit­ti­co di San Zani­po­lo, in Mar­co Zop­po, a cura di B. Gio­van­nuc­ci Vigi, Bolo­gna 1993, pp. 97–106. ↩

4. A. Con­ti, Gio­van­ni nel­la bot­te­ga di Jaco­po Bel­li­ni, in Hom­ma­ge à Michel Laclot­te, a cura di P. Rosen­berg, Mila­no 1984, pp. 260–271. ↩


 

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Alessandro Conti su Marco Zoppo e Giovanni Bellini: una lettera “privata” e una questione di metodo

giacomo alberto calogero


Non ho mai cono­sciu­to Ales­san­dro Con­ti. Quan­do morì, giu­sto vent’anni fa, ero anco­ra un ragaz­zi­no undi­cen­ne che leg­ge­va i roman­zi di Dumas padre e Jules Ver­ne e poco o nul­la sape­va del­la favo­lo­sa minia­tu­ra del Tre­cen­to bolo­gne­se (su uno scaf­fa­le del­la libre­ria di casa tor­reg­gia­va l’Infer­no con le inci­sio­ni di Gusta­ve Doré: per me era lui “l’Illustratore” del­la Com­me­dia). Solo più tar­di, all’Università, ven­ni a cono­scen­za degli scrit­ti di Con­ti, mol­ti dei qua­li ho let­to (e rilet­to) con quel misto di ammi­ra­zio­ne e inte­res­se che solo i gran­di mae­stri san­no susci­ta­re in un gio­va­ne neo­fi­ta.

Non poten­do van­ta­re ricor­di per­so­na­li, non mi resta che segna­la­re una let­te­ra com­mo­ven­te che mi è capi­ta­ta tra le mani men­tre scar­ta­bel­la­vo il dos­sier su Mar­co Zop­po al Cen­tre de docu­men­ta­tion del Lou­vre. Un gior­no di pri­ma­ve­ra del 1982, era il 24 mag­gio, Con­ti scri­ve­va all’amico Michel Laclot­te, da cui era sta­to inter­pel­la­to per un pare­re sul­la famo­sa Madon­na del lat­te fir­ma­ta “Zop­po di Squar­cio­ne”, appe­na pas­sa­ta al museo pari­gi­no dal­la col­le­zio­ne Wim­bor­ne di Ash­by Saint Led­gers. Con gran­de one­stà intel­let­tua­le, Con­ti dichia­ra­va di non ave­re nien­te di nuo­vo da dire sul dipin­to, ma di esse­re comun­que lie­to di saper­lo al Lou­vre «che, anche per noi ita­lia­ni, è sem­pre il Museo, per eccel­len­za». Ciò non gli impe­di­va, tra l’altro, di for­ni­re al col­le­ga fran­ce­se una serie di osser­va­zio­ni pun­tua­li su Zop­po, per esem­pio «che il libro di dise­gni del Bri­ti­sh Museum (che mi ave­va sem­pre lascia­to per­ples­so) si spie­ghi come ope­ra gio­va­ni­le, ante­rio­re al Cro­ci­fis­so di San Giu­sep­pe». Una pro­po­sta per nul­la ovvia, come sa chi si occu­pa di cose zop­pe­sche. In chiu­su­ra, Con­ti si augu­ra­va di rive­de­re pre­sto Laclot­te, maga­ri «alla mostra di Sie­na che vedo sta nascen­do bel­lis­si­ma: una vera gio­ia per chi l’ha idea­ta, per chi vi col­la­bo­ra e per tut­ti i loro ami­ci». E per chi, come me, di quel­la sto­ri­ca mostra sul Goti­co a Sie­na ha potu­to sola­men­te sfo­glia­re il cata­lo­go, que­ste paro­le non fan­no che aumen­ta­re il rim­pian­to di non esser­ci sta­ti. Se ho defi­ni­to la let­te­ra com­mo­ven­te non è solo per quel fre­mi­to di pia­ce­re un po’ feti­ci­sta che mi coglie ogni qual vol­ta ho la for­tu­na di imbat­ter­mi in que­sto tipo di cor­ri­spon­den­ze “pri­va­te”, ma per­ché dal­le poche righe di Con­ti tra­su­da dav­ve­ro una sin­ce­ra pas­sio­ne per gli stu­di e un amo­re per la disci­pli­na che non pos­so­no non muo­ve­re l’animo.

Laclot­te si era rivol­to a Con­ti per­ché sape­va dei suoi recen­ti inter­ven­ti su Zop­po. Pro­prio sul fini­re del 1981 si era tenu­to a Mes­si­na un con­ve­gno su Anto­nel­lo, al qua­le lo stu­dio­so ave­va par­te­ci­pa­to con un con­tri­bu­to dedi­ca­to ai rap­por­ti tra il pit­to­re emi­lia­no, Gio­van­ni Bel­li­ni e Anto­nel­lo. Il testo si può leg­ge­re negli atti del con­ve­gno, pub­bli­ca­ti qual­che anno dopo:1 si trat­ta di un sag­gio bel­lis­si­mo e mol­to den­so, pie­no zep­po di pro­po­ste che non è il caso di ripor­ta­re qui pun­to per pun­to. Per rias­su­me­re, baste­ran­no le poche righe invia­te da Con­ti a Laclot­te: «la tesi che vi pro­pon­go è che il Giam­bel­li­no abbia cono­sciu­to il mae­stro sici­lia­no men­tre sta­va dipin­gen­do la pala di Pesa­ro; cer­ti aspet­ti di lumi­no­si­tà pier­fran­ce­sca­na che si intra­ve­do­no in ope­re pre­ce­den­ti, come nel polit­ti­co di San Zani­po­lo, si pos­so­no inve­ce spie­ga­re con la cono­scen­za di ope­re di Mar­co Zop­po». Si può non esse­re d’accordo su alcu­ni pas­sag­gi, ma è cer­to ammi­re­vo­le la ric­chez­za e il rigo­re degli argo­men­ti sfo­de­ra­ti da Con­ti a soste­gno di un nodo tan­to deli­ca­to e, pro­prio oggi che il para­dig­ma Pie­ro-Bel­li­ni-Anto­nel­lo vie­ne sbri­ga­ti­va­men­te liqui­da­to, var­reb­be for­se la pena di ripren­der­li in mano con cal­ma.
È assai inte­res­san­te che nel­la par­ti­ta, sep­pur con un ruo­lo limi­ta­to nel tem­po e nei risul­ta­ti, Con­ti inse­ris­se anche Mar­co Zop­po: d’altra par­te, che sia esi­sti­to un fer­vi­do dia­lo­go tra lo Zop­po e Bel­li­ni, dipa­na­to­si negli anni che van­no dai trit­ti­ci del­la Cari­tà al polit­ti­co di San Zani­po­lo, è testi­mo­nia­to dall’annosa que­stio­ne attri­bu­ti­va posta dal­la Testa del Bat­ti­sta del Museo Civi­co di Pesa­ro. Non voglio adden­trar­mi nel pro­ble­ma, di cui ogni let­to­re infor­ma­to cono­sce­rà benis­si­mo i ter­mi­ni, ma vor­rei dire che sono rima­sto mol­to col­pi­to nell’apprendere la gran­de arrab­bia­tu­ra di Con­ti quan­do si accor­se, rileg­gen­do le boz­ze del suo arti­co­lo per gli atti zop­pe­schi del 1993,2 che la foto del ton­do pesa­re­se ripor­ta­va in dida­sca­lia il nome di Mar­co Zop­po.3 Per lui, con­vin­to asser­to­re dell’autografia bel­li­nia­na, l’equivoco non pote­va esse­re più indi­ge­sto, ma solo chi si è lascia­to sfug­gi­re il sag­gio di Con­ti su Lon­ghi e l’attribuzione4 potrà scam­bia­re la sua ama­rez­za per una bana­le impun­ta­tu­ra d’orgoglio o, peg­gio, per un’acritica fedel­tà nei con­fron­ti del vene­ra­to mae­stro. Pro­prio l’inci­pit dell’articolo su Lon­ghi dovreb­be fuga­re ogni dub­bio: «non esi­ste sto­ri­co dell’arte ita­lia­na che quo­ti­dia­na­men­te non si tro­vi in con­tat­to con le pro­po­ste sca­tu­ri­te dal lavo­ro di Rober­to Lon­ghi, che non deb­ba assen­ti­re o […] dis­sen­ti­re dai suoi risul­ta­ti».

Non si trat­ta­va dun­que di dare sem­pre ragio­ne al mae­stro, ma di appli­car­si con pie­na auto­no­mia di spi­ri­to ad una que­stio­ne di meto­do più impor­tan­te dell’attribuzione in sé: «pri­ma di sor­pas­sa­re Lon­ghi – è sem­pre Con­ti a par­la­re – sarà bene fer­mar­si a con­si­de­ra­re le qua­li­tà del­lo scor­cio, del­la luce, la con­ce­zio­ne del­la pro­spet­ti­va e del­lo spa­zio sot­tin­te­se nel dipin­to di Pesa­ro; poi con­clu­de­re per il Bel­li­ni o Mar­co Zop­po». Lo stes­so Lon­ghi sot­to­li­nea­va, ed era for­se il moti­vo del­la sua insi­sten­za, che nul­la meglio del fret­to­lo­so rife­ri­men­to allo Zop­po «può spie­ga­re le male­fat­te del morel­lia­ni­smo; un avvi­ci­na­men­to di segna­la­zio­ni mate­ria­li sen­za riguar­do alla qua­li­tà intrin­se­ca […] capel­li metal­li­ci e capel­li metal­li­ci sen­za occu­par­si del­la qua­li­tà del metal­lo, e se si trat­tas­se di fer­ro­ne­rie o di orfè­vre­rie, di S. Eli­gio dei Chia­va­ri, o di S. Eli­gio degli Ore­fi­ci».5 Nel­la Testa del Bat­ti­sta, il dato pura­men­te morel­lia­no sem­bra in effet­ti impor­si sul resto e annul­la­re i valo­ri qua­li­ta­ti­vi che pure esi­sto­no, sono evi­den­ti e ren­do­no per lo meno pro­ble­ma­ti­ca un’assegnazione all’artista emi­lia­no. Al di là degli ele­men­ti este­rio­ri e dei faci­li con­fron­ti tipo­lo­gi­ci esi­ste sem­pre una «mate­ria­li­tà dell’opera d’arte» che non può esse­re elu­sa dal vero cono­sci­to­re. Non a caso, Con­ti insi­ste­va pro­prio sul­la qua­li­tà del­la «ste­su­ra che, come è faci­le veri­fi­ca­re nel­la sala del museo pas­san­do dal­la testa del Bat­ti­sta alla Pie­tà che face­va da cima­sa alla pala del 1471, rive­la una sostan­zia­le dif­fe­ren­za, quel­la di un trat­teg­gio mor­bi­do […] tale da dive­ni­re subi­to un fat­to di chia­ro­scu­ro che avvol­ge e sfu­ma inve­ce di evi­den­zia­re le for­me nel­la loro misu­ra geo­me­tri­ca: un’eredità del­le tra­di­zio­ni di bot­te­ga del padre Jaco­po, di chia­ro­scu­ri dol­ci e bru­ni che discen­de­va­no dai cre­pu­sco­li dora­ti di Gen­ti­le da Fabria­no».6 Comun­que la si pen­si, non si può che rima­ne­re affa­sci­na­ti dall’idea che l’anamnesi di un dipin­to, inte­so come «pro­dot­to uma­no», ricon­du­ca a una pre­ci­sa sto­ria indi­vi­dua­le e addi­rit­tu­ra genea­lo­gi­ca. Attri­bui­re, insom­ma, signi­fi­ca distin­gue­re per­so­ne, non cata­lo­ga­re mani; ossia rico­no­sce­re che «una diver­sa qua­li­tà espri­me sem­pre una diver­sa cul­tu­ra».
«Pri­ma cono­sci­to­ri, poi sto­ri­ci» è una fra­se spes­so attri­bui­ta a Pie­tro Toe­sca, gran mae­stro di Lon­ghi, ma che fu pri­ma di Gio­van­ni Morel­li.7 Come ci spie­ga Con­ti, le straor­di­na­rie capa­ci­tà di cono­sci­to­re esi­bi­te da Lon­ghi sono inve­ce «sem­pre lega­te alla qua­li­tà di gran­de sto­ri­co, pron­to a rive­de­re sul­la con­cre­tez­za del­la let­tu­ra del­le ope­re qual­sia­si pro­ble­ma». L’opera ci avver­te sem­pre, pur­ché la si ascol­ti nel pro­fon­do, oltre la muta super­fi­cie, che «anco­ra qual­co­sa man­ca al suo pie­no inten­di­men­to»:8 non rite­ne­re mai chiu­sa nes­su­na que­stio­ne, inten­de­re la Sto­ria dell’Arte come un siste­ma aper­to, in cui i cor­si e ricor­si cri­ti­ci sono sem­pre pos­si­bi­li e anzi auspi­ca­bi­li, è l’unico modo per man­te­ne­re viva la nostra ama­ta disci­pli­na, per non ridur­la a una ste­ri­le (e for­se inu­ti­le) gri­glia di nomi, fat­ti e date. Que­sto il com­pi­to a cui nes­su­na gene­ra­zio­ne dovreb­be sot­trar­si, poi­ché ogni gene­ra­zio­ne ha il dove­re, uti­liz­zan­do il lin­guag­gio e gli stru­men­ti che le sono pro­pri, di rin­no­va­re ogni vol­ta l’esperienza visi­va susci­ta­ta dal fat­to figu­ra­ti­vo, di instau­ra­re un rap­por­to vivi­fi­can­te con la sto­ria e con gli ogget­ti che di quel­la sto­ria costi­tui­sco­no la sostan­za. In un pano­ra­ma cul­tu­ra­le come quel­lo ita­lia­no, «oscil­lan­te in per­pe­tuo tra l’assenza di pen­sie­ro e il pen­sie­ro intel­let­tua­li­sti­co», il meto­do empi­ri­co di Lon­ghi ten­ta­va di non «pre­clu­der­si la real­tà in nome di uno sche­ma costi­tui­to».9 Sono paro­le di Fran­ce­sco Arcan­ge­li, che Con­ti ci ricor­da all’inizio del suo sag­gio e che sareb­be bene tene­re a men­te anche in futu­ro.

NOTE

1. A. Con­ti, Gio­van­ni Bel­li­ni fra Mar­co Zop­po e Anto­nel­lo da Mes­si­na, in Anto­nel­lo da Mes­si­na: atti del con­ve­gno di stu­di tenu­to a Mes­si­na dal 29 novem­bre al 2 dicem­bre 1981/ Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Mes­si­na, Facol­tà di Let­te­re e filo­so­fia, Mes­si­na 1987, pp. 275–303. ↩

2. A. Con­ti, Echi di Mar­co Zop­po nel Polit­ti­co di San Zani­po­lo, in Mar­co Zop­po. Cen­to 1433–1478 Vene­zia. Atti del con­ve­gno inter­na­zio­na­le di stu­di sul­la pit­tu­ra del Quat­tro­cen­to pada­no. Cen­to, 8–9 otto­bre 1993, a cura di B. Gio­van­nuc­ci Vigi, Bolo­gna 1993, pp. 97–106. ↩

3. Lo spia­ce­vo­le epi­so­dio è rac­con­ta­to in G. Ago­sti, Un amo­re di Gio­van­ni Bel­li­ni, Mila­no 2009, pp. 9–10. ↩

4. A. Con­ti, Lon­ghi e l’attribuzione, in “Anna­li del­la Scuo­la Nor­ma­le di Pisa“, s. III, X, 1980, fasc. 3, pp.1093–1117. ↩

5. R. Lon­ghi, Escur­sio­ni Bel­li­nia­ne (1925–1926), in Il palaz­zo non fini­to. Sag­gi ine­di­ti. 1910–1926, a cura di F. Fran­gi, C. Mon­ta­gna­ni, Mila­no 1995, pp. 381–382. ↩

6. Con­ti, Gio­van­ni Bel­li­ni…cit., p. 284. ↩

7. Come pre­ci­sa­va già Fer­di­nan­do Bolo­gna la fra­se si ritro­va, tale e qua­le, «nel­le pagi­ne così poco “sto­ri­che” di Über Prin­zip und Metho­de del Morel­li» (F. Bolo­gna, I meto­di di stu­dio dell’arte ita­lia­na e il pro­ble­ma meto­do­lo­gi­co oggi, in Sto­ria dell’arte ita­lia­na, I: Que­stio­ni e meto­di, Tori­no 1979, p. 249). ↩

8. R. Lon­ghi, Pro­po­ste per una cri­ti­ca d’Arte, in “Para­go­ne”, 1, 1950, p. 16. ↩

9. F. Arcan­ge­li, in “Para­go­ne”, 245, 1970, p. V. ↩


 

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Alcune letture su Alessandro Conti


Necro­lo­gi appar­si su quo­ti­dia­ni
G. Ago­sti, Il mae­stro che libe­ra la testa, «Il mani­fe­sto», 6 mag­gio 1994.
A. Ange­li­ni, Una voce con­tro il restau­ro spet­ta­co­lo, «La voce del Cam­po», 12 mag­gio 1994.
E. Cri­spol­ti, La pas­sio­ne del restau­ro, «l’Unità», 6 giu­gno 1994.

Pro­fi­li e ricor­di
P. Baroc­chi, Ricor­do di Ales­san­dro Con­ti, «Pro­spet­ti­va», nume­ro, 1994, p. 189.
P. Baroc­chi, E. Castel­nuo­vo, in Ad Ales­san­dro Con­ti (1946–1994), a cura di F. Caglio­ti, M. File­ti Maz­za, U. Par­ri­ni, Scuo­la Nor­ma­le Supe­rio­re, Pisa 1996, pp. VII-VIII.
G. Ago­sti, Un amo­re di Gio­van­ni Bel­li­ni, ibid., pp. 45–83 (in par­ti­co­la­re la con­clu­sio­ne, p. 83).
G. Ago­sti, Su Man­te­gna I, Fel­tri­nel­li, Mila­no 2005, pp. 220–221.

Postil­le a edi­zio­ni postu­me
M. Fer­ret­ti, Una visio­ne sere­na del rap­por­to tra mate­ria e imma­gi­ne, in A. Con­ti, Sto­ria del restau­ro e del­la con­ser­va­zio­ne del­le ope­re d’arte, Elec­ta, Mila­no 2002, p. 367–375.
G. Ragio­nie­ri, I pas­si di un mae­stro, in A. Con­ti, Iti­ne­ra­ri fio­ren­ti­ni, Poli­stam­pa, Firen­ze 2005, pp. 183–193.


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L’articolo fa par­te di una serie dedi­ca­ta alla memo­ria di Ales­san­dro Con­ti (1946–1994) a vent’anni dal­la mor­te.
Sono usci­ti fino­ra:
– Gio­van­na Ragio­nie­ri, Ricor­do di Ales­san­dro Con­ti (5 mag­gio 2014)
– Pao­la Tognon, Per Ales­san­dro Con­ti: un ricor­do (9 mag­gio 2014)
– Anchi­se Tem­pe­sti­ni, Per Ales­san­dro Con­ti (18 mag­gio 2014)
– Anto­nio Nata­li, Da “I din­tor­ni dell’anima” (per Ales­san­dro Con­ti) (21 mag­gio 2014)
– Bar­ba­ra Cinel­li, “Can­zo­ne (qua­si) per un ami­co”: Con­ti nel ricor­do di Bar­ba­ra Cinel­li (24 mag­gio 2014)
– Ema­nue­la Fio­ri, Ales­san­dro Con­ti a Bolo­gna nel ricor­do di Ema­nue­la Fio­ri (29 mag­gio 2014)

Marco Zoppo, Cristo morto sorretto da due angeli, Pesaro

Mar­co Zop­po, Cri­sto mor­to sor­ret­to da due ange­li, Pesa­ro, Pina­co­te­ca civi­ca

Testa del Battista, Pesaro

Gio­van­ni Bel­li­ni, Testa di San Gio­van­ni Bat­ti­sta, Pesa­ro, Pina­co­te­ca civi­ca


Cite this article as: Fabrizio Lollini, Dittico belliniano per Alessandro Conti, in "STORIEDELLARTE.com", 7 giugno 2014; accessed 5 dicembre 2016.
http://storiedellarte.com/2014/06/dittico-belliniano-per-alessandro-conti.html.

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