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Scultura nei giardini delle ville venete

copertina 1Domani, 9 maggio 2014 (ore 11:00), al Salone internazionale del libro di Torino (Stand Regione Veneto)
si presenterà il volume:

Scultura nei giardini delle ville venete.
Il territorio vicentino

a cura di Monica De Vincenti, Marsilio Editore.


IL VOLUME di cui qui brevemente mi occupo, Scultura nei giardini delle ville venete. Il territorio vicentino (Venezia, Marsilio), si pone – e non credo d’esagerare – come il primo, pionieristico lavoro di catalogazione sistematica di una delle espressioni tra le più affascinanti, complesse e meno indagate che la civiltà artistica veneziana abbia mai conosciuto: la statuaria da giardino. Ordinato secondo un criterio alfabetico per località, questo catalogo presenta, tra saggio introduttivo e schede, un apparato illustrativo di circa seicento immagini, che, al di fuori di quelle storiche, sono il frutto di una nuova e apposita campagna fotografica magistralmente condotta da Matteo De Fina per l’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia: il promotore, insieme all’Istituto Regionale delle Ville Venete, di questo encomiabile lavoro, a cui si affianca anche l’Atlante della statuaria veneta da giardino, strumento consultabile gratuitamente sui siti di queste due istituzioni.
 

Veduta del parco di villa Piovene a Castelgomberto

Veduta del parco di villa Piovene a Castelgomberto

Un genere, quello della statuaria da giardino, il cui fascino non è dato solo dall’alta qualità estetica delle opere a noi giunte, ma anche dal fatto che ad esse «spettava – come afferma Monica De Vincenti, curatrice del catalogo, nel suo brillante saggio introduttivo – il compito di veicolare con stupefacente ricchezza di esiti formali i messaggi più diversificati, al pari degli affreschi che decorano gli interni della villa: dalla nostalgia per un Eden perduto e fuori dal tempo, alle vicende concrete della vita degli stessi committenti, ai loro interessi culturali, all’ideologia del momento, alla volontà di rappresentazione del privilegio e del rango».
Non sorprende quindi che l’autrice, negli ottantotto cicli scultorei indagati con l’aiuto di due giovani studiose (Federica Temporin e Ilaria Turetta), si sia cimentata tanto in inedite letture iconografiche quanto in un serie di interventi su questioni prettamente stilistiche, avanzando nuove attribuzioni e sistemando, ampliando e chiarificando il catalogo e il ruolo svolto dagli scultori impiegati, tra Cinquecento e Settecento, nella decorazioni dei parchi delle innumerevoli ville del vicentino. Una scelta, quella di partire con la schedatura del territorio di Vicenza, che appare a De Vincenti «quasi obbligata». Infatti, «sarà soprattutto in quest’area che si realizzerà l’età d’oro della villa veneta, il cui modello, dallo spirito moderno e insieme senza tempo, riconoscibile nella sapiente congiunzione di funzionalità e bellezza, sarà fornito da Andrea Palladio». Ma non solo. Dal punto di vista tecnico, è qui che si trova la pietra dei Berici: un materiale che anche dopo l’estrazione, essendo ancora ricco della cosiddetta “acqua di cava”, si presenta assai tenero e docile da poter essere lavorato con gli strumenti dell’intaglio ligneo, «consentendo così di realizzare in breve tempo un numero considerevole di opere che con la progressiva esposizione all’aria consolidano sino a giungere a opporre una resistenza agli agenti atmosferici». Particolarità, questa, che, insieme agli esemplari realizzati in pietra d’Istria, ci consente ancor oggi di poter ammirare le sculture di artisti come Francesco Bertos, del poco conosciuto Agostino Testa, di Giacomo Cassetti, Giambattista e Girolamo Albanese, Giovanni Bonazza, Antonio Gai, fino ad arrivare al genio creativo di Orazio ed Angelo Marinali. Con essi «la statuaria veneta da giardino vivrà la sua stagione più gloriosa, raggiungendo nello stesso tempo un’ineguagliata ampiezza di repertorio iconografico e una straordinaria qualità estetica. In particolare le statue dei bassanesi trasformeranno il giardino in una scena differenziabile secondo le esigenze del committente: aulica o tragica con protagonisti i miti e storie drammatiche quali le Metamorfosi ovidiane; comica con personaggi rustici che varieranno tra il genere e la commedia; satirica, legata cioè alla natura selvaggia o artificiale, con creature che popolano antri e spelonche». Si guardi, ad esempio, al ciclo in pietra tenera che oggi si divide tra la villa Garzadori di Creazzo e quella detta “Grotta del Marinali” a Longare. Nella prima villa l’autrice ha identificato un inedito e superbo gruppo di figure mitologiche (Marte, Giove, Venere, Vulcano, Ercole e Onfale) che, come riporta la scheda 34 del catalogo, erano collocate fino al 1799 nella sala quadrata del secondo edificio, ove oggi si trovano ricoverati, insieme ad altre tre statue, i famosi Nani, che spiccano, come sottolinea De Vincenti, «per la fantasia inventiva […] la carica espressiva grottesca, sempre divertita e mai crudele, l’acuta osservazione del reale unita a una straordinaria abilità tecnica».


Si potrebbe continuare, e lo potremmo fare parlando del bellissimo Obelisco o Macchina Mondiale  della villa Conti detta “la Deliziosa” a Montegaldella (cat. 46) e delle statue lì conservate  raffiguranti le Maschere della Commedia dell’Arte, o anche degli altri innumerevoli cicli così accuratamente descritti, ma preferisco ora lasciare il giusto spazio alla curiosità di ognuno, ove essa sia sorta, trascrivendo un passo tratto dalla parte conclusiva del saggio dell’autrice, in cui narra tra l’altro di una delle vicende più singolari che questo libro offre, ricordando il grido d’aiuto che alcune sculture lanciarono, inascoltate.
«Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento le sculture dei giardini delle ville venete avevano vissuto una fase di rinnovata fortuna “emigrando” in altri luoghi. Fu un fenomeno occorso soprattutto sull’onda della moda del giardino formale “all’italiana” che allora si sviluppò e di cui furono artefici architetti, scrittori e appassionati in prevalenza americani ed anglosassoni, che comportò la sistemazione, il riadattamento o la creazione ex novo di cospicui giardini ispirati ai modelli italiani dal XVIII al XVIII secolo, svincolati però dal concetto d’autenticità. Le statue furono allora riconosciute come elementi tra i più efficaci del giardino all’italiana insieme ai livelli accordati da rampe e scalinate, ai piccoli boschi da affiancare alle parti formali, all’acqua, alla pergola e al “teatro di verzura”. Le figure lapidee – soprattutto sei-settecentesche – poste a ornare questi nuovi giardini di inglesi e americani, procacciate da mercanti d’arte italiani e stranieri, appaiono in buona misura di provenienza veneta, sebbene di rado sia possibile indicare precisamente da quale villa furono alienate. Perdendo gli originali nessi semantici, nella loro nuova collocazione le statue espressero soprattutto la propria valenza estetico-decorativa, assumendo la funzione di punto focale di visuali che sottolineavano l’organizzazione dello spazio del giardino, generando curiosità e dunque stimolando l’esplorazione dell’ambiente
Tra tutti questi giardini quello di villa Acton La Pietra rappresenta, in effetti, un capitolo fondamentale. Nella celebrata dimora, sita nei dintorni di Firenze, si trovano infatti numerose statue venete tra cui una buona parte dell’originario ciclo di villa Sangiantofetti, Pedrina a Barbarano Vicentino, che fu acquisita da Arthur Acton già nel 1909. In questo stesso anno, infatti, il farmacista di Barbarano Vicentino, l’appassionato fotografo e pittore Arturo Ruffo, confezionò un curioso volumetto intitolato Voci dal passato (1909) corredato dalle immagini delle opere presenti nel giardino e da due sagaci lettere redatte, con ogni evidenza, in vista dell’imminente vendita, sottoscritte dalle stesse statue. Nelle missive le figure femminili rivolgono al proprietario, Agostino Pedrina, un’accorata preghiera: «Ed ora? L’abbiamo udita la crudele minaccia! Per oro imbelle andremo forse schiave all’oro imbecille di qualche ricco salumaio americano che crede l’arte si deva comperare, non intendere. Pietà per noi, pietà per i vostri nepoti! »; mentre Mercurio esprime invece un altro cinico pensiero: «Dà retta a me, vendine, io so che anche Venere et Flora che fan le schifiltose non sono mai state tanto contente come quando han saputo potersi barattare per denaro. Se darai loro la libertà non occorrerà farle scendere dal piedistallo! Vedrai che salti!».
Fu una vera e propria diaspora, eppure in tal modo, ben prima che gli studi storico-artistici riscoprissero l’effettiva originalità del contributo della scultura alla civiltà figurativa delle ville venete, le statue avevano saputo guadagnarsi, in piena solitudine, una nuova ribalta seducendo con la loro apparenza formale un’élite internazionale colta e raffinata o, in taluni casi, semplicemente facoltosa. Un’élite intenta a costruire attorno a se stessa ameni fondali ove contemplare la propria immagine, ove mettere in scena la propria vita, ove sfoggiare complicate eleganze, non diversamente da quanto avevano fatto anche i patrizi veneti del Settecento, che avevano tentato di arrestare ai confini dei propri giardini l’inesorabile declino di un mondo».

Giardino di villa Sangiantofetti a Barbarano Vicentino, veduta del viale con le statue (foto d’epoca, 1909)

Giardino di villa Sangiantofetti a Barbarano Vicentino, veduta del viale con le statue (foto d’epoca, 1909)

Orazio Marinali e collaboratori, “Obelisco” o “Macchina Mondiale”. Montegaldella, villa Conti detta “la Deliziosa”

Orazio Marinali e collaboratori, “Obelisco” o “Macchina Mondiale”. Montegaldella, villa Conti detta “la Deliziosa”

Arturo Ruffo, Voci del Passato, ms. 1909

Arturo Ruffo, Voci del Passato, ms. 1909

Si ringrazia L'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia per aver gentilmente concesso la pubblicazione delle foto.

Cite this article as: Maichol Clemente, Scultura nei giardini delle ville venete, in "STORIEDELLARTE.com", 8 maggio 2014; accessed 25 luglio 2017.
http://storiedellarte.com/2014/05/scultura-nei-giardini-delle-ville-venete.html.

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