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Canzone (quasi) per un amico”: Conti nel ricordo di Barbara Cinelli

Nel mio curriculum il primo titolo da ‘storica dell’arte’ lo devo ad Alessandro. Cercava un giovane cui affidare una mostra fotografica su Masaccio per San Giovanni Valdarno, e Paola Barocchi, con cui avevo cominciato a studiare alla Scuola Normale come perfezionanda, gli fece il mio nome, insieme a quello di Fernando Mazzocca.

Vorrei ricordare la data, non tanto per me, quanto perché chiarisce chi era Alessandro. Era il 1978, di settembre. Gli anni Settanta erano stati, soprattutto in Toscana, anni di slanci generosi che facevano intravedere la possibilità di un ‘buon governo’ e della creazione di una coscienza civile attraverso la conoscenza della storia e dell’arte. Nel 1968 Giovanni Previtali aveva scritto: «a noi educati più ancora che su Marx e Lenin su Gramsci e Labriola non riesce di vedere alcuna incompatibilità teorica tra marxismo e libertà».

Erano parole, queste, che oltre la comune passione per la storia e le opere d’arte garantivano un legame tra l’allievo di Longhi, romano, figlio e nipote di direttori d’orchestra, e il giovane comunista fiorentino, con alle spalle una famiglia di «bottegai d’oltrarno», come sempre con orgoglio rivendicava Alessandro, che si era avvicinato alla cultura dell’immagine anche attraverso lo zio, Leonardo Mattioli, grafico di qualità attivo per le campagne pubblicitarie del partito. E così in quegli anni Settanta Alessandro non solo marciava gagliardo sulle orme di Longhi con il conforto di Giovanni Previtali, lanciando dalle pagine de “L’Unità” e di “Politica e Società” invettive ‘toscane’ contro il basso turismo che consumava – e non smette di consumare – Firenze; ma come docente del DAMS aveva organizzato, nel 1976, un seminario sperimentale, proponendo al Comune di Bagno a Ripoli una relazione sullo stato di conservazione dell’Ospedale del Bigallo: contro la feticizzazione della singola opera d’arte sosteneva la stratificazione storica dei contesti, e ne affidava la cura a studenti universitari. Un circolo virtuoso tra didattica, storia, e istituzioni, una testimonianza contro quel divorzio tra gestione delle collezioni pubbliche e politica dei beni culturali, che già allora si annunciava minacciosamente, e tutta l’irruenza giovanile e militante di Alessandro si solidificava nelle iniziative decentrate sul territorio, strumenti di corretta informazione e di crescita d’impegno civile.
Il pane che uccide (1968), manifesto di L. Mattioli contro gli incidenti sul lavoro.

Il pane che uccide (1968), manifesto di L. Mattioli contro gli incidenti sul lavoro.

E così nacque anche la piccola esposizione di San Giovanni Valdarno. Fu alla Casa di Masaccio, che aveva già accolto i materiali del favoloso spettacolo messo in scena nel 1977 al Rondò di Bacco di Boboli dai Bread and Puppet, rilettura dell’artista quattrocentesco in chiave di teatro sperimentale: una sequenza che non solo la dice lunga su cosa sia il vero legame tra arte e politica, ma ci parla dell’orizzonte vasto e anticonvenzionale degli interessi visivi di Alessandro. Dopo le grandi costruzioni di cartapesta di Peter Schumann, a San Giovanni Valdarno giunsero i volumi del Settecento, dell’Ottocento e del Novecento, quelli che documentavano la vicenda di Masaccio, attraverso le opere che via via erano state scelte per diffonderne il linguaggio: “Fortuna visiva di Masaccio nella grafica e nella fotografia”, questo il titolo, quando di fortuna visiva poco si parlava, e men che meno si pensava di fare una mostra di libri. Ma ad Alessandro quell’iniziativa stava a cuore perché avrebbe dovuto smontare la vulgata delle temibili mostre pseudo-didattiche, con pannelli fotografici di riproduzioni da riproduzioni di opere non sempre ben fotografate; l’obiettivo era quello di portare l’attenzione del pubblico sui rischi di identificare le opere con una immagine della quale raramente si controllava la qualità e di anteporre alla fisicità del manufatto una astratta nozione di ‘opera d’arte’: non c’erano i quadri e gli affreschi di Masaccio, ma c’erano i libri che nel tempo li avevano tramandati.

Ci scontrammo, quella volta, con Alessandro. Nel percorso erano previste foto dei murali di Carrà e Sironi degli anni Trenta, accostate a coeve monografie su Masaccio dove i tagli fotografici e la qualità della stampa esaltavano un pittore rude e ‘strapaesano’ e ad Alessandro sembrò che quel gigante fiorentino fosse confuso con la pittura di regime e che fosse tradito il magistero di Longhi che di Masaccio aveva celebrato le perspicue qualità di stile. Ma le discussioni con Alessandro quanto più si accendevano, tanto più svelavano onestà di intenti e capacità di confronto reale; così, nello spazio di un pomeriggio, mentre da soli allestivamo la piccola sala – che allora si faceva da Marta e da Maria! – e aprivamo i testi nelle pagine convenute per disporli nelle bacheche, e ci accapigliavamo su quanto ci stava a cuore, si convinse della mia fede politica e delle mie qualità di aspirante storica dell’arte; e finimmo a cena, a ridere di fronte a un bicchiere di vino.



L'articolo fa parte di una serie dedicata alla memoria di Alessandro Conti (1946-1994) a vent'anni dalla morte.

Sono usciti finora:

Giovanna Ragionieri, Ricordo di Alessandro Conti (5 maggio 2014)

Paola Tognon, Per Alessandro Conti: un ricordo (9 maggio 2014)

Anchise Tempestini, Per Alessandro Conti (18 maggio 2014)

Antonio Natali, Da “I dintorni dell’anima” (per Alessandro Conti) (21 maggio 2014)

 

Cite this article as: Barbara Cinelli, Canzone (quasi) per un amico”: Conti nel ricordo di Barbara Cinelli, in "STORIEDELLARTE.com", 24 maggio 2014; accessed 26 aprile 2017.
http://storiedellarte.com/2014/05/canzone-quasi-per-un-amico-conti-nel-ricordo-di-barbara-cinelli.html.

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