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Nel respiro della storia. Renzo Piano a Padova: una mostra, una lezione

 

Renzo Piano, Studio per la mostra del Palazzo della Ragione a Padova (Photo: ©RPBW)

Renzo Piano, Studio per la mostra del Palazzo della Ragione a Padova (Photo: ©RPBW)

Uno spazio straordinario, una grande nave capovolta all’interno del quale si sente il respiro della storia. Così Renzo Piano, nel corso della lectio magistralis tenuta il 15 marzo scorso nell’aula magna del Bo, ha definito il “Salone” di Padova che fino al 15 luglio ospita la mostra Renzo Piano Building Workshop. Pezzo per pezzo, la prima in Italia dopo quella organizzata, nel 2007, all’interno della Triennale di Milano. Da allora nessuna esposizione su Renzo Piano si era tenuta in Italia, mentre l’opera dell’architetto veniva celebrata all’estero (a New York l’ultima).

Renzo Piano ha spiegato come, all’interno della grande sala costruita sopra botteghe, strade e spazi aperti in cui pulsa da secoli il cuore della città (Andrea Palladio nei Quattro Libri parla di una grande «piazza coperta» ad uso dei gentiluomini), sia nato un vero e proprio flirt tra le immagini dipinte alle pareti e i pezzi in mostra: le foto, i disegni, i plastici, insieme a giunti, elementi strutturali e modelli costruttivi sospesi in aria, perseguendo quell’idea di leggerezza che caratterizza la sua ricerca. Il tutto appare agli occhi dell’architetto come un universo costruito: più che una mostra d’architettura, sembra un museo di storia naturale molto simile al MUSE il nuovo museo di Trento, con gli scheletri appesi nella sala centrale. Il ciclo astrologico dipinto all’interno del Palazzo della Ragione, con la sequenza di figure umane, animali, vegetali, astrali che occupano tutte le pareti sembrano intessere un dialogo silenzioso con le grandi foto e i dettagli architettonici sospesi in aria.

MUSE - Museo delle Scienze di Trento

Veduta interna del Museo delle Scienze di Trento (Renzo Piano Building Workshop, architects, 2002-2013)

Ha senso mostrare l’architettura? si è domandato Renzo Piano rivolto al pubblico raccolto nell’aula magna universitaria. L’interrogativo rivela quanto sia difficile organizzare esposizioni d’architettura, perché nulla può sostituire il contatto reale, fisico, con lo spazio costruito. Una risposta possibile è quella che sostanzia il vero obiettivo della retrospettiva: mostrare “come si fa” l’architettura, le pene, le sofferenze, i pentimenti più che il risultato in sé. La mostra, quindi, è articolata su 32 tavoli che alludono al piano di lavoro su cui opera l’architetto, ciascuno dei quali ricostruisce la storia di un progetto. Piano ha suggerito di vedere ogni tavolo non solo come l’unità di misura del processo progettuale, ma anche come un’isola deserta all’interno di un arcipelago. Un luogo in cui possiamo immaginare il visitatore come Robinson Crusoe, che vi approda e scopre cose nuove: le strade dell’immaginazione e i prodotti di laboratorio in cui maturano i progetti. All’interno dell’arcipelago di tavoli e sedie (“da regista”, otto per ogni tavolo), i progetti si raggruppano secondo quattro tematiche: progetti a scala urbana, lo studio delle forme sperimentali, le architetture per la musica e il silenzio, le opere destinate alla cultura e all’arte.

Ciascun progetto è un fatto nuovo, è una nuova avventura, ha affermato l’architetto mentre ripercorreva le principali tappe della sua lunga attività a partire da quello che considera a buona ragione un punto di svolta, il Beaubourg realizzato a Parigi con Richard Rogers, che realizzava l’idea di un luogo urbano in cui la cultura fosse realmente aperta a tutti. Dall’esperienza-laboratorio di Otranto (un caso di coinvolgimento sociale della cittadinanza) a Trento, passando per New York, oppure per Berlino, si riconosce una costante attenzione per la riqualificazione urbana. Se negli anni Settanta del Novecento il tema all’avanguardia era quello dei centri storici, oggi il problema che assilla il vivere civile sono le periferie, la necessità di ripensare, riprogettare il patrimonio edilizio esistente, cresciuto e degradatosi a dismisura negli ultimi decenni.

Quella che Piano ha espresso nella lezione al Bo, e che la mostra mette in evidenza, è un’immagine quasi poetica di un architetto convinto della missione sociale del suo operare, ben lontana dall’enfasi tecnologica fine a se stessa, alla luce della quale l’architetto impostosi sulla scena internazionale era stato valutato negli anni Ottanta e talvolta sottoposto a critica per «l’efficace spregiudicatezza» con cui esercitava la pratica professionale (Ciucci-Dal Co). A noi, ripensando a quei libri di storia dell’architettura dove le righe dedicate a Piano erano davvero limitate, riesce piuttosto difficile muovendoci tra i tavoli della mostra decidere dove passa il discrimine tra un tecnologo e un architetto vero e proprio. Ci sembra che tali questioni non possano più essere contrapposte, anche perché Piano stesso ha più volte sottolineato come «la scelta della tecnologica è implicita nella scelta di costruire». È il senso stesso dell’esposizione, appunto, «pezzo per pezzo»: progettare tutti i singoli elementi che costituiscono l’opera finale, senza mai dimenticare la sensibilità ai luoghi e alla sostenibilità ambientale.


Studenti in mostra al Palazzo della Ragione di Padova

Studenti al Palazzo della Ragione a Padova

Una delle finalità primarie della mostra, come sottolineato più volte da Piano stesso nella sua lezione al Bo, è quella di essere rivolta ai giovani: un’occasione per mettere a disposizione la propria esperienza alle generazioni di progettisti che si stanno formando. La presenza di Renzo Piano a Padova e l’apertura della retrospettiva a lui dedicata, da questo punto di vista, si è dimostrata un’occasione formidabile per far convergere insegnamento accademico e possibilità di apprendimento nel mondo reale. La mostra, e il generoso sostegno della Fondazione Cappochin (che qui si ringrazia), hanno impresso una notevole accelerazione al programma di iniziative organizzate nell’ambito del Corso di laurea in Ingegneria Edile – Architettura del Dipartimento ICEA, Università degli studi di Padova, e dedicate alla figura dell’architetto. Come anticipato all’interno di questo blog (Renzo Piano meets ICEA), gli studenti iscritti al corso, alcuni dei quali hanno avuto la possibilità di incontrare Renzo Piano presso la “Fondazione Renzo Piano“ a Punta Nave, stanno attualmente svolgendo laboratori didattici studiando la figura e alcune opere dell’architetto. Oltre ai viaggi di studio, il programma prevede una serie di conferenze (http://www.dicea.unipd.it/renzo-piano-meets-icea-1) tenute da storici dell’architettura, ingegneri, architetti e giovani collaboratori dello studio Renzo Piano Building Workshop. Due di queste, hanno in qualche modo fatto da cornice all’apertura della grande mostra padovana: una di Fulvio Irace, storico dell’architettura del Politecnico di Milano, l’altra di Maurizio Milan, ingegnere, collaboratore dello studio RPBW nella realizzazione di alcuni grandi cantieri.

Su alcuni aspetti dell’opera dell’architetto genovese si è soffermato Fulvio Irace nella conferenza per gli studenti del Corso di laurea in Ingegneria Edile - Architettura, a pochi giorni dall’apertura della mostra. Non c’è dubbio, ha affermato lo storico dell’architettura, curatore nel 2005 di un’importante mostra alla Triennale di Milano dedicata a Franco Albini (Zero Gravity da cui il titolo anche della conferenza) allestita da Renzo Piano, che l’architetto sia rimasto lo stesso, mentre è il contesto ad essere cambiato. Ed è cambiato anche l’atteggiamento della critica nei suoi confronti, dopo l’ottenimento di riconoscimenti internazionali, quali il Pritzker Architecture 1998. Alcuni temi sono rimasti costanti nella sua ricerca. Basti pensare ai criteri espositivi di Zero Gravity ripresi a Padova e mossi dall’idea di sospendere oggetti nello spazio per creare spazi fluttuanti: un’idea già sperimentata nella riqualificazione dell’area portuale di Genova (1985-92) con la grande gru ramificata ospitante gli ascensori da cui si domina la Piazza delle feste. Oppure ancora possiamo pensare al tema della “porosità” degli edifici e delle città storiche (come non ricordare quella del palazzo che ospita la mostra), ben interpretata con la proposta di piazze interne agli edifici (ad esempio nella torre del New York Times). Una soluzione che sembra voler ribadire che l’edificio è un’area che appartiene alla città cui è restituita ridisegnando internamente il tradizionale spazio pubblico della città italiana, la piazza appunto.

La conferenza di Maurizio Milan, infine, è stata l’occasione per raccontare il fare progettuale dal suo interno, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti costruttivi e tecnologici. Il racconto in prima persona, svolto attraverso l’illustrazione di numerose opere, ha messo in luce l’importanza di una stretta collaborazione tra l’ingegnere (Milan) e l’architetto (Piano) che dura da trent’anni. Alle domande degli studenti, incuriositi dal rapporto tra la forma e i modi di tradurla in opera e se i modi costruttivi impongano soluzioni formali, l’ingegnere veneziano ha risposto che non c’è differenza tra tecnica e forma. La tecnologia è vista come momento necessario del fare architettura.

Nei prossimi mesi le attività didattiche proseguiranno, innanzitutto con una conferenza di Claudia Conforti (14 aprile) che precederà di pochi giorni, quasi una introduzione, un viaggio - studio alla scoperta di una delle città più amate dall’architetto: Parigi. Cinque giorni, quindi, per conoscere e comprendere alcune tra le opere più importanti per la storia dell’architettura realizzate da Renzo Piano: quali il Centro Pompidou, il complesso residenziale “Rue de Meaux” e l'Ircam. Nel frattempo le attività in ambito didattico proseguiranno sfruttando la possibilità di visitare la mostra, la cui logica dell’allestimento sarà spiegata in aula da Davide Cappochin. Si giungerà così alla conclusione dei laboratori di studio. Gli elaborati prodotti dagli studenti saranno esposti all’interno di un padiglione espositivo temporaneo. Si tratta una tradizione ormai consolidata all’interno del Corso di Studio che segna da qualche anno la conclusione delle lezioni: gli studenti progetteranno e realizzeranno nel cortile del Dipartimento una struttura provvisoria, con materiali semplici, all’interno della quale si potranno visionare i lavori di analisi e studio condotti all’interno dei corsi.

Non ci resta che aspettare gli ultimi eventi e augurare agli studenti Buon viaggio.

Render «Auditorium Paganini».

Render «Auditorium Paganini».
Autori gli studenti: Marco Cecchetto, Marco Campagnola, Luigi Forlin (Corso di Laurea in Ingegneria Edile Architettura, DICEA, Università di Padova)

 

Cite this article as: Elena Svalduz, Nel respiro della storia. Renzo Piano a Padova: una mostra, una lezione, in "STORIEDELLARTE.com", 3 aprile 2014; accessed 22 febbraio 2017.
http://storiedellarte.com/2014/04/nel-respiro-della-storia-renzo-piano-a-padova-una-mostra-una-lezione.html.

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