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La ragazza di Vermeer

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Abbiamo partecipato ieri a Bologna al “blogger day” di presentazione della mostra La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt, capolavori dal Mauritshuis. È la prima volta, in tre anni di blog, che partecipiamo a eventi sponsorizzati come questo. Si è fatta un'eccezione non certo per pubblicizzare un marchio, ma per conoscere in prima persona un argomento che tiene il campo da mesi e di cui ancora molto, crediamo, si parlerà.

La mostra non ha bisogno, infatti, di alcuna presentazione. Se n'è già detto tanto. Curata da Marco Goldin, aprirà a Palazzo Fava il prossimo 8 febbraio e ospiterà un nucleo di dipinti appartenenti al Mauritshuis Museum de L’Aja, in tour mondiale (Tokio, Kobe, San Francisco, Atlanta, New York) a seguito della chiusura per lavori di ampliamento e restauro, un paio di anni fa, del museo che riaprirà i battenti in estate completamente rinnovato. La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer sosta quindi a Bologna, unica tappa europea del suo tour, prima del ritorno definitivo alla sua sede storica.

La celebrità del quadro, la cui fama è aumentata a dismisura negli ultimi anni grazie al best seller di Tracy Chevalier e al film (bruttino) che ne è stato tratto con Scarlett Johansson nei panni della 'ragazza’, fa passare inevitabilmente in secondo piano il fatto che siano esposte anche opere di autori certo non secondari, quali Rembrandt, Frans Hals, ter Borch, Claesz, Van Goyen, van Honthorst, Hobbema, Paulus Potter, van Ruisdael, Steen, Pieter de Hooch Gerrit Berckheyde, Flinck. Li citiamo tutti, o quasi, perché il rischio che pochi saranno consapevoli di entrare per ammirare, anche, altri dipinti oltre a quello di Vermeer ci pare concreto.

Frans Hals, Ritratto di Jacob Olycan , 1625, L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis trasferito al Mauritshuis nel 1881 (Inv. n. 459) © L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis

Frans Hals, Ritratto di Jacob Olycan , 1625, L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis trasferito al Mauritshuis nel 1881 (Inv. n. 459) © L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis


Rembrandt van Rijn, Ritratto di uomo anziano

Rembrandt van Rijn, Ritratto di uomo anziano, 1667, L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis © L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis


L’operazione condotta da Marco Goldin, abile nell’ottenere dal Mauritshuis lo strepitoso prestito per Bologna, e abilissimo nell’amplificare al massimo, attraverso la stampa e la rete, la straordinarietà dell’evento, capta e sfrutta la tendenza sempre più marcata del pubblico a spostarsi in massa verso mostre ‘evento’, spesso e volentieri costruite attorno ad un unico, famosissimo pezzo. I numeri parlano chiaro: realizzata grazie alla sinergia di pubblico e privato (la Fondazione Carisbo, Intesa San Paolo, Genus Bononiae-Musei nella Città, Segafredo Zanetti Spa Main sponsor della mostra, e organizzatore del “blogger day”) catalizza da mesi l’attenzione dei media. Pare siano stati già venduti prima dell’apertura ben 100.000 biglietti. Le preview dal 31 gennaio al 6 febbraio sono state polverizzate immediatamente nonostante la cifra non proprio modica, 150 euro fra biglietto, visita guidata dallo stesso Goldin e cena (con o senza Goldin?), giustificati dalla nobile quanto furba affermazione che l’incasso sarà devoluto in beneficenza. Infine, per sabato 8 febbraio, giornata inaugurale, è stata annunciata l’apertura fino alle 2 di notte. Speriamo, aggiungiamo noi, che i coraggiosi nottambuli si imbattano in condizioni metereologiche meno avverse di quelle che abbiamo incontrato a Bologna.

Per far fronte all’enorme richiesta del pubblico, già si annuncia l’apertura notturna durante i week-end. Le code interminabili e l’oggettiva impossibilità di sostare a lungo davanti al quadro (sperando che, nell’immaginario collettivo, anche Rembrandt e compagni meritino almeno una fuggevole occhiata) non scoraggeranno le migliaia di persone che da qui al 25 maggio convergeranno verso Palazzo Fava. Un successo, a quanto pare, di pubblico e di incassi ancor prima dell’apertura ufficiale.

Che si tratti di una brillante operazione di marketing, e che vada trattata come tale, o tutt’al più come fenomeno sociologico o di costume, senza addentrarsi in discussioni circa il suo presunto valore scientifico, può sembrare chiaro già guardando il sito della mostra. Date un’occhiata al programma delle visite guidate esclusive da qui al 6 febbraio, decisamente non a portata di tutte le tasche, studiate in ‘varie formule’ e comprensive per chi lo desiderasse di buffet con delizie gastronomiche bolognesi, che a tutto assomigliano meno che a operazioni culturali. Il valore culturale dell’operazione è, invece, quantomeno discutibile: dubitiamo fortemente che la massa del pubblico uscirà più consapevole e meglio informata sulla "Golden Age" neerlandese di quanto non sia entrata, e certo non mancherà chi rimarrà deluso dal non trovarsi di fronte Scarlett Johansson, ma ‘solo’ una tela di appena 44,5 × 39 centimetri. Il pur splendido Palazzo Fava non era certo la sede più indicata, vista la ristrettezza degli spazi, per far fronte a migliaia di visitatori, i pannelli didattici sono esaustivi, forse troppo, perché difficilmente la folla costretta a transitare velocemente per le sale avrà la possibilità di fermarsi e leggerli, il catalogo non era ancora disponibile al momento della nostra visita, ma siamo pronti a scommettere che non sarà ricordato fra i migliori contributi scientifici del decennio. Convince, invece, l’allestimento nelle stanze affrescate dai Carraci, che meriterebbero — e purtroppo non avranno — tutta l’attenzione dei visitatori. Particolarmente felice ci è sembrata l’illuminazione dei pezzi, anche quella della Ragazza esposta in una sala a lei interamente dedicata. L'ultima, ovviamente.

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Resterebbe da dire, e lo diremo prestissimo, in un nuovo articolo, qualcosa di lei, la Ragazza di Vermeer. Si rischia infatti di non raccontare il quadro e il suo pittore, ma di parlare solo di Goldin, dei suoi detrattori ed estimatori o della Chevalier e della Johannson...

Per il momento, è giusto dire semplicemente che abbiamo avuto la fortuna di vedere il dipinto da vicino e senza troppo disturbo. È un'esperienza emozionante. L'abbiamo già detto, dal “personale corpo a corpo con la pittura resta sempre qualcosa di unico, nonostante allestimenti, scelte espositive e cataloghi”. Il confronto diretto con l'opera d'arte non può essere sostituito da nulla, nemmeno per un momento, se la si vuole capire e trasmettere veramente.
Solo davanti all'originale ti può venir fatto di osservare che quest'opera di Vermeer è un dipinto perfetto, al quale non si può aggiungere o togliere nulla senza perderne per sempre la magia. Senza il confronto diretto è impossibile ragionare sulla qualità dello stile e farsi venire in mente Giorgione o Leonardo. Sì, perché in fondo la meraviglia di questo ritratto sta forse anche nella "arcaicità" dell'impostazione e nella virtuosistica economia dei toni cromatici: è un ritratto di spalla, celebre invenzione leonardesca, ma la pittura porta ad estreme conseguenze la pittura tonale che era stata di Giorgione. E, qualche secolo dopo, Vermeer non potrà non piacere a Manet.

Siamo usciti da Palazzo Fava convinti che valga la pena tentare il viaggio fino a Bologna. Non ci uniamo al coro di quanti affermano che o si va in Olanda, per apprezzare il dipinto nel contesto in cui è nato e da sempre conservato, o meglio Google e le fotografie. Allora, lo si poteva dire anche per Bellini o per Tiziano a Roma, per Leonardo a Londra, per Mantegna a Parigi o, più di recente, per Piero della Francesca al Metropolitan.


Johannes Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla

Johannes Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla, 1665, L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis © L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis

Con buona pace di Daverio, inorridiamo al paragone visivo fra la Ragazza e la Barbie e alla sua riflessione che o si va a L’Aja, o “la stessa opera si vede benissimo su Google Immagini”. Né pensiamo che Vittorio Sgarbi abbia ragione a dire che è meglio starsene a casa e guardarsi in fotografia “questa comunitaria temporanea che viene da L’Aja”, perché già la conosciamo, la sua percezione è dentro di noi e insomma, schiacciati dalla calca dopo ore di estenuante coda, a Palazzo Fava non la vedremo certamente meglio che standocene comodamente a casa.

Chi è cresciuto e si è fatto conoscere grazie all’uso massiccio dei mezzi di comunicazione, ed è da sempre attentissimo al marketing, ora strilli contro le file per Vermeer, la dice lunga sul livello del dibattito culturale italiano odierno. Che sia solo invidia?

Scrivere, o affermare, che la mostra è ‘inutile’, tradisce l’arte perché non insegna né l’arte neerlandese ne tantomeno quella italiana, impugnare il vessillo della difesa del bistrattato patrimonio artistico nazionale ed emiliano in particolare (perché adesso ci si ricorda che dal terremoto del 2012 in Emilia tante chiese, musei e palazzi storici sono ancori chiusi e che varrebbe la pena investire nel loro recupero) è demagogico quanto gridare all’evento epocale.

Il corto circuito di una gara assurda fra chi appare di più, e meglio usa tutti i mezzi di comunicazione possibili, social inclusi, non potrebbe essere più evidente. La storia dell’arte, e la difesa del patrimonio nazionale e Vermeer non hanno nulla a che vedere con tutto questo. Solo imparando a trasmettere e ad insegnare la storia dell’arte, come strumento fondamentale per vivere in un mondo inondato da immagini, si potrà invertire la rotta e arginare fenomeni come questi. Forse.

Cite this article as: Marialucia Menegatti, La ragazza di Vermeer, in "STORIEDELLARTE.com", 31 gennaio 2014; accessed 25 luglio 2017.
http://storiedellarte.com/2014/01/la-ragazza-di-vermeer.html.

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11 Responses to La ragazza di Vermeer

  1. Marica 4 febbraio 2014 at 11:18 #

    Non ho nien­te da aggiun­ge­re a que­sto dibat­ti­to dove la reda­zio­ne ha chia­ri­to alcu­ni dub­bi, che con­di­ve­de­vo. Vole­vo solo dir­vi gra­zie: da ex -sto­ri­ca dell’arte tra­sfor­ma­ta­si oggi (feli­ce­men­te) in gui­da turi­sti­ca cer­co, nel mio pic­co­lis­si­mo, di per­se­gui­re il vostro stes­so obiet­ti­vo. E il vostro aiu­to mi è pre­zio­so.

    • Redazione 4 febbraio 2014 at 12:09 #

      Gra­zie a te, Mari­ca!
      Le tue paro­le ci fan­no immen­sa­men­te pia­ce­re, ci aiu­ta­no mol­to.
      Un caris­si­mo salu­to.

  2. Andrea Erboso 3 febbraio 2014 at 13:59 #

    Ho tro­va­to inte­res­san­te il pun­to di vista che pro­po­ne­te e, anzi, vi rin­gra­zio di esse­re anda­ti nel­la “tana del lupo” per cer­ca­re di capi­re qual­co­sa di più di que­sto feno­me­no socia­le e media­ti­co. In effet­ti la que­stio­ne è pro­pri quel­la che indi­ca­te: sul­la vali­di­tà cul­tu­ra­le del­le pro­po­ste di Gol­din non vale più la pena di discu­te­re, soprat­tut­to in un blog dedi­ca­to alla Sto­ria dell’arte (e, aggiun­go, soprat­tut­to in vista dei pros­si­mi deli­ran­ti appun­ta­men­ti in pre­pa­ra­zio­ne, http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1998272356.html). Il pro­ble­ma è capi­re per­ché simi­li even­ti han­no que­sto suc­ces­so di pub­bli­co e trar­ne le dovu­te con­si­de­ra­zio­ni per miglio­ra­re nel­la nostra pro­fes­sio­ne di sto­ri­ci dell’arte. Sono stan­co di sen­tir­mi dire che cri­ti­ca­re que­ste mostre è un atteg­gia­men­to da snob: il sape­re, anche quel­lo sto­ri­co arti­sti­co, non è del­le eli­te ma nean­che dei “ven­di­to­ri di emo­zio­ni”. Allo scon­for­to che ine­vi­ta­bil­men­te si pro­va nel vede­re il pro­li­fe­ra­re di que­ste ope­ra­zio­ni “da cas­set­ta” deve sem­pre segui­re una rea­zio­ne in sen­so con­tra­rio per riaf­fer­ma­re il valo­re del­la nostra disci­pli­na e del sape­re uma­ni­sti­co che la carat­te­riz­za. Su una cosa però non sono com­ple­ta­men­te d’accordo: in un siste­ma dell’arte così orien­ta­to ver­so il mar­ke­ting, far cas­sa con i bigliet­ti è fon­da­men­ta­le. Io mi rifiu­to di soste­ne­re que­ste ini­zia­ti­ve anche se que­sto signi­fi­ca riman­da­re l’incontro con Ver­meer. E poi? Sia­mo sicu­ri che in quel­la cal­ca si rie­sca a tro­va­re il tem­po e il modo per quell’intima visio­ne che var­reb­be la visi­ta?

    • Redazione 4 febbraio 2014 at 11:52 #

      Caro Andrea,
      gra­zie infi­ni­te per il com­men­to e soprat­tut­to per ave­re capi­to che il nostro è sta­to un ten­ta­ti­vo per usci­re dal­le sec­che del­la ste­ri­le invet­ti­va con­tro un feno­me­no che coin­vol­ge le ope­re d’arte e la sto­ria dell’arte, ma che è cer­to di più ampia por­ta­ta e for­se c’entra poco o nul­la con la sto­ria dell’arte. Ci sem­bra che chi cer­ca di caval­ca­re l’emotività e la cri­ti­ca, ma non stu­dia affat­to i feno­me­ni per ten­ta­re di favo­rir­ne la com­pren­sio­ne, spes­so può ave­re altri fini, come l’opportunistica ricer­ca di visi­bi­li­tà o peg­gio.
      Ti com­pren­dia­mo bene quan­do dici che non inten­di con­tri­bui­re al suc­ces­so del­lo sbi­gliet­ta­men­to di una mostra sif­fat­ta. Il rifiu­to è una pos­si­bi­li­tà che abbia­mo pra­ti­ca­to spes­so, non a caso per mol­te mostre del­lo stes­so cura­to­re o del suo sedi­cen­te “mae­stro”. In que­sta occa­sio­ne però, come s’è det­to, vole­va­mo capi­re bene cosa sta acca­den­do e cre­dia­mo che ne val­ga la pena, come già hai osser­va­to anche tu.
      Hai ragio­ne inol­tre a sot­to­li­nea­re che l’incontro con quel dipin­to di Ver­meer, nel­la res­sa che affol­le­rà pro­ba­bil­men­te palaz­zo Fava, potreb­be diven­ta­re mol­to arduo, se non qua­si impos­si­bi­le. È vero. Fu così anche quan­do da Cra­co­via giun­se in Ita­lia la Dama con l’Ermellino di Leo­nar­do e imma­gi­na cosa sareb­be tan­to più per la Gio­con­da. Figu­ria­mo­ci!
      Que­ste sono però for­se scel­te per­so­na­li, che dipen­do­no dal­le pro­prie risor­se e dai pro­pri pro­gram­mi. Una buo­na visio­ne del dipin­to sarà sicu­ra­men­te dif­fi­ci­le o per­lo­me­no mol­to fati­co­sa a Bolo­gna. Non mol­ti, però, potran­no pre­sto recar­si all’Aia e non è det­to che lì si pos­sa vede­re mol­to meglio que­sto dipin­to. I “qua­dri ico­na” come la Gio­con­da, come l’Urlo ecc. ci sem­bra­no ope­re che tal­vol­ta vivo­no qua­si più nel­le ripro­du­zio­ni che nel­la real­tà. For­se anche solo un’occhiata tra la fol­la per vede­re la pel­le vera del­la pit­tu­ra non è inu­ti­le.
      Un salu­to!

      • Antonella 12 febbraio 2014 at 17:43 #

        Ho visi­ta­to la mostra il 31 gen­na­io, con visi­ta gui­da­ta in pic­co­lo grup­po, al prez­zo secon­do me “ade­gua­to” di 40€. Pre­ci­so che io sono qua­si com­ple­ta­men­te a digiu­no di Sto­ria dell’Arte e il mio giu­di­zio, di fron­te ad un’opera, si basa solo sul­le emo­zio­ni che mi tra­smet­te. La mostra a Palaz­zo Fava è sta­ta mera­vi­glio­sa: con la sua pas­sio­ne per la Gol­den Age olan­de­se e la sua pre­di­le­zio­ne per Rem­brandt la Gui­da (non cono­sco pur­trop­po il suo nome), attra­ver­so le varie sale e i 37 dipin­ti espo­sti (nel­le altre tap­pe del­la mostra, se non erro, era­no solo 14!) ci ha accom­pa­gna­to fino a “La ragaz­za con l’orecchino di per­la”… Il film non mi era pia­ciu­to, così, davan­ti al qua­dro ho potu­to sem­pli­ce­men­te stu­pir­mi e gode­re del­la sua bel­lez­za (e mi fer­mo qui, per non adden­trar­mi in un cam­po che non cono­sco) .…Due ore e più di visita…e non c’è foto da cata­lo­go o imma­gi­ne di Goo­gle che ten­ga! Uni­co appun­to resta per la sede del­la mostra… Le sale di Palaz­zo Fava, sep­pur mol­to bel­le, sono pic­co­le per un’esposizione così ric­ca! Temo che una visi­ta sen­za gui­da e nel­la cal­ca non per­met­ta di apprez­za­re le ope­re, né di capi­re il per­cor­so dell’esposizione. Se si è trat­ta­to di un’abile ope­ra­zio­ne di marketing.….io l’ho apprez­za­ta e atten­do le pros­si­me!

  3. Stefania 1 febbraio 2014 at 14:47 #

    Ho let­to con atten­zio­ne e inte­res­se il vostro arti­co­lo che tro­vo cor­ret­to fino a un cer­to pun­to. L’ultima par­te entra un po’ in con­trad­di­zio­ne con quan­to det­to più sopra. Per­so­nal­men­te riten­go che una mostra, per esse­re tale, deb­ba ave­re un cer­to valo­re scien­ti­fi­co, cosa che farà in modo che le per­so­ne non abbia­no visto solo bei qua­dri, ma che ricor­di­no e por­ti­no con sé qual­co­sa che va al di là del­la sem­pli­ce con­tem­pla­zio­ne visi­va. Que­ste mostre block buster pur­trop­po lascia­no il tem­po che tro­va­no. Chi come lavo­ra in que­sto cam­po non potrà fare a meno di rat­tri­star­si di fron­te a que­ste ope­ra­zio­ni di mar­ke­ting. Sco­po del­la mag­gior par­te dei visi­ta­to­ri è di poter dire “io ci sono stato/a”, tran­ne poi tro­var­si di fron­te a una mostra del Guer­ci­no, non inte­res­sa­ta da tut­to que­sto scal­po­re media­ti­co, e dire: “Ma chi è que­sto”? Oppu­re: “8 € per die­ci qua­dri sono 80 cen­te­si­mi a dipin­to, sia­mo mat­ti”! Eppu­re Guer­ci­no non ha nul­la da invi­dia­re a Ver­meer.
    Vor­rei inol­tre rispon­de­re a colo­ro che pen­sa­no che sia inu­ti­le impu­gna­re il ves­sil­lo in dife­sa del patri­mo­nio ita­lia­no che non è vero che ci si ricor­da solo ora del ter­re­mo­to emi­lia­no: ci sono sta­te per­so­ne che per quel­la ter­ra han­no fat­to mol­to impe­gnan­do­si con le pro­prie for­ze, orga­niz­zan­do una mostra con qua­dri sal­va­ti dal ter­re­mo­to, devol­ven­do il rica­va­to in beneficenza…tutto que­sto però sen­za otte­ne­re la visi­bi­li­tà media­ti­ca di cui giu­sta­men­te ci sareb­be sta­to biso­gno. Alle fine mi chie­do se sia Gol­din a far­si tan­ta pub­bli­ci­tà o i gior­na­li­sti a dar­gli trop­po rilie­vo.

    • Redazione 1 febbraio 2014 at 23:14 #

      Cara Ste­fa­nia,
      gra­zie per il pre­zio­so com­men­to.
      For­se, come osser­vi, l’ultima par­te del nostro arti­co­lo può sem­bra­re in con­trad­di­zio­ne. Ma cre­dia­mo sia solo un’apparente con­trad­di­zio­ne: anche per noi, natu­ral­men­te, le mostre dovreb­be­ro ave­re un valo­re scien­ti­fi­co. Abbia­mo lavo­ra­to, con tut­te le nostre for­ze, a mostre (e libri) che rite­ne­va­mo tali e abbia­mo sem­pre ama­to alcu­ne gran­di mostre del pas­sa­to e del recen­te pre­sen­te pro­prio per que­sto moti­vo.
      Ma il pun­to non è que­sto, o alme­no non ci sem­bra que­sto. Cre­dia­mo sia più impor­tan­te ragio­na­re sui moti­vi del gran­dis­si­mo suc­ces­so di que­ste mostre – tri­stis­si­me ope­ra­zio­ni di mar­ke­ting, dav­ve­ro – piut­to­sto che sta­re a rat­tri­star­ci o a invei­re con­tro il cura­to­re. Sareb­be, a nostro avvi­so, come pren­der­se­la con i cosid­det­ti “cine­pa­net­to­ni” e con i regi­sti di quei film orren­di. Ser­ve a poco, intan­to la gen­te cor­re a veder­li e a con­su­ma­re. Per que­sto abbia­mo con­clu­so dicen­do, che è neces­sa­rio che gli sto­ri­ci dell’arte impa­ri­no, in fret­ta, a tra­smet­te­re e ad inse­gna­re la sto­ria dell’arte al gran­de pub­bli­co che affol­la le mostre, per­ché è uno stru­mento fon­da­men­tale per vi­vere in un mon­do inon­dato da im­ma­gini e per difen­der­si da chi usa le imma­gi­ni in modo cap­zio­so. Pur­trop­po, come saprai, in que­sto nostro pae­se la sto­ria dell’arte è poco con­si­de­ra­ta come mate­ria di stu­dio, figu­ria­mo­ci come pro­fes­sio­ne…
      Qual­co­sa, però, va fat­to e noi que­sto stia­mo cer­can­do di capi­re, sen­za pre­con­cet­ti.
      Un cor­dia­le salu­to.

  4. Alessandro A. Galvani 1 febbraio 2014 at 10:24 #

    La vostra rifles­sio­ne e’ inte­res­san­te.
    Tut­ta­via seb­be­ne vole­te mostra­re la vostra distan­za da Dave­rio e Sgar­bi (“La sto­ria dell’arte, e la di­fesa del pa­tri­mo­nio na­zio­nale e Ver­meer non han­no nul­la a che ve­dere con tut­to que­sto”) alla fine dite la stes­sa iden­ti­ca cosa (“Solo im­pa­rando a tra­smet­tere e ad in­se­gnare la sto­ria dell’arte, come stru­mento fon­da­men­tale per vi­vere in un mon­do inon­dato da im­ma­gini, si po­trà in­ver­tire la rot­ta e ar­gi­nare fe­no­meni come que­sti”). Che e’ sia il vostro che il loro pun­to (piu’ pre­ci­sa­men­te quel­lo di Dave­rio per­che’ Sgar­bi deli­ra­va di aver “den­tro” quel qua­dro tra­la­scian­do il resto del­la mostra, come sem­pre lui ha biso­gno di una vit­ti­ma debo­le per svet­ta­re).
    Quin­di la dif­fe­ren­za sta­reb­be che come uso dell’arte per far cas­set­ta, voi la con­dan­na­te? No, dite la stes­sa cosa. Vi dif­fe­ren­zia­te nel fat­to che voi scri­via­te che val­ga la pena andar­ci, nono­stan­te tut­to.
    Buon lavo­ro.

    • Redazione 1 febbraio 2014 at 22:55 #

      Caro Ales­san­dro,
      for­se non ci sia­mo espres­si bene. Ce ne scu­sia­mo. Abbia­mo con­dan­na­to tan­te vol­te l’uso dell’arte “per far cas­set­ta”, come tu dici, che non ci sem­bra­va più il caso di ripe­ter­lo. Del resto ci sem­bra­va mol­to più impor­tan­te capi­re come fun­zio­na­no que­sti mec­ca­ni­smi e sug­ge­ri­re piut­to­sto che il pro­ble­ma sta altro­ve. Nel fat­to, cioè, che que­ste “mostre” han­no tan­to suc­ces­so di pub­bli­co per­ché c’è tan­ta gen­te che desi­de­ra avvi­ci­nar­si a gran­di ope­re d’arte, ma che è poco pre­pa­ra­ta o che non ha gli stru­men­ti per distin­gue­re la mostra con un buon valo­re scien­ti­fi­co e una mostra di puro intrat­te­ni­men­to o di puro mar­ke­ting. Da tre anni qui, con que­sto stru­men­to, noi lavo­ria­mo “gra­tis et amo­re dei” – come dice­va un mio caro avo – per cer­ca­re di cam­bia­re un poco le cose attra­ver­so paro­le, imma­gi­ni, dida­sca­lie e link.
      Non ci sem­bra che que­sto sia dire le stes­se cose di Dave­rio e Sgar­bi.
      Un cor­dia­le salu­to.

  5. Francesca 1 febbraio 2014 at 10:18 #

    Con­cor­do su quan­to scrit­to: la mostra non va rite­nu­ta inu­ti­le in quan­to mostra, per­ché appun­to per­met­te il con­tat­to visi­vo diret­to con ope­re che non tut­ti pos­so­no per­met­ter­si di anda­re a vede­re nel loro museo di pro­ve­nien­za. Met­te­re sul­lo stes­so pia­no poi il patri­mo­nio nazio­na­le e la sal­va­guar­dia di que­sto con Ver­meer è stu­pi­do, biso­gne­reb­be inve­ce pun­ta­re su cam­pa­gne media­ti­che vol­te al nostro patri­mo­nio arti­sti­co sul­la scia di quel­le di Gol­din. Le cri­ti­che, costrut­ti­ve, pos­so­no inve­ce indi­riz­zar­si ver­so quel­lo che riten­go l’errore di que­sto gene­re di mostre, ovve­ro la cana­liz­za­zio­ne dell’attenzione media­ti­ca intor­no all’unico pez­zo for­te del­la mostra, l’unicum arti­sti­co, facen­do cade­re nel dimen­ti­ca­to­io tut­to il corol­la­rio di arti­sti che gli sta attor­no.
    http://imhereasyouarehere.blogspot.it/

    • Redazione 1 febbraio 2014 at 22:37 #

      Gra­zie, Fran­ce­sca, per il tuo com­men­to.
      Com­ple­ta­men­te d’accordo. L’attenzione su un’unica gran­de ope­ra è aber­ran­te, ci sia­mo sca­glia­ti diver­se vol­te con­tro que­sto. Il pro­ble­ma però, secon­do noi, è che mostre di que­sto gene­re non solo esi­sto­no ma pro­spe­ra­no e dob­bia­mo tro­va­re una via per cam­bia­re que­sto sta­to del­le cose.

      A pre­sto

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