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La “Belle Ferronnière” di Leonardo al restauro

Leonardo, Ritratto di donna (La Belle Ferronnière), Parigi, Musée du Louvre

Leonardo, Ritratto di donna (La Belle Ferronnière), particolare, 1491-1494 circa, Parigi, Musée du Louvre, tavola di quercia, cm 63 x 45

Nei giorni scorsi Vincent Pomarède, direttore del Dipartimento di Pittura del Museo del Louvre, ha annunciato l’imminente restauro del Ritratto di dama di Leonardo da Vinci, comunemente noto come la Belle Ferronnière. Si tratta del secondo capolavoro leonardesco conservato al Louvre sottoposto a restauro, dopo il lungo e complesso (e discusso) intervento sulla Madonna con il Bambino, san Giovannino e l’angelo (la cosiddetta Vergine delle rocce), conclusosi nel 2012. Il restauro sarà eseguito nei laboratori del Centro di Ricerche e Restauro del Museo e si concentrerà in particolare sulla pulitura del quadro, rimuovendo gli strati recenti di vernice ingiallita sul volto che ne alterano la lettura, e intervenendo sullo sfondo, particolarmente scuro. “Il quadro è globalmente sano - afferma  Pomarède - non presenta problemi di conservazione. Ma siamo arrivati a un punto in cui la visibilità della tela è resa difficile, o anche alterata, a causa delle vernici”. Si cercherà, insomma, di portare alla luce lo strato pittorico originale senza operare altri interventi sulla tavola, che per il resto non presenta importanti problemi conservativi.

Quadro dall’attribuzione assai controversa, in passato spesso assegnato a Boltraffio e solo di recente impostosi negli studi come opera di Leonardo realizzata durante il primo soggiorno milanese, fra il 1491 e il 1494, il dipinto continua a dividere gli studiosi in merito all’identità della donna ritratta. Fra i più avvincenti ritratti femminili della storia dell’arte, la dama che con ‘sprezzatura’ tutta rinascimentale avvolge lo spettatore con il suo sguardo magnetico è stata spesso identificata con Beatrice d’Este, moglie di Ludovico il Moro. La dama del Louvre, francamente, non sembra avere i ben noti tratti del viso paffutello, e non troppo avvenente, di Beatrice, restituitoci dal busto del Louvre realizzato da Gian Cristoforo Romano intorno al 1490, dalla Pala Sforzesca di Brera, dove la principessa estense è ritratta assieme al marito e ai figli, del 1494-1495 circa, o ancora dal cenotafio di Cristoforo Solari oggi a Pavia. Ma sono state proposti anche i nomi di Cecilia Gallerani o di Lucrezia Crivelli, amanti del disinvolto Sforza, di Isabella d’Este, e di altre donne ‘sforzesche’, come Bianca Maria sorella di Ludovico, o la nipote Anna, prima moglie di Alfonso d’Este.
In assenza, per ora, di testimonianze scritte o documenti visivi che possano dirimere il mistero sull’identità della dama del Louvre, vale la pena ricordare l’ipotesi, meno battuta, che Leonardo avrebbe qui ritratto Isabella d’Aragona, sposa del legittimo duca di Milano Gian Galeazzo Sforza, morto nel 1494, forse avvelenato per ordine del Moro. A detta dei contemporanei bellissima e fierissima, privata dallo spregiudicato Ludovico Sforza del ruolo di legittima duchessa di Milano, costretta a lasciare Milano dopo la discesa dei francesi, separata forzatamente dal figlio Francesco, portato prigioniero in Francia, Isabella stessa soleva firmarsi “infelice duchessa di Milano”. Nonostante la sorte avversa, non perse mai, si racconta, né la propria bellezza né il carattere altero che l’aveva sempre contraddistinta. La supposizione che la dama del Louvre sia da identificare con la principessa aragonese è sostenuta da Alessandro Ballarin nel suo Leonardo a Milano, in cui è raccolta una poderosa documentazione su Isabella, e sulle poche immagini di lei che ci sono pervenute. Benché, come ammette lo stesso studioso, “il mio sospetto che quel ritratto sia il ritratto di Isabella, non si appoggia su alcunché di oggettivo”, l’ipotesi ha un suo fascino e una sua verosimiglianza.
Tuttavia, la Belle Ferronnière va ricordata non tanto per l’annoso, e forse insolubile, mistero dell’identità di questa splendida donna, quanto per l’importanza ‘epocale’ che il dipinto di Leonardo ha nella storia del ritratto:

“[…] la bella Gentildonna lombarda rappresenta una mutazione epocale nella concezione del ritratto: con riferimento alla storia stessa di Leonardo, dal ritratto di un gesto, di uno scatto, di una pulsione vitale che è sinergia del corpo e del pensiero in relazione alla chiamata da qualcosa fuori campo, al ritratto dell’anima che per rivelarsi non ha bisogno del corpo. La rappresentazione diviene “iconica”: nessuna partecipazione delle braccia e delle mani, le forme corporee chiuse in disegni ovoidali perfetti, il busto, di taglio acuto, spostato leggermente a destra perché l’occhio apprezzi la profondità dell’ombra che la isola e la circonda e cominci a girarle attorno, la testa che si volge quasi frontale in modo che lo sguardo, uscendo da quell’ombra, possa ipnotizzarci. Martin Kemp ha osservato che «il movimento che ci invita a lei sembra raggiunto ma, crudelmente, ella evita ancóra di guardare direttamente verso di noi e rivolge il suo sguardo sottomesso verso qualcuno che è come collocato leggermente più in alto di lei, come se fosse situato alla nostra destra»; e Pietro Marani ha fatto un’osservazione analoga scrivendo di uno «sguardo che, evitando lo spettatore, costringe quest’ultimo a spostarsi verso destra per intercettarlo, né questo può avvenire, tuttavia, e da ciò scaturisce l’impressione di uno sguardo sfuggente, mobile, di grande suggestione». L’osservazione coglie il geniale artificio […]: mai Leonardo avrebbe potuto farci guardare dritto negli occhi dalla donna, la quale ci guarda ed anzi ci ammalia, e dà a noi l’impressione che ci consenta di guardarla dentro, ma senza che i nostri occhi s’incontrino. […] le cose, in questo caso la psiche della donna, sono vicine, ma sono anche inattingibili, ci eludono”.1

Il nostro augurio, naturalmente, è che il restauro sia davvero ‘intelligente’ e che ci restituisca una migliore lettura del capolavoro leonardesco.


Leonardo, Ritratto di donna (La Belle Ferronnière), Parigi, Musée du Louvre

Leonardo, Ritratto di donna (La Belle Ferronnière), 1491-1494 circa, Parigi, Musée du Louvre,
tavola di quercia, cm 63 x 45

 

  1. A. Ballarin, Leonardo a Milano. Problemi di leonardismo milanese tra Quattrocento e Cinquecento. Giovanni Antonio Boltraffio prima della pala Casio, con la collaborazione di M. Menegatti e B.M. Savy, 4 tomi, Edizioni dell’Aurora, Verona 2010, III, pp. 569-580, in particolare pp. 577-579.
Cite this article as: Marialucia Menegatti, La “Belle Ferronnière” di Leonardo al restauro, in "STORIEDELLARTE.com", 21 gennaio 2014; accessed 21 agosto 2017.
http://storiedellarte.com/2014/01/la-belle-ferronniere-di-leonardo-al-restauro.html.

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