Top Menu

Ricordare Adriano Mariuz (2003–2013)

Introduzione

L’11 dicembre 2013 ricorre il decimo anniversario della scomparsa di Adriano Mariuz. Professore ordinario dal 1988, ha insegnato dapprima a Udine, poi a Padova, succedendo alla grande amica Franca Zava Boccazzi e affiancando Alessandro Ballarin in una delle cattedre di Storia dell’arte moderna nate dallo sdoppiamento del corso del suo maestro Rodolfo Pallucchini. Mariuz è stato senza dubbio, a partire dagli anni Settanta del Novecento, il più acuto, il più sensibile interprete della civiltà pittorica veneziana del XVIII secolo, cui ha dedicato la maggior parte dei suoi studi.

Dieci anni. Una distanza di tempo incolmabile, ma che nel caso di Adriano Mariuz sembra annullarsi all’istante, non solo nel ricordo affettuoso di chi ha avuto il privilegio di intrecciare la propria vita con la sua, ma in chiunque rilegga anche solo una delle pagine che ci ha lasciato, tanto si rivelano ancora lucide quelle intuizioni, profonde quelle letture interpretative, seducente quella scrittura. Continua a sorprendere l’apparente semplicità del suo modo di esporre, piano eppure densissimo, che traduce l’innata predisposizione di Mariuz alla comunicazione e la capacità quasi miracolosa di rendere accessibili i fenomeni artistici più complessi e articolati. Un approccio, il suo, che potremmo definire ‘empatico’ con l’opera d’arte, continuamente arricchito da similitudini, che, mai mero artificio retorico, portavano immediata chiarezza nel momento stesso in cui facevano affiorare la profonda affinità tra le cose. Doti, queste, che non potevano non esaltarsi in una convinzione assoluta del valore della didattica, nella quale ha profuso tutto il suo impegno, fino a quando la malattia glielo ha permesso. In quella che sarebbe stata l’ultima sua lezione alla scuola di specializzazione di Padova, tenuta con non poca fatica fisica, il professore aveva voluto condividere con gli studenti le sue riflessioni sugli affreschi di Tiepolo e Mengozzi Colonna in palazzo Labia a Venezia, con una rilettura straordinariamente profonda del ciclo di affreschi veneziani. Quella lezione ha avuto un esito a stampa nel volumetto uscito postumo per i tipi di Marsilio – una lettura tutto d’un fiato! – che pare simbolicamente chiudere il cerchio con la monografia su Giandomenico Tiepolo, del 1971, con cui Mariuz si era imposto nel campo degli studi sul Settecento veneziano. Così come è merito dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini, per iniziativa di Giuseppe Pavanello, aver recentemente ripubblicato in due ponderosi volumi i suoi scritti: il primo (Tiepolo, 2008) raccoglie i testi di argomento tiepolesco, il secondo (Da Giorgione a Canova, 2012) gli altri contributi. Le quattro immagini delle copertine sintetizzano in maniera felice la vastità degli interessi di Mariuz: l’Onore di Giambattista Tiepolo in villa Loschi e il Mondo Novo di Giandomenico dalla villa di Zianigo; il Giovane mendicante di Piazzetta ora a Chicago – a ricordare la fondamentale monografia del 1982 – e un dettaglio del fregio giorgionesco di casa Marta Pellizzari a Castelfranco, su cui si era incentrato il precoce e brillante exploit del 1966.

In questa occasione, invece, abbiamo voluto ricordare Adriano Mariuz con un testo diverso: una lettera conservata fra i suoi materiali in una cartella significativamente titolata dal fratello Paolo “Battaglie perse”, e che si vorrebbe vedere presto pubblicata integralmente. La lettera è del 1976 ed è la risposta all’invito che gli era stato rivolto dall’allora sindaco di Castelfranco Veneto di far parte della commissione per la gestione del settecentesco teatro cittadino. Ci è sembrato di ritrovare, nelle motivazioni del rifiuto, molto del suo autore: l’intelligente e sensibile penetrazione del problema ben oltre l’apparenza delle cose; la libertà da ideologie preconcette; la pacatezza dell’argomentare; la profonda comprensione dell’indole umana, che tuttavia si ferma di fronte all’insensatezza delle scelte nella gestione del patrimonio culturale e della cosa pubblica; non da ultimo, l’attenzione costante rivolta ai giovani. Ci è sembrato che, sia pur calata nella precisa realtà sociale e culturale dell’Italia degli anni Settanta, questa lettera mantenga intatto il suo alto valore di impegno civile. Appare con tutta evidenza, in quelle parole, la stessa passione, bruciante e totalizzante, che ha marchiato tutta l’attività dello studioso. Arte e vita coincidono, con una stupefacente coerenza. Tocca a noi, tocca alle generazioni più giovani raccogliere quel testimone: solo in questo modo potremo far sì, in tempi che continuano ad essere sciagurati, che quelle di Adriano Mariuz non siano state davvero “battaglie perse”.


Massanzago, villa Baglioni, 1996

Massanzago, villa Baglioni, 1996

Diessen, viaggio con gli studenti, 1996

Diessen, viaggio con gli studenti, 1996

Nymphenburg, viaggio con gli studenti, 1996

Nymphenburg, viaggio con gli studenti, 1996

Castelfranco Veneto, 4.3.1976
Al Signor Sindaco di Castelfranco Veneto

Egregio Signor Sindaco,

ho ricevuto il cortese invito a far parte della Commissione per la gestione del Teatro Accademico; un invito che, seppur mi onora, non posso tuttavia accettare per ragioni che spero risultino evidenti da questa mia lettera.

Non sono un esperto di spettacoli teatrali, ma ho una certa familiarità con le discipline storico-artistiche, per cui eventualmente accetterei di far parte di una commissione di salvaguardia del patrimonio ambientale e artistico del nostro territorio, qualora una simile commissione venisse istituita.

Quale storico dell’arte mi adoperai a suo tempo con tutte le mie energie, come Lei ricorderà, per impedire le manomissioni previste nel piano di ristrutturazione del Teatro e delle sue adiacenze. Le osservazioni critiche, mie e di altri, avanzate in quell’occasione, non sono state tenute in alcun conto (semmai, ci fu chi le strumentalizzò per suoi equivoci giochi politici).

Le ragioni di quel dissenso, che non metteva certo in discussione il necessario e inderogabile restauro conservativo della sala pretiana, permangono chiare e precise; e Lei mi permetterà, per onestà intellettuale, di esplicitarle qui ancora una volta.

Il Teatro Accademico, come è noto, è sorto nel fervore del clima illuministico, quindi nel momento di maggior vitalità culturale che Castelfranco abbia avuto. La singolarità della forma, con le due logge laterali, è coerente con la funzione dell’edificio ideato quale sede per dibattiti di argomento soprattutto scientifico. Nel corso dell’Ottocento si sono registrati interventi che si rivelano espressioni emblematiche della cultura e della mentalità borghese: si chiudono le grandi aperture delle logge e alle spalle del teatro, nell’area dove gli illuministi avevano progettato di costruire un’Accademia, si edificano le carceri. All’ombra del Municipio (sede del Potere costituito), il Teatro (spazio dell’evasione riservato a pochi privilegiati) si contrappone e si confronta con le Carceri (spazio della segregazione e della punizione). Viene così a evidenziarsi un rapporto drammatico di interdipendenza fra il divertimento degli uni e la repressione subita dagli altri.

A quanto mi risulta, non esisteva in tutta Italia un documento di storia che esemplificasse con tale diretta e quasi didascalica evidenza la relazione fra potere-privilegio-coercizione, secondo le strutture specifiche di quella società borghese. Aver demolito le carceri è stata perciò una scelta ingiustificabile, il furto di una testimonianza fondamentale per la conoscenza di un’epoca della storia di Castelfranco.

Ma anche questa scelta si spiega. Non è per caso se il primo atto di intervento (a prescindere dalla distruzione dell’affresco che, per ironia del destino, raffigurava proprio l’Architettura e che ha reso “monocola” la sala teatrale) si è concretato appunto nella demolizione dell’edificio carcerario. Evidentemente è scattato il meccanismo inconscio della “rimozione”: invece di assumere razionalmente il proprio passato, si è preferito cancellare una testimonianza avvertita oscuramente come una vergogna, quasi a negare che sia mai esistita una prigione alle immediate spalle di un luogo dove ci si divertiva. Con la demolizione delle carceri si è preteso di ricuperare un'impossibile Arcadia “illuministica”, secondo un’ottica di evasione retrospettiva. Se ci fosse stata maggiore immaginazione e autentica volontà culturale, le carceri avrebbero dovuto essere riscattate a laboratorio di cultura, trasformando così un luogo di reclusione in uno spazio di vera libertà (le carceri di Pescara, a esempio, sono state recentemente adibite a sede per mostre d’arte contemporanea).

Ma ci sono ragioni ulteriori per cui quell’edificio doveva essere rispettato, e con esso il suo originale giro di mura, abbassato ora a banale muretto di giardino con l’intento meramente estetico di far “più bello”, “più grazioso”, reimpiegando per giunta a scopo ‘decorativo’ le inferriate delle celle: un “riciclaggio” veramente oltraggioso come la trasformazione (di moda presso certe case alto-borghesi d’oggi) di antichi confessionali in mobili-bar. Le carceri di Castelfranco nella loro struttura (a prescindere dal significato, come si è già detto, derivante dalla loro ubicazione) erano il segno purtuttavia di un atteggiamento ‘progressista’ in seno alla società ottocentesca.

Infatti, mentre altrove si adibivano a luogo di pena malsane fortezze antiche e conventi, qui si costruiva un moderno edificio ‘razionale’ con celle ben illuminate e asciutte. La qualifica di “sovrastruttura degradante”, attribuita a questo documento storico per giustificarne la demolizione, ben si attaglia piuttosto ai nuovi corpi di fabbrica addossati al Teatro, lo squallore e l’insignificanza architettonica dei quali è fin troppo evidente per chiunque non sia in malafede.

L’intero complesso, teatro-carcere-giardino, poteva inoltre costituire un formidabile insieme di spazi teatrali fra loro complementari, fruibili soprattutto per le invenzioni dei bambini delle scuole, elementari e medie. Si potevano chiamare degli animatori teatrali ben qualificati che avrebbero aiutato i ragazzi, proprio ora che ci si avvia a una scuola a tempo pieno, a liberare in questi luoghi straordinari un meraviglioso potenziale fantastico. Lei certo può immaginare quale esperienza decisiva poteva essere per un bambino aggirarsi liberamente e operare in senso creativo in quegli spazi avventurosi, imprevedibili e labirintici.

Attualmente una proficua operazione culturale potrebbe consistere nell’allestimento, affidato soprattutto ai giovani studenti, di una mostra nel nuovo corridoio del teatro che documenti le deturpazioni perpetrate sul territorio e sul patrimonio architettonico della zona di Castelfranco in questi anni. Nel manifesto della mostra dovrebbe campeggiare il nuovo mostruoso blocco dell’ospedale sullo sfondo delle statue settecentesche della ‘rotonda’ del parco Revedin-Bolasco, in assoluto uno dei luoghi più eccelsi del Veneto, ora irrimediabilmente snaturato. È questo un caso estremo di violenza iconoclasta, il simbolo aggressivo di un potere arrogante e demagogico che non ha mai promosso la discussione, il dibattito, il confronto, l’esercizio democratico della critica.

È soprattutto per questi clamorosi episodi di insensibilità nei confronti del patrimonio artistico della nostra città che non posso accettare l’invito a far parte della Commissione per il Teatro. Ai suoi stimati componenti auguro un lavoro fruttuoso, ricco di risultati, che contribuisca a promuovere la formazione di una coscienza culturale cittadina, libera e attenta.

Con i più cordiali saluti.

Adriano Mariuz

Cite this article as: Andrea Tomezzoli, Ricordare Adriano Mariuz (2003–2013), in "STORIEDELLARTE.com", 11 dicembre 2013; accessed 27 febbraio 2017.
http://storiedellarte.com/2013/12/ricordare-adriano-mariuz-2003-2013.html.

, , ,

2 Responses to Ricordare Adriano Mariuz (2003–2013)

  1. Sergio Momesso 17 dicembre 2013 at 13:25 #

    Gra­zie, Cin­zia.
    L’ho cono­sciu­to bene e ne sen­to mol­to la man­can­za.
    Hai pie­na­men­te ragio­ne, scrit­ti come que­sti devo­no esse­re rac­col­ti e pub­bli­ca­ti. Spe­ria­mo di riu­sci­re ad esse­re di qual­che aiu­to o anche solo di sti­mo­lo.
    Un caro salu­to.

  2. Cinzia Dal Maso 17 dicembre 2013 at 12:00 #

    Bel­lis­si­mo e acco­ra­to que­sto ritrat­to di Adria­no, tra l’altro mio lon­ta­no paren­te che pur­trop­po ho incon­tra­to solo di sfug­gi­ta.
    Bel­la anche la ripro­po­si­zio­ne del­la let­te­ra sul tea­tro di Castel­fran­co: per spi­ri­to e con­te­nu­ti, sem­bra scrit­ta ieri, e inve­ce è di qua­si quarant’anni fa. Mi chie­do quan­te altre “bat­ta­glie” egli abbia com­bat­tu­to con ana­lo­ghe pas­sio­ne, luci­di­tà, moder­ni­tà. Cre­do che pub­bli­ca­re que­gli scrit­ti sia un dove­re. Fate­lo.
    Un gra­zie sin­ce­ro

Leave a Reply / Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: