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Dedalo e Icaro (da Ovidio a Matisse)

Ovidio, Ars amandi, II, vv. 34-96

«[Dedalo] disse a se stesso: “Adesso, Dedalo,
hai l’occasione di mostrare il tuo ingegno.
Minosse possiede le terre e possiede il mare,
né la terra né il mare sono aperti alla nostra fuga.
Resta il cielo, e noi tenteremo di andare per il cielo.
Concedi indulgenza, altissimo Giove, alla mia impresa.
Io non voglio toccare le sedi celesti,
ma non ho altra via di sfuggire al mio padrone.
Se mi si desse un passaggio attraverso lo Stige, passerei a nuoto lo Stige;
sono costretto a cambiare le leggi della mia natura”.
Spesso i mali risvegliano l’ingegno: chi crederebbe
che un uomo possa percorrere le vie del cielo?
Dispone in ordine le penne come le ali degli uccelli,
e intreccia con fili di lino l’opera lieve,
le sigilla nel fondo con cera liquefatta sul fuoco,
ed ecco compiuta l’opera della nuova scienza.
Il ragazzo maneggiava raggiante la cera e le penne,
non sapendo che erano preparati per le sue spalle.
“Con queste navi – gli disse il padre – dobbiamo tornare in patria,
con questi mezzi dobbiamo sfuggire a Minosse.
Tutto il resto ce l’ha chiuso, ma l’aria non ha potuto chiuderla:
solca dunque l’aria, lo puoi con la mia invenzione.
Ma non dovrai guardare l’Orsa e neppure Orione
compagno di Boote, che porta la spada;
seguimi con le ali che io ti darò: io andrò davanti,
sia tua cura seguirmi e con la mia guida sarai sicuro.
Se attraverseremo l’aria troppo vicino al sole,
la cera non reggerà al calore; se invece
muoveremo le ali in basso, troppo vicino al mare,
le ali si bagneranno di acqua marina.
Vola in mezzo all’uno e all’altro, e sta’ attento anche ai venti:
dove ti porta l’aria, secondala con le ali”.
E mentre parla, adatta al ragazzo l’opera e gli insegna a muoversi,
come la mamma istruisce gli uccellini implumi;
poi si adatta alla schiena le ali fatte per sé,
e con paura libra il suo corpo nella nuova strada:
ormai pronto al volo, bacia suo figlio,
e le guance paterne non trattennero il pianto.
C’era un colle, più basso di un monte, più alto del piano:
di là i due corpi si diedero alla fuga infelice.
Dedalo muove le sue ali e guarda quelle
del figlio, mentre prosegue il suo cammino.
A Icaro piace la nuova strada e, deposto
il timore, vola più forte, audacemente.
Li vide un pescatore mentre cercava di prendere
con la canna i pesci, e lasciò a mezzo il suo lavoro.
Già era a sinistra Samo (avevano lasciato Nasso,
Paro e Delo, amata dal dio di Claro),
a destra era Lebinto e Calinne ricca di boschi,
e Astipalea, cinta di acque pescose,
quando il ragazzo, troppo ardito a motivo della sua età imprudente,
si spinse più alto e abbandonò il padre.
I legamenti si sciolgono, la cera vicino al sole
si liquefà e le braccia non tengono i venti.
Atterrito, guardò il mare dall’alto del cielo;
sugli occhi scese il buio nato dalla paura.
La cera era liquefatta, scuote le braccia nude,
trema senza avere dove sostenersi.
Cade, e cadendo dice: “Padre, precipito”:
mentre parlava, le acque verdi gli chiusero
la bocca. E il padre infelice, ormai non più padre, chiamava:
“Icaro, Icaro, dove sei, da che parte voli?”
Chiamava “Icaro”, e vide le ali nell’acqua.
La terra copre le ossa, il mare ne serba il nome».

«Quod simul ut sensit, "nunc, nunc, o Daedale," dixit:
"Materiam, qua sis ingeniosus, habes.
Possidet et terras et possidet aequora Minos:
Nec tellus nostrae nec patet unda fugae.
Restat iter caeli: caelo temptabimus ire.
Da veniam coepto, Iupiter alte, meo:
Non ego sidereas adfecto tangere sedes:
Qua fugiam dominum, nulla, nisi ista, via est.
Per Styga detur iter, Stygias transnabimus undas;
Sunt mihi naturae iura novanda meae."
Ingenium mala saepe movent: quis crederet umquam
Aerias hominem carpere posse vias?
Remigium volucrum disponit in ordine pinnas,
Et leve per lini vincula nectit opus,
Imaque pars ceris adstringitur igne solutis,
Finitusque novae iam labor artis erat.
Tractabat ceramque puer pinnasque renidens,
Nescius haec umeris arma parata suis.
Cui pater "his" inquit "patria est adeunda carinis,
Hac nobis Minos effugiendus ope.
Aera non potuit Minos, alia omnia clausit;
Quem licet, inventis aera rumpe meis.
Sed tibi non virgo Tegeaea comesque Bootae
Ensiger Orion aspiciendus erit:
Me pinnis sectare datis; ego praevius ibo:
Sit tua cura sequi; me duce tutus eris.
Nam sive aetherias vicino sole per auras
Ibimus, impatiens cera caloris erit:
Sive humiles propiore freto iactabimus alas,
Mobilis aequoreis pinna madescet aquis.
Inter utrumque vola; ventos quoque, nate, timeto,
Quaque ferent aurae, vela secunda dato."
Dum monet, aptat opus puero, monstratque moveri,
Erudit infirmas ut sua mater aves.
Inde sibi factas umeris accommodat alas,
Perque novum timide corpora librat iter.
Iamque volaturus parvo dedit oscula nato,
Nec patriae lacrimas continuere genae.
Monte minor collis, campis erat altior aequis:
Hinc data sunt miserae corpora bina fugae.
Et movet ipse suas, et nati respicit alas
Daedalus, et cursus sustinet usque suos.
Iamque novum delectat iter, positoque timore
Icarus audaci fortius arte volat.
Hos aliquis, tremula dum captat arundine pisces,
Vidit, et inceptum dextra reliquit opus.
Iam Samos a laeva (fuerant Naxosque relictae
Et Paros et Clario Delos amata deo)
Dextra Lebinthos erat silvisque umbrosa Calymne
Cinctaque piscosis Astypalaea vadis,
Cum puer, incautis nimium temerarius annis,
Altius egit iter, deseruitque patrem.
Vincla labant, et cera deo propiore liquescit,
Nec tenues ventos brachia mota tenent.
Territus a summo despexit in aequora caelo:
Nox oculis pavido venit oborta metu.
Tabuerant cerae: nudos quatit ille lacertos,
Et trepidat nec, quo sustineatur, habet.
Decidit, atque cadens "pater, o pater, auferor!" inquit,
Clauserunt virides ora loquentis aquae.
At pater infelix, nec iam pater, "Icare!" clamat,
"Icare," clamat "ubi es, quoque sub axe volas?"
"Icare" clamabat, pinnas aspexit in undis.
Ossa tegit tellus: aequora nomen habent.»

Daedalus, after 1334, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo

Daedalus, after 1334, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo

Pieter Bruegel the Elder (Circle of ), Landscape with The Fall of Icarus, ca. 1590-1595, Brussel, Museum van Buuren (other version)

Pieter Bruegel the Elder (Circle of ), Landscape with The Fall of Icarus, ca. 1590-1595, Bruxelles, Museum van Buuren (other version)

Peter Paul Rubens, The Fall of Icarus, 1636, Brussels, Musées Royaux des Beaux-Arts (inv. n. 4127)

Peter Paul Rubens, The Fall of Icarus, 1636, Bruxelles, Musées Royaux des Beaux-Arts (inv. n. 4127)

Antonio Canova, Daedalus and Icarus, 1777-1779, Venezia, Museo Correr

Antonio Canova, Daedalus and Icarus, 1777-1779, Venezia, Museo Correr

Cite this article as: Redazione, Dedalo e Icaro (da Ovidio a Matisse), in "STORIEDELLARTE.com", 29 dicembre 2013; accessed 20 febbraio 2017.
http://storiedellarte.com/2013/12/dedalo-e-icaro-da-ovidio-a-matisse.html.

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