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Napoleone Martinuzzi – Venini a San Giorgio Maggiore, Venezia

Pla­ce: Vene­zia
Date: – 01/12/2013
Dead­li­ne: 24/11/2013

Web­si­te:

copertinaNAPOLEONE MARTINUZZIVENINI, 1925–1931” a San Gior­gio Mag­gio­re, Vene­zia

Giu­lia Bigaz­zi

Il nome di Napo­leo­ne Mar­ti­nuz­zi vie­ne subi­to asso­cia­to a colo­ri acce­si, pian­te “car­no­se” e sin­fo­nie di frut­ta. Chi non è anco­ra sta­to alle Stan­ze del Vetro, fino al pri­mo dicem­bre potrà aver occa­sio­ne di pia­ce­vo­li sor­pre­se.
La mostra fa cono­sce­re meglio l’attività del­lo scul­to­re a caval­lo fra secon­do e ter­zo decen­nio del Nove­cen­to; una per­so­na­le capa­ce di chia­ri­re la calei­do­sco­pi­ca evo­lu­zio­ne del pro­ta­go­ni­sta e che invi­ta alla rifles­sio­ne. Vi è pre­sen­ta­to un con­si­sten­te nume­ro di ope­re, alcu­ne del­le qua­li han­no avu­to note­vo­le riso­nan­za alle Bien­na­li vene­zia­ne e alle Trien­na­li di Mon­za, instau­ran­do un pro­fi­cuo col­lo­quio con la pla­sti­ca, la pit­tu­ra e l’architettura coe­ve e deter­mi­nan­do linee di indi­riz­zo tra­sver­sa­li a tut­te le arti deco­ra­ti­ve.

Napé, come affet­tuo­sa­men­te lo appel­la Gabrie­le D’annunzio, nasce a Mura­no in una fami­glia di vetrai. La for­ma­zio­ne acca­de­mi­ca, oltre ai segre­ti appre­si “a bot­te­ga” pres­so cera­mi­sti e ore­fi­ci vene­zia­ni, lo por­ta­no ad esor­di­re con ten­den­ze sim­bo­li­ste a Ca’ Pesa­ro. In segui­to si spo­sta a Roma, mostran­do­si debi­to­re del­le pie­ne volu­me­trie di Mail­lol o Bour­del­le e, sen­za appro­priar­si dei suoi accen­ti più rusti­ci, vici­no al liri­smo di Artu­ro Mar­ti­ni. Per la dit­ta di Pao­lo Veni­ni, a cui si asso­cia pro­prio dal 1925 al 1931 in qua­li­tà di diret­to­re arti­sti­co, rea­liz­za ogget­ti anco­ra attua­lis­si­mi, alcu­ni “curio­si”, altri ina­spet­ta­ta­men­te rispet­to­si del­la tra­di­zio­ne anti­ca. Spe­ri­men­tan­do il pro­prio estro crea­ti­vo, Mar­ti­nuz­zi, ha con­tri­bui­to con straor­di­na­rio suc­ces­so a dif­fon­de­re nel mon­do la fama del vetro vene­zia­no.

Si trat­ta del­la secon­da ras­se­gna filo­lo­gi­ca dedi­ca­ta alla for­na­ce Veni­ni, pro­mos­sa dal­la Fon­da­zio­ne Gior­gio Cini e Pen­ta­gram Stif­tung nell’ambito di un pro­get­to cul­tu­ra­le plu­rien­na­le, vol­to allo stu­dio e alla valo­riz­za­zio­ne dell’arte vetra­ria del seco­lo scor­so. Un serie di espo­si­zio­ni che ci augu­ria­mo pos­sa esse­re lun­ga e sem­pre di pari rilie­vo. La pri­ma del ciclo, a bre­ve ripro­po­sta oltre ocea­no, cele­bra­va un’altra figu­ra chia­ve del pano­ra­ma ita­lia­no ad aver pre­sta­to la men­te e la mano allo stes­so mar­chio: “Car­lo Scar­pa-Veni­ni 1932–1947” (al MET di New York dal 5 novem­bre 2013 al 2 mar­zo 2014).
L’arrivo in bat­tel­lo dal­la Giu­dec­ca, o la tra­ver­sa­ta del Baci­no di San Mar­co dal­le rive di San Zac­ca­ria, per­met­to­no di allon­ta­nar­si dal­la con­fu­sio­ne del­la Vene­zia turi­sti­ca, per immer­ger­si gra­dual­men­te nel più inti­mo e rac­col­to silen­zio del­la lagu­na.
Il nito­re degli ambien­ti che ospi­ta­no la mostra bene si pre­sta a non disto­glie­re l’attenzione dagli ogget­ti, custo­di­ti entro bache­che poste al cen­tro, ai lati ed inca­sto­na­te tra le pare­ti. Anfo­re pan­ciu­te o dal sinuo­so pro­fi­lo, deli­ca­te fili­gra­ne e natu­ra­li­sti­che ampol­le, ven­go­no esal­ta­te nel­la loro indi­vi­dua­li­tà spic­can­do per meri­to dal­la medi­ta­ta dispo­si­zio­ne e degli acco­sta­men­ti cro­ma­ti­ci, che in un sapien­te gio­co di con­tra­sti e riman­di accor­da, già al pri­mo sguar­do, impres­sio­ni cora­li armo­ni­che.
Ad accom­pa­gna­re il visi­ta­to­re, lun­go un per­cor­so strut­tu­ra­to secon­do cri­te­ri cro­no­lo­gi­ci, tro­via­mo salien­ti indi­ca­zio­ni bio­gra­fi­che e testi­mo­nian­ze docu­men­ta­li, così che, anche ai “non addet­ti ai lavo­ri”, sono offer­ti gli stru­men­ti neces­sa­ri ad esplo­ra­re i ver­san­ti meno noti del­la pro­du­zio­ne di que­sto arti­sta.
Sala dopo sala, gui­da­ti ad una com­pren­sio­ne sem­pre più pro­fon­da del modo “mar­ti­nuz­zia­no” d’ inten­de­re e di rein­ter­pre­ta­re il rea­le, ci accor­gia­mo del­la manie­ra in cui l’accumulo di espe­rien­ze lasci le pro­prie trac­ce nel suo imma­gi­na­rio e ne ali­men­ti costan­te­men­te le fon­ti d’ispirazione.

Potre­mo sco­pri­re ele­gan­ti vetri sof­fia­ti come sfe­ri­ci dia­fram­mi, pule­go­si dal sapo­re arcai­co, gran­di cali­ci psi­che­de­li­ci con coper­chio dove col­le­zio­na­re cara­mel­le.
Inte­res­san­te l’opportunità di con­fron­ta­re i pro­get­ti gra­fi­ci e la rispet­ti­va tra­du­zio­ne in ope­ra fini­ta, sug­ge­sti­va quel­la sug­ge­ri­ta fra capo­la­vo­ri e gra­fia dell’artista; espe­dien­te che ren­de intel­le­gi­bi­le la tem­pra dell’uomo, facen­do­la intui­re in manie­ra gra­de­vo­le e sin­te­ti­ca.
Misu­ran­do­si con i model­li roma­ni e rina­sci­men­ta­li del Museo del Vetro (che egli dires­se tra 1922 e 1931) non si disco­sta dai prin­ci­pi di sot­ti­gliez­za e tra­spa­ren­za segui­ti anche dal­la pre­ce­den­te pro­du­zio­ne Cap­pel­lin-Veni­ni. Una vol­ta eman­ci­pa­to da quel­le con­ce­zio­ni, cree­rà cra­te­ri mas­sic­ci, dove le bol­le tipi­che dei vetri pule­go­si e la piog­gia d’oro si mesco­la­no ad una sin­go­la­re visio­ne dell’austerità gre­ca ed egi­zia o a sor­pren­den­ti det­ta­gli zoo­mor­fi.

Nel cuo­re del­la ras­se­gna si omag­gia il rap­por­to dell’artista con Gabrie­le d’Annunzio, che già gli ave­va com­mis­sio­na­to alcu­ne scul­tu­re da col­lo­ca­re nei giar­di­ni e all’interno del­la pro­pria dimo­ra. Sia come dono d’amicizia, che su diret­ta richie­sta del poe­ta per la sua Stan­za del­la Musi­ca, Mar­ti­nuz­zi darà vita ad ope­re in gra­do d’influenzare il desi­gn e le abi­tu­di­ni d’arredamento dei decen­ni suc­ces­si­vi: in una sor­ta di Wun­der­kam­mer adi­bi­ta al tra­spor­to spa­zio­tem­po­ra­le, oltre alle cop­pe e ai pachi­der­mi dal­le pre­zio­se cro­mìe, sono rac­chiu­se la cane­stra di frut­ta e la cele­ber­ri­ma zuc­ca lumi­no­sa in vetro inca­mi­cia­to. Il bru­sco impat­to con que­sto spe­ci­fi­co alle­sti­men­to, si spie­ga nel­la volu­ta allu­sio­ne all’atmosfera del Vit­to­ria­le; più pros­si­mi si sarà alla cul­tu­ra dell’ auto­re de “Il Fuo­co”, tan­to meglio si saprà giu­di­car­ne la riu­sci­ta d’intervento, archi­tet­ta­to da un noto sce­no­gra­fo. Se voles­si­mo segui­re le fila che lega­no il corag­gio dell’inedito e la rela­ti­va influen­za sul pub­bli­co, dovrem­mo rico­no­sce­re che le zuc­che-lam­pa­da fan­no tor­na­re alla men­te cer­te cera­mi­che ros­se o dai toni aran­cia­ti, incon­tra­te nel­le cre­den­ze di fami­glia o fra le sup­pel­let­ti­li d’un salot­to dome­sti­co… inu­ti­le dire che rifa­cen­do­si al pro­to­ti­po, rara­men­te si rag­giun­go­no livel­li arti­sti­ci equi­pa­ra­bi­li. Non dob­bia­mo inol­tre dimen­ti­ca­re che quell’ortaggio autun­na­le è un sim­bo­lo di rina­sci­ta; posto in cima ai pie­di­stal­li-colon­na, sem­bre­reb­be addi­rit­tu­ra aspi­ra­re ad esse­re “nuo­vo ordi­ne archi­tet­to­ni­co”.
Riguar­do al moti­vo del­la natu­ra mor­ta, bene sarà tener pre­sen­te che nel­la sto­ria dell’arte è azzar­da­to par­la­re di novi­tà in sen­so asso­lu­to: in ori­gi­ne l’offerta del­le pri­mi­zie era rivol­ta agli dei; a par­ti­re dall’arte roma­na la sua raf­fi­gu­ra­zio­ne è sta­ta decli­na­ta pri­ma nei festo­ni rina­sci­men­ta­li, poi nel rea­li­smo cara­vag­ge­sco, nel­le diver­se astra­zio­ni di Cano­va e Cézan­ne, per ricom­pa­ri­re con Mar­ti­nuz­zi in accop­pia­men­ti di colo­re incon­sue­ti.

Que­sto tuo ros­so è ini­mi­ta­bi­le, que­sto tuo blu è insu­pe­ra­bi­le. L’alito uma­no vi è rima­sto in for­ma di baglio­re” scri­ve elo­quen­te­men­te il Vate nel rin­gra­zia­re l’artista.
Ed ecco come, nel 1929, Napo­leo­ne Mar­ti­nuz­zi e il pit­to­re Giu­do Cado­rin comu­ni­ca­no a D’Annunzio l’ammirazione nei con­fron­ti del­la sua figu­ra di mece­na­te e col­le­zio­ni­sta: “…vedia­mo vive­re lo spi­ri­to e la for­ma rega­le degli edi­fi­ci del­la Glo­ria del­la Sere­nis­si­ma. In Lei sem­pre più si rea­liz­za la con­ti­nua­zio­ne natu­ra­le di que­sto spi­ri­to e pen­sia­mo che se la Repub­bli­ca non fos­se mor­ta e si fos­se con­ti­nua­to in palaz­zo Duca­le a deco­ra­re e tra­sfor­ma­re del­le sale per il gusto moder­no, si sareb­be cer­ta­men­te fat­to così; con quel­lo sti­le così anti­co e moder­no nel­lo stes­so tem­po.”

Giun­ti nel­la sala più ampia, sepa­ra­zio­ne idea­le tra vasel­la­me e figu­ra­zio­ne, notia­mo dei neri che nul­la han­no da invi­dia­re a quel­li del­le vetri­ne odier­ne oppu­re a cer­ti lam­pa­da­ri alla moda, tutt’altro, e dei vela­ti appa­ren­te­men­te com­po­sti dal­lo stes­so ine­brian­te bal­sa­mo che potreb­be­ro con­te­ne­re. (A que­sto pun­to mi per­met­to una digres­sio­ne cri­ti­ca sull’illuminotecnica, che nei gior­ni di sole, in que­sta stan­za, non ren­de giu­sti­zia alle tes­si­tu­re ora opa­che, ora tra­slu­ci­de e per­fi­no suc­cu­len­te dei manu­fat­ti).
Per la mag­gior par­te i vasi di Mar­ti­nuz­zi sareb­be­ro da con­si­de­ra­re “puri con­te­ni­to­ri di spa­zio”; alcu­ni sem­bra­no dila­tar­lo, altri bloc­car­lo. Una fra­se di Rosa Baro­vier Men­ta­sti aiu­te­rà cer­ta­men­te a visua­liz­za­re meglio la que­stio­ne: “Guai a met­ter­ci dei fio­ri!”
Inol­tre, se non vedes­si­mo coi nostri occhi le gran­di pian­te, pen­sa­te per abi­ta­re nic­chie di seve­ri edi­fi­ci o rin­ver­di­re biblio­te­che, non imma­gi­ne­rem­mo che i loro ste­li, un’infilata di bic­chie­ri­ni posti l’uno sull’altro, sia­no acco­sta­bi­li ai brac­ci del­le asim­me­tri­che appli­ques roco­cò; dove a risplen­de­re, inve­ce del­le can­de­le, sono dei fio­ri in rigo­glio.
Ma come mai l’amore tan­to con­di­vi­so dal pub­bli­co per le sue pian­te gras­se? Sfo­glian­do rivi­ste dell’epoca, note­re­mo che il giar­di­nag­gio era con­si­de­ra­to un’attività estre­ma­men­te in voga; la pas­sio­ne per l’esotico veni­va divul­ga­ta da arti­co­li e illu­stra­zio­ni cir­ca le dif­fe­ren­ti spe­cie di cac­tus, che Mar­ti­nuz­zi rein­ter­pre­ta sia vero­si­mil­men­te, che dan­do loro fat­tez­ze cere­bra­li e per­si­no uma­ne.

Ci appre­stia­mo a con­clu­de­re il nostro viag­gio con le fan­ta­sio­se visio­ni degli acqua­ri e le rivi­si­ta­zio­ni dei dese­ri baroc­chi. “Rhap­so­dy in Blue”, com­po­sta da Ger­sh­win, cre­do sia la colon­na sono­ra adat­ta a sin­to­niz­za­re l’ospite con l’osservazione degli oni­ri­ci bestia­ri, solo per sog­get­to col­lo­ca­bi­li sul­la scia dei bron­zet­ti di Siro Tofa­na­ri: i pesci potreb­be­ro esse­re pre­si in pre­sti­to dal­le figu­ra­zio­ni Edo di un Museo d’arte Orien­ta­le e le sire­ne, usci­te da una fia­ba, andran­no ad abi­ta­re chia­re fon­ta­ne.

Lo spi­ri­to del­la mostra, in bili­co tra poten­te linea­ri­smo nove­cen­ti­sta e deco­ra­ti­vi­smo Art Nou­veau, si risol­ve solo se cala­to nel vis­su­to dell’artefice e se le vor­re­mo schiu­de­re anche il nostro, sen­za timo­re di frain­ten­der­la. Non sto par­lan­do di una sospen­sio­ne del giu­di­zio, né di una super­fi­cia­le con­si­de­ra­zio­ne del­lo sfor­zo intel­let­tua­le o del­la capa­ci­tà del­le mae­stran­ze, ma del­la pos­si­bi­li­tà che quan­to vedia­mo ci inva­da com­ple­ta­men­te. Potrem­mo allo­ra dimen­ti­ca­re per un atti­mo le col­te cita­zio­ni neo­cin­que­cen­te­sche dei cali­ci a balau­stro per rias­sa­po­ra­re ricor­di d’infanzia, sca­tu­ri­ti ad esem­pio dal­la somi­glian­ze di un gof­fo ana­troc­co­lo alla gra­fi­ca dei pri­mi car­toons Disney o dal­le allu­ci­na­zio­ni mul­ti­co­lor di un ele­fan­ti­no che ha bevu­to acqua sapo­na­ta.
Per aver risco­per­to Mar­ti­nuz­zi in un’arte che tra­sfor­ma la sab­bia col calo­re e la magia del fia­to, un Gra­zie va al grup­po di stu­dio­si e al cura­to­re Mari­no Baro­vier, che assie­me ai pre­sta­to­ri han­no reso pos­si­bi­le ammi­ra­re, una secon­da vol­ta, quan­ta qua­li­tà si rie­sca a rag­giun­ge­re unen­do con sen­si­bi­li­tà e sapien­za, mate­ria ed idea­zio­ne.

Da segna­la­re:
l’orario di aper­tu­ra: dal­le 10 alle 19 (chiu­su­ra al mer­co­le­dì)
il cata­lo­go edi­to da Ski­ra e il book­shop pre­sen­te in loco
i labo­ra­to­ri e le atti­vi­tà didat­ti­che per gli stu­den­ti che, come il ser­vi­zio di accom­pa­gna­men­to gui­da­to e l’ingresso, sono for­ni­ti in manie­ra gra­tui­ta.


From: Giu­lia Bigaz­zi

Cite this article as: Bacheca, Napoleone Martinuzzi – Venini a San Giorgio Maggiore, Venezia, in "STORIEDELLARTE.com", 28 novembre 2013; accessed 28 aprile 2017.
http://storiedellarte.com/2013/11/napoleone-martinuzzi-venini-a-san-giorgio-maggiore-venezia.html.
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