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Michelangelo, Leda e il cigno

Cornelis Bos da Michelangelo, Leda e il cigno

Cor­ne­lis Bos da Miche­lan­ge­lo, Leda e il cigno, post 1537, inci­sio­ne, Ytha­ca, New York, Her­bert F. John­son Museum of Art, Cor­nell Uni­ver­si­ty

da Michelangelo, Leda e il cigno

Copia da Miche­lan­ge­lo, Leda e il cigno, post 1530, Lon­dra, The Natio­nal Gal­le­ry, tela, cm 105,4 x 141

Del­la Leda rea­liz­za­ta per il duca di Fer­ra­ra non cono­scia­mo l’originale miche­lan­gio­le­sco, per­du­to, ma pos­se­dia­mo nume­ro­se repli­che e sva­ria­te testi­mo­nian­ze scrit­te. Asca­nio Con­di­vi ne cir­co­stan­zia con dovi­zia di par­ti­co­la­ri la com­mis­sio­ne all’estate del 1529, quan­do Buo­nar­ro­ti in veste di sovrin­ten­den­te alle for­ti­fi­ca­zio­ni del­la Repub­bli­ca fio­ren­ti­na sog­gior­na a Fer­ra­ra per con­sul­tar­si con Alfon­so I d’Este, pro­vet­to arti­glie­rie ed esper­to in costru­zio­ni mili­ta­ri. Il duca gli offre calo­ro­sa ospi­ta­li­tà, dispen­sa con­si­gli su come difen­de­re Firen­ze dall’assalto medi­ceo e gli strap­pa, infi­ne, la pro­mes­sa di “far­mi qual­che cosa di vostra mano”. Il mal­de­stro emis­sa­rio duca­le che l’anno dopo si pre­sen­ta a Firen­ze per riti­ra­re il lavo­ro lo giu­di­ca, incau­ta­men­te, “poca cosa”. Sde­gna­to, Miche­lan­ge­lo rifiu­ta di con­se­gna­re la pit­tu­ra, con­ge­da mala­men­te lo sven­tu­ra­to invia­to pro­no­sti­can­do­gli la pre­ve­di­bi­le sfu­ria­ta di Alfon­so e rega­la il qua­dro al disce­po­lo Anto­nio Mini che, biso­gno­so di dena­ro, lo ven­de di lì a poco al re di Fran­cia Fran­ce­sco I.1
Oltre che in Con­di­vi, le vicen­de del qua­dro sono nar­ra­te da Gior­gio Vasa­ri che nell’edizione del­le Vite del 1568 uffi­cia­liz­za, per così dire, la fama di un dipin­to mai giun­to nel­le mani del com­mit­ten­te e subi­to dive­nu­to cele­ber­ri­mo. Per Alfon­so d’Este, scri­ve l’aretino, Miche­lan­ge­lo fece una Leda di gran­de for­ma­to «che fu cosa divi­na», dipin­ta «a tem­pe­ra col fia­to», in cui Leda “abbrac­cia il Cigno, e Casto­re e Pol­lu­ce […] usci­va­no dall’uovo”.2 Nume­ro­se repli­che, anche gra­fi­che, che pre­sto furo­no trat­te dal dipin­to, dal­la copia, for­se cin­que­cen­te­sca, del­la Natio­nal Gal­le­ry di Lon­dra, all’incisione in con­tro­par­te di Cor­ne­lis Bos, for­se la più fede­le ripro­du­zio­ne dell’originale miche­lan­gio­le­sco, in cui sono visi­bi­li anche i gemel­li Casto­re e Pol­lu­ce e un uovo che con­tie­ne un feto, con­fer­ma­no quan­to tra­man­da­to da Con­di­vi e da Vasa­ri.
Il dipin­to raf­fi­gu­ra­va dun­que l’amore di Gio­ve per Leda, regi­na di Spar­ta. Cela­to­si sot­to le sem­bian­ze di un can­di­do cigno, il dio gia­ce con lei sul­le rive di un fiu­me e dal­le uova frut­to del­la loro unio­ne nasco­no i gemel­li Casto­re e Pol­lu­ce, Ele­na futu­ra regi­na di Tro­ia e Cli­tem­ne­stra. «Fecit olo­ri­nis Ledam recu­ba­re sub alis», scri­ve Ovi­dio a pro­po­si­to del loro amo­re  (Meta­mor­fo­si, VI, 109). Oltre alla pro­ba­bi­le cele­bra­zio­ne dina­sti­ca – gli Este pre­ten­de­va­no, infat­ti, di discen­de­re dai Tro­ia­ni –, il sog­get­to trat­ta­to da Miche­lan­ge­lo vuo­le for­se anche allu­de­re alla rela­zio­ne fra il matu­ro e vedo­vo Alfon­so d’Este e la bel­lis­si­ma e gio­va­nis­si­ma Lau­ra Dian­ti che fra il 1527 e il 1530 die­de al duca due figli maschi. Fu, il loro, un amo­re non con­ven­zio­na­le, eppu­re vis­su­to alla luce del sole e che get­tò scal­po­re fra i con­tem­po­ra­nei non solo per il con­si­sten­te diva­rio d’età, ma soprat­tut­to per lo sta­tus di Lau­ra, figlia, si dice­va, di un umi­le ber­ret­ta­io. Se il duca, come vor­reb­be­ro mol­ti suoi bio­gra­fi, abbia dav­ve­ro spo­sa­to Lau­ra, è que­stio­ne tutt’oggi aper­ta.
Avul­so dal con­te­sto per cui fu rea­liz­za­to, il dipin­to per­se subi­to il suo signi­fi­ca­to dina­sti­co e cele­bra­ti­vo, e non si col­se lo sfor­zo di Miche­lan­ge­lo di misu­rar­si con i capo­la­vo­ri di Tizia­no visti nel came­ri­no del­le pit­tu­re di Alfon­so d’Este, rea­liz­zan­do

«una tavo­la, e non una tela, di dimen­sio­ni ana­lo­ghe (e per­fi­no supe­rio­ri) a quel­le dei Bac­ca­na­li, colo­ri a tem­pe­ra, e non a olio, per ridur­re la pre­po­ten­za dell’effetto cro­ma­ti­co e per giun­ge­re ad una resa fini­tis­si­ma dei det­ta­gli (“col fia­to” dirà Vasa­ri), due sole figu­re pro­ta­go­ni­ste, con ridot­tis­si­me pre­sen­ze acces­so­rie, a domi­na­re com­ple­ta­men­te la sce­na con la pro­pria stra­ri­pan­te monu­men­ta­li­tà in una posa straor­di­na­ria che […] cita pla­teal­men­te anche uno degli ulti­mi capo­la­vo­ri scul­to­rei dell’artista fio­ren­ti­no, quel­la Not­te “fat­ta in for­ma di don­na di mara­vi­glio­sa bel­lez­za” per la Sagre­stia Nuo­va [….] se imma­gi­nia­mo,  come sareb­be sta­to logi­co, che la Leda aves­se tro­va­to posto nel­le col­le­zio­ni esten­si, che […] straor­di­na­ria anti­te­si visi­va rispet­to ai capo­la­vo­ri tizia­ne­schi, così cal­di e vibran­ti di uma­nis­si­mi sen­si, con quel­le car­ni che dav­ve­ro sem­bra­no tre­ma­re nell’aria esti­va, quan­to que­sta mito­lo­gia miche­lan­gio­le­sca pare distil­la­ta da una rilet­tu­ra tut­ta men­ta­le dell’erotismo del­le favo­le anti­che».3

 

Pre­val­se fatal­men­te, nei con­tem­po­ra­nei, la let­tu­ra in chia­ve mar­ca­ta­men­te ero­ti­ca del dipin­to, che nul­la nascon­de dell’amplesso fra il dio-cigno e la mor­ta­le Leda, e del loro reci­pro­co abban­do­no. Pie­tro Are­ti­no, una deci­na di anni dopo, non rispar­miò lodi per la figu­ra fem­mi­ni­le, così «mor­bi­da di car­ne, vaga di mem­bra e svel­ta di per­so­na» che non si pote­va «non invi­dia­re il cigno, che ne gode con affet­to tan­to simi­le al vero, che pare, men­tre sten­de il col­lo per basciar­la, che le voglia essa­la­re in boc­ca lo spi­ri­to de la sua divi­ni­tà».4 Quel­la pro­nun­cia­ta sen­sua­li­tà che entu­sia­smò i con­tem­po­ra­nei, diven­ne cau­sa stes­sa del­la rovi­na del­la Leda che, appro­da­ta nel­le col­le­zio­ni rea­li fran­ce­si, fu bru­cia­ta fra il 1642 e il 1643 per ordi­ne del­la regi­na madre Anna d’Austria. Col­ta da Miche­lan­ge­lo «in un atto di amo­re appas­sio­na­to così vivi­do e lasci­vo», la Leda fu infat­ti giu­di­ca­ta «inde­cen­te» e meri­te­vo­le di fini­re al rogo per «ragio­ni mora­li».

da Michelangelo, Leda e il cigno, particolare

Copia da Miche­lan­ge­lo, Leda e il cigno, par­ti­co­la­re, post 1530, Lon­dra, The Natio­nal Gal­le­ry, tela, cm 105,4 x 14

– Arti­co­lo a cura di Maria­lu­cia Mene­gat­ti e Ser­gio Momes­so

  1. A. Con­di­vi, Vita di Miche­la­gno­lo Buo­nar­ro­ti, a cura di G. Nen­cio­ni, con sag­gi M. Hir­st e C. Elam, SPES, Firen­ze 1998, pp. 39–40 e 42–43.
  2. G. Vasa­ri, Le Vite de’ più eccel­len­ti pit­to­ri, scul­to­ri, e archi­tet­to­ri, Scrit­te da M. Gior­gio Vasa­ri pit­to­re et archi­tet­to are­ti­no, Di Nuo­vo dal Mede­si­mo Rivi­ste Et Amplia­te con i ritrat­ti loro Et con l’aggiunta del­le Vite de’ vivi, & de’ mor­ti Dall’anno 1550 infi­no al 1567, 3 voll., Giun­ti, Firen­ze 1568, ed. a cura di R. Bet­ta­ri­ni, P. Baroc­chi, San­so­ni-SPES, Firen­ze 1966–1997, VI vol., p. 56.
  3. V. Fari­nel­la, “Non si pote­va satia­re di guar­da­re quel­le figu­re”: Miche­lan­ge­lo e Alfon­so I d’Este, in Miche­lan­ge­lo. La “Leda” e la secon­da Repub­bli­ca fio­ren­ti­na, cata­lo­go del­la mostra a cura di P. Ragio­nie­ri (Tori­no-Bonn, 2007), Sil­va­na Edi­to­ria­le spa, Cini­sel­lo Bal­sa­mo 2007, pp. 72–74. Al sag­gio si riman­da per l’iconografia del dipin­to miche­lan­gio­le­sco, la sua gene­si in rap­por­to alla com­mit­ten­za d’Alfonso d’Este e per un cor­re­do docu­men­ta­rio e biblio­gra­fi­co.
  4. Let­te­ra a Gui­do­bal­do del­la Rove­re, 1542, in P. Are­ti­no, Let­te­re, ed. 1995–1998, vol. II, p. 14.
Cite this article as: Redazione, Michelangelo, Leda e il cigno, in "STORIEDELLARTE.com", 17 novembre 2013; accessed 25 marzo 2017.
http://storiedellarte.com/2013/11/michelangelo-leda-e-il-cigno.html.

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