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James Turrell illumina il Guggenheim

Si è simbolicamente aperta nel giorno dell’anno in cui la luce dura più a lungo, il 21 giugno, la personale di James Turrell, artista di punta del movimento Light and Space sorto in California alla metà degli anni Sessanta. Prima esposizione newyorchese dopo la retrospettiva di metà carriera tenutasi nel 1980 presso il Whitney Museum of American Art, la mostra allestita presso il Guggenheim rientra in un progetto più ampio, congiuntamente organizzato dal LACMA di Los Angeles (26 maggio 2013 – 6 aprile 2014) e dal MFA di Houston (9 giugno – 22 settembre 2013). È la prima volta che tre istituzioni museali di questa importanza collaborano per una celebrazione di così grandi dimensioni (stiamo parlando di quasi 9000mq di superficie totale occupata per un solo artista), ed è forse per questa ragione, oltre che per la natura stessa dell’arte di Turrell, che il «New York Times Magazine» gli ha voluto dedicare la copertina del numero uscito il 16 giugno, attribuendogli la scherzosa qualifica di Mesmerizer, 'ipnotizzatore', e presentando il ciclo di esposizioni a lui intitolato come "the biggest event in the art world this summer".
James Turrell Opening Reception, June 20
E davvero di un grande evento si tratta: basti pensare che per l’occasione la rotonda del candido e curvilineo edificio progettato da Frank Lloyd Wright si è trasformata in una stupefacente struttura fatta di coni concentrici che sotto gli occhi incantati dei visitatori assumono tutte le gamme dello spettro visibile, combinando insieme luce naturale e LED.

"I am known as a light artist, but rather than be someone who depicted light or painted light in some way, I wanted to have the work be light": così Turrell descrive la propria arte in un video al quale tutti possono accedere dal sito del museo. La luce è, infatti, la materia prima dei suoi lavori, che dimostrano un interesse tanto verso gli effetti delle fonti luminose artificiali, quanto verso l’osservazione della luce naturale, come dimostra la serie Skyspaces, fatta di edifici progettati con suggestive aperture sul cielo, e, ancor di più, il monumentale work in progress presso il ranch di Flagstaff (Arizona) denominato Roden Crater, un vulcano estinto che Turrell sta trasformando nel suo peculiarissimo osservatorio di fenomeni naturali.

James Turrell, Aten Reign (2013)

James Turrell, Aten Reign (2013)

James Turrell, Aten Reign (2013)

James Turrell, Aten Reign (2013)

James Turrell, Aten Reign (2013)

James Turrell, Aten Reign (2013)

Allestire una sua mostra, come raccontano i curatori – Michael Govan e Christine Y. Kim per il LACMA, Alison De Lima Greene per il museo di Houston, Nat Trotman e Carmen Giménez per il Guggenheim, – è operazione quanto mai complessa, perché ciascun pezzo deve essere costruito sul posto e richiede elaborate modifiche alla struttura ospitante: le stanze devono essere perfettamente isolate, le finestre oscurate, ogni superficie, parete e angolazione studiate e calcolate al centimetro secondo le indicazioni dell’artista. Non ci sono oggetti o immagini con didascalia da osservare, anzi ciò che si richiede al visitatore è proprio di abbandonare queste convenzioni, di rinunciare a riconoscere con certezza ciò che sta guardando, per riflettere piuttosto sulle modalità del procedimento visivo. "Seeing yourself see", è il tipo di consapevolezza che Turrell intende perseguire, forse richiamandosi alle lunghe e silenziose meditazioni collettive sperimentate nella comunità quacchera in cui fu allevato.

La mostra del Guggenheim intende dare risalto proprio all’aspetto di site-specificity che contraddistingue la sua pratica. Chi avesse occasione di visitare il museo in questi mesi non solo si troverà di fronte alla radicale trasformazione della rotonda secondo il progetto Aten Reign (2013), che prende il nome da Aton, divinità solare della mitologia egizia,

ma avrà modo di confrontare quei vortici psichedelici con le opere storiche degli anni Sessanta e Settanta, disposte nelle sale superiori (Annex Levels 2 and 5). Rigorosamente monocrome, esse testimoniano le sperimentazioni condotte intorno al concetto di materializzazione della luce, ciò che Turrell chiama "thingness of light": Ronin (1968) e Afrum I (White) (1967) intendono suggestionare l’occhio dello spettatore, ponendolo di fronte ad un’inedita presenza fisica, quasi architettonica, di un elemento mutevole come la luce, trasformata in una colonna che occupa una fessura tra due pareti o in un cubo fluttuante al centro dell’angolo di una stanza. Altrettanto sorprendenti sono gli effetti ricercati in Prado (White) (1967) e Iltar (1967), forse l’opera più provocatoria per il pubblico che si trova ad entrare in una stanza oscurata e ad osservare, sulla parete di fondo, di colore chiaro, un rettangolo grigio. Schierate di fronte a quella che sembra la raffigurazione di un solido geometrico, le persone si interrogano reciprocamente sull’effettiva natura di ciò che stanno guardando e, consultato il sorvegliante di sala alla ricerca di chiarimenti, alcuni apprendono con sgomento di aver contemplato per diversi minuti non un dipinto, ma una cavità ritagliata nel muro, che grazie al gioco di luci e penombra ha assunto il colore e la pienezza di una figura. È uno dei tanti trucchi dell’artista 'mesmerizzatore'.

James Turrell, Afrum I (White) (1967)

James Turrell, Afrum I (White) (1967)

James Turrell, Ronin (1968)

James Turrell, Ronin (1968)

"Not everyone enjoys the Turrell experience. It requires a degree of surrender", osserva sagacemente il giornalista Wil S. Hylton che ha avuto l’opportunità di seguire le fasi finali dell’allestimento presso il museo di Los Angeles (dove si possono provare alcune tra le esperienze più estreme offerte dalle installazioni di Turrell, come, per esempio, le Perceptual Cells) e che il 9 luglio ha svolto il ruolo di mediatore per l’art talk organizzato da James Davis, Programme Manager del Google Cultural Institute, al quale hanno partecipato i curatori dei tre musei (nel caso del LACMA era presente Christine Kim, assistant curator). L’opportunità unica di conoscere le complesse fasi di preparazione di queste mostre dalle voci delle persone direttamente implicate, nasce grazie alla rete sociale gratuita Google +,
lanciata nel giugno 2011, che da qualche mese propone questa particolare tipologia di iniziative: un momento di ritrovo (hangout) sul web tra persone interessate ad uno stesso evento o argomento di natura artistica, durante il quale viene proposto un dibattito che può essere seguito in diretta da coloro che si registrano, con la possibilità di porre domande via email agli interlocutori.
Si tratta di un abile e innovativo utilizzo della tecnologia per promuovere e condividere massivamente momenti di approfondimento culturale degni di attenzione; un utilizzo quanto mai indovinato nel caso di Turrell che della tecnologia sa sfruttare i lati migliori per creare le sue stupefacenti installazioni.

This summer 2013 three museums across the United States are celebrating James Turrell’s career as a light artist. According to «The New York Times Magazine» it is the biggest event in the art world for this season, since no other artist ever had the privilege of a triple collaboration between prestigious institutions such as LACMA in Los Angeles, MFA in Houston and Guggenheim in New York. The Turrell Trifecta has also been the subject of a crowded Google + hangout featuring curators Nat Trotman (Guggenheim), Alison De Lima Green (Mfa) and Christine Y. Kim (Lacma), with the participation of Wil S. Hylton (contributing writer of «The New York Times Magazine») as moderator. The New York exhibition for the first time involves an astonishing transformation of Frank Lloyd Wright’s rotunda, no longer pure white as the rest of the circular building since it now houses Turrell’s Aten Reign, a striking structure made of cones which mixing natural and electric light gradually change their colour leaving all of the visitor literally “mesmerized”.

 

 

Altri collegamenti

Cite this article as: Sarah Ferrari, James Turrell illumina il Guggenheim, in "STORIEDELLARTE.com", 21 luglio 2013; accessed 24 marzo 2017.
http://storiedellarte.com/2013/07/james-turrell-illumina-il-guggenheim.html.

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