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Sculture venete tra Cinquecento e Settecento al Tefaf 2013

Come sempre il Tefaf, in corso di svolgimento presso il Maastricht Exhibition and Congress Centre fino al 24 marzo, è uno degli appuntamenti clou del mercato internazionale dell’arte, ricco di pezzi di altissimo valore e gustosi inediti. Tra i dipinti di artisti italiani si segnalano quest’anno in modo particolare un San Domenico di Maso di Banco presso Moretti e un prezioso olio su lapislazzuli di Orazio Gentileschi raffigurante Davide con la testa di Golia in vendita da Weiss. Degne di nota sono poi diverse sculture e si è voluto in queste righe presentare una selezione di opere di provenienza veneta, comprese tra il XVI e il XVIII secolo.

Tiziano Aspetti,  Marte e Venere.

Tiziano Aspetti, Marte e Venere.

Apriamo la rassegna con due bronzi di Tiziano Aspetti, raffiguranti Marte e Venere, in vendita da Altomani & Sons (cm 48). Formatosi probabilmente presso Girolamo Campagna, l’artista padovano fu a lungo lo scultore “di fiducia” dei Grimani di Santa Maria Formosa lavorando anche per la cappella di famiglia nella chiesa di San Francesco della Vigna. Come nota Claudia Kryza-Gersch, a differenza di altri artisti cinquecenteschi attivi a Venezia, non ebbe una ricchissima attività nel campo dei piccoli bronzi, nonostante l’alto livello delle opere note1. Per tale ragione la coppia qui presentata risulta di un certo interesse e appare possibile un confronto con due sculture dello stesso soggetto conservate rispettivamente presso la Frick Collection e l’Accademia Carrara, da considerarsi in pendant; fisiognomicamente il dio della guerra al Tefaf, con baffetti e pizzetto, è identico al Marte newyorkese, da cui si distanzia tuttavia per la postura del corpo e per il basamento. Traspare nondimeno nelle due opere di Maastricht una maggiore semplicità senza le eleganti e complesse decorazioni dell’altra coppia, con ricchissimi basamenti bronzei decorati con stemmi e nereidi, sostituiti da basi circolari in ebano.

Francesco Terilli, Crocifisso

Francesco Terilli, Crocifisso

Presso l’antiquario argentino Jaime Eguiguren è esposto un Crocifisso eburneo attribuito a Francesco Terilli; scultore feltrino attivo a cavaliere tra Cinquecento e Seicento, la cui commissione più prestigiosa fu certamente il monumento equestre di Pompeo Giustiniani nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo, richiestogli dal Senato della Serenissima ed eseguito tra il 1616 e il 1620. Duttile artista, il Terilli deve tuttavia gran parte della sua fama alle numerose opere di piccole dimensioni in avorio, bronzo e legno, tra cui il soggetto più affrontato fu il Crocifisso2. L’opera di Maastricht si presenta quindi come tipica della sua produzione trovando soprattutto un termine di paragone nell’esemplare di collezione privata padovana pubblicato dal Biasuz, da cui si differenzia per una maggiore flessione delle gambe3. Nello stand dell’antiquario milanese Piva & C. troviamo poi un rilievo raffigurante Marco Curzio che si getta nella voragine (cm 48 x 74); firmato P.M.F., è stato assegnato al poco noto Pietro Morando. Quest’ultimo, titolare di una bottega nel 1671 e attivo tra i maestri intagliatori veneziani fino al 1712, è noto soprattutto per i dossali della chiesa di San Pietro Martire a Murano, provenienti dalla sala dell’Albergo della Scuola di San Giovanni dei Battuti. Il ciclo è stato oggetto di studi da parte di Paola Rossi che notava la ripresa dei modi di Francesco Pianta e del suoi celebri intagli nella Scuola Grande di San Rocco, nell’impiego di figure fortemente caratterizzate in senso espressivo fungenti come cariatidi o telamoni. A differenza del Pianta, Morando inserisce tra queste ultime dei rilievi dove «con intaglio meticoloso e insistito, soprattutto nelle vesti dei personaggi, anima con effetti pittorici gli episodi»4. In questi lavori lo scultore è tuttavia fortemente limitato dal formato oblungo delle tavole, che lo costringono a distribuire in poco spazio le figure animanti le scene con problematici scorci. Tali difficoltà non si presentano invece nel rilievo orizzontale di Maastricht dove la prospettiva viene resa tramite una sapiente distribuzione degli aggetti delle figure e del paesaggio sullo sfondo, facenti convergere lo sguardo dello spettatore sull’eroico sacrificio del militare romano. Il rilievo costituisce una significativa aggiunta che permette di far maggiore luce su quest’artista e di riflesso rappresenta un prezioso tassello nella non facile ricostruzione della stagione barocca della scultura lignea in Veneto.

Pietro Morando, Marco Curzio si getta nella voragine.

Pietro Morando, Marco Curzio si getta nella voragine.

Giovanni Bonazza,  Crocifisso.

Giovanni Bonazza, Crocifisso.

Sempre presso lo stesso antiquario è poi presente un Crocifisso in legno di bosso di Giovanni Bonazza, firmato e datato 1718 (cm 31,5 x 20,5). L’opera si inserisce quindi nella fase matura dello scultore, veneziano di nascita, ma che a tale data aveva già da tempo trasferito la bottega a Padova dove fu poi affiancato dai figli Antonio, Francesco e Tommaso5. Il Crocifisso non era ignoto al pubblico, in quanto presentato per la prima volta alla mostra di Andrea Brustolon a Belluno del 2009; nella relativa scheda di catalogo, Massimo De Grassi, oltre a notare la singolarità iconografica del “Cristo vivente” per l’area veneta6, sottolineava altresì la grande ricercatezza del pezzo, considerato uno dei più significativi lavori nel campo sacro dell’artista.

Francesco Bertos, Marco Curzio si getta nella voragine.

Francesco Bertos, Marco Curzio si getta nella voragine.

Di altissimo livello sono in seguito due gruppi bronzei del virtuoso Francesco Bertos esposti da Tomasso Brothers; «Uomo celebre, e solo nell’Arte di Simil Genere» com’era definito in un inventario del 1740 della collezione di Johann Matthias von der Schulenburg, suo importante committente, lo scultore di Dolo era infatti celebre per le sue complesse ed eccentriche invenzioni. Per via delle sue straordinarie abilità, egli fu addirittura accusato di farsi aiutare dal diavolo, venendo trascinato davanti al tribunale dell’Inquisizione7. Mentre gli altri scultori veneti del Settecento riprendevano i gloriosi esempi della tradizione cinquecentesca, rappresentata in laguna soprattutto da Jacopo Sansovino e Alessandro Vittoria, o i modelli classici dello Statuario pubblico, l’arte del Bertos affonda spesso le sue radici nel manierismo più eccentrico e bizzarro. La coppia del TEFAF raffigura due temi dell’antichità classica; dopo quello del Morando troviamo un secondo Sacrificio di Marco Curzio (cm 79,25) e una versione bronzea del cosiddetto Toro Farnese del Museo archeologico di Napoli ove viene raffigurato il supplizio di Dirce da parte dei nipoti Anfione e Zeto (73 cm). Appartenute alla prestigiosa collezione padovana Dondi dell’Orologio, le due sculture hanno poi avuto una complessa vicenda critica, puntualmente ripercorsa da Charles Avery nella sua monografia8.

Antonio Canova (attr.), Testa di carattere.

Antonio Canova (attr.), Testa di carattere.

Chiude questa veloce panoramica una piccola Testa di carattere in terracotta cm 8,5 x 6,5 x 6,7cm) recante un’attribuzione al giovane Antonio Canova, esposta presso Wijermans Fine Art e già passata presso la casa d’aste Farsetti nella vendita del 28 e 29 ottobre 2011. La proposta di riferire l’opera allo scultore possagnese spetta a Gian Lorenzo Mellini che ipotizzò potesse provenire dalla collezione di Francesco Milizia9; lo studioso propose in seguito confronti con il gruppo dei Lottatori che permise a Canova di vincere il premio dell’Accademia nel 1775 e con l’Orfeo Falier al Museo Correr, dall’intenso sguardo pieno di dolore e realizzato negli stessi anni. Nonostante lo scultore sia oggetto in continuazione di numerosi contributi, l’attribuzione di questa possibile sua primizia non sembra essere stata adeguatamente vagliata dagli specialisti in materia. Risulta quindi necessario mantenere una certa cautela, espressa anche dalla prudente didascalia.

The article presents a selection of venetian sculptures from XVIth to XVIIIth Century which have been exhibited at TEFAF 2013; among them, we find works of famous artists as Tiziano Aspetti and less known ones as the wood carver Pietro Morando with a relief depicting The Sacrifice of Marcus Curtius. Last sculpture is a little terracotta Head attributed to the young Antonio Canova

  1. Claudia Kryza-Gersch, Tiziano Aspetti, in “La bellissima maniera”. Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento, catalogo della mostra di Trento (25 giugno-26 settembre 1999), a cura di Andrea Bacchi, Lia Camerlengo e Manfred Leithe-Jasper, Trento, Tipografia Temi, 1999, pp. 417-431 (sui bronzetti in particolare pp. 420-421).
  2. Alla monografia di Giuseppe Biasuz, Francesco Terilli, a cura di Anna Paola Zugni-Tauro, Feltre 1988, sono succedute varie integrazioni al catalogo, si ricordano soprattutto Paola Rossi, Per l’attività veneziana di Francesco Terilli, «Venezia Arti», 10 (1996), pp. 43-48; Sergio Claut, Altre opere dello scultore Francesco Terilli, «Venezia Cinquecento. Studi di storia dell’arte e della cultura», XIII, 26 (2003), pp. 185-196.
  3. Biasuz, Francesco Terilli, pp. 29-30, 64 (con bibliografia).
  4. Paola Rossi, L’intaglio e la scultura lignea a Venezia nel Seicento, in Con il legno e con l’oro. La Venezia artigiana degli intagliatori, battiloro e doratori, Sommacampagna (Verona), Cierre 2009, pp. 69-93, in particolare pp. 84-87; Ead., La scultura a Venezia al tempo del Brustolon, in Andrea Brustolon 1662-1732. “Il Michelangelo del legno”, catalogo della mostra di Belluno (28 marzo-12 luglio 2009), a cura di Anna Maria Spiazzi, Massimo De Grassi e Giovanna Galasso, Milano, Skira, 2009, pp. 69-81, in particolare pp. 74-75.
  5. Per un profilo dello scultore si rinvia al pionieristico saggio di Camillo Semenzato, Antonio Bonazza, «Saggi e memorie di storia dell’arte», 2 (1958-1959), pp. 281-314 da integrare con Matej Klemenčič, Antonio Bonazza, in La scultura a Venezia da Sansovino a Canova, a cura di Andrea Bacchi con la collaborazione di Susanna Zanuso, Milano, Longanesi, 2000, pp. 700-701.
  6. Massimo De Grassi, Scheda 16, in Andrea Brustolon, pp. 157, 318.
  7. Su questo scultore è imprescindibile la recente monografia di Charles Avery, The Triumph of Motion: Francesco Bertos (1678-1741) and the Art of Sculpture. Catalogue Raisonné, Torino, Umberto Allemandi, 2008. Per la citazione inventariale e il processo inquisitorio cfr. pp. 9, 37.
  8. Avery, The Triumph of Motion, pp. 232-235 (catt. 138-139; tavv. 5-6.)
  9. Gian Lorenzo Mellini, Canoviana, «Antichità viva», XXIX, 1 (1990), pp. 21-30. Riedito parzialmente in Id., Canova. Saggi di filologia e di ermeneutica, Milano, Skira, 1999, pp. 107-110 (in particolare p. 108), 198.
Cite this article as: Fabien Benuzzi, Sculture venete tra Cinquecento e Settecento al Tefaf 2013, in "STORIEDELLARTE.com", 22 marzo 2013; accessed 28 giugno 2017.
http://storiedellarte.com/2013/03/sculture-venete-tra-cinquecento-e-settecento-al-tefaf-2013.html.

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