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Quale museo per i social network?

socialmedialow1I musei si stan­no attrez­zan­do, o si sono attrez­za­ti, final­men­te anche in Ita­lia dif­fu­sa­men­te, di pro­pri account sui vari social net­work.

La pre­sen­za del­le isti­tu­zio­ni in rete non sem­bra però esse­re l’esito di una rifles­sio­ne arti­co­la­ta e stra­te­gi­ca­men­te vali­da su carat­te­ri­sti­che, poten­zia­li­tà, metri­che e obbiet­ti­vi nell’utilizzo del­le piat­ta­for­me social.

Pro­via­mo qui a deli­near­ne alcu­ni sche­ma­ti­ci livel­li di inte­gra­zio­ne, suc­ces­si­vi per gra­do di coin­vol­gi­men­to e di influen­za sull’istituzione musea­le.

È evi­den­te che si pos­sa fare un uso di Twit­ter o di Face­book come aspe­ci­fi­che esten­sio­ni dei media tra­di­zio­na­li, anche non solo ana­lo­gi­ci dato l’utilizzo che i più fan­no del pro­prio sito web, inter­pre­tan­do­li come un cana­le mono­di­re­zio­na­le attra­ver­so il qua­le vei­co­la­re varie infor­ma­zio­ni di ser­vi­zio, uno spa­zio in più – e gra­tui­to – ove comu­ni­ca­re even­ti, appun­ta­men­ti vari e ini­zia­ti­ve. Mede­si­mi mes­sag­gi, mede­si­me inten­zio­ni on line e off line.

Pur limi­ta­to e ampu­ta­to negli esi­ti, è un approc­cio legit­ti­mo.

Cer­to con un impe­gno anche solo di poco più aper­to e lun­gi­mi­ran­te, si potreb­be aspi­ra­re a bene­fi­ci più dif­fu­si. Ad esem­pio sele­zio­nan­do e pro­po­nen­do con­te­nu­ti di valo­re. Cioè con­ce­pen­do il mez­zo come uti­le a divul­ga­re i valo­ri di un siste­ma, quel­lo cul­tu­ra­le, che trar­reb­be gran­de van­tag­gio da una infor­ma­zio­ne di qua­li­tà più dif­fu­sa, meno auto­re­fe­ren­zia­le e pro­po­sta da chi ha la legit­ti­mi­tà, i mez­zi e le pro­fes­sio­na­li­tà per far­lo. Anche solo rial­li­nea­re quo­ti­dia­na­men­te e con atten­zio­ne ad un con­te­sto di veri­tà, fuo­ri da logi­che di com­pe­ti­zio­ne fra isti­tu­zio­ni, l’informazione di livel­lo poco pun­tua­le dei gior­na­li, costi­tui­reb­be un com­pi­to bene­fi­co e un risul­ta­to apprez­za­bi­le («al ser­vi­zio del­la socie­tà e del suo svi­lup­po» è una por­zio­ne spes­so appan­na­ta del­la defi­ni­zio­ne Icom).

Il pas­so deci­si­vo è però lega­to ad un uti­liz­zo che mani­fe­sti pro­fon­da dime­sti­chez­za con le carat­te­ri­sti­che distin­ti­ve dei social media: la rela­zio­ne con la comu­ni­tà. È un pas­so capa­ce di avvia­re un per­cor­so di ristrut­tu­ra­zio­ne dei pro­ces­si inter­ni all’istituzione che voglia ren­der­si dispo­ni­bi­le ad acco­glie­re un tra­va­so di richie­ste, indi­ca­zio­ni, umo­ri, gra­zie all’integrazione e all’osmosi con le piat­ta­for­me social e la rete.

Un pro­ces­so che tra­sfor­me­reb­be il museo in rela­zio­na­le e par­te­ci­pa­ti­vo.

In que­sta logi­ca un pri­mo livel­lo, come è noto da espe­rien­ze sta­tu­ni­ten­si, cito il  Gug­ge­n­heim e il Broo­klyn Museum,  può esse­re affron­ta­to con l’organizzazione di espo­si­zio­ni tem­po­ra­nee strut­tu­ra­te in modo che ogni pas­sag­gio dal­la pre­sen­ta­zio­ne alla sele­zio­ne di arti­sti e mate­ria­li, al gra­di­men­to del­le ope­re espo­ste e del­le scel­te alle­sti­ti­ve sia espres­sio­ne del­la comu­ni­tà del­la rete, sol­le­ci­ta­ta a par­te­ci­pa­re ai pro­ces­si deci­sio­na­li.

Sono, qua­si non dovreb­be esse­re neces­sa­rio sot­to­li­near­lo, indi­spen­sa­bi­li un fil­tro e una gestio­ne cura­to­ria­le e com­pe­ten­te, con gran­de aper­tu­ra dia­let­ti­ca, capa­ce di dar cor­po alla voce del­la comu­ni­tà del­la rete nel rispet­to di un qua­dro scien­ti­fi­co.

L’estre­mo livel­lo è costi­tui­to dal­la sco­mes­sa del­la rive­ri­fi­ca dell’efficacia comu­ni­ca­ti­va dell’allestimento del­le col­le­zio­ni per­ma­nen­ti o del­la affe­zio­ne del pub­bli­co a una o più ope­re o col­le­zio­ni; la sfi­da è saper rac­co­glie­re, cri­ti­ca­men­te e con la com­pe­ten­za neces­sa­ria, i pare­ri a riguar­do e, in base a quel­li, fare espe­rien­za di nuo­vi per­cor­si e alle­sti­men­ti pur in linea con la pro­pria mis­sion.

Un uti­liz­zo con­trat­to, timi­do e incer­to, non real­men­te par­te­ci­pa­ti­vo degli stru­men­ti nati in otti­ca 2.0, costi­tui­sce un aggior­na­men­to solo fit­ti­zio del modo di por­si sta­ti­co e indi­scu­ti­bi­le del­le isti­tu­zio­ni musea­li; i nuo­vi media sono solo giu­stap­po­sti, non inter­gra­ti nei pro­ces­si deci­sio­na­li e gene­ra­to­ri di con­sa­pe­vo­lez­za.

Gra­zie al web e gra­zie ai social media si sono aper­te fer­ti­li oppor­tu­ni­tà di inte­ra­zio­ne con gli sta­ke­hol­der di tut­ti i gene­ri, che è un pec­ca­to non saper e non voler coglie­re.

L’innovazione è pos­si­bi­le solo con l’impiego di atten­zio­ne, risor­se, rigo­re e com­pe­ten­za sul web e sui social net­work esat­ta­men­te come si fa per i con­te­nu­ti del museo fisi­co, tra­va­san­do in que­sto quan­to si acqui­si­sce nel­la e dal­la rete. L’universo del­la rete è costi­tui­to da per­so­ne fisi­che, spes­so mol­to for­ma­te e infor­ma­te: non può esse­re trat­ta­to come un’appendice di second’ordine mal sop­por­ta­ta e a sé stan­te.

Per­ché l’integrazione dei social media nell’istituzione musea­le pos­sa com­pier­si e rac­co­glie­re frut­ti non può non deter­mi­na­re ripen­sa­men­ti e modi­che pro­fon­di dei pro­fi­li pro­fes­sio­na­li, degli orga­ni­gram­mi (quan­do esi­sten­ti), dei pro­ces­si e dei flus­si deci­sio­na­li del­la strut­tu­ra musea­le.

http://www.dreamstime.com/-image24778773

 

Cite this article as: Maria Elena Colombo, Quale museo per i social network?, in "STORIEDELLARTE.com", 22 gennaio 2013; accessed 20 agosto 2017.
http://storiedellarte.com/2013/01/quale-museo-per-i-social-network.html.

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4 Responses to Quale museo per i social network?

  1. Luca Giacomelli 22 gennaio 2013 at 17:37 #

    Inter­ven­to dav­ve­ro mol­to inte­res­san­te, che chio­se­rò con una bana­li­tà: ci vuo­le giu­di­zio.
    Il museo (per come lo inten­do io, sia chia­ro) è un’istituzione tesa all’educazione, il rischio di un uso super­fi­cia­le dei social net­work è quel­lo dell’appiattimento dell’offerta cul­tu­ra­le su ciò che il pub­bli­co già cono­sce, o intor­no al qua­le è sta­ta crea­ta aspet­ta­ti­va (pen­so al bat­ta­ge pub­bli­ci­ta­rio intor­no ai “capo­la­vo­ri”). In pra­ti­ca si pas­sa dall’educazione all’intrattenimento. Per il poco che ho visto, il “gran­de pub­bli­co” vuo­le esse­re ras­si­cu­ra­to su ciò che già sa, non ama scon­trar­si con le pro­prie man­can­ze. Cer­ta­men­te, e l’autrice que­sto lo rile­va, non tut­ti gli uten­ti sono ugua­li, alcu­ni saran­no mag­gior­men­te com­pe­ten­ti e più aper­ti al con­fron­to e all’apprendimento. Qui entra in gio­co la capa­ci­tà di comu­ni­ca­re coi vari inter­lo­cu­to­ri.
    L’uso secon­do me più sen­sa­to di stru­men­ti del gene­re è quel­lo fat­to “al con­tra­rio”: cioè capi­re ciò che il pub­bli­co vuo­le o pre­fe­ri­sce, per orien­tar­si poi sul­le altre pos­si­bi­li­tà che il museo offre, ma che non han­no lo stes­so gra­di­men­to, for­se solo per man­can­za di comu­ni­ca­zio­ne. Il museo ita­lia­no è spes­so spec­chio di real­tà sfac­cet­ta­te che a vol­te sfug­go­no anche a chi se ne occu­pa: pur evi­tan­do di dare l’impressione di un’istituzione gra­ni­ti­ca e pol­ve­ro­sa, si dovreb­be tut­ta­via esse­re in gra­do di comu­ni­ca­re anche infor­ma­zio­ni e inter­pre­ta­zio­ni cer­te, non influen­za­bi­li dal gra­di­men­to del pub­bli­co.
    Chie­do scu­sa per la lun­ga tira­ta, spe­ro comun­que di non esse­re anda­to trop­po fuo­ri tema.

    • Maria Elena Colombo 26 gennaio 2013 at 15:28 #

      Caro Luca, la paro­la chia­ve del tuo inter­ven­to è “giu­di­zio”; lo inten­do come misu­ra e one­stà intel­let­tua­le. Augu­ria­mo­ce­lo tut­ti in abbon­dan­za. Gra­zie dell’attenzione.

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