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Chi ha paura delle Soprintendenze?

L’infelice cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria Mibac di qual­che anno fa

Quest’estate sono rima­sta sor­pre­sa dal­la com­par­sa sui gior­na­li di un inso­li­to nume­ro di arti­co­li in cui si par­la­va dell’istituto del­la noti­fi­ca degli ogget­ti di inte­res­se cul­tu­ra­le, in chia­ve qua­si esclu­si­va­men­te nega­ti­va. Ho poi capi­to che la fon­te di ispi­ra­zio­ne è sta­ta uno stu­dio rea­liz­za­to dal Grup­po Mon­te­pa­schi «sugli impat­ti eco­no­mi­ci del­la Noti­fi­ca nell’arte ita­lia­na», pre­sen­ta­to a luglio allo IULM con un con­ve­gno dal signi­fi­ca­ti­vo tito­lo Tro­va­to in Ita­lia, ven­du­to a Gine­vra: pri­mi risul­ta­ti sul Que­stio­na­rio per la pro­po­sta di modi­fi­ca del­la legi­sla­zio­ne sul mer­ca­to dell’arte.

Da quel­lo che si rie­sce a capi­re dal docu­men­to pro­dot­to dal Grup­po Mon­te­pa­schi, il lavo­ro è con­si­sti­to nel sot­to­por­re un que­stio­na­rio agli ‘ope­ra­to­ri eco­no­mi­ci’ (sic) del mer­ca­to dell’arte coin­vol­ti a vario tito­lo dal­la noti­fi­ca; le loro rispo­ste ser­vi­ran­no a sti­la­re una pro­po­sta di modi­fi­ca alla leg­ge vigen­te. Sor­pren­de quin­di che al con­ve­gno non sia sta­to invi­ta­to nem­me­no un soprin­ten­den­te, con il para­dos­sa­le risul­ta­to che «solo il 25% del cam­pio­ne [degli inter­vi­sta­ti] è a cono­scen­za del­la modi­fi­ca al Codi­ce dei Beni Cul­tu­ra­li e del Pae­sag­gio che por­ta da cin­quan­ta a set­tan­ta anni il perio­do tem­po­ra­le occor­ren­te ai fini del­la pre­sun­zio­ne dell’interesse cul­tu­ra­le degli immo­bi­li».
Bor­sa & Finan­za” ha addi­rit­tu­ra pub­bli­ca­to del­le sur­rea­li inter­vi­ste in cui i gal­le­ri­sti dichia­ra­no che il pro­ce­di­men­to del­la noti­fi­ca è ‘discre­zio­na­le’ e che biso­gne­reb­be segui­re l’esempio del­la Fran­cia, dove «solo i dise­gni che val­go­no più di 15mi­la euro sono poten­zial­men­te noti­fi­ca­bi­li», come se inve­ce la valu­ta­zio­ne di un’opera da par­te di un mer­can­te fos­se una scien­za esat­ta e immu­ta­bi­le nel tem­po. A mar­gi­ne fac­cio nota­re che Car­lo Orsi, uno dei più impor­tan­ti anti­qua­ri ita­lia­ni, nel suo nuo­vo blog sull’”Huffington Post” ita­lia­no, inve­ce di pren­der­se­la con la noti­fi­ca ha pre­fe­ri­to par­la­re di defi­sca­liz­za­zio­ne degli inve­sti­men­ti in cul­tu­ra, prov­ve­di­men­to appe­na adot­ta­to in Fran­cia (anche se non sen­za pole­mi­che).

Que­sti attac­chi piut­to­sto disor­di­na­ti e super­fi­cia­li sono solo gli ulti­mi e mar­gi­na­li effet­ti di un aggres­si­vo pro­ces­so di dele­git­ti­ma­zio­ne del­le Soprin­ten­den­ze che dura ormai da parec­chi anni e che è sta­to incre­di­bil­men­te avvia­to dal­lo Sta­to stes­so, a par­ti­re dal­la rifor­ma del Tito­lo V del­la Costi­tu­zio­ne (2001) e dall’introduzione del silen­zio assen­so con il pas­sag­gio dal Codi­ce Urba­ni al Testo Uni­co per i beni cul­tu­ra­li (2004), giù fino alla nomi­na diret­ta di un Soprin­ten­den­te da par­te del Mini­stro in per­so­na, sca­val­can­do le legit­ti­me gra­dua­to­rie di con­cor­so. L’ultima noti­zia è l’introduzione del silen­zio assen­so per i per­mes­si di costrui­re nel­le zone con vin­co­lo pae­sag­gi­sti­co (qui pote­te leg­ge­re un rias­sun­to del pro­ble­ma a ope­ra di Sal­va­to­re Set­tis).
Non deve quin­di stu­pi­re se ora nel pro­gram­ma elet­to­ra­le di Mat­teo Ren­zi alla voce “Cul­tu­ra, turi­smo, soste­ni­bi­li­tà” si pro­po­ne «la ricon­du­zio­ne del ruo­lo del­le Soprin­ten­den­ze alle sole azio­ni più rile­van­ti per la tute­la, lascian­do l’attività ordi­na­ria ai Comu­ni che garan­ti­sca­no livel­li orga­niz­za­ti­vi ade­gua­ti». Ma chi deci­de­rà qua­li sono le azio­ni più rile­van­ti e chi con­trol­le­rà che i sin­da­ci non agi­sca­no in manie­ra impru­den­te, come ha fat­to lui nel­la sua scon­si­de­ra­ta cac­cia alla Bat­ta­glia di Anghia­ri?

I limi­ti degli uffi­ci regio­na­li del Mini­ste­ro sono sot­to gli occhi di tut­ti, soprat­tut­to di chi ha la sven­tu­ra – o la for­tu­na, dipen­de dai pun­ti di vista – di lavo­ra­re al loro inter­no, ma resta anco­ra da capi­re che cosa suc­ce­de­rà quan­do li avre­mo abbat­tu­ti com­ple­ta­men­te.

 

Cite this article as: Serena D'Italia, Chi ha paura delle Soprintendenze?, in "STORIEDELLARTE.com", 29 ottobre 2012; accessed 27 maggio 2017.
http://storiedellarte.com/2012/10/chi-ha-paura-delle-soprintendenze.html.

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7 Responses to Chi ha paura delle Soprintendenze?

  1. Andrea 8 novembre 2012 at 22:50 #

    Ciao Sere­na! Ho qual­che anno più di te, seguo spes­so il tuo blog e sono per­fet­ta­men­te d’accordo con quel­lo che dici. Hai ragio­ne a dire che sia­mo nati negli anni sba­glia­ti, pur­trop­po quel­lo che pos­so aggiun­ge­re da par­te mia è che il siste­ma uni­ver­si­ta­rio è sem­pre più inges­sa­to e chiu­so su se stesso.…da una par­te, gran­di pro­fes­so­ro­ni chiu­si nel loro mon­do e nel­le loro pub­bli­ca­zio­ni super eli­ta­rie, dall’altro un sem­pre più vasto nume­ro di per­so­nag­gi (pseu­do cri­ti­ci, pseu­do stu­dio­si, pseu­do gior­na­li­sti) che fa e disfa, scri­ve e orga­niz­za even­ti di tut­ti i tipi, mostre com­pre­se, con un livel­lo sem­pre più infimo…e noi? Sia­mo in mez­zo?

    • Serena D'Italia 9 novembre 2012 at 14:41 #

      No, sia­mo fuo­ri 😉

      Il nostro siste­ma uni­ver­si­ta­rio ha tan­ti difet­ti, ma io sono sta­ta for­tu­na­ta e sono anda­ta spes­so a lezio­ne da per­so­ne aper­te al dia­lo­go e al cam­bia­men­to, tal­vol­ta mol­to più dei ven­ten­ni che si tro­va­va­no sedu­ti davan­ti.
      Cer­co di con­ser­va­re il meglio del loro inse­gna­men­to, per­ché per rifor­ma­re del­le real­tà com­ples­se ci van­no cal­ma e razio­ci­nio, inve­ce nei momen­ti di gra­ve cri­si come que­sto chi pre­me per sman­tel­la­re tut­to non lo fa per rico­strui­re qual­co­sa di meglio, ma per arric­chir­si tra le mace­rie.

  2. Angelo Tartuferi 1 novembre 2012 at 23:50 #

    Han­no pau­ra del­le Soprin­ten­den­ze tut­ti colo­ro che non han­no a cuo­re il man­te­ni­men­to dell’integrità del­la nostra iden­ti­tà cul­tu­ra­le, vale a dire dell’unico ele­men­to costi­tu­ti­vo indi­spen­sa­bi­le per pre­ser­va­re l’ iden­ti­tà di Nazio­ne in que­sto mon­do glo­ba­liz­za­to. Han­no pau­ra del­le Soprin­ten­den­ze tut­ti colo­ro che non han­no a cuo­re una gestio­ne dei beni cul­tu­ra­li che sia orien­ta­ta ver­so la sal­va­guar­dia di un inte­res­se di carat­te­re gene­ra­le, in gra­do di “miti­ga­re” gli altret­tan­to legit­ti­mi inte­res­si con­cor­ren­ti di natu­ra mer­can­ti­le e mana­ge­ria­le. E’ evi­den­te che l’unico sog­get­to in gra­do di garan­ti­re que­sta visio­ne di carat­te­re gene­ra­le è e sarà sem­pre lo Sta­to. E chi altro potreb­be far­lo? I Comu­ni, for­se, per mez­zo dei loro sin­da­ci più o meno ram­pan­ti?; le Pro­vin­ce super­sti­ti?; le Regio­ni, for­se, con il risul­ta­to che in Vene­to non si tra­scu­re­reb­be cer­to di pre­ser­va­re ogni esem­pla­re del­la splen­den­te civil­tà lagu­na­re, lascian­do poi ‘emi­gra­re’ tran­quil­la­men­te una pre­zio­sa scul­tu­ra lignea abruz­ze­se, fat­ta tran­si­ta­re ‘casual­men­te’ dal loca­le Uffi­cio Espor­ta­zio­ne.
    Pur­trop­po non è il caso di ave­re trop­pa pau­ra, poi­chè le Soprin­ten­den­ze – le “Pre­fet­tu­re del­la tute­la”, come ama­va defi­nir­le Anto­nio Pao­luc­ci – pre­sen­ta­no ormai in mol­ti casi del­le trup­pe ridot­te al lumi­ci­no. Per quan­to riguar­da la “noti­fi­ca” – che oggi si chia­ma “Dichia­ra­zio­ne di inte­res­se cul­tu­ra­le” – me ne occu­po pres­so­chè quo­ti­dia­na­men­te da mol­ti anni, in qua­li­tà di Diret­to­re di uno dei mag­gio­ri Uffi­ci Espor­ta­zio­ne del pae­se.
    In que­sti tem­pi in cui “tene­re la bar­ra drit­ta” può appa­ri­re non faci­le, sono arri­va­to alla con­clu­sio­ne che occor­ra atte­ner­si ad una con­dot­ta di asso­lu­ta, equi­di­stan­te insen­si­bi­li­tà – un’insensibilità con­sa­pe­vo­le e intel­li­gen­te – rispet­to alle pres­sio­ni mer­can­ti­li da una par­te, e le pres­sio­ni di natu­ra media­ti­ca alla Toma­so Mon­ta­na­ri, per inten­der­si, dall’altra.
    Le com­mis­sio­ni scien­ti­fi­che chia­ma­te ad ope­ra­re pres­so gli Uffi­ci Espor­ta­zio­ne spar­si per il ter­ri­to­rio nazio­na­le han­no il com­pi­to isti­tu­zio­na­le di deci­de­re se l’eventuale alie­na­zio­ne di un bene cul­tu­ra­le rechi un “dan­no” all’integrità del patri­mo­nio arti­sti­co del­lo Sta­to; un dan­no soprat­tut­to inte­so in sen­so sto­ri­co-cul­tu­ra­le piut­to­sto che eco­no­mi­co.
    Mestie­re dif­fi­ci­lis­si­mo, fon­te anche di non poche ama­rez­ze, eppu­re assai ama­to e ono­ra­to da par­te del­lo scri­ven­te. Inu­ti­le affan­nar­si a nega­re che gli erro­ri com­mes­si sono sta­ti, sono, e con ogni vero­si­mi­glian­za, saran­no nume­ro­si. “Erro­ri” da met­te­re tran­quil­la­men­te nel con­to, a pat­to che il lavo­ro sia ispi­ra­to e con­dot­to a ter­mi­ne nell’assoluto rispet­to del­le due one­stà, quel­la intel­let­tua­le e l’altra con la O maiu­sco­la. Tenen­do sem­pre pre­sen­te, inol­tre, che nel­lo svol­ge­re le valu­ta­zio­ni non dovrà mai pesa­re un’ipotetica e assur­da soglia di valo­re eco­no­mi­co. Una mode­sta tela del XVI seco­lo di cui sia nota la pro­ve­nien­za da un deter­mi­na­to alta­re di una sper­du­ta chie­sa di cam­pa­gna avrà maga­ri un valo­re com­mer­cia­le assai scar­so, ma un ele­va­to inte­res­se sto­ri­co-cul­tu­ra­le, tale da dover­ne nega­re moti­va­ta­men­te il per­mes­so di espor­ta­zio­ne. Si può inve­ce ammet­te­re tran­quil­la­men­te che un bel dipin­to di rile­van­te valo­re eco­no­mi­co, ope­ra di un arti­sta noto e tut­ta­via ben docu­men­ta­to in rac­col­te pub­bli­che ita­lia­ne, pos­sa indif­fe­ren­te­men­te esse­re appe­so alla pare­te nel­lo stu­dio di un affer­ma­to gine­co­lo­go di Mila­no, oppu­re di Fran­co­for­te. Que­sto era l’esempio colo­ri­to ed effi­ca­ce che mi face­va Anto­nio Pao­luc­ci qual­che anno fa nel cor­so di una del­le nostre fre­quen­ti discus­sio­ni intor­no a que­sta spi­no­sa ed avvin­cen­te que­stio­ne. Ter­mi­no qui que­ste mie sem­pli­ci con­si­de­ra­zio­ni “dal fron­te del­le ope­ra­zio­ni”.

    • Serena D'Italia 3 novembre 2012 at 21:29 #

      Gra­zie, è pro­prio la voce dal fron­te che si fa sem­pre più fle­bi­le.

  3. Gianni Bechis 31 ottobre 2012 at 16:17 #

    Gen­ti­le Dott.sa D’Italia,
    seguo il blog da lei gesti­to assie­me a ad altri valen­ti pro­fes­sio­ni­sti già da diver­so tem­po, tro­van­do spes­so del­le sti­mo­lan­ti occa­sio­ni per riflet­te­re, tan­to sui temi sol­le­va­ti quan­to sul­le moda­li­tà com­ples­si­ve che il vostro staff ha di affron­ta­re i pro­ble­mi del mon­do dell’Arte. Come dire, da un’insieme di tes­se­re se ne evin­ce un mosai­co abba­stan­za niti­do sul vostro “siste­ma-pen­sie­ro” di inten­de­re cosa sia l’Arte e chi -secon­do voi- quest’ultima la deb­ba gesti­re, signi­fi­ca­re, ammi­ni­stra­re, scri­ve­re e via dicen­do. Potreb­be qua­si dir­si che “Sto­rie dell’Arte” sia assur­to in poco tem­po a car­ti­na di tor­na­so­le socio-cul­tu­ra­le sul­lo sta­to dei pro­fes­sio­ni­sti del­la sto­ria dell’Arte, o alme­no su una par­te di que­sti, visto gli indub­bi e ogget­ti­vi con­sen­si che il vostro spa­zio riscuo­te. Ed il feno­me­no è tan­to più inte­res­san­te quan­to è da sot­to­li­nea­re subi­to l’età media di chi vi scri­ve e di chi lo leg­ge: rin­cuo­ran­te, sot­to un cer­to pun­to di vista, sull’interesse che l’Arte susci­ta in cer­tu­ni “gio­va­ni”.
    Fat­te que­ste pre­mes­se, però, giun­go ad un com­men­to spe­ci­fi­co sull’intervento in que­stio­ne, par­ten­do con una doman­da tan­to reto­ri­ca quan­to pro­vo­ca­to­ria: “Chi ha pau­ra del mer­ca­to dell’Arte?”. L’impressione che si evin­ce dal com­ples­si­vo esa­me di tut­ta una serie di inter­ven­ti com­par­si recen­te­men­te è quel­la di un gra­ve frain­ten­di­men­to di ruo­li, com­pi­ti, approc­ci, cam­pi di com­pe­ten­za e metri di valu­ta­zio­ne, di cui quest’ultima pole­mi­ca sul­le noti­fi­che è solo l’estremo, esa­cer­ba­to, frut­to. Mi spie­go meglio: si ha come l’impressione che negli ulti­mi anni sia anda­to a crear­si uno “scan­da­li­smo” dell’arte mol­to simi­le a quel modo tele­vi­si­vo e ber­lu­sco­ne­sco di trat­ta­re la cro­na­ca nera. Così come non è inte­res­san­te ai fini tele­vi­si­vi par­la­re di “recu­pe­ro di un cri­mi­na­le”, “dirit­to al silen­zio” o “inda­gi­ni che devo­no fare il loro cor­so”, sta diven­tan­do altret­tan­to mor­bo­so il dibat­ti­to sul­lo sta­to dell’arte in Ita­lia: deci­ne di arti­co­li gior­na­lie­ri dove si stril­la a crol­li (gra­vis­si­mi, nul­la da dire) in tut­ta la peni­so­la, fur­ti di codi­ci ine­sti­ma­bi­li, pae­sag­gi mar­to­ria­ti, pri­va­tiz­za­zio­ni e via dicen­do, facen­do di tut­to un cal­de­ro­ne rab­bio­so e dram­ma­ti­co in cui non è impor­tan­te tro­va­re vera­men­te una solu­zio­ne, ma solo gri­da­re, in una pan­to­mi­ma avvi­ta­ta su se stes­sa, ad uno scan­da­lo che pos­sa indi­gna­re, coster­na­re ed alli­bi­re il pub­bli­co per quel las­so di tem­po neces­sa­rio a leg­ge­re mala­men­te l’articolo in que­stio­ne. D’altro can­to, esat­ta­men­te come nel­le ospi­ta­te tele­vi­si­ve, si leg­go­no dibat­ti­ti auto­re­fe­ren­zia­li tra con­so­li­da­ti mostri sacri dell’accademia che, rim­bal­zan­do da un gior­na­le ad uno spa­zio tele­ma­ti­co, urla­no paro­le vuo­te, mastur­ba­to­rie, gon­fie di un’ira che non tro­va altra sod­di­sfa­zio­ne che quel­la di una (mi spia­ce dir­lo) mani­ca di per­so­ne pale­se­men­te fru­stra­te da una situa­zio­ne che si ama dipin­ge­re irre­ver­si­bi­le. Così, nasco­no ciro­li di per­so­ne che si annui­sco­no in fac­cia vicen­de­vo­le­men­te lamen­tan­do ora l’incompetenza di quel soprin­ten­den­te, ora lo schi­fo di quel­la mostra, ora la ver­go­gna di un Ita­lia in cui tut­ti sono col­pe­vo­li fuor­chè le mede­si­me per­so­ne pre­sen­ti (si badi bene, solo in quel momen­to) alla comu­ne pole­mi­chet­ta. Mai un mea cul­pa. Da par­tre di NESSUNO. Mai un’autocritica, mai il ten­ta­ti­vo del com­pro­mes­so. Sareb­be, for­se, inve­ce l’ora di denun­cia­re un fal­li­men­to tan­to oriz­zon­ta­le quan­to ver­ti­ca­le, tan­to dif­fu­so nell’arco di 40 anni quan­to pene­tra­to a tut­ti i livel­li di com­pe­ten­za. È veris­si­mo che un mon­do mana­ge­ria­le (spes­so sca­den­te) ha mes­so le grin­fie in manie­ra pastic­cio­na e vio­len­ta sull’arte ita­lia­na. Ma lo ha potu­to fare per­chè una “intel­li­ghen­tzia” che si cre­de­va mol­to tale lo è sta­ta ben poco. E par­lo pro­prio di chi il siste­ma divul­ga­ti­vo dell’arte lo ha por­ta­to ad il livel­lo di oggi, sia dal pun­to di vista orga­niz­za­ti­vo (ed allo­ra par­lia­mo dei mini­stri che si sono suc­ce­du­ti nel tem­po), che dal pun­to di vista fat­ti­vo (ed allo­ra mi rife­ri­sco pro­prio ai docen­ti uni­ver­si­ta­ri di sto­ria dell’arte): il “siste­ma” dei par­ruc­co­ni cal­ci­fi­ca­ti in uni­ver­si­tà non ha sapu­to con­clu­de­re una sola vit­to­ria polit­ca e/o cul­tu­ra­le dal dopo­guer­ra ad oggi, dimo­stran­do la sola “capa­ci­tà” di fare una teo­ria spes­so ari­dis­si­ma, incan­cre­ni­ta e volu­ta­men­te rivol­ta ad un cir­co­lo mol­to chiu­so. Ad di là del­la ple­to­ra mar­tel­lan­te di lamen­te­le pas­si­vo-aggres­si­ve, nes­sun lumi­na­re dell’arte ita­lia­na ha ottun­to una sola cosa per la poli­ti­ca dell’arte in Ita­lia. E non l’ha ott­te­nu­ta per­chè non ha mai volu­to otte­ner­la. L’uico inte­res­se è sta­to il man­te­ni­men­to dei pro­pri pic­co­li pri­vi­le­gi, fino all’ottusità più tota­le. Si leg­go­no anco­ra in que­sti gior­ni arti­co­li di Set­tis che sono d’una ari­di­tà scon­cer­tan­te, asso­lu­ta­men­te inca­pa­ci di comu­ni­ca­re qual­co­sa a chiun­que non sia uno stu­den­te di sto­ria dell’Arte. Chie­do, ma ha sen­so un arti­co­lo in dife­sa dei beni cul­tu­ra­li che par­li del­la nasci­ta del­la sto­ria dell’arte da Pli­nio il Vec­chio in avan­ti? Ma que­sto dovreb­be vera­men­te smuo­ve­re in qual­che modo qual­cu­no? O piut­to­sto ser­ve a far vede­re quan­to sia col­to il Dott. Prof. Set­tis? E che dire di quei docen­ti uni­ver­si­ta­ri che, piut­to­sto che rinun­cia­re alla pro­pria cat­te­dra ed alle influen­ze che ciò impli­ca, sono dispo­sti ad inse­gna­re gra­tis? Per­chè, par­lia­mo­ci mol­to chia­ra­men­te, non lo fan­no per voca­zio­ne divi­na, lo fan­no per­chè in bal­lo c’è il man­te­ni­men­to, anco­ra per un pò, del­le idee e del siste­ma che han­no ali­men­ta­to per anni. Qui si pas­sa all’altra cate­go­ria: gli stu­den­ti, che, per l’amor del Cie­lo, sono spes­so incon­scia­men­te col­pe­vo­li. Cre­sciu­ti con la pap­pa (mar­cia) pron­ta dei loro pro­fes­so­ro­ni, inte­res­sa­ti solo a for­ma­re pap­pa­gal­li, cagno­li­ni da ripor­to, galop­pi­ni e signor­sì, difen­do­no con le unghie e con i den­ti l’operato di chi ha ven­du­to per oro quel­la che spes­so non è sta­ta altro che lat­ta. C’è un’intera gene­ra­zio­ne di “non-sto­ri­ci dell’arte” resa un eser­ci­to di bam­boc­cio­ni da chi ave­va solo inte­res­se a tra­sfor­mar­li in quest’ultimi. Vera­men­te, come è sta­to det­to anche di recen­te, que­sti stu­den­ti sono “manie­ri­sti del loro inse­gnan­te”. E que­sto è dram­ma­ti­co, per­chè non ci sono libe­ri pen­sa­to­ri in gra­di di com­bat­te­re la situa­zio­ne vigen­te, ma solo for­ma­tis­si­mi, pre­pa­ra­tis­si­mi auto­par­lan­ti di idee altrui, lo dimo­stra­no, del resto, disci­pli­ne che con la sto­ria dell’arte in sen­so stret­to non dovreb­be­ro ave­re nul­la a che fare, dal­la museo­lo­gia alla sto­ria del­la cri­ti­ca d’arte, che altro non sono che lo stu­dio degli stu­di altrui: allu­ci­nan­te, oltre che fal­li­men­ta­re, come dimo­stra­na la situa­zio­ne attua­le.
    Pas­sia­mo alle soprin­ten­den­ze, sul­le qua­li è meglio sten­de­re set­te pie­to­sis­si­mi veli: l’applicazione in con­cre­to dell’incapacità attua­le di mol­ta gen­te di saper ammi­ni­stra­re l’arte. Ver­reb­be da chie­der­si se, per lavo­ra­re al MIBAC, non sia neces­sa­rio un per­cor­so di stu­di ad hoc, nuo­vo, com­mi­sto di arte e mana­ge­ria­to, qual­co­sa di ibri­do che pos­sa ren­de­re meno imbe­cil­li i teo­ri­ci e più accor­ti i gesto­ri eco­no­mi­ci. Fat­ta que­sta ras­se­gna, si arri­va al pun­to del­le noti­fi­che, da lei, spes­sis­si­mo, sol­le­va­to con tono mal­ce­la­ta­men­te infa­sti­di­to. In Ita­lia, attual­men­te, le noti­fi­che sono arri­va­te ad un livel­lo di ottu­si­tà scon­cer­tan­te. Basti pen­sa­re che anche qua­dri recen­te­men­te appar­si sui gior­na­li come ““sco­per­te”” di illu­stris­si­mi auto­ri dell’arte ita­lia­na, ma pale­se­men­te scon­fes­sa­ti dal­la mag­gior par­te dei crit­ci, han­no rice­vu­to il maglio del­la noti­fi­ca, così “per­chè non si sa mai”. E che dire di casi come il da lei ben noto Cri­sto di Giro­la­mo Roma­ni­no? Chie­do scu­sa se la col­pi­sco nel vivo, ma è il miglior esem­pio che mi sov­vie­ne in que­sto momen­to. Ver­reb­be da chie­der­si a che cosa deve ser­vi­re una noti­fi­ca. Per rim­pin­gua­re il patri­mo­nio ita­lia­no? Per “bloc­ca­re” un’opera che rima­ne di un pri­va­to, che lo sta­to spes­so si rifiu­ta di com­pra­re e che vede il suo valo­re eco­no­mi­co decur­ta­to a cau­sa del­la noti­fi­ca stes­sa? Per fini­re in un museo? Oppu­re sem­pli­ce­men­te per­chè se è in Ita­lia deve rima­ner­ci ed è meglio che stia qui, fer­ma, piut­to­sto che nel­le mani di un pri­va­to cit­ta­di­no stra­nie­ro che può per­met­ter­si di com­prar­la? Cioè, chie­do, non è che negli ulti­mi anni il cli­ma s’è così invol­ga­ri­to e ber­slu­co­niz­za­to anche in cam­po dell’arte da far muo­ve­re del­le invi­die gof­fe e mal­re­pres­se tali per cui “se non lo pos­so ave­re io non lo può ave­re nes­su­no”? Del­la serie “sono comu­ni­sta per­chè non pos­so ave­re i sol­di per vota­re Ber­lu­sco­ni” ? Cre­de­te­mi che l’impressione gene­ra­le pare pro­prio quel­la. Altri­men­ti non si spie­ghe­reb­be, da un pun­to di vista logi­co, la noti­fi­ca per ope­re che 1) non avreb­be­ro uno spa­zio ade­gua­to in un museo; 2) fini­reb­be­ro in uno dei tan­ti stra­col­mis­si­mi depo­si­ti, quin­di per­de­reb­be­ro qual­sia­si sco­po; 3) nes­sun pri­va­to li com­pre­reb­be, sal­vo un atto di estre­mo amo­re irra­zio­na­le, date le sca­ris­si­me pro­ba­bi­li­tà di riven­di­ta; 4) rischie­reb­be­ro di rovi­nar­si, sot­to l’incuria di uno sta­to (lo ripe­te­te sem­pre) che non è inte­res­sa­to a cose del gene­re. Cer­to, ades­so inor­ri­di­re­te tut­ti per il fat­to che par­lo di un’opera d’arte in ter­mi­ni di valo­re eco­no­mi­co. Ma guar­da­te che il valo­re eco­no­mi­co c’è ecco­me. Dal­le loro ori­gi­ni ad oggi. E non dimen­ti­ca­te mai che l’arte è al ser­vi­zio dell’uomo e non vie­ce­ver­sa. Infi­ne, cer­ca­te di accet­ta­re il fat­to che nes­su­na ope­ra d’arte è nata per esse­re in un museo. Chia­ro, lun­gi da me dire che capo­la­vo­ri asso­lu­ti sti­le Cap­pel­la Sisti­na (par­don l’esempio bana­le) van­no ven­du­ti ai fan­to­ma­ti­ci (quan­to ine­si­sten­ti) magna­ti cine­si. Ma un gra­do di valo­re com­ples­si­vo (sto­ri­co-eco­no­mi­co-arti­sti­co) del­le ope­re d’arte ci sarà pure, no? E voi pre­fe­ri­re­ste lascia­re un dipin­to a mar­ci­re in un depo­si­to piut­to­sto che saper­lo ben con­ser­va­to in casa di un pri­va­to che lo ama? Pur­trop­po ho pau­ra del­la rispo­sta, dal momen­to che su que­sto stes­so blog si è arri­va­ti a scri­ve­re “quan­do l’arte si ribel­la” (fra­se mol­to sti­le “quan­do la natu­ra si ribel­la” par­lan­do di un ura­ga­no che ha fat­to cen­ti­na­ia di mor­ti, ma va benis­si­mo, così l’uomo impa­ra a rspet­ta­re la natu­ra…) che sono d’un tale­ba­ni­smo scon­cer­tan­te. Con atteg­gia­men­ti ostru­zio­ni­sti del gene­re pre­sto non sarà solo comu­ne sen­tir dire dai soli­ti noti che la sto­ria dell’arte è inu­ti­le. Ma avran­no anche ragio­ne a dir­lo.
    Chie­do scu­sa del­la lun­ghez­za, ma l’intervento ne accu­mu­la parec­chi in uno solo

    • Serena D'Italia 31 ottobre 2012 at 22:12 #

      Caro signor Bechis,

      mi fa pia­ce­re leg­ge­re il suo lun­go com­men­to, vuol dire che per for­tu­na que­sti post non si ridu­co­no ai dei soli­lo­qui.

      Le sem­bre­rà stra­no ma sono d’accordo con la mag­gior par­te del­le cose che ha scrit­to, anzi mi ha strap­pa­to un sor­ri­so, per­ché se mi cono­sces­se di per­so­na sapreb­be che fre­quen­to con pia­ce­re e sen­za pre­giu­di­zio anti­qua­ri e col­le­zio­ni­sti e ven­go spes­so rim­pro­ve­ra­ta di esse­re trop­po indul­gen­te nei con­fron­ti dei mec­ca­ni­smi del mer­ca­to. I post di un blog sono spun­ti par­zia­li e scrit­ti sull’onda di una sen­sa­zio­ne o di un sin­go­lo even­to spe­ci­fi­co, cre­do che le ver­rà mol­to dif­fi­ci­le uti­liz­zar­li come le tes­se­re di un mosai­co, per­ché le per­so­ne sono mol­to più com­ples­se di così, e ogni tan­to cam­bia­no anche idea nel tem­po. Le rispon­de­rò in ordi­ne spar­so su alcu­ni dei temi secon­do me più inte­res­san­ti.

      Per fare un esem­pio, sono la pri­ma a cri­ti­ca­re il modo in cui ven­go­no uti­liz­za­te le noti­fi­che in Ita­lia e ho il sospet­to che alcu­ni fun­zio­na­ri abbia­no una for­ma­zio­ne sol­tan­to teo­ri­ca e sia­no poco abi­tua­ti a con­fron­tar­si con le ope­re come ogget­ti mate­ria­li (è il moti­vo per cui in que­sto post ten­ta­vo di spie­ga­re per­ché è uti­le e diver­ten­te fre­quen­ta­re le fie­re di anti­qua­ria­to). Quel­lo che non sop­por­to sono le argo­men­ta­zio­ni non per­ti­nen­ti: riguar­do al tema del­lo stu­dio del Mon­te dei Paschi, non mi si può dire che il pro­ble­ma è che il pare­re del fun­zio­na­rio di Soprin­ten­den­za è sog­get­ti­vo, per­ché lo è anche quel­lo del com­mer­cian­te, come quel­lo del col­le­zio­ni­sta e di tut­ti gli altri esse­ri uma­ni. E poi se si sta­bi­lis­se come limi­te per la noti­fi­ca il valo­re di – ponia­mo – 15.000 euro, quan­ti prez­ze­reb­be­ro il dise­gno 14.999 euro e quan­ti 15.001? E se un dise­gno fos­se una brut­ta copia otto­cen­te­sca ma costi­tuis­se l’unica testi­mo­nian­za super­sti­te di un’opera fon­da­men­ta­le per la sto­ria dell’arte ita­lia­na, cosa avreb­be a che vede­re il prez­zo di mer­ca­to con l’interesse del­lo Sta­to a vin­co­lar­lo? Ma soprat­tut­to, che sen­so ha una ricer­ca del gene­re quan­do un quar­to degli inter­vi­sta­ti non cono­sce nem­me­no il Testo Uni­co (e vie­ne quin­di da chie­der­si come fac­cia­no a gesti­re i loro affa­ri)? Va benis­si­mo discu­te­re del­la noti­fi­ca ed even­tual­men­te rive­der­ne il pro­ce­di­men­to, ma par­lan­do­ne seria­men­te e sen­za la pres­sio­ne del ricat­to eco­no­mi­co, soprat­tut­to in un momen­to in cui le Soprin­ten­den­ze non avreb­be­ro le for­ze per con­tra­sta­re ine­vi­ta­bi­li abu­si del “silen­zio assen­so”. Del resto se in que­sto momen­to di cri­si le ope­re venis­se­ro tut­te ven­du­te oltre con­fi­ne, di cosa vivreb­be­ro gli anti­qua­ri ita­lia­ni nei pros­si­mi decen­ni? Sareb­be­ro costret­ti a ricom­pra­re tut­to alle aste inter­na­zio­na­li a prez­zi decu­pli­ca­ti.

      Sul Cri­sto di Roma­ni­no: ho sem­pre soste­nu­to (se ne ren­de­rà con­to soprat­tut­to nei com­men­ti ai vari post) che era giu­sto che il qua­dro tor­nas­se ai suoi legit­ti­mi pro­prie­ta­ri e che que­sti ave­va­no il dirit­to di far­ne ciò che vole­va­no; alcu­ni miei cari ami­ci mila­ne­si ad esem­pio non sono d’accordo con me, me lo fan­no nota­re ogni vol­ta che pos­so­no, ma non per que­sto do loro dei “tale­ba­ni”. Ognu­no ha la sua for­ma­zio­ne e la sua sen­si­bi­li­tà e arri­va quin­di a con­clu­sio­ni dif­fe­ren­ti. Comun­que anche leg­gen­do i post e i com­men­ti degli altri mi sem­bra chia­ro che tut­ti han­no cri­ti­ca­to soprat­tut­to le man­can­ze di Bre­ra piut­to­sto che Christie’s o gli ere­di di Gen­ti­li di Giu­sep­pe.

      Sem­pre in tema di misti­fi­ca­zio­ni e argo­men­ta­zio­ni non per­ti­nen­ti che cicli­ca­men­te com­pa­io­no sui gior­na­li: stu­dio sto­ria del col­le­zio­ni­smo, amo i col­le­zio­ni­sti (vivi o mor­ti che sia­no) e le loro affa­sci­nan­ti case e so benis­si­mo che sen­za di loro mol­te ope­re non sareb­be­ro mai esi­sti­te, oppu­re sareb­be­ro già anda­te distrut­te da tem­po. Se però sen­to dire che i moder­nis­si­mi e cli­ma­tiz­za­ti depo­si­ti degli Uffi­zi sono degli orri­di scan­ti­na­ti in cui le ope­re ven­go­no sot­trat­te allo sguar­do degli aman­ti del bel­lo e che quin­di que­ste van­no ven­du­te per fare cas­sa allo­ra non ci sto, per­ché anche la sto­ria e la fun­zio­ne dei musei ita­lia­ni andreb­be­ro cono­sciu­te e rispet­ta­te.

      Sull’argomento mostre in gene­ra­le: quel­le di bas­so livel­lo scien­ti­fi­co (che oggi oggi nasco­no soprat­tut­to per col­pa dei poli­ti­can­ti che le pro­muo­vo­no e degli stu­dio­si o sedi­cen­ti tali che si pre­sta­no al gio­co) non fan­no male solo al pub­bli­co, ma anche al mer­ca­to dell’arte che vie­ne inqui­na­to da ope­re di bas­sa qua­li­tà e con attri­bu­zio­ni fuor­vian­ti, dan­neg­gian­do gli anti­qua­ri e i col­le­zio­ni­sti seri. Mi pia­ce­reb­be allo­ra che ogni tan­to anche i mer­can­ti che han­no anni di espe­rien­za alle spal­le e die­ci deci­mi di vista uscis­se­ro dal­le loro logi­che cor­po­ra­ti­ve e stron­cas­se­ro le mostre brut­te e le idio­zie scrit­te da alcu­ni sto­ri­ci dell’arte. Lo fa con corag­gio e iro­nia il blog di Ben­dor Gro­sve­nor del­la “Phi­lip Mould” di Lon­dra (http://www.arthistorynews.com), che leg­go quo­ti­dia­na­men­te e dif­fon­do su face­book e twit­ter esat­ta­men­te come fac­cio con le noti­zie dell’Ansa o del “Fat­to Quo­ti­dia­no”. Sarei vera­men­te feli­ce di veder nasce­re un pro­get­to simi­le a ope­ra di uno o più anti­qua­ri ita­lia­ni, infat­ti appe­na ho sco­per­to che Car­lo Orsi scri­ve sull’”Huffington Post” l’ho segna­la­to.

      Per con­clu­de­re: non so quan­ti anni abbia lei, io ne ho tren­ta e negli ulti­mi due decen­ni ho visto sol­tan­to pro­prio quel modo “tele­vi­si­vo e ber­lu­sco­ne­sco” di par­la­re del­la sto­ria dell’arte che cita lei. Le sem­bre­rà stra­no, ma per chi ha la mia età le cose “nuo­ve” sono quel­le scrit­te da Set­tis e Mon­ta­na­ri, per­ché non abbia­mo memo­ria di cosa sia suc­ces­so pri­ma. Non sem­pre sono d’accordo con loro (se ha let­to atten­ta­men­te il blog avrà visto che sono sta­ta io a voler pub­bli­ca­re la recen­sio­ne di A cosa ser­ve Miche­lan­ge­lo? scrit­ta da Castel­nuo­vo e che Mon­ta­na­ri non ha gra­di­to per nul­la, a ripro­va di quan­to poco sono alli­nea­ta con il mon­do che trat­teg­gia lei), ho sem­pli­ce­men­te deci­so che in que­sto momen­to del­la mia vita mi sem­bra­va aves­se sen­so scri­ve­re alcu­ne cose piut­to­sto che altre. Io non sono una pro­fes­sio­ni­sta del­la sto­ria dell’arte e pro­ba­bil­men­te non lo sarò mai, sono nata nel momen­to sto­ri­co sba­glia­to. Spes­so que­sto pen­sie­ro mi fa sof­fri­re, ma in cam­bio ho la liber­tà di dire quel­lo che pen­so. Tra qual­che anno le dirò se è sta­to un barat­to van­tag­gio­so oppu­re no.

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  1. Primarie della (in)cultura | storie dell’arte - 31 ottobre 2012

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