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Chi ha paura delle Soprintendenze?

L’infelice campagna pubblicitaria Mibac di qualche anno fa

Quest’estate sono rimasta sorpresa dalla comparsa sui giornali di un insolito numero di articoli in cui si parlava dell’istituto della notifica degli oggetti di interesse culturale, in chiave quasi esclusivamente negativa. Ho poi capito che la fonte di ispirazione è stata uno studio realizzato dal Gruppo Montepaschi «sugli impatti economici della Notifica nell’arte italiana», presentato a luglio allo IULM con un convegno dal significativo titolo Trovato in Italia, venduto a Ginevra: primi risultati sul Questionario per la proposta di modifica della legislazione sul mercato dell’arte.

Da quello che si riesce a capire dal documento prodotto dal Gruppo Montepaschi, il lavoro è consistito nel sottoporre un questionario agli ‘operatori economici’ (sic) del mercato dell’arte coinvolti a vario titolo dalla notifica; le loro risposte serviranno a stilare una proposta di modifica alla legge vigente. Sorprende quindi che al convegno non sia stato invitato nemmeno un soprintendente, con il paradossale risultato che «solo il 25% del campione [degli intervistati] è a conoscenza della modifica al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che porta da cinquanta a settanta anni il periodo temporale occorrente ai fini della presunzione dell’interesse culturale degli immobili».
“Borsa & Finanza” ha addirittura pubblicato delle surreali interviste in cui i galleristi dichiarano che il procedimento della notifica è ‘discrezionale’ e che bisognerebbe seguire l’esempio della Francia, dove «solo i disegni che valgono più di 15mila euro sono potenzialmente notificabili», come se invece la valutazione di un’opera da parte di un mercante fosse una scienza esatta e immutabile nel tempo. A margine faccio notare che Carlo Orsi, uno dei più importanti antiquari italiani, nel suo nuovo blog sull'”Huffington Post” italiano, invece di prendersela con la notifica ha preferito parlare di defiscalizzazione degli investimenti in cultura, provvedimento appena adottato in Francia (anche se non senza polemiche).

Questi attacchi piuttosto disordinati e superficiali sono solo gli ultimi e marginali effetti di un aggressivo processo di delegittimazione delle Soprintendenze che dura ormai da parecchi anni e che è stato incredibilmente avviato dallo Stato stesso, a partire dalla riforma del Titolo V della Costituzione (2001) e dall’introduzione del silenzio assenso con il passaggio dal Codice Urbani al Testo Unico per i beni culturali (2004), giù fino alla nomina diretta di un Soprintendente da parte del Ministro in persona, scavalcando le legittime graduatorie di concorso. L’ultima notizia è l’introduzione del silenzio assenso per i permessi di costruire nelle zone con vincolo paesaggistico (qui potete leggere un riassunto del problema a opera di Salvatore Settis).
Non deve quindi stupire se ora nel programma elettorale di Matteo Renzi alla voce “Cultura, turismo, sostenibilità” si propone «la riconduzione del ruolo delle Soprintendenze alle sole azioni più rilevanti per la tutela, lasciando l’attività ordinaria ai Comuni che garantiscano livelli organizzativi adeguati». Ma chi deciderà quali sono le azioni più rilevanti e chi controllerà che i sindaci non agiscano in maniera imprudente, come ha fatto lui nella sua sconsiderata caccia alla Battaglia di Anghiari?

I limiti degli uffici regionali del Ministero sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto di chi ha la sventura – o la fortuna, dipende dai punti di vista – di lavorare al loro interno, ma resta ancora da capire che cosa succederà quando li avremo abbattuti completamente.

 

Cite this article as: Serena D'Italia, Chi ha paura delle Soprintendenze?, in "STORIEDELLARTE.com", 29 ottobre 2012; accessed 22 settembre 2017.
http://storiedellarte.com/2012/10/chi-ha-paura-delle-soprintendenze.html.

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7 Responses to Chi ha paura delle Soprintendenze?

  1. Andrea 8 novembre 2012 at 22:50 #

    Ciao Serena! Ho qualche anno più di te, seguo spesso il tuo blog e sono perfettamente d’accordo con quello che dici. Hai ragione a dire che siamo nati negli anni sbagliati, purtroppo quello che posso aggiungere da parte mia è che il sistema universitario è sempre più ingessato e chiuso su se stesso….da una parte, grandi professoroni chiusi nel loro mondo e nelle loro pubblicazioni super elitarie, dall’altro un sempre più vasto numero di personaggi (pseudo critici, pseudo studiosi, pseudo giornalisti) che fa e disfa, scrive e organizza eventi di tutti i tipi, mostre comprese, con un livello sempre più infimo…e noi? Siamo in mezzo?

    • Serena D'Italia 9 novembre 2012 at 14:41 #

      No, siamo fuori 😉

      Il nostro sistema universitario ha tanti difetti, ma io sono stata fortunata e sono andata spesso a lezione da persone aperte al dialogo e al cambiamento, talvolta molto più dei ventenni che si trovavano seduti davanti.
      Cerco di conservare il meglio del loro insegnamento, perché per riformare delle realtà complesse ci vanno calma e raziocinio, invece nei momenti di grave crisi come questo chi preme per smantellare tutto non lo fa per ricostruire qualcosa di meglio, ma per arricchirsi tra le macerie.

  2. Angelo Tartuferi 1 novembre 2012 at 23:50 #

    Hanno paura delle Soprintendenze tutti coloro che non hanno a cuore il mantenimento dell’integrità della nostra identità culturale, vale a dire dell’unico elemento costitutivo indispensabile per preservare l’ identità di Nazione in questo mondo globalizzato. Hanno paura delle Soprintendenze tutti coloro che non hanno a cuore una gestione dei beni culturali che sia orientata verso la salvaguardia di un interesse di carattere generale, in grado di “mitigare” gli altrettanto legittimi interessi concorrenti di natura mercantile e manageriale. E’ evidente che l’unico soggetto in grado di garantire questa visione di carattere generale è e sarà sempre lo Stato. E chi altro potrebbe farlo? I Comuni, forse, per mezzo dei loro sindaci più o meno rampanti?; le Province superstiti?; le Regioni, forse, con il risultato che in Veneto non si trascurerebbe certo di preservare ogni esemplare della splendente civiltà lagunare, lasciando poi ‘emigrare’ tranquillamente una preziosa scultura lignea abruzzese, fatta transitare ‘casualmente’ dal locale Ufficio Esportazione.
    Purtroppo non è il caso di avere troppa paura, poichè le Soprintendenze – le “Prefetture della tutela”, come amava definirle Antonio Paolucci – presentano ormai in molti casi delle truppe ridotte al lumicino. Per quanto riguarda la “notifica” – che oggi si chiama “Dichiarazione di interesse culturale” – me ne occupo pressochè quotidianamente da molti anni, in qualità di Direttore di uno dei maggiori Uffici Esportazione del paese.
    In questi tempi in cui “tenere la barra dritta” può apparire non facile, sono arrivato alla conclusione che occorra attenersi ad una condotta di assoluta, equidistante insensibilità – un’insensibilità consapevole e intelligente – rispetto alle pressioni mercantili da una parte, e le pressioni di natura mediatica alla Tomaso Montanari, per intendersi, dall’altra.
    Le commissioni scientifiche chiamate ad operare presso gli Uffici Esportazione sparsi per il territorio nazionale hanno il compito istituzionale di decidere se l’eventuale alienazione di un bene culturale rechi un “danno” all’integrità del patrimonio artistico dello Stato; un danno soprattutto inteso in senso storico-culturale piuttosto che economico.
    Mestiere difficilissimo, fonte anche di non poche amarezze, eppure assai amato e onorato da parte dello scrivente. Inutile affannarsi a negare che gli errori commessi sono stati, sono, e con ogni verosimiglianza, saranno numerosi. “Errori” da mettere tranquillamente nel conto, a patto che il lavoro sia ispirato e condotto a termine nell’assoluto rispetto delle due onestà, quella intellettuale e l’altra con la O maiuscola. Tenendo sempre presente, inoltre, che nello svolgere le valutazioni non dovrà mai pesare un’ipotetica e assurda soglia di valore economico. Una modesta tela del XVI secolo di cui sia nota la provenienza da un determinato altare di una sperduta chiesa di campagna avrà magari un valore commerciale assai scarso, ma un elevato interesse storico-culturale, tale da doverne negare motivatamente il permesso di esportazione. Si può invece ammettere tranquillamente che un bel dipinto di rilevante valore economico, opera di un artista noto e tuttavia ben documentato in raccolte pubbliche italiane, possa indifferentemente essere appeso alla parete nello studio di un affermato ginecologo di Milano, oppure di Francoforte. Questo era l’esempio colorito ed efficace che mi faceva Antonio Paolucci qualche anno fa nel corso di una delle nostre frequenti discussioni intorno a questa spinosa ed avvincente questione. Termino qui queste mie semplici considerazioni “dal fronte delle operazioni”.

    • Serena D'Italia 3 novembre 2012 at 21:29 #

      Grazie, è proprio la voce dal fronte che si fa sempre più flebile.

  3. Gianni Bechis 31 ottobre 2012 at 16:17 #

    Gentile Dott.sa D’Italia,
    seguo il blog da lei gestito assieme a ad altri valenti professionisti già da diverso tempo, trovando spesso delle stimolanti occasioni per riflettere, tanto sui temi sollevati quanto sulle modalità complessive che il vostro staff ha di affrontare i problemi del mondo dell’Arte. Come dire, da un’insieme di tessere se ne evince un mosaico abbastanza nitido sul vostro “sistema-pensiero” di intendere cosa sia l’Arte e chi -secondo voi- quest’ultima la debba gestire, significare, amministrare, scrivere e via dicendo. Potrebbe quasi dirsi che “Storie dell’Arte” sia assurto in poco tempo a cartina di tornasole socio-culturale sullo stato dei professionisti della storia dell’Arte, o almeno su una parte di questi, visto gli indubbi e oggettivi consensi che il vostro spazio riscuote. Ed il fenomeno è tanto più interessante quanto è da sottolineare subito l’età media di chi vi scrive e di chi lo legge: rincuorante, sotto un certo punto di vista, sull’interesse che l’Arte suscita in certuni “giovani”.
    Fatte queste premesse, però, giungo ad un commento specifico sull’intervento in questione, partendo con una domanda tanto retorica quanto provocatoria: “Chi ha paura del mercato dell’Arte?”. L’impressione che si evince dal complessivo esame di tutta una serie di interventi comparsi recentemente è quella di un grave fraintendimento di ruoli, compiti, approcci, campi di competenza e metri di valutazione, di cui quest’ultima polemica sulle notifiche è solo l’estremo, esacerbato, frutto. Mi spiego meglio: si ha come l’impressione che negli ultimi anni sia andato a crearsi uno “scandalismo” dell’arte molto simile a quel modo televisivo e berlusconesco di trattare la cronaca nera. Così come non è interessante ai fini televisivi parlare di “recupero di un criminale”, “diritto al silenzio” o “indagini che devono fare il loro corso”, sta diventando altrettanto morboso il dibattito sullo stato dell’arte in Italia: decine di articoli giornalieri dove si strilla a crolli (gravissimi, nulla da dire) in tutta la penisola, furti di codici inestimabili, paesaggi martoriati, privatizzazioni e via dicendo, facendo di tutto un calderone rabbioso e drammatico in cui non è importante trovare veramente una soluzione, ma solo gridare, in una pantomima avvitata su se stessa, ad uno scandalo che possa indignare, costernare ed allibire il pubblico per quel lasso di tempo necessario a leggere malamente l’articolo in questione. D’altro canto, esattamente come nelle ospitate televisive, si leggono dibattiti autoreferenziali tra consolidati mostri sacri dell’accademia che, rimbalzando da un giornale ad uno spazio telematico, urlano parole vuote, masturbatorie, gonfie di un’ira che non trova altra soddisfazione che quella di una (mi spiace dirlo) manica di persone palesemente frustrate da una situazione che si ama dipingere irreversibile. Così, nascono ciroli di persone che si annuiscono in faccia vicendevolemente lamentando ora l’incompetenza di quel soprintendente, ora lo schifo di quella mostra, ora la vergogna di un Italia in cui tutti sono colpevoli fuorchè le medesime persone presenti (si badi bene, solo in quel momento) alla comune polemichetta. Mai un mea culpa. Da partre di NESSUNO. Mai un’autocritica, mai il tentativo del compromesso. Sarebbe, forse, invece l’ora di denunciare un fallimento tanto orizzontale quanto verticale, tanto diffuso nell’arco di 40 anni quanto penetrato a tutti i livelli di competenza. È verissimo che un mondo manageriale (spesso scadente) ha messo le grinfie in maniera pasticciona e violenta sull’arte italiana. Ma lo ha potuto fare perchè una “intellighentzia” che si credeva molto tale lo è stata ben poco. E parlo proprio di chi il sistema divulgativo dell’arte lo ha portato ad il livello di oggi, sia dal punto di vista organizzativo (ed allora parliamo dei ministri che si sono succeduti nel tempo), che dal punto di vista fattivo (ed allora mi riferisco proprio ai docenti universitari di storia dell’arte): il “sistema” dei parrucconi calcificati in università non ha saputo concludere una sola vittoria politca e/o culturale dal dopoguerra ad oggi, dimostrando la sola “capacità” di fare una teoria spesso aridissima, incancrenita e volutamente rivolta ad un circolo molto chiuso. Ad di là della pletora martellante di lamentele passivo-aggressive, nessun luminare dell’arte italiana ha ottunto una sola cosa per la politica dell’arte in Italia. E non l’ha otttenuta perchè non ha mai voluto ottenerla. L’uico interesse è stato il mantenimento dei propri piccoli privilegi, fino all’ottusità più totale. Si leggono ancora in questi giorni articoli di Settis che sono d’una aridità sconcertante, assolutamente incapaci di comunicare qualcosa a chiunque non sia uno studente di storia dell’Arte. Chiedo, ma ha senso un articolo in difesa dei beni culturali che parli della nascita della storia dell’arte da Plinio il Vecchio in avanti? Ma questo dovrebbe veramente smuovere in qualche modo qualcuno? O piuttosto serve a far vedere quanto sia colto il Dott. Prof. Settis? E che dire di quei docenti universitari che, piuttosto che rinunciare alla propria cattedra ed alle influenze che ciò implica, sono disposti ad insegnare gratis? Perchè, parliamoci molto chiaramente, non lo fanno per vocazione divina, lo fanno perchè in ballo c’è il mantenimento, ancora per un pò, delle idee e del sistema che hanno alimentato per anni. Qui si passa all’altra categoria: gli studenti, che, per l’amor del Cielo, sono spesso inconsciamente colpevoli. Cresciuti con la pappa (marcia) pronta dei loro professoroni, interessati solo a formare pappagalli, cagnolini da riporto, galoppini e signorsì, difendono con le unghie e con i denti l’operato di chi ha venduto per oro quella che spesso non è stata altro che latta. C’è un’intera generazione di “non-storici dell’arte” resa un esercito di bamboccioni da chi aveva solo interesse a trasformarli in quest’ultimi. Veramente, come è stato detto anche di recente, questi studenti sono “manieristi del loro insegnante”. E questo è drammatico, perchè non ci sono liberi pensatori in gradi di combattere la situazione vigente, ma solo formatissimi, preparatissimi autoparlanti di idee altrui, lo dimostrano, del resto, discipline che con la storia dell’arte in senso stretto non dovrebbero avere nulla a che fare, dalla museologia alla storia della critica d’arte, che altro non sono che lo studio degli studi altrui: allucinante, oltre che fallimentare, come dimostrana la situazione attuale.
    Passiamo alle soprintendenze, sulle quali è meglio stendere sette pietosissimi veli: l’applicazione in concreto dell’incapacità attuale di molta gente di saper amministrare l’arte. Verrebbe da chiedersi se, per lavorare al MIBAC, non sia necessario un percorso di studi ad hoc, nuovo, commisto di arte e manageriato, qualcosa di ibrido che possa rendere meno imbecilli i teorici e più accorti i gestori economici. Fatta questa rassegna, si arriva al punto delle notifiche, da lei, spessissimo, sollevato con tono malcelatamente infastidito. In Italia, attualmente, le notifiche sono arrivate ad un livello di ottusità sconcertante. Basti pensare che anche quadri recentemente apparsi sui giornali come “”scoperte”” di illustrissimi autori dell’arte italiana, ma palesemente sconfessati dalla maggior parte dei critci, hanno ricevuto il maglio della notifica, così “perchè non si sa mai”. E che dire di casi come il da lei ben noto Cristo di Girolamo Romanino? Chiedo scusa se la colpisco nel vivo, ma è il miglior esempio che mi sovviene in questo momento. Verrebbe da chiedersi a che cosa deve servire una notifica. Per rimpinguare il patrimonio italiano? Per “bloccare” un’opera che rimane di un privato, che lo stato spesso si rifiuta di comprare e che vede il suo valore economico decurtato a causa della notifica stessa? Per finire in un museo? Oppure semplicemente perchè se è in Italia deve rimanerci ed è meglio che stia qui, ferma, piuttosto che nelle mani di un privato cittadino straniero che può permettersi di comprarla? Cioè, chiedo, non è che negli ultimi anni il clima s’è così involgarito e bersluconizzato anche in campo dell’arte da far muovere delle invidie goffe e malrepresse tali per cui “se non lo posso avere io non lo può avere nessuno”? Della serie “sono comunista perchè non posso avere i soldi per votare Berlusconi” ? Credetemi che l’impressione generale pare proprio quella. Altrimenti non si spiegherebbe, da un punto di vista logico, la notifica per opere che 1) non avrebbero uno spazio adeguato in un museo; 2) finirebbero in uno dei tanti stracolmissimi depositi, quindi perderebbero qualsiasi scopo; 3) nessun privato li comprerebbe, salvo un atto di estremo amore irrazionale, date le scarissime probabilità di rivendita; 4) rischierebbero di rovinarsi, sotto l’incuria di uno stato (lo ripetete sempre) che non è interessato a cose del genere. Certo, adesso inorridirete tutti per il fatto che parlo di un’opera d’arte in termini di valore economico. Ma guardate che il valore economico c’è eccome. Dalle loro origini ad oggi. E non dimenticate mai che l’arte è al servizio dell’uomo e non vieceversa. Infine, cercate di accettare il fatto che nessuna opera d’arte è nata per essere in un museo. Chiaro, lungi da me dire che capolavori assoluti stile Cappella Sistina (pardon l’esempio banale) vanno venduti ai fantomatici (quanto inesistenti) magnati cinesi. Ma un grado di valore complessivo (storico-economico-artistico) delle opere d’arte ci sarà pure, no? E voi preferireste lasciare un dipinto a marcire in un deposito piuttosto che saperlo ben conservato in casa di un privato che lo ama? Purtroppo ho paura della risposta, dal momento che su questo stesso blog si è arrivati a scrivere “quando l’arte si ribella” (frase molto stile “quando la natura si ribella” parlando di un uragano che ha fatto centinaia di morti, ma va benissimo, così l’uomo impara a rspettare la natura…) che sono d’un talebanismo sconcertante. Con atteggiamenti ostruzionisti del genere presto non sarà solo comune sentir dire dai soliti noti che la storia dell’arte è inutile. Ma avranno anche ragione a dirlo.
    Chiedo scusa della lunghezza, ma l’intervento ne accumula parecchi in uno solo

    • Serena D'Italia 31 ottobre 2012 at 22:12 #

      Caro signor Bechis,

      mi fa piacere leggere il suo lungo commento, vuol dire che per fortuna questi post non si riducono ai dei soliloqui.

      Le sembrerà strano ma sono d’accordo con la maggior parte delle cose che ha scritto, anzi mi ha strappato un sorriso, perché se mi conoscesse di persona saprebbe che frequento con piacere e senza pregiudizio antiquari e collezionisti e vengo spesso rimproverata di essere troppo indulgente nei confronti dei meccanismi del mercato. I post di un blog sono spunti parziali e scritti sull’onda di una sensazione o di un singolo evento specifico, credo che le verrà molto difficile utilizzarli come le tessere di un mosaico, perché le persone sono molto più complesse di così, e ogni tanto cambiano anche idea nel tempo. Le risponderò in ordine sparso su alcuni dei temi secondo me più interessanti.

      Per fare un esempio, sono la prima a criticare il modo in cui vengono utilizzate le notifiche in Italia e ho il sospetto che alcuni funzionari abbiano una formazione soltanto teorica e siano poco abituati a confrontarsi con le opere come oggetti materiali (è il motivo per cui in questo post tentavo di spiegare perché è utile e divertente frequentare le fiere di antiquariato). Quello che non sopporto sono le argomentazioni non pertinenti: riguardo al tema dello studio del Monte dei Paschi, non mi si può dire che il problema è che il parere del funzionario di Soprintendenza è soggettivo, perché lo è anche quello del commerciante, come quello del collezionista e di tutti gli altri esseri umani. E poi se si stabilisse come limite per la notifica il valore di – poniamo – 15.000 euro, quanti prezzerebbero il disegno 14.999 euro e quanti 15.001? E se un disegno fosse una brutta copia ottocentesca ma costituisse l’unica testimonianza superstite di un’opera fondamentale per la storia dell’arte italiana, cosa avrebbe a che vedere il prezzo di mercato con l’interesse dello Stato a vincolarlo? Ma soprattutto, che senso ha una ricerca del genere quando un quarto degli intervistati non conosce nemmeno il Testo Unico (e viene quindi da chiedersi come facciano a gestire i loro affari)? Va benissimo discutere della notifica ed eventualmente rivederne il procedimento, ma parlandone seriamente e senza la pressione del ricatto economico, soprattutto in un momento in cui le Soprintendenze non avrebbero le forze per contrastare inevitabili abusi del “silenzio assenso”. Del resto se in questo momento di crisi le opere venissero tutte vendute oltre confine, di cosa vivrebbero gli antiquari italiani nei prossimi decenni? Sarebbero costretti a ricomprare tutto alle aste internazionali a prezzi decuplicati.

      Sul Cristo di Romanino: ho sempre sostenuto (se ne renderà conto soprattutto nei commenti ai vari post) che era giusto che il quadro tornasse ai suoi legittimi proprietari e che questi avevano il diritto di farne ciò che volevano; alcuni miei cari amici milanesi ad esempio non sono d’accordo con me, me lo fanno notare ogni volta che possono, ma non per questo do loro dei “talebani”. Ognuno ha la sua formazione e la sua sensibilità e arriva quindi a conclusioni differenti. Comunque anche leggendo i post e i commenti degli altri mi sembra chiaro che tutti hanno criticato soprattutto le mancanze di Brera piuttosto che Christie’s o gli eredi di Gentili di Giuseppe.

      Sempre in tema di mistificazioni e argomentazioni non pertinenti che ciclicamente compaiono sui giornali: studio storia del collezionismo, amo i collezionisti (vivi o morti che siano) e le loro affascinanti case e so benissimo che senza di loro molte opere non sarebbero mai esistite, oppure sarebbero già andate distrutte da tempo. Se però sento dire che i modernissimi e climatizzati depositi degli Uffizi sono degli orridi scantinati in cui le opere vengono sottratte allo sguardo degli amanti del bello e che quindi queste vanno vendute per fare cassa allora non ci sto, perché anche la storia e la funzione dei musei italiani andrebbero conosciute e rispettate.

      Sull’argomento mostre in generale: quelle di basso livello scientifico (che oggi oggi nascono soprattutto per colpa dei politicanti che le promuovono e degli studiosi o sedicenti tali che si prestano al gioco) non fanno male solo al pubblico, ma anche al mercato dell’arte che viene inquinato da opere di bassa qualità e con attribuzioni fuorvianti, danneggiando gli antiquari e i collezionisti seri. Mi piacerebbe allora che ogni tanto anche i mercanti che hanno anni di esperienza alle spalle e dieci decimi di vista uscissero dalle loro logiche corporative e stroncassero le mostre brutte e le idiozie scritte da alcuni storici dell’arte. Lo fa con coraggio e ironia il blog di Bendor Grosvenor della “Philip Mould” di Londra (http://www.arthistorynews.com), che leggo quotidianamente e diffondo su facebook e twitter esattamente come faccio con le notizie dell’Ansa o del “Fatto Quotidiano”. Sarei veramente felice di veder nascere un progetto simile a opera di uno o più antiquari italiani, infatti appena ho scoperto che Carlo Orsi scrive sull'”Huffington Post” l’ho segnalato.

      Per concludere: non so quanti anni abbia lei, io ne ho trenta e negli ultimi due decenni ho visto soltanto proprio quel modo “televisivo e berlusconesco” di parlare della storia dell’arte che cita lei. Le sembrerà strano, ma per chi ha la mia età le cose “nuove” sono quelle scritte da Settis e Montanari, perché non abbiamo memoria di cosa sia successo prima. Non sempre sono d’accordo con loro (se ha letto attentamente il blog avrà visto che sono stata io a voler pubblicare la recensione di A cosa serve Michelangelo? scritta da Castelnuovo e che Montanari non ha gradito per nulla, a riprova di quanto poco sono allineata con il mondo che tratteggia lei), ho semplicemente deciso che in questo momento della mia vita mi sembrava avesse senso scrivere alcune cose piuttosto che altre. Io non sono una professionista della storia dell’arte e probabilmente non lo sarò mai, sono nata nel momento storico sbagliato. Spesso questo pensiero mi fa soffrire, ma in cambio ho la libertà di dire quello che penso. Tra qualche anno le dirò se è stato un baratto vantaggioso oppure no.

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