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Bufale di Caravaggio

Da Il fat­to quo­ti­dia­no del 7 luglio 2012

La madre dei Cara­vag­gio è sem­pre incin­ta. E se i pove­ri par­ti non meri­te­reb­be­ro nes­su­na atten­zio­ne, è inve­ce la madre stes­sa a indur­re a qual­che rifles­sio­ne. Due illu­stri sco­no­sciu­ti agli stu­di cara­vag­ge­schi (e, più in gene­ra­le, sto­ri­co-arti­sti­ci) che si chia­ma­no Mau­ri­zio Ber­nar­del­li Curuz e Adria­na Con­co­ni Fedri­gol­li annun­cia­no di aver “sco­per­to” cen­to (sia­mo ai sal­di esti­vi, cen­to al prez­zo di uno) auto­gra­fi di Cara­vag­gio nel Civi­co Gabi­net­to dei dise­gni del Castel­lo Sfor­ze­sco a Mila­no.

Si trat­ta di un fon­do igno­to agli stu­di? Man­co per sogno: come han­no ricor­da­to subi­to i fun­zio­na­ri del museo, esso è noto da sem­pre, ed è alme­no dagli anni Cin­quan­ta che gli spe­cia­li­sti di Cara­vag­gio lo fre­quen­ta­no e ne scri­vo­no, inter­ro­gan­do­si su alcu­ni nes­si con l’opera del gran­de natu­ra­li­sta.

In bar­ba ai cri­te­ri scien­ti­fi­ci: sta­bi­li­re così che quei dise­gni sono del Meri­si è come sco­pri­re il boso­ne a occhio nudo

Nono­stan­te i dispa­re­ri sul­la pater­ni­tà dei sin­go­li fogli, si è con­cor­di nel rite­ne­re che i dise­gni vada­no ricon­dot­ti alla bot­te­ga di Simo­ne Peter­za­no (1540–1596), il pit­to­re ber­ga­ma­sco con cui Cara­vag­gio si for­mò a Mila­no. Ma ora i due novel­li cara­vag­gi­sti han­no una solu­zio­ne genia­le, un vero uovo di colom­bo: quei nes­si si spie­ga­no per­ché i dise­gni son tut­ti auto­gra­fi del gio­va­ne Cara­vag­gio. Sem­pli­ce no? E tan­ti salu­ti a quei bab­bio­ni degli stu­dio­si che da decen­ni ci si stil­la­no il cer­vel­lo. Le pro­ve? Esi­la­ran­ti foto­mon­tag­gi al pho­to­shop che incol­la­no par­ti­co­la­ri di dise­gni, pale­se­men­te di mani e di epo­che diver­se, su qua­dri di Cara­vag­gio, con effet­ti tra­gi­co­mi­ci. Non si fa desi­de­ra­re l’imperdibile peri­zia cal­li­gra­fi­ca che sta­bi­li­sce che sì, la scrit­tu­ra di un bigliet­to annes­so ai dise­gni è pro­prio quel­la di Cara­vag­gio. Insom­ma, man­ca solo il Ris di Par­ma: ma quel­lo ha già dato, aven­do auten­ti­ca­to due anni fa le ossa del Meri­si a Por­to Erco­le, nel­la madre di tut­te le bufa­le cara­vag­ge­sche.

Non ci sareb­be altro da aggiun­ge­re, se non fos­se per l’inconcepibile eco media­ti­ca che ogni vol­ta esal­ta que­ste ope­ra­zio­ni, con l’effetto di tra­sfor­ma­re la sto­ria dell’arte in un cir­co eque­stre. L’Ansa ha volu­to la noti­zia in esclu­si­va, dedi­can­do­le non so più quan­ti lan­ci e par­lan­do di «svol­ta sto­ri­ca per la sto­ria dell’arte». Ma nes­su­no si è posto il pro­ble­ma del­la cre­di­bi­li­tà del­la ricer­ca. In sto­ria dell’arte, come in fisi­ca, le “sco­per­te” ven­go­no pro­po­ste a rivi­ste rico­no­sciu­te dal­la comu­ni­tà scien­ti­fi­ca, dota­te di comi­ta­ti e basa­te su un siste­ma di revi­sio­ne pre­ven­ti­va che vaglia e sele­zio­na i con­tri­bu­ti: e la scien­ti­fi­ci­tà di una ricer­ca (con­cet­to ben pre­sen­te anche nel­le scien­ze uma­ni­sti­che) si basa in pri­mo luo­go sul­la veri­fi­ca­bi­li­tà del­le affer­ma­zio­ni e sul con­trol­lo del­la comu­ni­tà.

Pos­si­bi­le che nes­su­no si sia chie­sto per­ché una simi­le “sco­per­ta” non era usci­ta su nota e auto­re­vo­le rivi­sta, ma su due ebook di Ama­zon? O è mai pos­si­bi­le che nes­su­no sia anda­to a vede­re il sito uffi­cia­le del­la sco­per­ta? Sopra un accom­pa­gna­men­to al pia­no elet­tro­ni­co degno di un thril­ler di quart’ordine, una voce da spot di tv loca­le leg­ge un testo che ini­zia con que­ste memo­ra­bi­li paro­le: «È una auten­ti­ca rivo­lu­zio­ne del Siste­ma Meri­si, una del­le mag­gio­ri e arti­co­la­te sco­per­te nel cam­po del­la sto­ria dell’arte e del­la cul­tu­ra». La con­clu­sio­ne è un’apoteosi: «L’operazione Gio­va­ne Cara­vag­gio ha pure un gran­de valo­re eco­no­mi­co e rica­du­te isti­tu­zio­na­li di enor­me valen­za: si cal­co­la infat­ti che solo il valo­re dei dise­gni, di pro­prie­tà del comu­ne di Mila­no, pos­sa ammon­ta­re a cir­ca 700 milio­ni di euro». Dav­ve­ro un genia­le omag­gio alla “valo­riz­za­zio­ne del bene cul­tu­ra­le”, con ammic­ca­men­to alla Giun­ta Pisa­pia: che gra­zie all’intelligenza di Ste­fa­no Boe­ri si è, tut­ta­via, pron­ta­men­te smar­ca­ta da que­sto abbrac­cio mor­ta­le.

Nes­su­na reda­zio­ne poi potreb­be pren­de­re sul serio una simi­le fon­te, non dico per una noti­zia poli­ti­ca o eco­no­mi­ca, ma nem­me­no per una di sto­ria poli­ti­ca, per non dire di fisi­ca. Se dichia­ro di aver visto a occhio nudo il Boso­ne di Higgs nel mio salot­to, for­se c’è da dubi­tar­ne: ma se il pri­mo che pas­sa sostie­ne di aver sco­per­to un Miche­lan­ge­lo, un Leo­nar­do o un Cara­vag­gio, il cir­co media­ti­co lo por­ta, imme­dia­ta­men­te, in trion­fo.

Quan­do si par­la di sto­ria dell’arte tut­to è pos­si­bi­le: in Ita­lia il gior­na­li­smo sto­ri­co-arti­sti­co non gode di buo­na salu­te ed è ormai tal­men­te abi­tua­to a con­ce­pi­re se stes­so come il mega­fo­no cele­bra­ti­vo dei Gran­di Even­ti da non esse­re più in gra­do di distin­gue­re una noti­zia da una bufa­la. E que­sto uno dei sin­to­mi più gra­vi del­la ridu­zio­ne di una disci­pli­na uma­ni­sti­ca a escort del­la vita pub­bli­ca ita­lia­na: da mez­zo per ali­men­ta­re e strut­tu­ra­re il sen­so cri­ti­co, a stru­men­to di ottun­di­men­to di mas­sa. E assai pri­ma dell’indegnità del­la clas­se poli­ti­ca o dell’insufficienza di fon­di, tra le tan­te cau­se del disa­stro del nostro patri­mo­nio sto­ri­co e arti­sti­co c’è anche que­sta deso­lan­te muta­zio­ne del­la sto­ria dell’arte.

[Si rin­gra­zia Lisa Mie­le]

Cite this article as: Tomaso Montanari, Bufale di Caravaggio, in "STORIEDELLARTE.com", 7 luglio 2012; accessed 18 agosto 2017.
http://storiedellarte.com/2012/07/bufale-di-caravaggio.html.

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3 Responses to Bufale di Caravaggio

  1. Daniele Pitrolo 9 luglio 2012 at 12:42 #

    È un pia­ce­re pote­re ritro­va­re Toma­so Mon­ta­na­ri su Sto­rie dell’arte.

    • Sergio Momesso 9 luglio 2012 at 15:57 #

      Sì, infat­ti, è sta­to mol­to gen­ti­le. Gli abbia­mo chie­sto l’autorizzazione a pub­bli­ca­re que­sto arti­co­lo, vista l’urgenza, pri­ma che uscis­se nell’edizione onli­ne del Fat­to.

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