Top Menu

Ma quel quadro non era in Italia?

Dosso Dossi: San Girolamo. New York, Mercato antiquario

Come da tradizione, le grandi case d'asta Sotheby's e Christie's aprono l'anno con ricchi cataloghi di vendita di Old Masters a New York.

Le opere sono così numerose che risulta molto difficile buttare giù in fretta un elenco che renda giustizia dell'alta qualità delle proposte. Ce n'è quasi per tutti i gusti, da Gentile da Fabriano e Simone Martini a Canaletto e Guardi e Tiepolo, da Signorelli a Fra Bartolommeo, a van Dyck e Rubens. Ma anche tanti gran quadri tra i cosiddetti minori.

Non poteva non cascarmi l'occhio perciò su un nuovo affascinante Dosso Dossi, un San Girolamo buio e appassionato. Un quadro dominato dallo squillo rosso della veste sul tono spento delle carni e del fondo, un brano di pittura così caratteristico del maestro ferrarese che sembra quasi una firma. L'attribuzione del resto è fortunatamente supportata dal giudizio di Ballarin, menzionato nella scheda del catalogo d'asta, con una datazione all'inizio degli anni Venti del Cinquecento (il confronto è con il polittico Costabili della Pinacoteca di Ferrara, la cui datazione è dibattutissima: vedi in catalogo la bibliografia e la datazione proposta da Humfrey).

Ma il quadro ha destato un'immediata attenzione anche perché lo si era già visto nel dicembre 2010 a Trento con l'attribuzione banalissima di "scuola veneta del Cinquecento", forse scuola di Giovanni Bellini. È passato ad un'asta von Morenberg destando l'interesse anche della stampa trentina. La cronaca della vendita è gustosa e un po' ottocentesca:

Trento: asta record per un quadro misterioso

Valutato inizialmente 3 mila euro, il «santo eremita» di scuola veneta (XVI secolo) vola a 90 mila

TRENTO. Un applauso scrosciante nella sala delle aste Von Moremberg di via Malpaga ha accolto l'aggiudicazione di un ritratto di santo eremita risalente al XVI secolo, di scuola veneta. La base d'asta era di 3 mila euro. L'opera è stata battuta con un'offerta telefonica a 75 mila euro, vale a dire che incluse le commissioni verrà a costare poco meno di 90 mila euro all'acquirente.

Il successo della tela, un dipinto a olio di 86 x 71 centimetri, ha sorpreso persino i dipendenti della casa d'aste. «Non ci aspettavamo un tale apprezzamento - spiegano Pierluciano Podio, che segue la pittura dell'8-900, e la controbanditrice Benedetta Nardelli, curatrice della clientela italiana e internazionale -, ma non è la prima volta che accade. Certo, questo è uno di quei casi rari in cui la cifra di partenza viene moltiplicata più e più volte». A concorrere per il santo eremita, oltre al pubblico in sala, c'erano due contendenti al telefono. Di rilancio in rilancio, alla fine l'ha spuntata un acquirente che - per policy aziendale - è destinato a rimanere anonimo. «Il nostro lavoro si basa sulla riservatezza, qui non si fanno nomi. Ovvio, noi sappiamo benissimo con chi abbiamo a che fare, ma non sappiamo dire a chi finisca un determinato lotto. C'è gente che invia dei sensali, altri che comprano per conto terzi. Impossibile determinare la destinazione finale». [...] 1

E ora il dipinto ricompare come Dosso a New York, base d'asta 200-300.000 Dollari. Ma curiosamente non si fa nessun cenno alla provenienza italiana più recente. Si tenta solo l'aggancio con l'inventario del 1592 di Lucrezia d'Este, la figlia di Renata di Francia ed Ercole II. Una presentazione altisonante e ancora un po' rétro. Come spiegare questo silenzio? Cautela di fronte a possibili notifiche? La questione fa venire in mente il caso Romanino, che - è conferma recente - ormai non ritornerà più a Brera e allo Stato italiano. Ahimè.

Le confische del resto ritornano più volte nella storia dei pezzi in vendita presso l'una o l'altra casa d'aste: è il caso, per esempio, dei quadri già a Vienna nella raccolta Arens.2 Ma anche di altri dipinti, tra cui lo straordinario Arrivo di Enrico III a Villa Contarini di Giambattista Tiepolo, una tela già di Francesco Algarotti, che nel 1940 viene confiscata ai Rothschild dai nazisti e finisce nella collezione di Göring.

Altre due app per la storia dell'arte

Gli eventi di mercato sono anche l'occasione per aggiornare la lista di applicazioni per iPad che s'è pubblicata pochi giorni fa.

Sia Christie's che Sotheby's già da qualche tempo offrono gratuitamente alcune applicazioni che consentono di sfogliare con più agio rispetto al semplice browser i cataloghi d'aste. Entrambe hanno ancora qualche difetto di gioventù, ma sono in continua evoluzione e miglioreranno di sicuro con la maturità.

Applicazioni

Christie's

Christie's for iPad

Christie's Mobile Overview (pagina introduttiva alle applicazioni mobili)

Sotheby's

Sotheby's Mobile (prima versione)

Sotheby's Catalogue for iPad (nuova versione per scaricare i cataloghi)

Cataloghi

Christie's

OLD MASTER PAINTINGS PART I | 25 January 2012, New York, Rockefeller Plaza

OLD MASTER DRAWINGS & EARLY BRITISH DRAWINGS & WATERCOLORS | Thursday 26 January 2012, New York, Rockefeller Plaza

OLD MASTER PAINTINGS PART II | Thursday 26 January 2012, New York, Rockefeller Plaza

Sotheby's

Important Old Master Paintings and Sculpture | January 26, 2012 (Sessions 1-2), New York, 1334 York Avenue

  1. Per il seguito della cronaca e la scheda del catalogo d'asta dove si nota che il quadro ha appena subito una profonda pulitura si veda qui.
  2. Sotheby's, lot nn. 17 attr. a Lomazzo, 21 Licinio e 23 van​ Ruisdael​
Cite this article as: Sergio Momesso, Ma quel quadro non era in Italia?, in "STORIEDELLARTE.com", 16 gennaio 2012; accessed 30 marzo 2017.
http://storiedellarte.com/2012/01/ma-quel-quadro-non-era-in-italia.html.

, , ,

4 Responses to Ma quel quadro non era in Italia?

  1. Matteo Piotto 19 gennaio 2012 at 14:25 #

    Se par­lia­mo di idea­li e di codi­ce eti­co, lei ha per­fet­ta­men­te ragio­ne: un ente pub­bli­co dovreb­be esse­re pre­sen­te in tut­te le piat­ta­for­me com­mer­cia­li (e non), dovreb­be inve­sti­re e non ven­de­re il pro­prio capi­ta­le uma­no e cul­tu­ra­le, dovreb­be for­ni­re in manie­ra aper­ta i pro­pri dati (open-data), ecc.

    Il pro­ble­ma è che nel­la real­tà ciò non sem­pre è pos­si­bi­le (anzi…) poi­ché que­ste scel­te richie­do­no inve­sti­men­ti sostan­zio­si che pos­so­no rien­tra­re solo dopo una pro­fon­da e atten­ti ana­li­si com­mer­cia­le, cioè pre­pa­ra­re un busi­ness plan serio.

    Que­sti inve­sti­men­ti devo­no esse­re rea­li e, soprat­tut­to, biso­gna paga­re entro le sca­den­ze le socie­tà inca­ri­ca­te a rea­liz­za­re que­sti stru­men­ti: è como­do far paga­re al pri­va­to le man­can­ze (eco­no­mi­co e cul­tu­ra­li) del pub­bli­co, non cre­de?

    Mi ha col­pi­to un pic­co­lo par­ti­co­la­re, quan­do lei assu­me “le appli­ca­zio­ni ven­go­no svi­lup­pa­te solo per iOS, men­tre la piat­ta­for­ma più dif­fu­sa è Android”; il discor­so nume­ri­co è solo uno dei tan­ti fat­to­ri che por­ta­no ad inve­sti­re in una data piat­ta­for­ma ed è ridut­ti­vo foca­liz­zar­si solo su quel­lo: per far­la bre­ve, Android ha la quan­ti­tà men­tre iOS pos­sie­de uten­ti che, media­men­te, spen­do­no di più nell’appstore e uti­liz­za­no in mag­gio­re quan­ti­tà il devi­ce (ci sono sta­ti­sti­che in meri­to sul traf­fi­co inter­net mobi­le e sul ROI del­le appli­ca­zio­ni).
    Ogni eco­si­ste­ma ha dei pre­gi e dei difet­ti ed è logi­co inve­sti­re pri­ma dove si sti­ma un ritor­no eco­no­mi­co più bre­ve nel tem­po.

    Riguar­do la rea­liz­za­zio­ne di appli­ca­zio­ni mobi­le nati­ve e ana­lo­ghe ver­sio­ni web, il discor­so rischia di esse­re un po’ tec­ni­co e cer­che­rò di evi­ta­re ciò: per ogni deci­sio­ne ci sono pre­gi e difet­ti e non esi­ste una solu­zio­ne per­fet­ta per ogni esi­gen­za, ovvia­men­te: altri­men­ti ogni socie­tà avreb­be inve­sti­to solo su quel­la.
    Le appli­ca­zio­ni nati­ve offro­no pre­sta­zio­ni net­ta­men­te supe­rio­ri rispet­to ad un ana­lo­go via web, pos­so­no offri­re fun­zio­na­li­tà avan­za­te (ad esem­pio la real­tà aumen­ta­ta) che non sono tec­ni­ca­men­te rea­liz­za­bi­li in html5+js, ecc.; il prez­zo da paga­re per ciò è il fun­zio­na­men­to su una sin­go­la piat­ta­for­ma e un aumen­to dei costi di svi­lup­po.

    La solu­zio­ne per supe­ra­re que­sta giun­gla è mol­to sem­pli­ce: ave­re dei diret­to­ri di fon­da­zio­ni, musei ed enti pub­bli­ci con del­le basi tec­no­lo­gi­che abba­stan­za soli­de per giu­di­ca­re in modo serio gli inve­sti­men­ti in que­sto set­to­re e le socie­tà che rea­liz­za­no ciò.

    • Daniele Pitrolo 27 gennaio 2012 at 00:10 #

      Le mie paro­le era­no un com­men­to rapi­do (per quan­to pro­lis­so) ed a cal­do: avrei volu­to trat­ta­re anche un altro argo­men­to, e con­to far­lo. Vi aggiun­go pure una rispo­sta alla sua, Mat­teo, anco­ra di là da veni­re: per il momen­to non vole­vo che il mio silen­zio sem­bras­se disin­te­res­se.

  2. Daniele Pitrolo 17 gennaio 2012 at 01:52 #

    Due cor­ti appun­ti sol­tan­to, per il momen­to: meno bia­si­me­vo­le da par­te di Christie’s e Sotheby’s, il ricor­so ad appli­ca­zio­ni vin­co­la­te a siste­mi ope­ra­ti­vi ed a scel­te di poli­ti­ca azien­da­le mi sem­bra­no mio­pi e dif­fi­cil­men­te i respon­sa­bi­li si sono resi con­to di accet­ta­re in que­sto modo una situa­zio­ne in cui sono pro­ne rispet­to a Apple e Goo­gle. Sen­za nep­pu­re biso­gno di segna­la­re quan­to più sia sano per uno svi­lup­po eco­no­mi­co libe­ro l’incipiente pro­get­to di nego­zio d’applicazioni del­la Mozil­la Foun­da­tion (qui) una per­so­na mini­ma­men­te com­pe­ten­te in infor­ma­ti­ca avreb­be potu­to segna­la­re che un sito rea­liz­za­to in HTML5 avreb­be por­ta­to gli stes­si effet­ti, reso acces­si­bi­le il sito (Fla­sh, il pro­dot­to pre­fe­ri­to dagli anti­qua­ri per impe­di­re ai visi­ta­to­ri di otte­ne­re le imma­gi­ni del­le ope­re pre­sen­ta­te, non è affat­to acces­si­bi­le) e sareb­be sta­to com­ple­ta­men­te mul­ti­piat­ta­for­ma.
    Non ho rispo­sto a suo tem­po alla tua segna­la­zio­ne di appli­ca­zio­ni di Musei: lo stes­so discor­so vale anche in que­sto caso, con due aggra­van­ti di peso. Innan­zi tut­to il pro­ble­ma è cor­re­la­to al ruo­lo: è deon­to­lo­gi­ca­men­te inap­pro­pria­to, scon­ve­nien­te e cen­su­ra­bi­le che del­le isti­tu­zio­ni pub­bli­che avvan­tag­gi­no una socie­tà pri­va­ta in manie­ra par­ti­gia­na, non favo­ren­do l’interesse comu­ne (spes­so, del resto, le appli­ca­zio­ni ven­go­no svi­lup­pa­te solo per iOS, men­tre la piat­ta­for­ma più dif­fu­sa è Android): un discor­so simi­le a quel­lo che affron­ta­vo su Zeriu­no a pro­po­si­to del­le scel­te com­piu­te in occa­sio­ne del­la nuo­va ver­sio­ne dell’OPAC nazio­na­le (qui il mio arti­co­lo). Un secon­do pun­to anco­ra più serio, se pos­si­bi­le: musei in que­stio­ne (pen­so soprat­tut­to a quel­li ita­lia­ni) avreb­be­ro fat­to meglio, piut­to­sto che ven­de­re agli edi­to­ri i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne del­le appli­ca­zio­ni, ad inve­sti­re nel­la rea­liz­za­zio­ne di un sito inter­net, vero. Il Mibac a suo tem­po (un paio di anni fa) ha rea­liz­za­to Cul­tu­ra Ita­lia (qual­cu­no lo usa? Qual­cu­no lo apprez­za?), ed è sta­ta l’occasione per ren­der­si con­to che la mag­gio­ran­za asso­lu­ta dei musei nazio­na­li non dispo­ne di sito inter­net, o mol­to rudi­men­ta­rio (ho già cer­ca­to, scu­sa­te, non ritro­vo le fon­ti, cre­do fos­se un’intervista del­la DG Anto­niet­ta Pasqua Rec­chia).

    La pre­sen­za sui Social Net­work che tan­to invo­ca Giu­sep­pe Fran­gi? Non la con­si­de­ro mis­sio­ne del museo, ma devia­zio­ne dal suo com­pi­to fon­da­men­ta­le se non fa segui­to alla più pie­na comu­ni­ca­zio­ne e divul­ga­zio­ne del­le sue col­le­zio­ni tra­mi­te, anche, siti inter­net, una situa­zio­ne che Giu­sep­pe Fran­gi stes­so rico­no­sce come insod­di­sfa­cen­te a pro­po­si­to degli Uffi­zi. Rea­liz­za­re un sito inter­net, per un museo, non è oggi un fron­zo­lo, come inve­ce sono le appli­ca­zio­ni, ma una par­te inte­gran­te dei com­pi­ti del Museo codi­fi­ca­ti da ICOM e poi rece­pi­ti dal DM del 10 Mag­gio 2001
    Al para­gra­go 2.3 del­la defi­ni­zio­ne del museo, gra le Fun­zio­ni, tro­via­mo

    b) In mate­ria di ser­vi­zi al pub­bli­co:
    • la pub­bli­ca frui­zio­ne dei beni e del­le cono­scen­ze
    • l’esposizione, per­ma­nen­te e/o a rota­zio­ne, del­le col­le­zio­ni
    • la pro­du­zio­ne di pub­bli­ca­zio­ni, scien­ti­fi­che o divul­ga­ti­ve

    Il sito inter­net assol­ve a tut­te que­ste, e rap­pre­sen­ta, quan­do rea­liz­za­to con pro­ces­si tra­spa­ren­ti, non rin­no­va­to per il gusto di cam­bia­re la muta ma per aumen­tar­ne la fun­zio­na­li­tà, una solu­zio­ne eco­no­mi­ca e dura­tu­ra (con­cet­to, quest’ultimo, che i musei dovreb­be­ro sape­re apprez­za­re).

    Ser­gio, secon­da cosa che bel­la &!

    Ritor­ne­rò sul­la par­te prin­ci­pa­le del tuo arti­co­lo non appe­na avrò tem­po, con più cal­ma e pre­ci­sio­ne: que­sta era una rea­zio­ne a cal­do.

Trackbacks/Pingbacks

  1. Ma quel quadro non era in Italia? | Capire l'arte | Scoop.it - 19 gennaio 2012

    […] […]

Leave a Reply / Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: