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Che fare?”

Merz, Che fare?, 1968–1973, Lon­don, Tate Col­lec­tion (on loan at Hen­ry Moo­re Insti­tu­te, Leeds, UK)

Ci ha fat­to mol­ta impres­sio­ne l’appello all’impegno civi­le degli intel­let­tua­li, e degli sto­ri­ci dell’arte in par­ti­co­la­re, lan­cia­to da Sal­va­to­re Set­tis qual­che gior­no fa alla festa del “Fat­to Quo­ti­dia­no” a Mari­na di Pie­tra­san­ta.

E, in modo diver­so, ci ha scos­so il recen­tis­si­mo e duro arti­co­lo di Toma­so Mon­ta­na­ri in rispo­sta ad Alber­to Mel­lo­ni. Seguia­mo con mol­to inte­res­se le sue osser­va­zio­ni su quel­lo che acca­de al nostro patri­mo­nio sto­ri­co-arti­sti­co, ma que­sto arti­co­lo sol­le­va alcu­ne gra­vis­si­me que­stio­ni sul­lo sta­to del­la sto­ria dell’arte in Ita­lia e sul­la neces­si­tà ormai non più dif­fe­ri­bi­le di usci­re dal­la tor­re d’avorio degli stu­di per occu­par­si del pae­se in cui vivia­mo. Osser­va­zio­ni che ci sem­bra vada­no nel­la stes­sa dire­zio­ne del­le acco­ra­te paro­le di Set­tis e che qui dif­fon­dia­mo per­ché ci si riflet­ta seria­men­te e se ne discu­ta. Ma poi anche ci si chie­da, come qual­cun altro in un mon­do diver­so, “che fare?”. Come pas­sa­re dal­le paro­le ai fat­ti?

La gen­te quan­do mi invi­ta si aspet­ta che come archeo­lo­go – dice Set­tis – io par­li di poe­sia o di qua­dri di Pous­sin, maga­ri con un bel pae­sag­gio. E inve­ce di discor­si ras­si­cu­ran­ti pre­fe­ri­sco par­la­re di un pae­se dove i veri ric­chi non paga­no le tas­se e i sol­di per fare anda­re avan­ti lo Sta­to si van­no a cer­ca­re por­tan­do allo stre­mo la scuo­la, la cul­tu­ra, la tute­la del patri­mo­nio arti­sti­co, il pae­sag­gio ita­lia­no ecc.
«Chi deve dire que­ste cose? Chi lo deve fare? Cre­do che que­sto sia un pun­to mol­to impor­tan­te. Cre­do che è neces­sa­rio fare qual­co­sa che for­se è inat­te­so da par­te di un pro­fes­so­re uni­ver­si­ta­rio – per altro in pen­sio­ne qua­le io sono.
Biso­gna che l’intellettuale, lo stu­dio­so, quel­lo che è abi­tua­to a guar­da­re la minu­zia, a guar­da­re un docu­men­to del 1511 dodi­ci vol­te pri­ma di dire che cosa vera­men­te dice… e di far­lo vede­re a tre esper­ti di paleo­gra­fia, quat­tro esper­ti in sto­ria, in archi­vi­sti­ca… que­sta stes­sa per­so­na deve usci­re dal­la stan­za in cui fa quel­la ricer­ca (che deve con­ti­nua­re a fare) e con altret­tan­to vigo­re occu­par­si del mon­do che ci cir­con­da. […] E vor­rei dire che la sto­ria dell’arte da que­sto pun­to di vista può ave­re un gran­de ruo­lo. Ma non ce l’ha anco­ra

Sto­ria dell’arte umi­lia­ta e offe­sa

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di Toma­so Mon­ta­na­ri

«Un arti­co­lo del pro­fes­sor T. Mon­ta­na­ri su “In Cri­sto, uno scam­bio di ope­re d’arte fra Mosca e Firen­ze”, usci­to il 1 set­tem­bre pare basa­to su fram­men­ti e pet­te­go­lez­zi assai sfo­ca­ti. Il suo pez­zo, foto inclu­sa, indi­ca ai let­to­ri come ogget­to del­lo scam­bio ope­re sba­glia­te, sve­la bat­ta­glie di fat­to mai esi­sti­te, equi­vo­ca le date, erra nell’indicare le isti­tu­zio­ni tito­la­ri dei pre­sti­ti ita­lia­ni, inven­ta pres­sio­ni e resi­sten­ze di cui il sot­to­scrit­to – che effet­ti­va­men­te da alcu­ni anni si dedi­ca a que­sto lavo­ro con­nes­so all’edizione cri­ti­ca dei con­ci­li – gli avreb­be potu­to cer­ti­fi­ca­re la tota­le insus­si­sten­za. Padro­ne Mon­ta­na­ri di con­si­de­ra­re l’inesistente scam­bio che ha rac­con­ta­to ai let­to­ri di “Satur­no”, o quel­lo vero di cui ha let­to sul “Cor­rie­re fio­ren­ti­no” del 2 set­tem­bre e che vedrà a suo tem­po, come un erro­re, in nome d’un cer­to rigo­ri­smo: ma per esse­re rigo­ri­sti, biso­gne­reb­be pure esse­re rigo­ro­si. E il Mon­ta­na­ri di vener­dì scor­so non lo era.
Alber­to Mel­lo­ni»

Il 22 apri­le scor­so l’arcivescovo di Firen­ze, Giu­sep­pe Beto­ri, ha scrit­to una let­te­ra alla soprin­ten­den­te Cri­sti­na Aci­di­ni in cui chie­de­va di spe­di­re in Rus­sia la Cro­ce di Giot­to di Ognis­san­ti. In quel­la let­te­ra, il pre­la­to pro­vò a blin­da­re l’operazione sven­to­lan­do il con­sen­so «del­le più alte cari­che del­lo Sta­to, in par­ti­co­la­re del­la Pre­si­den­za del­la Repub­bli­ca e del­la Pre­si­den­za del Con­si­glio». Non so come la chia­mi Mel­lo­ni: per me si trat­ta di una pres­sio­ne inde­bi­ta e spia­ce­vo­le su fun­zio­na­ri del­lo Sta­to. E quel­le paro­le han­no anche un’aria vaga­men­te mil­lan­ta­to­ria, per­ché dubi­to che il pre­si­den­te Napo­li­ta­no sia mai anda­to oltre un gene­ri­co com­pia­ci­men­to per l’iniziativa in sé. Quan­to al pre­si­den­te del Con­si­glio, è leci­to dubi­ta­re che egli sap­pia chi sia Giot­to.

Comun­que, il 20 mag­gio l’Opificio del­le Pie­tre Dure ha corag­gio­sa­men­te emes­so una rela­zio­ne tec­ni­ca che si con­clu­de­va in que­sto modo: «Come si evin­ce da tut­te le osser­va­zio­ni pre­sen­ta­te sia nel­la par­te rela­ti­va allo sta­to di con­ser­va­zio­ne, sia in quel­la del­la movi­men­ta­zio­ne, i pro­ble­mi di con­ser­va­zio­ne sono mol­ti, ed alcu­ni assai gra­vi e dif­fi­cil­men­te risol­vi­bi­li in manie­ra sod­di­sfa­cen­te, tan­to da far rite­ne­re che sia qua­si impos­si­bi­le pen­sa­re di poter orga­niz­za­re una movi­men­ta­zio­ne che non pre­sen­ti rischi gra­vis­si­mi». Ciò vuol dire che se Giu­sep­pe Beto­ri e Alber­to Mel­lo­ni aves­se­ro potu­to fare ciò che desi­de­ra­va­no, un’opera capi­ta­le di Giot­to sareb­be sta­ta espo­sta a «rischi gra­vis­si­mi». Ma – si dirà – come avreb­be­ro potu­to saper­lo, visto che di mestie­re uno fa il vesco­vo e l’altro lo sto­ri­co del­la Chie­sa? Una rispo­sta che non fareb­be una grin­za, se essi non stes­se­ro orga­niz­zan­do una mostra d’arte anti­ca ita­lia­na a Mosca.

Ed è esat­ta­men­te que­sto il sen­so prin­ci­pa­le del mio arti­co­lo. La mag­gior par­te del­le infi­ni­te mostre che ogni anno si inau­gu­ra­no in Ita­lia non sca­tu­ri­sce dal­la ricer­ca sto­ri­co-arti­sti­ca o dal desi­de­rio di aumen­ta­re e dif­fon­de­re la cono­scen­za dell’arte figu­ra­ti­va: più radi­cal­men­te, la mag­gior par­te del­le mostre non ha più a che fare con un pro­get­to cul­tu­ra­le.

Essa si deve inve­ce all’iniziativa estem­po­ra­nea e alla volon­tà auto­pro­mo­zio­na­le di ammi­ni­stra­to­ri, poli­ti­ci, impre­se, asso­cia­zio­ni lai­che o enti reli­gio­si. O, anco­ra, allo scoc­ca­re di cen­te­na­ri e anni­ver­sa­ri; alla dispo­ni­bi­li­tà di un finan­zia­men­to; all’interesse di uno spon­sor.

Negli ulti­mi tem­pi, poi, si è regi­stra­ta una deci­sa pro­pen­sio­ne del­la gerar­chia cat­to­li­ca ver­so l’organizzazione di mostre “con­fes­sio­na­li” che riem­pia­no l’intrattenimento cul­tu­ra­le di con­te­nu­ti accu­ra­ta­men­te orien­ta­ti. È il caso, per esem­pio, del­la mostra sul Pote­re e la Gra­zia. I san­ti patro­ni d’Europa tenu­ta­si a Roma tra 2009 e 2010. La mostra – pro­mos­sa da un cer­to Comi­ta­to San Flo­ria­no – non ave­va il mini­mo valo­re scien­ti­fi­co e osten­ta­va anzi una con­no­ta­zio­ne pasto­ra­le e pro­se­li­ti­sti­ca: non­di­me­no essa è sta­ta ospi­ta­ta a Palaz­zo Vene­zia, e ha godu­to di pre­sti­ti dav­ve­ro straor­di­na­ri (tra cui il San Gior­gio dell’Accademia di Vene­zia, nega­to inve­ce all’importante mostra mono­gra­fi­ca di Man­te­gna al Lou­vre), oltre a esse­re inau­gu­ra­ta dal pre­si­den­te del Con­si­glio (insie­me, s’intende, al car­di­na­le segre­ta­rio di Sta­to vati­ca­no). Lo stes­so si può dire del­la recla­miz­za­tis­si­ma mostra su Gesù. Il cor­po e il vol­to nell’arte che ha accom­pa­gna­to l’ostensione del­la Sin­do­ne nel­la pri­ma­ve­ra 2010: un’esposizione pri­va di qua­lun­que rigo­re sto­ri­co che rac­co­glie­va ope­re impor­tan­tis­si­me all’insegna del­la più stuc­che­vo­le reto­ri­ca reli­gio­sa. E qui non si trat­ta di gira­re un docu­men­ta­rio o di pub­bli­ca­re un libro, ma di uti­liz­za­re (e quin­di poten­zial­men­te com­pro­met­te­re) ope­re di pro­prie­tà del­lo Sta­to, per ali­men­ta­re un’operazione non cul­tu­ra­le, ma pura­men­te con­fes­sio­na­le. Non meno inte­res­san­ti, in tal sen­so, sono le ini­zia­ti­ve dell’ambasciatore Anto­nio Zanar­di Lan­di. Quan­do rap­pre­sen­ta­va l’Italia pres­so la San­ta Sede, egli ha, per esem­pio, osa­to chie­de­re in pre­sti­to (otte­nen­do­le!) le cele­ber­ri­me for­mel­le bron­zee di Loren­zo Ghi­ber­ti e Filip­po Bru­nel­le­schi per il con­cor­so del 1401. Que­ste ope­re vene­ra­bi­li sono sta­te strap­pa­te al Museo del Bar­gel­lo per pre­sen­zia­re alle cele­bra­zio­ni dell’ottantesimo anni­ver­sa­rio dei Pat­ti Late­ra­nen­si: un gesto che ha lo stes­so valo­re cul­tu­ra­le che avreb­be l’esposizione di un busto di Pio XII per festeg­gia­re un cen­te­na­rio di quel con­cor­so per la por­ta orien­ta­le del Bat­ti­ste­ro di Firen­ze. Nel giu­gno del­lo stes­so 2009, l’ambasciata di Zanar­di Lan­di ha poi ospi­ta­to il gigan­te­sco model­lo per la Fon­ta­na dei Fiu­mi di Ber­ni­ni con­ser­va­to pres­so i pri­va­ti che pos­sie­do­no le ulti­me reli­quie dell’eredità dell’artista. Si trat­ta di un’opera dall’attribuzione alquan­to pro­ble­ma­ti­ca: ma soprat­tut­to non si vede che sen­so abbia espor­la in occa­sio­ne del­la pre­sen­ta­zio­ne del­la tren­te­si­ma edi­zio­ne del Mee­ting rimi­ne­se di Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne, imman­ca­bil­men­te avve­nu­ta alla pre­sen­za del mini­stro degli Este­ri, Fran­co Frat­ti­ni. Sia­mo evi­den­te­men­te di fron­te a un siste­ma­ti­co sfrut­ta­men­to del patri­mo­nio arti­sti­co, che vie­ne let­te­ral­men­te abu­sa­to, al di fuo­ri di ogni con­trol­lo. Ora che rap­pre­sen­ta l’Italia in Rus­sia, l’ambasciatore Zanar­di Lan­di sta gesten­do bril­lan­te­men­te il ver­ti­gi­no­so val­zer del­le ope­re d’arte che il nostro Pae­se dis­sen­na­ta­men­te gli spe­di­sce: e si capi­sce che dopo tan­to maneg­gia­re ope­re d’arte, egli sia diven­ta­to anche un vir­tuo­so dell’ecfrasis, come si evin­ce dal­le paro­le che ha pen­sa­to bene di pro­nun­cia­re rice­ven­do laMedu­sa di Ber­ni­ni a Mosca: «que­sta scul­tu­ra, tra tan­te, non è sta­ta una scel­ta casua­le: Medu­sa ha lascia­to una trac­cia nel­la sto­ria dell’arte rus­sa del pas­sa­to e con­tem­po­ra­nea; è pure un per­so­nag­gio ricor­ren­te nei libri rus­si per bam­bi­ni e ha ispi­ra­to le can­zo­ni di vari grup­pi rock e punk».

Ma tor­nia­mo allo scam­bio Mosca-Firen­ze. Gra­zie all’articolo di Mel­lo­ni sul «Cor­rie­re Fio­ren­ti­no» del 2 set­tem­bre (dal signi­fi­ca­ti­vo tito­lo Beto­ri, il Batti­ste­ro e le icone del dialo­go) si appren­de che il casting non si è chiu­so sul­la Cro­ce di Lip­po di Beni­vie­ni (per la qua­le il 27 luglio la Soprin­ten­den­za di Firen­ze ave­va già com­pi­la­to la sche­da con­ser­va­ti­va pre­li­mi­na­re al pre­sti­to), ma che ora si sta ripro­van­do a scrit­tu­ra­re un Giot­to auto­gra­fo (la Madon­na di San Gior­gio alla Costa) e uno di bot­te­ga (il Polit­ti­co di San­ta Repa­ra­ta). Qua­le miglior con­fer­ma del­la man­can­za di serie­tà di un’operazione che con­ti­nua a sfo­glia­re il cata­lo­go del padre dell’arte ita­lia­na come se fos­se una mar­ghe­ri­ta?

Ed è pro­prio que­sto l’aspetto più inquie­tan­te del testo di Mel­lo­ni: l’esibita, finan­co sprez­zan­te, igno­ran­za del­la sto­ria dell’arte. E sic­co­me è raro tro­va­re una dichia­ra­zio­ne tan­to espli­ci­ta di un sen­ti­men­to inve­ce piut­to­sto dif­fu­so tra gli acca­de­mi­ci ita­lia­ni, non è inu­ti­le guar­da­re quel testo un po’ più da vici­no (lo ripro­dur­rò ampia­men­te, evi­den­zian­do­ne le cita­zio­ni in gras­set­to; chi lo vuol leg­ge­re tut­to, lo tro­va qui). Lo si può divi­de­re in una pre­mes­sa, nel­la spie­ga­zio­ne del sen­so dell’evento fio­ren­ti­no e mosco­vi­ta, e infi­ne nel­la rispo­sta alle cri­ti­che del sot­to­scrit­to (mai, tut­ta­via, nomi­na­to).

La pre­mes­sa è arti­co­la­ta in due par­ti. Nel­la pri­ma si affer­ma (inve­ro piut­to­sto con­fu­sa­men­te) che la sto­ria dell’arte è «una disci­pli­na a sé stan­te» che si occu­pa solo di «este­ti­che e tec­ni­ca­li­tà» e «che non può che pre­scin­de­re dal­la fun­zio­ne eser­ci­ta­ta da ogget­ti di cui il com­mit­ten­te ha paga­to l’oggettività e nei qua­li l’artista ha usa­to lin­guag­gi suoi». Ma per for­tu­na arri­va lo sto­ri­co del­la Chie­sa, che sa deci­fra­re i «signi­fi­ca­ti ter­zi: che non neces­sa­ria­men­te dif­fe­ri­sco­no e non neces­sa­ria­men­te coin­ci­do­no con quel­li del com­mit­ten­te e dell’autore. Signi­fi­ca­ti lega­ti alla memo­ria, alla comu­ni­ca­zio­ne o alla fede». Insom­ma, lo sto­ri­co dell’arte può dire se una Madon­na di Giot­to è bel­la o brut­ta, e com’è fat­ta la car­pen­te­ria del­la sua tavo­la, ma per capir­ne il signi­fi­ca­to sto­ri­co e mora­le, ci vuo­le uno sto­ri­co del­la reli­gio­si­tà.

Di fron­te ad affer­ma­zio­ni di que­sto teno­re vie­ne solo da com­men­ta­re che le con­sta­ta­zio­ni che Rober­to Lon­ghi face­va nel 1951 (in Il livel­lo medio del­la nostra cul­tu­ra arti­sti­ca) sono vali­dis­si­me anco­ra a sessant’anni di distan­za: riguar­do all’arte figu­ra­ti­va «la cul­tu­ra media in ogni stra­to non è al livel­lo che si vor­reb­be, anzi incre­di­bil­men­te più in bas­so». Dav­ve­ro in ogni stra­to: anche tra i pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri di sto­ria del­la Chie­sa, visto che Mel­lo­ni igno­ra non solo Lon­ghi stes­so, Panof­sky, Baxan­dall, Haskell o Shear­man, ma pure Ghi­ber­ti, Vasa­ri, Bel­lo­ri o Burc­khardt. Più sem­pli­ce­men­te, egli igno­ra che la sto­ria dell’arte, da sei­cen­to anni a que­sta par­te, è una “sto­ria” (che si occu­pa anche di fun­zio­ne e signi­fi­ca­ti), esat­ta­men­te al pari di quel­la che inse­gna lui, e non un ger­go per imbo­ni­to­ri o un les­si­co tec­ni­co per restau­ra­to­ri.

Nel­la secon­da par­te del­la pre­mes­sa, si tira­no le som­me di tut­to ciò sul pia­no dell’uso del patri­mo­nio arti­sti­co. E sono som­me dav­ve­ro dra­sti­che: dal momen­to che la sto­ria dell’arte non è una sto­ria, le pre­oc­cu­pa­zio­ni rela­ti­ve alla con­ser­va­zio­ne mate­ria­le e a una cor­ret­ta let­tu­ra sto­ri­ca dell’opera nel suo con­te­sto figu­ra­ti­vo e cul­tu­ra­le sono ubbie di roman­ti­ci snob. E non sto esa­ge­ran­do: Mel­lo­ni sbef­feg­gia e liqui­da tut­ti colo­ro che han­no a cuo­re la tute­la del­le ope­re d’arte defi­nen­do­li let­te­ral­men­te «fau­to­ri di una degu­sta­zio­ne roman­ti­ca in situ di ope­re che spes­so in quel luo­go ci sono fini­te per caso, o per rapi­na o per disgra­zia e che inve­ce esi­ben­do­si, fuo­ri di con­te­sto o per pre­sti­to sono diven­ta­te patri­mo­nio comu­ne di milio­ni di esse­ri uma­ni in car­ne e ossa, talo­ra per­fi­no gio­va­ni, e dun­que sprov­ve­du­ti dell’armamentario cri­ti­co-lin­gui­sti­co del­lo spe­cia­li­sta, cose che un tem­po era­no riser­va­te a una elet­ta schie­ra di degu­sta­to­ri». Il che tra­dot­to in ita­lia­no vuol dire: «signo­ri, final­men­te farò capi­re Giot­to ai gio­va­ni, e lo farò pren­den­do un’opera deli­ca­tis­si­ma, sbat­ten­do­la nell’inverno rus­so e reci­den­do­ne ogni intel­le­gi­bi­le lega­me col con­te­sto figu­ra­ti­vo e cul­tu­ra­le anco­ra visi­bi­le a Firen­ze. Alla fac­cia di quei quat­tro snob eli­ta­ri­sti degli sto­ri­ci dell’arte».

Dopo aver­ci dun­que spie­ga­to in quan­ta con­si­de­ra­zio­ne egli tie­ne i musei ita­lia­ni (che per lui sono il frut­to non di una lumi­no­sa sto­ria cul­tu­ra­le plu­ri­se­co­la­re, ma del caso e del­la rapi­na), Mel­lo­ni vie­ne al con­cre­to e pre­sen­ta lo scam­bio di ope­re d’arte che pia­ni­fi­ca da anni. Per inten­de­re bene quan­to segue, biso­gna sot­to­li­nea­re il note­vo­le under­sta­te­ment del pro­fes­so­re, capa­ce di par­la­re in que­sti ter­mi­ni dell’operato del­la Fon­da­zio­ne per le Scien­ze Reli­gio­se che egli stes­so pre­sie­de: «un lavo­ro scien­ti­fi­co finis­si­mo il cui valo­re non è sfug­gi­to su sca­la inter­na­zio­na­le (è sta­to pre­sen­ta­to da Roma­no Pro­di all’Expo di Shan­ghai e dal Patriar­ca ecu­me­ni­co a Istan­bul, capi­ta­le del­la cul­tu­ra euro­pea) e che ha raf­for­za­to la cre­di­bi­li­tà di un inter­lo­cu­to­re scien­ti­fi­co di pri­ma gran­dez­za». Accan­to al lavo­ro di Mel­lo­ni, ecco quel­lo di Beto­ri, pre­sen­ta­to in modo altret­tan­to defi­la­to: «la nuo­va tra­du­zio­ne del­la Bib­bia in ita­lia­no – di cui l’Arcivescovo di Firen­ze, mon­si­gnor Giu­sep­pe Beto­ri, è sta­to pro­ta­go­ni­sta – ha atti­ra­to sul­la sua fine costru­zio­ne l’attenzione di diver­se isti­tu­zio­ni acca­de­mi­che e teo­lo­gi­che rus­se, alla pre­se con i pro­ble­mi di una ver­sio­ne del­la Scrit­tu­ra con­sa­cra­ta dal­la litur­gia e dif­fi­ci­le per i fede­li». Come una con­se­guen­za logi­ca e ine­lut­ta­bi­le di tut­to que­sto dol­cia­stro fumo di turi­bo­li, ecco entra­re in sce­na l’idea del­la mostra: «Que­sto ha per­mes­so di for­mu­la­re la pro­po­sta di impre­zio­si­re l’anno Italia/Russia con uno scam­bio di capo­la­vo­ri dell’arte sacra che dices­se­ro esat­ta­men­te que­sto: cioè la pro­fon­di­tà del lega­me e la ric­chez­za del­la diver­si­tà che si basa sul­la fede comu­ne del Nice­no II». Ecco­la final­men­te, quel­la fun­zio­ne del­le ope­re d’arte che i pove­ri sto­ri­ci dell’arte non sono in gra­do di capi­re: veni­re imbal­la­te, imbar­ca­te su un car­go e quin­di esse­re scam­bia­te allo sco­po di «impre­zio­si­re» un even­to a esse radi­cal­men­te estra­neo, e inve­ce sini­stra­men­te pros­si­mo a una smac­ca­tis­si­ma ope­ra­zio­ne di auto­ce­le­bra­zio­ne degli orga­niz­za­to­ri.

Come sem­pre, la scel­ta del­le paro­le è illu­mi­nan­te, e l’idea che l’arte figu­ra­ti­va abbia il ruo­lo ancil­la­re e super­fluo di «impre­zio­si­re» qualcos’altro meri­te­reb­be un’analisi a sé: ma qui basti nota­re quan­to sia impres­sio­nan­te che un pro­fes­so­re uni­ver­si­ta­rio di sto­ria si espri­ma esat­ta­men­te «come il più cafo­ne degli anti­qua­ri, o come la sciù­ra mila­ne­se che impre­zio­si­sce il cen­tro tavo­la con una com­po­si­zio­ne di peo­nie» (secon­do le ica­sti­che paro­le di un col­le­ga redu­ce dal­la let­tu­ra del «Cor­rie­re Fio­ren­ti­no»).

Natu­ral­men­te non si pote­va «impre­zio­si­re» con un’opericciuola qua­lun­que, e Mel­lo­ni dichia­ra che «la pro­po­sta ave­va biso­gno di capo­la­vo­ri aute­lo­quen­ti, per nome e per por­ta­ta». In que­ste poche, cru­cia­li paro­le il l’incenso si dira­da, e Mel­lo­ni get­ta la masche­ra: il fine ese­ge­ta dei pro­fon­dis­si­mi signi­fi­ca­ti reli­gio­si (quel­li che sfug­go­no alla sto­ria dell’arte) lascia destra­men­te il cam­po al pra­ti­co uomo di mar­ke­ting che vuo­le gros­si nomi e ope­re «di por­ta­ta», qua­si si par­las­se di un toro da mon­ta o di una vac­ca da espo­si­zio­ne. E inve­ce no, nien­te ani­ma­li: si trat­ta del­la «Mae­stà di San Gior­gio alla Costa e del Polit­ti­co di San­ta Repa­ra­ta attri­bui­to al “Paren­te” di Giot­to: que­ste due ope­re saran­no espo­ste nel­la sede cen­tra­le del cele­bre museo mosco­vi­ta, alle spal­le del­la Chie­sa del­la Madon­na ‘gio­ia di tut­ti i sof­fe­ren­ti’ di cui è tito­la­re il Metro­po­li­ta di Volo­ko­lam­sk, Hila­rion Alfeev, capo del dipar­ti­men­to del­le rela­zio­ni ester­ne del­la Chie­sa rus­sa. Dal­la Tre­tya­kov, per deci­sio­ne del­la sua diret­tri­ce Iri­na Lebe­de­va e del­la vice Tatia­na Goro­d­ko­va, ver­ran­no a Firen­ze tre ope­re sen­za pari: la Madre di Dio Odi­ghi­tria di Pskov, la Cro­ci­fis­sio­ne di Dio­ni­sij e una Ascen­sio­ne nel­la cui straor­di­na­ria qua­li­tà gli spe­cia­li­sti vedo­no la mano di Andrej Rublev. Que­ste ico­ne ver­ran­no espo­ste, con le cau­te­le di tute­la del caso, non in un museo: ma nel Bat­ti­ste­ro di Firen­ze». Tra­du­cia­mo: per cele­bra­re un Con­ci­lio del 787, Mosca spe­di­rà a Firen­ze tre ico­ne del XV seco­lo, e Firen­ze spe­di­rà a Mosca due dipin­ti rea­liz­za­ti tra il XIII e il XIV seco­lo. Un’operazione fumi­sta qua­si quan­to la pro­sa che la difen­de, e in cui è dav­ve­ro arduo tro­va­re la ben­ché mini­ma trac­cia di sen­so sto­ri­co, o anche un signi­fi­ca­to mora­le qua­lun­que. E non si ven­ga a par­la­re di ecu­me­ni­smo, visto che un’ora qual­sia­si del­la vita spi­ri­tua­le e socia­le di Tai­zé o di Bose pro­du­ce frut­ti cen­to vol­te più ric­chi di que­sto mici­dia­le con­cen­tra­to di reto­ri­ca, vani­tà e fru­sciar di mitrie e coro­ne.

Infi­ne, ecco la rispo­sta alle cri­ti­che: il pro­get­to «ave­va biso­gno di veri­fi­che tec­ni­che negli orga­ni di tute­la che sono sta­te richie­ste e adem­piu­te (han­no dato cor­so a qual­che pet­te­go­lez­zo fasul­lo, incau­ta­men­te rac­col­to e agghin­da­to con pic­co­le bugie anti­cle­ri­ca­li, come da noi talo­ra acca­de). E ha incon­tra­to l’entusiasmo del­le mas­si­me isti­tu­zio­ni dei due Sta­ti, che han­no gli stru­men­ti per distin­gue­re fra uso e abu­so del­le ope­re d’arte».

In que­sto bra­no mira­bi­le si con­ta­no alme­no tre moti­vi inte­res­san­ti.

Il pri­mo è l’alterazione dei dati di fat­to. A me non risul­ta affat­to che le veri­fi­che tec­ni­che sia­no sta­te adem­piu­te. Con una solen­ne gaf­fe isti­tu­zio­na­le, Mel­lo­ni ha annun­cia­to la par­ten­za di due ope­re sul cui pre­sti­to non si sono anco­ra espres­si gli orga­ni cen­tra­li del Mini­ste­ro per i Beni Cul­tu­ra­li. E quan­do lo faran­no, voglio spe­ra­re che la boc­ci­no, per­ché sareb­be cri­mi­na­le spe­di­re nel­la geli­da ed umi­da Mosca inver­na­le un’opera chia­ve per la rico­stru­zio­ne del gio­va­ne Giot­to (peral­tro dan­neg­gia­ta dal­la bom­ba mafio­sa del 1993), e l’antica pala d’altare del­la cat­te­dra­le di Firen­ze. Se il valo­re cul­tu­ra­le di una mostra è dav­ve­ro rile­van­te, si può anche accet­ta­re che ope­re uni­che di set­te­cen­to anni fa cor­ra­no qual­che rischio. Ma non cer­to per «impre­zio­si­re l’anno Italia/Russia con uno scam­bio di capo­la­vo­ri dell’arte sacra».

Il secon­do moti­vo note­vo­le è il disprez­zo per le rego­le, per le pro­ce­du­re e per le riser­ve degli sto­ri­ci dell’arte, cui si oppo­ne l’entusiasmo dei poli­ti­ci. È dav­ve­ro curio­so che un pro­fes­so­re di una pub­bli­ca uni­ver­si­tà con­trap­pon­ga alle garan­zie del sape­re e del­le com­pe­ten­ze l’arbitrio del prin­ci­pe: ma evi­den­te­men­te i ven­ti­cin­que anni di ple­bi­sci­ta­ri­smo ber­lu­sco­nia­no han­no pro­fon­da­men­te sfi­gu­ra­to l’etica pub­bli­ca di que­sto pae­se.

Infi­ne la como­da spie­ga­zio­ne, ideo­lo­gi­ca e pre­giu­di­zia­le, del dis­sen­so: l’anticlericalismo! Su que­sto pun­to vor­rei dav­ve­ro ras­si­cu­ra­re Mel­lo­ni: non avrei scrit­to nien­te di diver­so se que­sta irre­spon­sa­bi­le ini­zia­ti­va fos­se sta­ta ani­ma­ta da un asses­so­re del PD, da un rab­bi­no o dall’amministratore dele­ga­to di un’azienda pri­va­ta. Ma, da cit­ta­di­no e da cat­to­li­co, non pos­so far fin­ta di non vede­re che la gerar­chia cat­to­li­ca ita­lia­na sta facen­do un uso assai spre­giu­di­ca­to del patri­mo­nio dell’arte sacra del pas­sa­to. Pochi gior­ni fa pro­prio l’Opera del Duo­mo di Firen­ze ha avu­to, per esem­pio, la pes­si­ma idea di isti­tui­re una tes­se­ra taglia­co­da a paga­men­to per l’accesso in Cat­te­dra­le, e in mol­te chie­se del­la cit­tà di Beto­ri (a par­ti­re pro­prio dal Bat­ti­ste­ro che ospi­te­rà le ico­ne rus­se) si entra ver­san­do mone­ta sonan­te, con una mal­ce­la­ta simo­nia che rie­sce a vani­fi­ca­re con­tem­po­ra­nea­men­te il signi­fi­ca­to civi­le e quel­lo reli­gio­so di que­sti indi­spen­sa­bi­li pol­mo­ni del­lo spi­ri­to.

Det­ta­gli per Mel­lo­ni, che sen­ten­do­si evi­den­te­men­te un novel­lo Gio­van­ni Cri­so­sto­mo (cioè «dalla-bocca-d’oro», per la sua elo­quen­za), si get­ta in una con­clu­sio­ne che sta tra l’omelia e l’esaltazione misti­ca: «Un cata­lo­go del­la mostra, nel­la qua­le si vedrà l’impegno del­la Enci­clo­pe­dia Ita­lia­na e si sen­ti­ran­no le voci del­le auto­ri­tà degli Sta­ti, dei gover­ni, del­le Chie­se, del­le auto­ri­tà, degli stu­dio­si, dei teo­lo­gi, accom­pa­gne­rà que­ste ope­re: nel cui viag­gia­re cia­scu­no riu­sci­rà sol­tan­to a leg­ge­re qual­co­sa di sé. È giu­sto così». Per­so­nal­men­te, non rie­sco a con­so­lar­mi pen­san­do che Giot­to sarà scor­ta­to da un cata­lo­go sif­fat­to, dove la voce degli «stu­dio­si» (e qua­li? For­se gli sto­ri­ci del­la Chie­sa, non già i disprez­za­ti sto­ri­ci dell’arte!) sarà una su sei, essen­do le altre cin­que tut­te riser­va­te al pote­re (e per­ché sia chia­ro la paro­la «auto­ri­tà» ricor­re ben due vol­te), o alla teo­lo­gia. Pare dav­ve­ro inve­ro­si­mi­le che l’Enciclopedia Ita­lia­na di Giu­lia­no Ama­to si pre­sti a un’operazione del gene­re, ma si deve sape­re che Mel­lo­ni sie­de nei con­si­gli scien­ti­fi­ci di Trec­ca­ni e Dizio­na­rio Bio­gra­fi­co: dun­que con­ta di fare tut­to in casa.

Con il piglio di un vero diret­to­re di coscien­ze, infi­ne, il pro­fes­sor Mel­lo­ni pre­scri­ve ciò che cia­scu­no di noi dovrà leg­ge­re nel viag­gia­re di Giot­to a Mosca: «sol­tan­to qual­co­sa di sé». E quin­di la chiu­sa, memo­ra­bi­le: «È giu­sto così». Mi dispia­ce­re delu­de­re Mel­lo­ni, ma io in que­sto «viag­gia­re» (che spe­ro le isti­tu­zio­ni tec­ni­che-scien­ti­fi­che del­lo Sta­to abbia­no anco­ra la for­za di impe­di­re) vedo solo uno dei tan­ti segni del­la not­te cul­tu­ra­le in cui sia­mo immer­si: una not­te in cui bril­la­no solo la cele­bra­zio­ne dell’ego e il pote­re del mar­ke­ting.

Ed è per que­sto che vor­rei ram­men­ta­re al pro­fes­sor Alber­to Mel­lo­ni (il qua­le pre­sie­de la fon­da­zio­ne di Giu­sep­pe Dos­set­ti; e il cuo­re san­gui­na, a pen­sar­lo) che pro­prio il costi­tuen­te Dos­set­ti avreb­be volu­to nel­la Costi­tu­zio­ne un arti­co­lo che reci­tas­se così: «La resi­sten­za indi­vi­dua­le e col­let­ti­va agli atti dei pote­ri pub­bli­ci che vio­li­no le liber­tà fon­da­men­ta­li e i dirit­ti garan­ti­ti dal­la pre­sen­te Costi­tu­zio­ne è dirit­to e dove­re di ogni cit­ta­di­no».

Ecco, temo che per difen­de­re l’articolo 9 del­la Costi­tu­zio­ne – quel­lo per cui «la Repub­bli­ca tute­la il patri­mo­nio sto­ri­co e arti­sti­co del­la nazio­ne» – sia venu­ta l’ora in cui gli sto­ri­ci dell’arte, e tut­ti colo­ro che ama­no e cono­sco­no l’arte del pas­sa­to, dia­no vita a una vera resi­sten­za nei con­fron­ti di ogni ten­ta­ti­vo di stru­men­ta­liz­za­re, abu­sa­re, pri­va­tiz­za­re e met­te­re a rischio quel­lo straor­di­na­rio bene comu­ne che è il nostro patri­mo­nio sto­ri­co e arti­sti­co.

[Da il “Fat­to Quo­ti­dia­no” onli­ne del 9 set­tem­bre 2011]

Cite this article as: Sergio Momesso, Che fare?”, in "STORIEDELLARTE.com", 16 settembre 2011; accessed 23 maggio 2017.
http://storiedellarte.com/2011/09/che-fare.html.

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4 Responses to Che fare?”

  1. Tomaso Montanari 19 settembre 2011 at 22:13 #

    Il discri­mi­ne è pro­prio il «far cono­sce­re»: fin­ché lo sco­po è la cono­scen­za, e fin­ché c’è la garan­zia di un vero comi­ta­to scien­ti­fi­co, nes­sun pro­ble­ma. Ma se il fine è la pro­pa­gan­da (poco impor­ta se reli­gio­sa, poli­ti­ca, eco­no­mi­ca)…
    Anche se, comun­que, biso­gne­reb­be discu­te­re le prio­ri­tà: ha sen­so che una dio­ce­si fac­cia paga­re l’ingresso alle chie­se e poi orga­niz­zi mostre?

    • Davide 28 settembre 2011 at 13:44 #

      Beh, il tema del­le chie­se a paga­men­to mi tro­va sem­pre per­ples­so, ma da lom­bar­do prag­ma­ti­co cre­do che la gestio­ne-con­ser­va­zio­ne di una Chie­sa – pur con tut­ti gli aiu­ti sta­ta­li che cer­ta­men­te arri­ve­ran­no per alcu­ni mira­ti restau­ri – sia impen­sa­bi­le rica­da sul­le offer­te dei par­roc­chia­ni o sull’8 x mil­le. Per­ciò visto che il visi­ta­to­re trat­ta la chie­sa come un monu­men­to e non come un luo­go in cui pre­ga­re, può anche paga­re (nor­mal­men­te ci sono spa­zi riser­va­ti alla pre­ghie­ra, natu­ral­men­te gra­tui­ti). Le mostre sono oppor­tu­ne, come lei ricor­da, se aggiun­go­no cono­scen­za (che può esse­re anche cono­scen­za reli­gio­sa in sen­so stret­to, se chi le orga­niz­za lo ritie­ne) e quan­do a orga­niz­zar­le è uno spa­zio già di per sé ric­co di ope­re e sto­ria, lo fa per­chè sono occa­sio­ni per por­ta­re per­so­ne nuo­ve a vede­re monu­men­ti che ormai non nota­no più; è come l’attività espo­si­ti­va dei musei: con tut­ti i costi e pro­ble­mi che han­no a gesti­re il patri­mo­nio per­chè si met­to­no a far mostre? For­se per lo stes­so moti­vo… Gra­zie. dd

  2. Serena D'Italia 18 settembre 2011 at 17:36 #

    Caro Davi­de,
    ovvia­men­te biso­gne­reb­be sen­ti­re il pare­re dell’autore dell’articolo, però per­so­nal­men­te andrei a vede­re mol­to volen­tie­ri una mostra del gene­re a Mila­no e non cre­do affat­to che si trat­te­reb­be di un even­to poco rile­van­te dal pun­to di vista sto­ri­co-arti­sti­co (a pat­to chia­ra­men­te che anche le que­stio­ni ico­no­gra­fi­che sia­no affron­ta­te con serie­tà).
    In Pie­mon­te e Lom­bar­dia ad esem­pio negli ulti­mi trent’anni c’è sta­ta una discre­ta col­la­bo­ra­zio­ne tra Chie­sa e Soprin­ten­den­ze: pen­so agli stu­di sui Sacri Mon­ti e a una lun­ga serie di bel­le mostre sul patri­mo­nio arti­sti­co e cul­tu­ra­le di dio­ce­si ed edi­fi­ci eccle­sia­sti­ci.
    Mi sem­bra che que­sta siner­gia – fati­co­sa ma pos­si­bi­le – in que­sto momen­to sia minac­cia­ta non tan­to da una spe­cie di “lai­ci­smo inte­gra­li­sta” degli sto­ri­ci dell’arte, quan­to dal­la ten­den­za a con­si­de­ra­re le ope­re come stru­men­to di mar­ke­ting, erro­re di cui si stan­no mac­chian­do pur­trop­po sia la Chie­sa che il Mini­ste­ro dei Beni Cul­tu­ra­li.

  3. Davide 17 settembre 2011 at 12:48 #

    Caris­si­mo sito Sto­rie­del­lar­te, vi rin­gra­zio anco­ra per il vostro lavo­ro e con­di­vi­do il vostro appel­lo lega­to a que­sto arti­co­lo di Mon­ta­na­ri e all’intervista di Set­tis: “stu­dio­si usci­te allo sco­per­to e lot­ta­te”. Ma pur con­di­vi­den­do al 99% l’articolo di Mon­ta­na­ri (ego incon­trol­la­bi­le di cer­ti pre­la­ti, inop­por­tu­ni­tà di mol­tis­si­me mostre ecc.), sot­to­scri­ven­do natu­ral­men­te che il ven­ti­la­to viag­gio giot­te­sco sia un’idiozia, non vor­rei tace­re di un rischio. Sia­mo cer­ti sia nostro com­pi­to con­dan­na­re in toto “l’organizzazione di mostre “con­fes­sio­na­li” che riem­pia­no l’intrattenimento cul­tu­ra­le di con­te­nu­ti accu­ra­ta­men­te orien­ta­ti”, qua­lo­ra ven­ga­no orga­niz­za­te con ben altra atten­zio­ne per la con­ser­va­zio­ne del patri­mo­nio, con ben mag­gio­re umil­tà e dispo­ni­bi­li­tà a lavo­ra­re fian­co a fian­co con gli sto­ri­ci dell’arte? For­se dovrem­mo ricor­dar­ci che quei “con­te­nu­ti orien­ta­ti” – leg­gi Cri­stia­ne­si­mo – sono il moti­vo per cui sono nate quel­le ope­re d’arte e che sen­za di essi non ci sareb­be­ro le ope­re stes­se… Riba­di­sco che non vie­ne meno la giu­stez­za gene­ra­le dell’articolo di Mon­ta­na­ri, ma mi chie­do: che male ci sareb­be se – per fare un esem­pio qua­lun­que – la dio­ce­si o il Comu­ne di Mila­no faces­se­ro una bel­la e cura­ta mostra sull’iconografia di San Car­lo, con il dichia­ra­to sco­po di far cono­sce­re la figu­ra e l’azione pasto­ra­le del San­to? Pur aggiun­gen­do poco o nul­la alla sto­ria dell’arte, faci­li­te­reb­be la com­pren­sio­ne del­le ragio­ni di fede che han­no gene­ra­to le ope­re stes­se. Ragio­ni che non saran­no le sole, ma che, cer­ta­men­te, noi sto­ri­ci aman­ti del­la cono­scen­za, non pos­sia­mo per­met­ter­ci di omet­te­re. Non cre­de­te?
    Cor­dia­li salu­ti
    D.D.

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