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Una mostra, forse due

Dise­gni ita­lia­ni tra Lon­dra e Firen­ze
Andrea Man­te­gna, Alle­go­ria del­la cadu­ta dell’umanità
domi­na­ta 
dall’Ignoranza (Vir­tus Com­bu­sta),
1490–1506 ca., Lon­don, Bri­ti­sh Museum

Vie­ne dav­ve­ro da chie­der­si se la mostra “Dise­gni da Fra’ Ange­li­co a Leo­nar­do” aper­ta a mar­zo a Firen­ze sia pro­prio la stes­sa che si visi­ta­va al Bri­ti­sh Museum di Lon­dra un anno fa. E non ci si rife­ri­sce al nume­ro o alla qua­li­tà dei pez­zi espo­sti, ché sono più o meno gli stes­si, e sem­pre straor­di­na­ri. È nel­la con­ce­zio­ne stes­sa che sem­bra­no esser­ci dif­fe­ren­ze note­vo­li.

L’allestimento lon­di­ne­se

 

La mostra lon­di­ne­sea cura di Hugo Cha­p­man e Mar­zia Faiet­ti era carat­te­riz­za­ta dal clas­si­co mix di rigo­re e magni­lo­quen­za che con­trad­di­stin­gue even­ti del gene­re nel Regno Uni­to, e que­sta vol­ta a buon dirit­to: un nutri­to grup­po di dise­gni pro­ve­nien­ti dal Gabi­net­to dei Dise­gni e del­le Stam­pe degli Uffi­zi appro­da­va in ter­ra d’Albione, ad affian­ca­re un altret­tan­to fol­to grup­po di dise­gni del Bri­ti­sh Museum. La cor­ni­ce era quel­la solen­ne e mae­sto­sa del­la ormai ex sede del­la Bri­ti­sh Libra­ry, la gran­de Rea­ding Room al cen­tro del­la cor­te del Bri­ti­sh Museum. La strut­tu­ra era nasco­sta e oscu­ra­ta a dove­re dall’allestimento e dal­le luci bas­se, e giu­sta­men­te: il gran­de vuo­to del­la cupo­la avreb­be schiac­cia­to le ope­re in mostra. Il col­po di tea­tro arri­va­va a cir­ca metà del per­cor­so, in cui per un atti­mo l’allestimento si apri­va sul­la gran­de cupo­la cen­tra­le, dove la penom­bra avvol­ge­va e misu­ra­va lo spa­zio.

Gran­de atten­zio­ne era riser­va­ta alla sto­ria dei mate­ria­li, in par­ti­co­la­re al trion­fo del­la car­ta sul­la per­ga­me­na intor­no ai pri­mi decen­ni del Quat­tro­cen­to, che det­te luo­go a una vera e pro­pria esplo­sio­ne dell’uso del dise­gno pres­so gli arti­sti. L’andamento cro­no­lo­gi­co dell’esposizione docu­men­ta­va mol­to bene la nuo­va liber­tà d’impiego del dise­gno e i suoi mol­te­pli­ci usi, da mez­zo di comu­ni­ca­zio­ne e tra­smis­sio­ne di model­li di bot­te­ga, a stru­men­to di inda­gi­ne del mon­do cir­co­stan­te e del­la figu­ra uma­na fino a dive­ni­re pro­dot­to arti­sti­co dota­to di digni­tà auto­no­ma.

Pro­prio il rap­por­to fra il dise­gno e l’opera d’arte fini­ta era un altro dei nodi del­la mostra, che in alcu­ni casi mira­va a rico­strui­re un dia­lo­go avve­nu­to solo nel­la bot­te­ga dell’artista. In par­ti­co­la­re si avver­ti­va una pun­ta d’orgoglio nel pan­nel­lo che accom­pa­gna­va il con­trat­to con rela­ti­vo dise­gno pre­pa­ra­to­rio per il trit­ti­co di San Ber­nar­do, ope­ra di Loren­zo Mona­co, accan­to a uno scom­par­to del trit­ti­co stes­so, pro­ve­nien­te dal­la Natio­nal Gal­le­ry. Allo stes­so tem­po il ten­ta­ti­vo di smon­ta­re la tra­di­zio­ne del­lo stra­po­te­re tosca­no in mate­ria di dise­gno, per quan­to legit­ti­mo, fini­va per non esse­re con­vin­cen­te, nono­stan­te l’argomento prin­ci­pa­le por­ta­to a favo­re del­la tesi, lo splen­di­do Ritrat­to di gio­va­nedi Tizia­no, fos­se uno dei pez­zi più bel­li in mostra.

Ma allo­ra cos’era che non con­vin­ce­va del­la mostra lon­di­ne­se? Un cen­ti­na­io di dise­gni fra i miglio­ri mai pro­dot­ti nel Rina­sci­men­to, espo­sti tal­vol­ta accan­to alle ope­re d’arte di cui costi­tui­va­no lo stu­dio, un appa­ra­to infor­ma­ti­vo pun­tua­le e acces­si­bi­le e un alle­sti­men­to atten­to ai mate­ria­li espo­sti. L’amalgama fina­le di que­sti pre­gia­ti ingre­dien­ti risul­ta­va un po’ pesan­te da dige­ri­re, e la pre­sen­te ver­sio­ne fio­ren­ti­na aper­ta nel­le Rea­li Poste degli Uffi­zi aiu­ta a met­te­re in luce i pun­ti debo­li del pre­ce­den­te ingle­se.

 

Chi cono­sce lo spa­zio del­le Rea­li Poste sa che le dimen­sio­ni non sono para­go­na­bi­li a quel­le del­la Rea­ding Room del Bri­ti­sh Museum, tut­ta­via gli archi­tet­ti han­no fat­to come si suol dire di neces­si­tà vir­tù, costruen­do un alle­sti­men­to ispi­ra­to al “Museo a cre­sci­ta illi­mi­ta­ta” di Le Cor­bu­sier. Il con­cet­to di per sé è mol­to sem­pli­ce: Le Cor­bu­sier ave­va pen­sa­to un museo basa­to sul­la spi­ra­le qua­dra­ta, sospe­so su pilo­ni, che dal­la sala cen­tra­le, ini­zio del per­cor­so, potes­se esten­der­si all’infinito per docu­men­ta­re il cam­mi­no con­ti­nuo del­la civil­tà uma­na. Una strut­tu­ra rigo­ro­sa, sen­za fac­cia­ta, sen­za muri, “ma sola­men­te del­le mem­bra­ne”, che col suo silen­zio lascias­se par­la­re le ope­re. E allo stes­so tem­po estre­ma­men­te eco­no­mi­co. L’allestimento del­le Rea­li Poste ripren­de l’idea inver­ten­do­la, pro­po­nen­do una sor­ta di cor­ri­do­io for­ma­to dai pan­nel­li su cui sono mon­ta­ti i dise­gni, che si avvol­ge su se stes­so fino a cul­mi­na­re nel­la stan­za cen­tra­le da cui, come nel più clas­si­co dei labi­rin­ti, si può pro­ce­de­re diret­ta­men­te ver­so l’uscita.

A una pri­ma occhia­ta sem­bra impos­si­bi­le che il nume­ro di ope­re pre­sen­ti a Firen­ze sia lo stes­so di quel­lo di Lon­dra, ma una serie di intel­li­gen­ti accor­gi­men­ti han­no per­mes­so que­sta sor­ta di mis­sio­ne impos­si­bi­le. Innan­zi tut­to è sta­to deci­so di non espor­re in mostra i dipin­ti, inca­ri­can­do i pan­nel­li di instau­ra­re col­le­ga­men­ti con le ope­re del­la Gal­le­ria, men­tre lo spa­zio fra i dise­gni è sta­to dimi­nui­to rispet­to a quel­lo del Bri­ti­sh Museum, crean­do un dia­lo­go ser­ra­to, ma non cao­ti­co. I rigo­ro­si pan­nel­li infor­ma­ti­vi inve­ce man­ten­go­no la loro evi­den­za e chia­rez­za didat­ti­ca.

In que­sto modo il per­cor­so risul­ta snel­li­to, dan­do agio a una visi­ta più diste­sa, sug­ge­ri­ta anche dal­la leg­ge­rez­za dei sup­por­ti, e in qual­che modo più inti­ma, come for­se si con­vie­ne meglio ai mate­ria­li in mostra. Il fat­to che l’ingresso sia gra­tui­to è un ulte­rio­re incen­ti­vo alla visi­ta, se anco­ra ce ne fos­se biso­gno.

Per la tap­pa fio­ren­ti­na del­la mostra è sta­to deci­so di alle­sti­re una sezio­ne aggiun­ti­va dal tito­lo “Figu­re, memo­rie, spa­zio” all’interno del­la Gal­le­ria degli Uffi­zi, pres­so la sede del Gabi­net­to dei Dise­gni e del­le Stam­pe, con l’obiettivo di espor­re alcu­ni dise­gni che dif­fi­cil­men­te potreb­be­ro esse­re spo­sta­ti dal­la loro sede. I tre ambi­ti inter­pre­ta­ti­vi rac­col­go­no ope­re mol­to dif­fe­ren­ti tra loro, e spes­so in manie­ra poco con­vin­cen­te: capo­la­vo­ri come la Giu­dit­ta di Man­te­gna o il car­to­net­to per il Monu­men­to eque­stre a Gio­van­ni Acu­to di Pao­lo Uccel­lo, se dan­no un sen­so alla visi­ta, non fan­no lo stes­so ser­vi­zio per l’organicità dell’operazione.

Andrea del Ver­roc­chio, Testa di don­na,
1475 ca., Bri­ti­sh Museum
Tizia­no, Ritrat­to di gio­va­ne don­na, 1510–15 ca., Uffi­zi
Cite this article as: Luca Giacomelli, Una mostra, forse due, in "STORIEDELLARTE.com", 26 aprile 2011; accessed 30 aprile 2017.
http://storiedellarte.com/2011/04/una-mostra-forse-due-disegni-italiani.html.

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