Se vi trovate a passare da Milano non perdetevi la mostra di Palazzo Reale su Giuseppe Arcimboldo. Visitatela con calma, perché le opere sono numerose e da osservare con attenzione.
L’intento della curatrice Sylvia Ferino, direttrice della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna, era quello di indagare soprattutto gli anni della formazione milanese del pittore, spesso trascurati in favore della sua successiva attività alla corte degli Asburgo (dal 1562 al 1587). E infatti le famose “teste” dell’Arcimboldo, viste e riviste persino negli spot dei sottaceti, arrivano soltanto verso la fine del percorso, lasciando il visitatore libero di concentrarsi sull’antefatto.
Prima della chiamata del principe e futuro imperatore Massimiliano, Arcimboldo fornisce disegni preparatori per opere dalle tecniche più svariate, dalle vetrate del Duomo di Milano (assieme al padre Biagio) agli arazzi per il Duomo di Como e quello di Monza. Per quest’ultima chiesa realizza anche, con la collaborazione di Giuseppe Meda, il grande affresco dell’Albero di Jesse, dispiegando un uso massiccio di foglia d’oro su muro che tradisce la passione lombarda per i lussuosi effetti dell’oreficeria in ogni aspetto della decorazione, anche di quella monumentale.
L’artista si costruisce così il bagaglio di esperienza perfetto per un pittore di corte e nella sua attività per Massimiliano II e poi per Rodolfo II realizza apparati per feste, slitte e fontane, curando nei minimi dettagli l’immagine della casata e contribuendo a renderla un modello di eleganza imprescindibile per le altre famiglie regnanti, soprattutto quelle norditaliane.
Al suo arrivo a Vienna i documenti di corte lo definiscono semplicemente “ritrattista”, affibbiandogli anche il ruolo – un po’ ingrato in verità – di copista. In poco tempo però Arcimboldo elabora l’idea geniale che lo renderà celebre (e imitatissimo) con le serie delle Stagioni e degli Elementi, con cui mescola aspetti diversi della sua cultura milanese inventando grandi quadri degni di figurare nella wunderkammer imperiale. Qui le piccole teste “reversibili” e “composte” delle medaglie satiriche cinquecentesche e gli studi leonardeschi sulla fisionomia dei volti (e sulla loro caricatura grottesca) si fondono con la tradizione lombarda della rappresentazione accurata e realistica della natura, elevandosi però a nobile esaltazione della figura dell’imperatore. La componente scherzosa riaffiora in opere più piccole e divertenti, come il cosiddetto Priapo o Ortolano del Museo Civico di Cremona.
La mostra insiste molto sulla grande novità delle Stagioni di Monaco, fino a poco tempo fa considerate delle semplici copie non autografe e ora proposte come la prima versione di questo soggetto, realizzata (in realtà le didascalie utilizzano il nebuloso “concepita”) mentre Arcimboldo si trovava ancora a Milano. Al di là delle comprensibili tentazioni campanilistiche, i quadri bavaresi reggono sicuramente il confronto con quelli di Vienna (datati 1563) dal punto di vista della qualità esecutiva, ma sembra difficile affermare con precisione se siano stati dipinti o concepiti prima o dopo il trasloco dell’autore (qui trovate tutte le versioni, oltre a moltissime altre immagini).
L’ultima sezione, dedicata all’influenza dell’artista sulla nascita del genere della natura morta, è un po’ frettolosa e prevedibile; meritano invece un’ispezione attenta le sale di passaggio tra la biglietteria e l’inizio della mostra vero e proprio, che ospitano una selezione di opere grafiche realizzate durante il regno di Rodolfo II (1552–1612). Le stampe, provenienti dalle collezioni della Biblioteca Ambrosiana, sono di grande qualità e ottimamente conservate e offrono un’utile antologia dei temi figurativi prediletti in quegli anni dalla corte, soprattutto mitologici e allegorici.
