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Caravaggio tra Longhi e Sgarbi

Con que­sto enne­si­mo alti­so­nan­te even­to cara­vag­ge­sco, Vit­to­rio Sgar­bi vuo­le auto­pro­cla­mar­si uffi­cial­men­te vero e uni­co ere­de di Rober­to Lon­ghi. Stan­do alla copio­sa ras­se­gna stam­pa degli ulti­mi gior­ni, il meri­to del­la mostra sareb­be quel­lo di riscat­ta­re dall’oblìo la gran­de intui­zio­ne lon­ghia­na del lega­me tra la tra­di­zio­ne pit­to­ri­ca lom­bar­da e la ricer­ca di Cara­vag­gio sul­la «veri­tà di natu­ra», pre­sen­tan­do accan­to alle ope­re del Meri­si (la discus­sa Medu­sa di col­le­zio­ne pri­va­ta – mol­to pro­ba­bil­men­te non auto­gra­fa -, il Ripo­so duran­te la fuga in Egit­to e la Fla­gel­la­zio­ne) i suoi illu­stri “ante­na­ti”.

Anche tra­la­scian­do il fat­to che non tut­ta la sto­ria dell’arte ita­lia­na si è mac­chia­ta di que­sto gra­ve cri­mi­ne e – con buo­na pace di Sgar­bi – qual­cun altro oltre a lui cono­sce «Que­si­ti cara­vag­ge­schi», l’operazione rischia di repli­ca­re gli erro­ri com­mes­si dal­la enor­me mostra mila­ne­se del 2000–2001, cura­ta dall’altro lon­ghia­no “indi­ret­to” Fla­vio Caro­li, for­te­men­te cri­ti­ca­ta per la man­can­za di un pro­get­to scien­ti­fi­co defi­ni­to e per aver mesco­la­to sen­za distin­zio­ni arti­sti vene­ti e lom­bar­di mol­to diver­si tra loro per pro­ve­nien­za e cul­tu­ra (leo­nar­de­schi com­pre­si), oltre che per nume­ro­se attri­bu­zio­ni mol­to discu­ti­bi­li.

Sia Sgar­bi che Caro­li han­no dichia­ra­to di esser­si ispi­ra­ti ideal­men­te alla sto­ri­ca Mostra del Cara­vag­gio e dei Cara­vag­ge­schi di Lon­ghi (Mila­no 1951), che però ave­va un taglio anche cro­no­lo­gi­ca­men­te ben diver­so, poi­ché si con­cen­tra­va prin­ci­pal­men­te sull’attività del Meri­si e sul pro­ble­ma del­la sua ere­di­tà, men­tre la que­stio­ne dei cosid­det­ti “pre­ca­ra­vag­ge­schi” era sol­tan­to evo­ca­ta attra­ver­so la pre­sen­za di un paio di tele di Anto­nio e Vin­cen­zo Cam­pi e del­la Depo­si­zio­ne di San Fede­le del Peter­za­no.

In atte­sa di vede­re dal vivo la mostra del Museo Dio­ce­sa­no, vale quin­di la pena di leg­ge­re o ri-leg­ge­re le pagi­ne di Lon­ghi; ad esem­pio, nell’introduzione al cata­lo­go del 1951, riguar­do alla com­ples­si­tà del discor­so sul­le radi­ci lom­bar­de di Cara­vag­gio scri­ve­va:

La Mostra non pote­va cer­to pre­ten­de­re di pre­sen­ta­re a gui­sa d’introduzione (a par­te che la pre­i­sto­ria è sem­pre inter­mi­na­ta) code­sti pre­ce­den­ti lom­bar­di del Cara­vag­gio; ciò che sareb­be sta­to impe­gnar­si in una mostra anche più gigan­te­sca. Ma, qua­si sul pia­no docu­men­ta­rio, non si è volu­to dimen­ti­ca­re alme­no un accen­no a cer­ti fat­ti di cro­na­ca arti­sti­ca occor­si a Mila­no pro­prio quan­do il Cara­vag­gio vi era a stu­dia­re. Da Cre­mo­na eran venu­ti i Cam­pi che, nel­la chie­sa dell’Alessi a San Pao­lo, tene­va­no aper­ta un’officina di espe­ri­men­ti curio­si; e, dal guar­da­ro­ba com­pli­ca­to e anti­cheg­gian­te del Rina­sci­men­to, estrae­va­no, non si sa come, costu­mi più cer­ti, azio­ni più fran­che in luci più vere, maga­ri not­tur­ne. Qui alla Mostra, chi vedrà del Peter­za­no la «Depo­si­zio­ne» di San Fede­le, qua­si un Savol­do dis­su­ga­to nell’aria cru­da; di Anto­nio Cam­pi la «Mor­te del­la Ver­gi­ne», dove sono accoz­za­ti ricor­di del­lo stes­so Savol­do e del vec­chio Brue­ghel, e la «Decol­la­zio­ne del Bat­ti­sta» a San Pao­lo; o, di Vin­cen­zo, il con­fi­den­zia­le «San Mat­teo con l’angelo» di Pavia, potrà inten­de­re come code­ste ed altre cose simi­li levas­se­ro a Mila­no un ven­to di fron­da, che dico, una pic­co­la som­mos­sa. Non so che ne pen­sas­se in extre­mis San Car­lo Bor­ro­meo, ma sul risen­ti­men­to che ne pro­va­ro­no i pit­to­ri più auli­ci come il Lomaz­zo e il Figi­no, non è da con­fon­de­re.

Cite this article as: Serena D'Italia, Caravaggio tra Longhi e Sgarbi, in "STORIEDELLARTE.com", 12 marzo 2011; accessed 23 agosto 2017.
http://storiedellarte.com/2011/03/caravaggio-tra-longhi-e-sgarbi.html.

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